La Nomina e il Percorso Ecclesiastico di James Michael Harvey
Il Santo Padre ha nominato arciprete della basilica papale di San Paolo fuori le mura monsignor James Michael Harvey, finora Prefetto della Casa Pontificia. La nomina del Santo Padre è avvenuta alla vigilia del Concistoro del 24 novembre, in cui il presule statunitense 63enne è stato creato cardinale dopo oltre 14 anni alla guida della Prefettura della Casa Pontificia. Nato a Milwaukee (USA), nello Stato del Wisconsin, il 20 ottobre 1949, il neo cardinale Harvey ha studiato nel seminario della sua città natale prima di essere inviato a completare la sua formazione a Roma. È stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 e incardinato a Milwaukee. Laureato in Diritto canonico, è entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 25 marzo 1980.
Ha svolto il suo servizio dapprima nella rappresentanza pontificia nella Repubblica Dominicana per due anni, quindi - dal 10 luglio 1982 - ha prestato la sua opera in Segreteria di Stato. Prelato d'onore di Sua Santità dal 9 novembre 1994, è stato nominato Assessore per gli affari generali il 22 luglio 1997. Il 7 febbraio 1998 Papa Giovanni Paolo II gli ha affidato l'incarico di Prefetto della Casa Pontificia ed è stato elevato contemporaneamente alla Chiesa titolare vescovile di Memfi, ricevendo la consacrazione episcopale dal Beato Giovanni Paolo II nella basilica vaticana il 19 marzo dello stesso anno. Il 29 settembre 2003 Papa Wojtyla gli ha conferito la dignità di arcivescovo.
La sua nomina alla basilica ha fatto seguito allo scandalo Vatileaks del 2012, quando sono trapelati documenti riservati dal Vaticano, causando un notevole imbarazzo alla Santa Sede. Il Cardinale Harvey era un prefetto molto stimato della Casa Pontificia, una posizione cruciale responsabile della gestione di vari aspetti dei doveri ufficiali del Papa e delle funzioni amministrative del Vaticano. Il Cardinale Harvey è anche membro dei Cavalieri di Colombo e membro onorario del Circolo San Pietro.
Cardinal Harvey closes Holy Door at St Paul's Outside the Walls
Il Ruolo di Arciprete e la Chiusura della Porta Santa
Nel suo ruolo di arciprete, il Cardinale James Michael Harvey ha presieduto la celebrazione eucaristica con il rito di chiusura della Porta Santa della Basilica papale di San Paolo Fuori le Mura. Questa celebrazione si è svolta il 28 dicembre, festa della Santa Famiglia di Nazareth, e ha visto la partecipazione anche dell’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo. Nell’omelia della celebrazione eucaristica, il cardinale arciprete ha riaffermato il tema centrale del Giubileo: una fiducia capace di attraversare la storia senza cedere all’“ottimismo ingenuo”.
La speranza cristiana, come ha sottolineato il cardinale arciprete, non elude le guerre, le crisi, le ingiustizie, lo smarrimento che vive oggi il mondo. Egli ha evidenziato due movimenti opposti e complementari, come l’apertura e la chiusura di una Porta Santa: evadere e fuggire la realtà dei propri limiti e delle proprie imperfezioni, la storia collettiva ferita dell’oggi, oppure restare incatenati nelle proprie prigioni interiori, lasciando che la rassegnazione si faccia abitudine e poi ferita. Eppure, in questi ultimi due, si custodisce la memoria di una misericordia che non si consuma, di una “salvezza già donata” che, una volta introdotta nella storia, diventa seme capace di germogliare senza appassire.
Il sole alto che sovrastava la statua di San Paolo, al centro del quadriportico della basilica, ha riscaldato i fedeli accorsi. La Porta Santa è situata sulla destra della facciata, sotto la cui croce campeggiava l’iscrizione “Spes unica”. E “l’unica speranza”, come ha ricordato il porporato statunitense alla Messa, risiede nella “Croce di Cristo”: un auspicio “pasquale” che germoglia dal dono incondizionato di sé e “fiorisce nella nuova vita della risurrezione”. La frase incisa sulla Porta Santa che ha accompagnato i pellegrini durante tutto l’anno - “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem - sit pacis donum perpetuumque salus” - si fa costante auspicio affinché il “dono della pace” possa davvero diffondersi in un mondo segnato da “guerre, crisi, ingiustizie e smarrimento”.
Il rito di chiusura è stato scandito da un silenzio contemplativo che ha accompagnato il cardinale Harvey verso la Porta Santa, le cui tre formelle richiamano gli altrettanti anni preparatori all’Anno Santo del 2000, voluti da san Giovanni Paolo II e dedicati al Padre ricco di misericordia, allo Spirito Santo agente principale dell’evangelizzazione, e al Figlio redentore. Il cardinale si è inginocchiato di fronte ad essa e, dopo alcuni istanti di raccoglimento in preghiera, ne ha chiuso i battenti. Ad arrivare a una conclusione “è sempre un tempo”, ha sottolineato il porporato nell’omelia, “mentre la misericordia di Dio rimane perennemente aperta”. Di qui, l’invito a proseguire il cammino di “conversione e speranza” ispirato dall’Anno Santo.
Il Messaggio della Speranza Cristiana
Nel luogo affidato alla memoria di san Paolo risuonano con particolare forza le parole tratte dalla Lettera ai Romani: «la speranza non delude», che hanno accompagnato l’intero Giubileo. Un “motto emblematico” che è molto di più: una vera “professione di fede”. L’apostolo delle genti consegna infatti queste parole alla storia nella consapevolezza della “fatica del vivere”, avendo sperimentato il carcere, la persecuzione e l’“apparente fallimento”. Eppure la speranza non viene meno, perché non si fonda sulle fragili capacità umane, ma “sull’amore fedele di Dio”.
La speranza, ha rimarcato ancora l’arciprete di San Paolo fuori le mura, non è una “parola vuota”: essa va ben oltre “l’ottimismo ingenuo” e la “fuga dalla realtà” per divenire attesa fiduciosa della “salvezza già donata” e ancora in cammino verso il suo compimento. Un completamento che si dispiega nella storia dell’uomo, da attraversare con lo sguardo “fisso su Cristo”, affrontando il dolore nella certezza che “l’ultima parola appartiene alla vita e alla salvezza”. In questo senso, ha evidenziato Harvey, la speranza si alimenta trovando il coraggio di “scendere in profondità”, scavare “sotto la superficie della realtà” e rompere la “crosta della rassegnazione”, così da “cambiare il mondo”.
Il porporato ha poi messo in luce che le catene delle prigioni in cui fu rinchiuso l’apostolo Paolo - da Filippi a Gerusalemme, da Cesarea fino a Roma - non hanno soffocato il suo anelito di fiducia, consolazione e speranza, perché «nessuna prigione può spegnere la libertà interiore di chi vive in Cristo». Citando, quindi, la seconda enciclica di Benedetto XVI, Spe salvi, Harvey ha sottolineato come l’uomo abbia bisogno di “molte speranze” per illuminare il suo cammino; speranze piccole e grandi, tutte però confluenti in Dio stesso, nel suo “volto umano”, “realtà viva e presente” che abbraccia l’intera storia dell’umanità. Un amore che sostiene la perseveranza nel quotidiano, anche in un mondo segnato “dall’imperfezione e dal limite”, perché garantisce ciò che l’uomo desidera in ultimo: “la vita che è veramente vita”.
La Porta Santa: Un Varco Simbolico
La Porta Santa non è quindi una mera soglia materiale, ma un varco da attraversare lasciando indietro “ciò che appesantisce il cuore”, per entrare “nello spazio della misericordia”. Superarla significa, ha aggiunto il cardinale, rinunciare a ogni “pretesa di autosufficienza” e affidarsi con umiltà a “Colui che solo può dare senso pieno alla nostra vita”. Perché «Dio non chiude mai la porta all’uomo; è l’uomo che è chiamato ad attraversarla». Il varco è inoltre legato al cammino penitenziale, in quanto luogo “del rientro nella comunione” e “segno del ritorno alla casa del Padre”. Un gesto che, nel corso degli anni, non ha perso la sua forza simbolica. Attraversare la Porta Santa diventa così un invito a “tornare nel mondo”, testimoniando nell’ordinario il dono ricevuto. Un cammino insieme interiore e concreto, che passa dal riconoscimento dei propri limiti e dell’“incompletezza dello sguardo”, affidandosi alla guida del Signore nella preghiera, passo dopo passo.
Ogni pellegrino, ha sottolineato il cardinale, porta con sé la responsabilità di essere testimone credibile di quanto ha ricevuto, segno “umile ma luminoso della presenza di Dio” in un mondo segnato da “divisioni e paure”. Un onere che i santi hanno assunto, rimanendo fedeli al posto loro affidato nella storia e vivendo la speranza del quotidiano, come la Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ricordata nella liturgia odierna: una vita ordinaria fatta di lavoro silenzioso, “cura reciproca” e ascolto della volontà di Dio nelle pieghe dell’esistenza. Gesti ripetuti con amore, e per questo capaci di risplendere, sostenuti da una fiducia che “persevera anche nell’oscurità”.
«Mentre la Porta Santa si chiude - è stato dunque l’invito conclusivo del porporato -, rimanga aperta nei nostri cuori la porta della fede, della carità e della speranza. Rimanga aperta la porta della missione, perché il mondo ha bisogno di Cristo».

Cronologia delle Chiusure delle Porte Sante Papali
Aperta il 5 gennaio, la Porta Santa della Basilica di San Paolo Fuori le Mura è stata la terza, tra quelle delle Basiliche papali, ad essere chiusa. Nel pomeriggio del 25 dicembre, solennità del Natale del Signore, si è svolto il primo rito a Santa Maria Maggiore, là dove sono custodite le reliquie della Sacra Culla che accolse Gesù Bambino. La mattina di sabato 27 dicembre, memoria liturgica di san Giovanni apostolo ed evangelista, è stata la volta della basilica Lateranense. Sarà invece Leone XIV a chiudere la Porta Santa della basilica di San Pietro il prossimo 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore.