Il Sacerdozio e il suo Apostolato: Spiegazione Approfondita

Il concetto di apostolato del sacerdozio affonda le sue radici nella missione stessa di Cristo e si estende alla vocazione di ogni battezzato, trovando la sua piena espressione nel ministero ordinato. Per comprenderne la profondità, è necessario esaminare sia la natura teologica del sacerdozio ministeriale sia il suo concreto svolgimento nella vita della Chiesa e nel mondo.

La Natura del Sacerdozio di Cristo e l'Ordine Sacerdotale

Il sacerdozio cristiano trova il suo fondamento in Cristo Gesù stesso, "che il Padre ha santificato - o consacrato - e inviato nel mondo" (Gv 10,36), il quale "è stato unto di Spirito Santo" (At 10,38, cfr. 4,27), mandato su di Lui (cfr. Mt 3,16) "per portare la buona novella ai poveri..." Il sacerdozio cristiano non ha senso al di fuori di Cristo, e solo alla luce della fede nel mistero del Verbo incarnato si possono comprendere la natura e il fine del sacerdozio gerarchico cristiano. L'insegnamento tradizionale ci ripete costantemente "sacerdos alter Christus", non per esprimere un significato analogo, ma per indicarci come veramente Cristo si faccia presente in ogni sacerdote e come il sacerdote agisca "in persona Christi".

Rappresentazione di Cristo Sommo Sacerdote nell'atto di offrire il sacrificio

Istituzione del Sacerdozio Ministeriale

L'essenzialità del sacerdozio ordinato significa che per essere sacerdote è necessario aver ricevuto l'ordine sacerdotale. In virtù di questo sacramento, l'uomo viene consacrato, ovvero viene "preso fra gli uomini" e costituito dispensatore dei misteri che si riferiscono a Dio. Attraverso questa consacrazione, l'uomo diviene "ministro di Dio" e "tutto dato" a Dio: Dio lo assume, lo assorbe. L'Ordine imprime nell'anima di coloro che lo ricevono il carattere di ministro di Dio.

Nostro Signore Gesù Cristo istituì questo sacramento quando diede agli apostoli e ai loro successori nel sacerdozio il potere di offrire il sacrificio della Messa e il potere di rimettere e ritenere i peccati. Così, Gesù "prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Questo è il mio corpo, che è dato per voi: fate questo in memoria di me." E ancora: "Ricevete lo Spirito Santo." Con la sua piena autorità, "Mi è stato dato ogni potere in Cielo e in terra," Cristo ha conferito ai suoi apostoli e, attraverso la successione, ai sacerdoti, la facoltà di operare in Suo nome.

L'Ordine comprende diversi gradi subordinati tra loro, da cui deriva la sacra gerarchia. La materia del sacramento dell'Ordine è l'imposizione delle mani da parte del vescovo, in silenzio, mentre la forma è costituita dalle parole del Prefazio consacratorio. A tal proposito, un'autorevole dichiarazione afferma: "nell'ordinazione presbiterale, la materia è la prima imposizione dalle mani del vescovo che viene fatta in silenzio, ma non la continuazione di questa imposizione mediante l'estensione della mano destra, né l'ultima accompagnata da queste parole "Ricevi lo Spirito Santo"..."

Carattere Indelebile e Trasformazione in Cristo

La consacrazione sacerdotale ha come sua nota inscindibile il carattere indelebile: un dono di Dio che è dato per sempre. Mediante il sacramento dell'Ordine, il sacerdote viene trasformato nello "stesso Cristo" per realizzare le opere di Cristo. Il sacerdote, come Cristo e in Cristo, è inviato. La "missione" salvifica, che viene affidata al sacerdote per il bene degli uomini, è richiesta dalla sua stessa "consacrazione sacerdotale" ed è implicita già nella "chiamata" con la quale Dio interpella l'uomo.

Cristo "chiama" i discepoli perché, una volta "consacrati", siano poi "inviati" a ristabilire più ricca la vita divina in tutti gli uomini. Oggi i sacerdoti sono chiamati, consacrati e inviati come "proprietà di Dio" per operare "in persona Christi", come Cristo capo sul corpo mistico.

Il Sacerdote come Mediatore e Dispensatore dei Misteri Divini

Il sacerdote riceve un incarico speciale: amministrare i doni divini per la vita degli uomini. Egli opera in persona Christi, rendendo presente il Signore stesso attraverso il suo ministero. Giovanni Paolo II, nel suo discorso ai vescovi argentini il 24 settembre 1979, ha sottolineato: "Il sacerdozio cristiano non ha senso al di fuori di Cristo. L'insegnamento tradizionale ci ripete costantemente 'sacerdos alter Christus', e lo fa non per esprimere un significato analogo, ma per indicarci come veramente Cristo si faccia presente in ogni sacerdote e come il sacerdote agisca 'in persona Christi'".

Il direttorio sul ministero e la vita sacerdotale definisce il sacerdozio gerarchico essenzialmente in funzione del Corpo mistico: "Ma lo stesso Signore affinché i fedeli fossero uniti in un corpo solo, di cui però 'non tutte le membra hanno la stessa funzione' (Rm 12,4), promosse alcuni di loro come ministri, in modo che nel seno della società dei fedeli avessero la sacra potestà dell'ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati, e che in nome di Cristo svolgessero per gli uomini in forma ufficiale la funzione sacerdotale."

Non siamo forse tutti noi, sacerdoti, costituiti mediatori di riconciliazione fra Dio e gli uomini? Siamo mediatori, bensì, subordinati a Cristo, unico Mediatore fra Dio e gli uomini «unus mediator Dei et hominum homo Christus Iesus», che diede se stesso in redenzione per tutti, e per il quale Dio ci ha a sé riconciliati e ha dato a noi il ministero della riconciliazione «dedit nobis ministerium reconciliationis», e ci ha incaricati della parola di riconciliazione «posuit in nobis verbum reconciliationis. Pro Christo ergo legatione fiingimur» (I Tim., II, 5-6; II Cor., V, 18-20). Siamo ambasciatori per Cristo in mezzo al mondo, come se Dio esortasse gli uomini per bocca nostra.

L'offerta di "doni e sacrifici" da parte del presbitero della Chiesa Cattolica non è il risultato di una delega da parte dei fedeli. Nell'ordinazione sacerdotale, egli riceve "un potere che Dio non ha dato né agli Angeli né agli Arcangeli", al fine di essere mediatore tra il Signore e il suo popolo (cfr. Eb 5, 1a). Soprattutto, il presbitero opera nella Santa Messa la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Nessun uomo è capace di operare un miracolo così stupendo: "Il sacerdote, figura di Cristo, pronuncia queste parole, ma la loro efficacia e la loro grazia vengono da Dio", spiega San Giovanni Crisostomo.

Schema della mediazione sacerdotale tra Dio e gli uomini

Dignità e Responsabilità del Sacerdozio

La dignità del sacerdozio è molto grande perché il sacerdote è ministro di Cristo e dispensatore di misteri divini. A causa di questa eccellenza e di questa dignità, è un grave peccato disprezzare i preti o insultarli. Il sacerdozio richiede integrità di vita e di servizio. Il sacerdozio cattolico, nonostante la guerra intrapresa contro di esso, durerà fino alla fine dei secoli, perché Gesù Cristo promise che i poteri dell'inferno non avrebbero mai prevalso contro la sua Chiesa.

Al contrario, anche coloro che deviano i loro figli dal sacerdozio commettono un grave errore, perché resistono alla volontà di Dio e commettono un'ingiustizia negando ai loro figli il diritto di rispondere alla chiamata divina. Per sapere se Dio sta chiamando allo stato sacerdotale, bisogna:

  • pregare con fervore Nostro Signore perché manifesti quale sia la sua volontà;
  • ricevere consigli dal proprio vescovo o da un direttore di coscienza saggio e prudente;
  • esaminare attentamente se si hanno le attitudini necessarie per gli studi, le funzioni e gli obblighi di questo stato.

La forza della vocazione

La grande dignità del sacerdozio si riflette anche nella preghiera: "O Gesù, Eterno Sommo Sacerdote, mantieni i tuoi sacerdoti sotto la protezione del tuo Sacro Cuore, dove nessuno può far loro del male. Mantieni immacolate le loro mani consacrate, che toccano il tuo Sacro Corpo ogni giorno. Mantieni le loro labbra pure, che sono coperte dal tuo prezioso sangue. Lascia che crescano in amore e lealtà verso di Te; proteggili dalla contaminazione dello spirito del mondo. Dai loro il potere di cambiare il pane e il vino, il potere di cambiare il cuore. Benedici le loro fatiche con abbondanti frutti, e dai loro un giorno la corona della Vita Eterna."

L'Apostolato Sacerdotale nella Comunità: Maestro, Padre e Pastore

L'apostolato del sacerdote si manifesta concretamente nel suo ministero quotidiano all'interno della comunità, dove agisce come maestro, padre e pastore.

Il Parroco come Coadiutore del Vescovo e Mediatore di Riconciliazione

I sacerdoti sono cooperatori del Vescovo, successore degli Apostoli, col quale costituiscono un'unità morale, sicché anche per ognuno di loro vale il mandato della grande missione di Cristo. Essi sono padri dei loro parrocchiani, e possono ripetere loro le parole dell'Apostolo ai novelli Cristiani: «Filioli mei, quos iterum parturio, donec formetur Christus in nobis» (Gal., IV, 19). Sono pastori del loro gregge, secondo le impareggiabilmente belle ed esaurienti descrizioni e l'irraggiungibile modello del Buon Pastore, Gesù Cristo. Ogni parroco è un apostolo; ma soprattutto colui che svolge l'opera sua in una grande città, deve sentire in sé le fiamme dello spirito apostolico e missionario e dello zelo conquistatore di un San Paolo.

A quest'alto concetto sacerdotale proposto dal Dottore delle Genti, i sacerdoti sono chiamati a sollevare il proprio sguardo, le proprie aspirazioni e i propri intendimenti, e con l'operoso zelo esaltare e rendere in mezzo al popolo cristiano veneranda la dignità di mediatori e ambasciatori di Cristo. Oggi, anche in contesti tradizionalmente cattolici, accanto a coloro rimasti fermi nella fede, non mancano in ogni parrocchia circoli di persone che, fattesi indifferenti o estranee alla Chiesa, costituiscono quasi un territorio di missione da riconquistare a Cristo. È dovere del parroco formarsi un quadro chiaro della sua popolazione, sia dei fedeli più impegnati, sia di coloro che si sono allontanati dalle pratiche di vita cristiana. Anche questi sono pecorelle appartenenti alla parrocchia, pecorelle randage; e anche di queste, anzi di loro particolarmente, i sacerdoti sono responsabili custodi, e da buoni pastori non devono schivare lavoro o pena per ricercarle, per riguadagnarle, né concedersi riposo, finché tutte ritrovino asilo, vita e gioia nel ritorno all'ovile di Gesù Cristo. Tale è per il parroco il significato ovvio ed essenziale della parabola del Buon Pastore, di quel Pastore che è insieme Padre e Maestro. Il parroco è pastore e padre, pastore di anime e padre spirituale.

Parroco che accoglie i fedeli in chiesa

Insegnamento e Catechesi: Annunciare la Parola di Dio

L'azione della Chiesa, tutta rivolta al regno di Dio, deve tendere allo scopo che gli uomini vivano e muoiano nella grazia di Dio. Istruire i fedeli nel pensiero cristiano, rinnovare l'uomo nella sequela e nell'imitazione di Cristo, spianare la via, pur sempre angusta, al regno del cielo e rendere veramente cristiana la città, tale è la missione propria del parroco come maestro, padre e pastore della sua parrocchia. Nel suo apostolato, è stretto dovere del sacerdote annunciare la Parola di Dio (Can., 1344), un dovere essenziale dell'apostolo, al quale viene affidato il «verbum reconciliationis» non meno che il «ministerium reconciliationis» (II Cor., V, 18-19). L'Apostolo Paolo esclama: «Vae enim mihi est, si non evangelizavero» (I Cor., IX, 16), poiché «fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi . . . Quomodo credent ei, quem non audierunt? Quomodo autem audient sine praedicante?» (Rom., X, 14-17).

È cruciale predicare la dottrina, le umiliazioni e le glorie del Salvatore divino. Specialmente ogni domenica e nel tempo della Quaresima, quando numerosi cristiani si adunano intorno ai pulpiti, si offre un'occasione unica per rendere più potente, salda e profonda la fede nel popolo. Chi non si giovasse con ardente zelo di un'ora così opportuna, mancherebbe del senso d'illuminata responsabilità nel promuovere il bene, tanto necessario al vivere cristiano, dell'istruzione sacra. Con la predicazione, il sacerdote deve rendere familiari la persona e gli esempi dell'Uomo-Dio, poiché la vita religiosa dei singoli sboccia e si sviluppa con divina freschezza nella personale relazione e unione con Gesù Cristo. È fondamentale predicare i misteri della fede e la verità nella sua purezza e integrità, fino nelle sue ultime conseguenze morali e sociali, perché di questo ha fame il popolo. La predicazione deve essere semplice, mirando a quel senso pratico che arriva alla mente e si fa guida dello spirito. Non la scintillante e ricercata facondia conquista oggi, specialmente, le anime, bensì la parola convinta che parte dal cuore e va al cuore.

Coi grandi e coi maturi, i sacerdoti devono essere, ad immagine dell'apostolo Paolo, padri e dottori di perfezione; coi piccoli e coi giovani devono farsi piccoli a guisa di madri «tamquam si nutrix foveat filios suos» (I Thess., II, 7). Non bisogna credere che ci si umilii stando con i piccoli e con gli ignoranti: uguale in valore alla predica è la catechesi, l'istruzione dei fanciulli come l'istruzione degli adulti. I sacri canoni (1329-33) suppongono l'istruzione religiosa come una cura naturale e primaria per chi è curatore di anime.

Il Sacrificio Quotidiano e l'Amministrazione dei Sacramenti con Devozione

Per divino consiglio, anche il sacerdote, come ogni Vescovo, «ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona et sacrificia pro peccatis» (Hebr., V, I). Perciò il sacro carattere di intermediario tra Dio e gli uomini si palesa e si sublima nella suprema luce del suo ministero, nel sacrificio della Santa Messa e nell'amministrazione dei Sacramenti. All'altare, al fonte battesimale, al tribunale di penitenza, alla mensa eucaristica, alla benedizione degli sposi, al letto degli infermi, all'agonia dei morenti, fra i fanciulli, nelle famiglie e nelle scuole, il sacerdote è, nelle mani di Dio, il ministro e lo strumento più operante dell'amore, del perdono e della redenzione. Tanto piacque al Figlio di Dio, Redentore del mondo, di esaltare a salute degli uomini il suo sacerdote!

È essenziale che la dignità del sacerdote risplenda sempre innanzi al suo popolo, e che questo conosca e comprenda con viva fede il significato e il valore del Santo Sacrificio e dei Sacramenti che amministra, in modo che con intelligente e personale partecipazione possa seguirne le mirabili cerimonie e tutte le ineffabili bellezze della sacra liturgia. Per stimolare i fedeli ad accostarsi a queste fonti soprannaturali e disporli a riceverne la grazia, è sacro dovere del sacerdote celebrare il Santo Sacrificio e amministrare i Sacramenti con profondo rispetto, cosciente riverenza e interiore pietà, rendendo le sacre funzioni esempi di edificazione e incitamenti di devozione.

Dopo il Santo Sacrificio, l'atto più grave e rilevante è l'amministrazione del sacramento della Penitenza, che fu detto la tavola di salvezza dopo il naufragio. I sacerdoti devono essere pronti e generosi a offrire questa tavola ai naviganti nel procelloso mare della vita, sedendo in quel divino tribunale come giudici che nutrono in petto un cuore di padre e di amico, di medico e di maestro.

La Carità e la Cura dei Bisognosi

Un tratto caratteristico della figura del Buon Pastore è prodigare fuori di sé la virtù sanatrice anche dei corpi e di ogni miseria umana «benefaciendo et sanando omnes» (Act., X, 38), lasciando ai suoi Apostoli e alla sua Chiesa il mandato dell'amore misericordioso ai poveri, ai sofferenti, ai derelitti. Non vi è parrocchia dove non vi sia penuria da sollevare; né può disinteressarsene una vita parrocchiale fiorente. I sacerdoti devono organizzare l'operosità della beneficenza in maniera ordinata, giusta, uguale, vasta; animandola con vivo spirito d'amore, con rispetto delicato e con provvido sguardo verso coloro che senza colpa sono caduti nell'indigenza.

La messe è molta, ma gli operai sono pochi, esortando tutti a uno zelo apostolico continuo.

Il Fondamento dell'Apostolato: Sacerdozio Comune e Ministeriale

L'apostolato non è prerogativa esclusiva del clero. "La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato": ecco un’affermazione conciliare di grande portata, che permea a poco a poco, ma senza sosta, l’attuale tessuto ecclesiale. Il diritto e il dovere di ogni cristiano a partecipare attivamente all’evangelizzazione non derivano da un ipotetico mandato da qualche autorità umana, ma dal semplice e sublime evento battesimale, e in esso dal sacerdozio comune dei fedeli, nel suo triplice versante profetico, cultuale e regale.

Il Sacerdozio Comune dei Fedeli e la Missione Ecclesiale

Tutta la Chiesa è un popolo sacerdotale. Grazie al battesimo, tutti i fedeli partecipano al sacerdozio di Cristo. Tale partecipazione si chiama “sacerdozio comune dei fedeli”. Nella sua prima epistola San Pietro afferma che i battezzati costituiscono «la stirpe eletta, il sacerdozio regale» (2, 9). Questo sacerdozio comune a tutti i fedeli esige che ci consacriamo al servizio del Signore e della Chiesa, perché ci rende idonei a «offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (2, 5). I battezzati, tuttavia, non svolgono la loro missione evangelizzatrice in modo anarchico. La diffusione del Vangelo, anche da parte dei fedeli laici, va fatta in fedeltà al Vangelo stesso, dal quale emergono i criteri e gli indirizzi della missione, entro i quali trova spazio la legittima e fruttuosa spontaneità del loro apostolato. L’apostolato dei laici, in definitiva, è sempre un apostolato ecclesiale, sia nella sua forma personale, sia in quella associata o di cooperazione con la gerarchia.

Infografica: relazione tra Sacerdozio comune e ministeriale nella Chiesa

L'Apostolicità della Chiesa e la Missione Evangelizzatrice

"La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine": con queste solenni parole il Decreto conciliare Ad gentes sull’attività missionaria della Chiesa introduce il suo discorso, collocando l’intero documento in prospettiva trinitaria. La Chiesa in terris è contemplata come la proiezione nella storia umana della missione del Figlio e dello Spirito Santo; il movimento per il quale Dio comunica sé stesso alle creature si realizza attraverso le missioni del Figlio e dello Spirito, le quali a loro volta risalgono alla comunicazione di vita delle processioni trinitarie. La comunione ecclesiale, in definitiva, è partecipazione alla comunione intratrinitaria; e la missione ecclesiale è presentata come l’aspetto dinamico, in terris, di questa comunione.

L’impostazione conciliare ci pone dunque davanti a un’implicazione reciproca fra la condizione cristiana, ecclesiale e missionaria. Dalla Pentecoste e fino alla Parusia, infatti, esiste fra queste dimensioni una nativa simultaneità: non sussistono isolatamente senza incorrere in contraddizione. Più particolarmente, risulta che ogni evento missionario è sempre un evento ecclesiale (e cristiano); ogni forma di evangelizzazione, in quanto contenuto della missione, è svolta in Ecclesia e ab Ecclesia.

Tutto questo ha un solido fondamento nella dottrina conciliare, che conviene mettere dovutamente in risalto. Occorre poi trarne le sue conseguenze: in particolare, in che modo l’apostolicità della Chiesa, quella confessata nel simbolo niceno-costantinopolitano, si riversa nella missione apostolica svolta dai semplici fedeli. La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso: essa è stata e rimane costruita sul “fondamento degli Apostoli” (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; fino al ritorno di Cristo, continua a essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli, grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, “coadiuvato dai sacerdoti e unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa”.

L’apostolicità «di origine» risale al celebre comando missionario di Mt 28,18-20 e alla Pentecoste, quando gli Apostoli, spinti dall’invio dello Spirito, cominciano a predicare il Vangelo. Gli Apostoli diventano così «fondamento» della Chiesa, pur trattandosi di un fondamento secondario, perché la Chiesa ha sempre «come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,20-21). Ciò che interessa evidenziare qui è che tutta la Chiesa ha la sua origine negli Apostoli: in essi troviamo come «concentrata» l’intera realtà ecclesiale. I Dodici sono «apostoli», cioè inviati al servizio del regno di Dio, con pieni poteri. Essi svolgono la loro missione consapevoli del loro carattere di «inviati», e quindi con un compito non proprio, ma ricevuto. Ciò comporta anche il fatto che l'autocomunicazione di Dio, la trasmissione del Vangelo, si realizza attraverso la missione apostolica: Dio si comunica agli uomini attraverso degli uomini. L’accesso al Regno passa attraverso i suoi inviati; in questo senso, l’apostolicità comporta la visibilità umana e sociale della Chiesa, oltre che la sua spiritualità.

Alla luce della apostolicitas originis, l’apostolicitas doctrinae emerge facilmente come una naturale conseguenza. Tutto quanto crediamo nella Chiesa proviene dalla predicazione apostolica; la fede professata nel Credo è la fede apostolica. Infine, in qualità di pastori, il ministero degli Apostoli trova continuità esclusivamente nei loro successori, i vescovi, coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. Questo aspetto dell’apostolicità della Chiesa è chiamato apostolicitas successionis ed è stato solennemente ribadito nell’ultimo Concilio ecumenico: «I vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha mandato Cristo (cfr. Lc 10,16)». La Lumen gentium afferma il perché della successione: «La missione divina affidata da Cristo agli Apostoli durerà fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi devono predicare è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di istituire dei successori».

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