L'Altare d'argento e la Croce del Tesoro di San Giovanni, un'opera d'oreficeria di inestimabile valore, fu creato tra il 1367 e il 1483. Questo capolavoro, destinato al Battistero di San Giovanni a Firenze, è oggi conservato nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. La sua realizzazione richiese l'impiego di centinaia di chili di argento, dorature e raffinatissimi smalti.
All'inizio del XIV secolo, la ricca Corporazione dei Mercanti commissionò quest'opera ad alcuni dei più grandi artisti dell'epoca. Sul fronte dell'altare lavorarono maestri fiorentini del Trecento come Leonardo di Ser Giovanni, Antonio di Salvi e Francesco di Giovanni, mentre la statua del Santo al centro è opera di Michelozzo di Bartolomeo.
Dettagli Costruttivi e Decorativi della Croce
La base della croce, poggiante su due zampe, è elegantemente decorata con volute e motivi floreali, tra cui un ovale che racchiude l'immagine della Madonna con il Bambino. Sulla croce stessa, che presenta un fondo con un motivo a ventagli, sono applicati il teschio, il Cristo e il cartiglio. All'incrocio dei bracci trilobati si trova una raggiera, che ne esalta la magnificenza. Questo elegante lavoro è stato eseguito a sbalzo e cesello, con l'aggiunta di parti fuse applicate.
Il bollo presente sull'opera potrebbe essere quello di un argentiere napoletano non ancora identificato, lo stesso che ha punzonato i candelieri della Chiesa di S. Spirito ad Ischia tra il 1832 e il 1872.
Foglia Firenze 1935 Video Certificato Corona Specchio d'Argento Sbalzo e Cesello Tutto Sposi
L'Archeologia delle Pratiche Cultuali Cristiane
La definizione di una disciplina specifica, l'archeologia cristiana, attesta l'importanza della ricerca archeologica relativa alle pratiche cultuali inerenti tale religione, a partire dal periodo tardoantico. Il passaggio al cristianesimo avvenne in modo graduale e non omogeneo cronologicamente. Infatti, mentre la prima cattedrale cristiana veniva istituita a Roma da Costantino già nella prima metà del IV secolo, il Nord Africa nel periodo iniziale dell'età paleocristiana presentava un'organizzazione ecclesiastica facente capo a personaggi di primaria importanza, a cominciare da Sant'Agostino, e contemporaneamente il monachesimo orientale si era strutturato sia a livello cultuale che topografico. Ancora all'inizio del VII secolo Gregorio Magno si preoccupava di organizzare un piano di evangelizzazione delle Isole Britanniche ed esortava i vescovi sardi alla diffusione delle corrette pratiche cultuali cristiane nella Barbagia. In alcune zone, quindi, soprattutto dell'Europa settentrionale e nei territori marginali delle aree urbane, a lungo proseguirono pratiche religiose precristiane, secondo modalità e dinamiche tipiche dei periodi precedenti.

Metodologia della Ricerca Archeologica Cristiana
Per quanto attiene all'analisi delle tracce materiali della religione cristiana, con il passare del tempo al desiderio di ricerca dei segni della vita terrena del Cristo e dei suoi apostoli, individuabile già nella raccolta delle reliquie della croce da parte di Elena, madre di Costantino, nella prima metà del IV secolo, si è andato applicando, in special modo nel corso del XX secolo, il metodo scientifico della ricerca archeologica. L'analisi storica priva di intenti apologetici ha consentito di cogliere con sempre maggiore chiarezza la portata dell'evento cristiano nella società tardoromana e le tracce materiali che ne sono conseguite a livello topografico, architettonico, decorativo, così che si è giunti alla definizione di uno "spazio cristiano" dotato di proprie percorrenze nell'ambito del circuito urbano e all'interno degli stessi edifici di culto.
Parallelamente, le indagini archeologiche, finalizzate in prima istanza al recupero degli edifici di culto e delle sepolture martiriali, sono ormai volte alla riconnessione territoriale delle testimonianze materiali dei culti, alla comprensione delle aggregazioni di strutture funzionali alle pratiche rituali e di accoglienza, secondo modalità estremamente duttili e pertanto diversificate a seconda delle aree e dei riferimenti cronologici. Sono ormai abbastanza chiari gli schemi d'inserimento degli edifici cristiani nella topografia urbana, si vanno precisando le dinamiche, più varie e complesse, della cristianizzazione del territorio rurale, sono state definite le linee guida per l'analisi comparata dei complessi episcopali e dei centri martiriali, sia sul piano territoriale che su quello dell'organizzazione spaziale ed architettonica, così che l'analisi dei manufatti restituiti dalla ricerca archeologica o tràditi dal prosieguo della pratica religiosa può inserirsi in un contesto storico e topografico, già definito nell'analisi dell'architettura religiosa e funeraria.
La Croce come Simbolo Cristiano

L'oggetto del culto cristiano più diffuso è la croce, segno della morte e soprattutto della sua sconfitta da parte di Cristo: per questo nei primi secoli del cristianesimo le rappresentazioni (per lo più su sarcofagi, in particolare su quelli detti "di passione") prediligono la crux invicta, inserita in un ambiente paradisiaco, segno di vittoria. Questo tema iconografico si ritrova nelle decorazioni musive dei catini absidali e solo successivamente si convertirà nel segno della passione, il Cristo crocifisso. Il suo sviluppo iconografico e quindi cultuale avvenne attorno al III secolo e venne incrementato dalla festa dell'exaltatio crucis, canonizzata nel 335.
Oltre al suo significato simbolico, non è secondaria anche la scelta del materiale nel quale la croce è realizzata: il legno in primo luogo, allusivo all'albero della vita, seguito quindi da metallo e pietra, nella diffusione di un elemento cultuale che nell'Alto Medioevo finisce con il rappresentare il segno più espressivo del cristianesimo, tanto che proprio in quest'epoca si diffondono in modo massiccio i manufatti che ne riprendono la forma (reliquiari, croci votive, ecc.).
Uso Liturgico della Croce
La croce è stata ovviamente ben presente nella liturgia cristiana fin dalle origini, con impiego differenziato, che prevedeva sia un suo uso stabile, come segno di venerazione e insieme arredo della chiesa, sia un uso processionale. La forma della base consente di intuire che molte croci rinvenute nel corso di scavi archeologici o tesaurizzate nel tempo erano in realtà astili, prevedevano cioè un supporto per poter essere innalzate su un'asta. Poiché la diffusione di questo primo e più pregnante simbolo cristiano non ha avuto limiti di tempo, la datazione è ricavabile dal contesto di scavo, oppure da eventuali motivi decorativi, o ancora dalla forma stessa della croce.
Il Culto della Vergine Maria e dei Santi
Secondo la dottrina cristiana, i personaggi venerati (quali santi e martiri) non sono in realtà oggetto di un culto proprio, ma svolgono il ruolo di advocati presso la corte celeste. La stessa Vergine ebbe un culto proprio solo a partire dal Concilio di Efeso (431), che dogmatizzò il suo ruolo di Madre di Dio; le sue rappresentazioni anteriori (a cominciare dalla più famosa, l'Adorazione dei Magi nella catacomba di Priscilla a Roma) vengono infatti considerate cristologiche e non mariane. Ciò non toglie che immagini di personaggi venerati, in primo luogo degli apostoli, fossero poi oggetto di devozione e di culto, soprattutto dal V secolo, benché nelle fonti patristiche si noti l'attenzione a che tali pratiche non sfociassero nell'idolatria e casi di iconoclastia siano noti anche prima che questo fenomeno assumesse le dimensioni volute da Leone III Isaurico (717-741).
Rappresentazioni iconiche e simboliche (il cristogramma poteva essere utilizzato alternativamente alla figura di Cristo) ornavano manufatti, strutture architettoniche religiose e, soprattutto nell'Oriente bizantino, i monumenti pubblici, come anche le strutture private; persino gli eventi bellici erano sovente posti sotto le insegne cristologiche (a cominciare dalla vittoria di Costantino su Massenzio nel 313) o mariane (come nel caso dell'icona che nella prima metà del VII sec. l'imperatore Eraclio aveva fatto apporre sugli alberi delle navi), anche se non si conoscono al momento manufatti anteriori al VI secolo. Ancora in epoca tardoantica proseguì in alcune forme il culto dell'immagine imperiale, se nel VI secolo le fonti ricordano il lauraton di Costantino I che veniva portato in processione (Giovanni Malala, Chronographia).
Icone Acherotipe e il Loro Ruolo
Di origine orientale, ma diffuse anche in Occidente, sono le immagini di Cristo e della Vergine dette acherotipe ("non fatte da mano umana"), oggetti di culto contrapposti agli idoli. Tali icone venivano portate in battaglia (come nel caso del mandilio di Kamuliana, recato come palladium imperiale contro i Persiani da Maurizio nel 586 e da Eraclio nel 622; ancora nel XVI sec. Ivan il Terribile occupò la città di Kashan protetto da un'icona), recate in processione (come fece il pontefice Stefano II alla metà dell'VIII sec. con un'icona del Cristo Pantocratore che si conservava nel Sancta Sanctorum del Laterano, per proteggere Roma dalla minaccia longobarda di Astolfo), simbolicamente utilizzate nella lotta iconoclasta (il patriarca Germano I all'inizio dell'VIII sec. affidò al mare un'immagine cristologica affinché si salvasse, icona che secondo la tradizione sarebbe approdata a Roma).
Illuminazione Liturgica e Arredi Ecclesiastici
Il simbolismo della luce nella liturgia cristiana, che trova la massima espressione nella celebrazione della Pasqua, comporta il fatto che siano considerati oggetti liturgici a tutti gli effetti anche gli apparati per l'illuminazione delle chiese, costituiti soprattutto da lampade e da lampadari metallici con lampade vitree. La loro stessa forma racchiude una spiccata simbologia, con allusioni all'immortalità dell'anima (pavoni), alla Chiesa (la nave guidata da Pietro e da Paolo; il piede, in riferimento al Salmo 119, 25), a temi genericamente salvifici (Mosè che batte la rupe), che ricorrono soprattutto nelle lucerne bronzee, create in analogia con la coeva produzione fittile, dalla quale si differenziano per ricchezza e complessità dei motivi decorativi e che paiono essere ben diffuse ancora nel VI secolo.

Tipologie di Lampade e Lampadari
La tipologia delle lampade è nota per la Tarda Antichità e l'Alto Medioevo grazie a fonti scritte, tra le quali spicca il Liber Pontificalis della Chiesa di Roma, che le riporta tra i donativi dei pontefici alle varie chiese. Notizie di confronto vengono anche da fonti iconografiche, oltre che da una serie di fortunati riscontri archeologici. La gerarchia di illuminazione delle aule di culto risponde al rilievo liturgico dato alla zona presbiteriale ed in particolar modo all'altare.
- Corone di bronzo, argento o oro: poste in gremio basilicae, cioè nel presbiterio, di forma circolare, sospese in alto e alimentate solitamente ad olio. Alcune avevano fattura particolarmente elaborata, come ad esempio un lampadario a forma di basilica di provenienza africana, datato al V secolo (Ermitage, San Pietroburgo).
- Candelabra: dapprima posti accanto all'altare, a terra su un supporto, successivamente sulla stessa mensa.
- Cereostata: ceri in metallo di ambito soprattutto romano e ravennate, posti nella navata centrale.
- Phara canthara: generalmente bronzei e costituiti da lampade a olio o a cera raggruppate, di fattura più semplice, illuminavano le navate laterali.
- Polykandela: diffusi in area bizantina, con base circolare, quadrangolare o cruciforme, decorazione traforata a giorno e talvolta con una coppa centrale, alimentati a fiale di olio, che andavano posti nella navata centrale, mentre nelle navate laterali si trovavano lampade singole e candelabri illuminavano angoli particolari, quali i cibori e le recinzioni presbiteriali. Esemplari di polykandela del VI secolo sono noti grazie al tesoro di Sion, che ne comprende 12 in argento: presentano motivi decorativi fitomorfi e zoomorfi (delfini), oltre ad un'iscrizione votiva del vescovo Eutichiano.
A partire dal IX secolo, le fonti e i reperti archeologici attestano una predilezione per le lampade isolate, alimentate ad olio o con supporti per i ceri, costituite da una coppa di vetro, cristallo di rocca o metallo, sospesa mediante catenelle. Questo tipo di lampada, diffusa sin dall'epoca paleocristiana e soprattutto nel periodo altomedievale, poteva avere forma diversa e sovente era corredata da un piatto leggermente concavo, destinato a raccogliere le scorie di combustione. Esemplari di questo tipo, diffuso per la sua duttilità funzionale sia in Occidente che in Oriente, sono conservati in vari musei (Berlino, Edimburgo, Antalya, ecc.) e alla loro tipologia va probabilmente ricondotto anche il cosiddetto "calice di Antiochia", a testimonianza della diffusione di forme e di motivi decorativi, soprattutto nelle argenterie e più genericamente nei manufatti in metallo.
Alle lampade isolate va con ogni probabilità ricondotta la gabatha, che talora riutilizzava piatti antichi, nota solo da fonti scritte e molto diffusa in Occidente. Un gruppo di lampade, realizzate anche nel prezioso cristallo di rocca e cronologicamente inquadrabili a partire dal IV secolo per quanto attiene alle ciotole e alle coppe che le compongono, poi montate in questa funzione tra X e XI secolo, è confluito nel cosiddetto Tesoro di S. Marco a Venezia.
Ben più tarde, genericamente datate dal XV secolo, sono le attestazioni di lampade processionali (phanaria), destinate all'esterno, per l'illuminazione di ampi spazi, con una forma polilobata che si è voluta riconoscere nell'incensiere a cinque cupole del Tesoro di S. Marco. Conobbe evoluzioni successive anche il lampadario a corona, che sotto forma di cerchio di luci si diffuse a partire dall'epoca carolingia nell'Europa continentale e che appare ben attestato ancora nel XIV secolo. A questa tipologia va ricondotto il lampadario del duomo di Hildesheim, dono del vescovo Hezilo nella seconda metà dell'XI secolo e rappresentante presumibilmente la Gerusalemme celeste, una cinta muraria con 12 porte e 12 torri con apostoli e profeti, che recava supporti per 72 lampade; allo stesso tema iconografico si rifà il lampadario voluto da Federico I per il duomo di Aquisgrana nel 1165. Un'ulteriore evoluzione si ha a partire dal XIV secolo, con l'inserzione dei bracci portalampade, ma per la conoscenza di questi manufatti pienamente medievali la ricerca archeologica non ha apportato alcun contributo.
Drappi e Tessuti Liturgici
Dovevano far parte dell'arredamento liturgico anche drappi di stoffa appesi tra le colonne delle chiese, ben noti ad esempio dai donativi papali riportati nel Liber Pontificalis romano. Anche a tale proposito, questa fonte testuale si rivela di fondamentale importanza nella ricerca archeologica, visto che talvolta la quantità di vela costituisce un elemento importante per stabilire il numero degli intercolumni e quindi le dimensioni della basilica oggetto della munificenza. Simili arredi erano comuni anche nelle abitazioni auliche coeve (come emerge nei mosaici di S. Vitale a Ravenna), per cui non è agevole stabilire la destinazione di resti di tessuti a carattere cristiano, i più famosi dei quali sono di fabbrica egiziana. Alcuni dovevano essere appesi nell'iconostasi (ad es., il velo del Museo di Berlino) oppure lungo le pareti, a foderarne le zoccolature (ad es. i tessuti dell'Ermitage e del Museo Sacro Vaticano), in analogia con i vela dipinti che restano ancora in alcune chiese (da S. Maria Antiqua a Roma, alle cappelle di Bawit, in Egitto, alla cripta della cattedrale di Anagni).
L'Altare come Fulcro del Rito Cristiano
Per quanto riguarda le strutture finalizzate ai riti, il punto focale è l'altare, ricordo dell'Ultima Cena e luogo della celebrazione del sacrificio di Cristo, santificato dalle reliquie che vengono poste immediatamente sotto di esso e, nel caso delle basiliche martiriali, costituite da una sepoltura venerata. Oltre all'altare principale, esistevano le mense per la deposizione delle offerte o per la preparazione del pane eucaristico; inoltre in Occidente la diffusione della regola monastica benedettina e la pratica delle messe private ne comportarono la moltiplicazione per uso liturgico. A ciò si aggiunge il fatto che mentre in Oriente la santificazione del supporto avveniva grazie ad un telo consacrato contenente le reliquie (antimesion), in Occidente era necessaria la presenza di un supporto rigido consacrato, generalmente di pietra, sul quale poggiare almeno il calice e la patena. Dal punto di vista formale, sin dall'età paleocristiana si diffusero altari di varie fogge, non dissimili dalle coeve mense profane, così che talvolta è l'apparato decorativo, o in alternativa il luogo di rinvenimento, a suggerirne la funzione liturgica.