La Sardegna, isola ricca di storia e cultura, custodisce un patrimonio archeologico e religioso di inestimabile valore. Tra le figure che hanno contribuito a far conoscere e valorizzare queste ricchezze spicca Vittorio Angius, un erudito cagliaritano la cui opera è stata fondamentale per la documentazione del territorio sardo.
Vittorio Angius: Una Vita Dedicata alla Sardegna
Vittorio Angius, nato a Cagliari nel 1797, fu una figura complessa e versatile. A soli quindici anni entrò tra gli scolopi e si laureò in dommatica, ma la sua vera passione era la storia, l'epigrafia e il valore delle parole. Fu un giovane brillante, stimato da personaggi come Ludovico Baille e Alberto Lamarmora, con i quali strinse un'amicizia di pennino.
Collaborazione con Goffredo Casalis e il "Dizionario"

Grazie all'amicizia con Baille, Angius entrò in contatto con l'abate Goffredo Casalis, che all'epoca lavorava al monumentale "Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna". Questo progetto, avviato attorno al 1830, mirava a fornire una descrizione dettagliata dei territori della Corona Sabauda, utile non solo agli studiosi ma anche al mondo imprenditoriale, ai funzionari pubblici e ai governanti.
La realizzazione del "Dizionario" fu un'impresa colossale che richiese la raccolta di un'imponente mole di notizie di carattere geografico, statistico, storico, economico, demologico, politico-amministrativo, ecclesiastico e biografico. Sebbene inizialmente Casalis fosse restio ad accettare l'incarico per la complessità dell'opera, il supporto incondizionato di Giuseppe Manno, alto funzionario dell'amministrazione sabauda e letterato affermato, fu determinante. Manno suggerì di rivolgersi a Ludovico Baille, il quale a sua volta individuò in Vittorio Angius la persona più indicata per compilare le voci relative alla Sardegna.
Angius si dedicò con grande impegno alla redazione di quasi tutte le 570 voci sarde, tra toponimi e lemmi, che costituirono circa un terzo dell'intera opera del "Dizionario". La sua opera divenne un repertorio fondamentale per la conoscenza della Sardegna ottocentesca, della sua geografia, economia, società, popolazione, usi, costumi, lingua e storia. Ancora oggi, le edizioni parziali o complete delle sue voci testimoniano l'importanza del suo contributo.
Carriera e Ideologia 'Sardista'
Dopo un periodo a Sassari come docente di Retorica e prefetto delle Scuole scolopiche, Angius tornò a Cagliari come bibliotecario dell'Università. Diresse giornali letterario-scientifici come "La Biblioteca Sarda", "Il Dagherrotipo" e "Il Liceo". Tuttavia, il suo carattere scontroso lo portò a controversie, come quella con il politico Giovanni Prati, che gli causò l'espulsione dal Regno Sardo. Lasciò gli scolopi e si trasferì a Torino, dove tentò la carriera politica in Parlamento, cercando di favorire lo sviluppo economico della Sardegna.
L'ideologia 'sardista' di Angius, mutuata da figure come Giuseppe Manno, mirava a delineare un'immagine della Sardegna con una specifica identità, tesa a individuare il "genio del popolo sardo" in confronto con le caratteristiche identitarie di altri popoli. Egli sosteneva la necessità di uno svecchiamento e di una deteologizzazione della cultura sarda, promuovendo la mentalità sperimentale dell'Illuminismo e la cultura scientifica. Angius, pur da posizioni non sempre progressiste, partecipò attivamente al moto risorgimentale, contribuendo alla "fusione perfetta" della Sardegna con gli Stati di terraferma.
La Fine di Una Vita Intensa
Vittorio Angius morì il 19 marzo 1862 a Torino, solo e in condizioni di indigenza. La sua morte passò quasi inosservata, come testimoniato dal generale Alberto Lamarmora e dallo storico Giovanni Spano. Nonostante l'oblio, la sua opera storiografica e la modernità della sua visione dell'insegnamento lo identificano come un uomo straordinariamente acuto, un visionario e un idealista che ha avuto il coraggio di innovare. La sua eredità culturale rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere la Sardegna dell'Ottocento.
Santuari e Chiese nella Sardegna di Angius
Nel corso delle sue ricerche e dei suoi viaggi, Vittorio Angius si soffermò anche sulla ricchezza dei luoghi di culto della Sardegna, offrendo descrizioni dettagliate di chiese e santuari.
Nuoro: Una Città Ricca di Fede
Durante la sua visita a Nuoro, Angius censì ben 27 chiese e santuari, in un'epoca (prima metà dell'Ottocento) in cui la città contava circa 3000 abitanti. Tra queste si annoverano la chiesa di La Solitudine, la chiesetta del Monte, San Michele, Nostra Signora di Valverde, San Teodoro, Sa Istria, Santu Jacu, la chiesa dei Padri Minori, San Carlo, San Salvatore, Sant'Orsola, Santa Maria Maddalena, San Lucifero, Santa Marina, Sant'Onofrio, Santa Barbara e Santa Lucia. La Cattedrale di Nuoro, la cui prima pietra fu posta nel 1835, fu consacrata diciotto anni dopo, nel 1853, in seguito alla demolizione della vecchia Cattedrale di Santa Maria Maggiore, considerata in cattivo stato e "piuttosto brutta" dai cronisti dell'epoca.

Oggi, grazie al progetto "Ecclesia Fabrica" della Provincia, si mira al recupero di due antichi santuari sul monte Ortobene, nella zona di Valverde-Janna Bentosa: Santu Jacu e Sa Itria, riscoperti da un'associazione di giovani nuoresi.
Capoterra: Tra Fede e Tradizioni
Capoterra, villaggio nella provincia di Cagliari, viene descritta da Angius nel "Dizionario" come una località con 185 case in mattoni d'argilla crudi e una popolazione di 820 anime nel 1835. Il clima è temperato, sebbene l'aria possa essere insalubre a causa degli acquitrini. Angius nota la poca cura per la pulizia della popolazione, ma ne elogia il buon umore e l'inclinazione all'amore e al vino, sebbene talvolta poco rispettosi delle altrui proprietà. Molti si dedicavano al commercio di legna e fascine con Cagliari, mentre altri producevano carbone.
Chiese di Capoterra
La parrocchia di Capoterra era sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Cagliari e amministrata da un rettore. Nel popolato vi era solo una chiesa dedicata a San Efisio, considerata troppo piccola, essendo stata edificata come oratorio baronale. Era in progetto la costruzione di una nuova chiesa di migliore architettura. Il campo santo, antico cimitero, era contiguo alla chiesetta.
Nella campagna circostante Angius menziona due chiese:
- Santa Barbara: edificata nel 1281, sorgeva su un pianerotto sulla pendice orientale del monte, un luogo di "amenità deliziosa" e di vasta prospettiva. Qui un frate Guantino e altri compagni conducevano vita eremitica. I frati francescani vi avevano un ospizio, dopo aver ceduto la chiesa della Vergine di Monserrato a Uta all'arcivescovado di Cagliari.
- San Girolamo: situata nella parte inferiore del monte, in una valle pittoresca percorsa dal Cioffa. Qui i frati osservanti ebbero un ospizio intorno al 1640, e successivamente vi fu un titolo canonicale.
Festività e Tradizioni
Due volte l'anno si celebravano solennemente feste a Capoterra: la prima per la Vergine del Rosario nella prima domenica di maggio, la seconda per l'Arcangelo Michele il 29 settembre, con corse di barberi. Durante la processione della Vergine, una lunga schiera di buoi aggiogati con corna infiorate, vezzi femminili, specchietti e serti di erbe verdi e odorose precede il simulacro della Vergine, seguito dai confratelli e dai cori di uomini e donne. I buoi del devoto che finanzia la festa erano adornati con pani di sappa a cerchio (coccòis) e i confratelli ricevevano pani simili, mentre quattro grandi pani venivano appesi alla barella del simulacro per il prete. I poveri venivano sfamati con un pranzo preparato dal festeggiante.
Territorio e Risorse
Il territorio di Capoterra, esteso e con rocce granitiche, era adatto alla coltivazione di viti più che di cereali. Si seminavano 350 starelli di grano, 500 d'orzo, fave, civaie e lino. Il vigneto occupava sempre nuovi spazi. Angius menziona "La Tuèrra", una terra bassa e umida solcata da corsi d'acqua, fertile grazie alle inondazioni e ricca di vegetazione, dove sorgevano numerosi poderi, tra cui la Tanca di Nissa, marchesato dei Villahermosa, dove si seminavano cereali e tabacchi e si allevavano cavalli, tori e buoi. Il bestiame includeva 150 buoi, 30 cavalli, 140 giumente, 400 vacche, 200 cavalle, 3000 pecore, 4000 capre e 1000 porci, il cui latte e formaggio erano smerciati a Cagliari.
Il territorio era ricco di fonti di acqua buona, tra cui la Bramanti in Is barracheddos e Sa Scabizzada presso il romitorio di Santa Barbara, famosa per le sue acque ritenute miracolose e dove i devoti lasciavano crocette di canna. Si narra che Santa Barbara subì il suo martirio su questa fonte. Si ipotizzava anche l'esistenza di un'acqua ferruginosa alle pendici del monte, prescritta con vantaggio in alcune affezioni croniche.
Un fiume (su riu mannu), proveniente dai monti di Uta e Assemini, attraversava il territorio. Nel 1833 il marchese Villahermosa lo deviò in un canale per irrigare Nissa fino alla foce sullo stagno, presso la peschiera di Malamura. Il Porto della Maddalena, presso la punta originariamente chiamata Capoterra, era accessibile solo a barche piatte e navicelli per il trasporto di legna, paglia, grano e altre derrate a Cagliari.
In questo territorio erano presenti otto norachi (nuraghi) e, nella Maddalena, vestigia di antiche fabbriche di stile romano e della via da Cagliari a Nora. Si presumeva anche l'esistenza di un laboratorio di vetri non lontano dalla Cioffa.
Il Santuario Nuragico di Santa Vittoria a Serri
Il Santuario Nuragico di Santa Maria delle Vittorie, comunemente noto come Santuario di Santa Vittoria, a Serri (SU), è uno dei più importanti complessi cultuali della Sardegna nuragica. Esteso su circa 22 ettari nella parte sud-occidentale della Giara di Serri, a 660 metri sul livello del mare, questo sito è stato portato alla luce dall'archeologo Antonio Taramelli tra il 1907 e il 1929.

Scoperta e Scavi Archeologici
Taramelli iniziò le sue esplorazioni nel 1907, intuendo l'importanza dei cumuli di crollo. Gli scavi, avviati nel 1909 e proseguiti fino al 1912, e poi ripresi tra il 1922 e il 1929, rivelarono il più grande villaggio santuario della Sardegna. Dopo Taramelli, numerosi archeologi hanno continuato gli studi e gli scavi, che sono ancora in corso sotto la direzione della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna.
Struttura e Funzione del Santuario
L'area, originariamente utilizzata per scopi difensivi con la presenza di un protonuraghe e di un nuraghe a tholos, divenne un importante luogo di culto tra la tarda età del Bronzo e la prima età del Ferro (XII-IX secolo a.C.), accogliendo popolazioni da tutto il circondario. La sua destinazione sacra perdurò anche in età cristiana, con la costruzione di una chiesetta dedicata a Santa Vittoria martire, ubicata sui resti del nuraghe e utilizzando materiali di recupero dai templi. Questa chiesetta bizantina, risalente al VII secolo d.C., fu successivamente riedificata nell'XI secolo dai monaci Vittorini, dando il nome alla piana di Serri e al santuario.

Il Pozzo Sacro
Il fulcro del santuario è il Pozzo Sacro, dedicato al culto delle acque. Realizzato con massicci blocchi di basalto, è costituito da un atrio, una scala e una camera a tholos che conteneva l'acqua lustrale. Il vestibolo, con panchine e una canaletta per lo scorrimento dell'acqua, ospitava due bacili naturali, uno per la purificazione delle offerte. Qui si svolgevano riti con richieste di grazie, come testimoniano le 64 statuine votive ritrovate, molte delle quali rappresentano figure femminili, inclusa la madre con il bimbo in grembo, simbolo dell'importanza della Dea Madre.
La camera del pozzo, architettonicamente perfetta, era rivestita di blocchi di basalto e terminali in calcare bianco. Il culto iniziava nel vestibolo e proseguiva lungo la "via sacra", una stradina pavimentata di 50 metri, dove erano stati ritrovati numerosi bronzi figurati. La struttura architettonica del pozzo, secondo alcune fonti, riproduceva la forma di una chiave, rappresentando l'apparato genitale femminile.
Il Tempio Ipetrale e gli Altari
Il secondo tempio, descritto come bacino cerimoniale, è una struttura rettangolare. Sebbene Taramelli lo avesse interpretato come luogo di culto per il ritrovamento di bronzi, la sua funzione e la divinità a cui era dedicato non sono chiare. La definizione di ipetrale suggerirebbe un edificio a cielo aperto, anche se è possibile che la copertura fosse in materiale deperibile. Il muro perimetrale di questo tempio era realizzato con blocchi di basalto e calcare bianco squadrati, come quelli del pozzo sacro. Le protome taurine, simbolo del toro, decoravano le parti terminali delle aree templari.
Nel santuario erano presenti due aree di altari: a sinistra, altari minori per sacrifici animali di piccola taglia, e un altare maggiore con un cortiletto esterno pavimentato. Coppelle scolpite in quest'area contenevano l'acqua sacra e ospitavano oggetti votivi, suggerendo riti che si svolgevano anche all'esterno del pozzo, in onore dell'acqua piovana.
Il Recinto delle Feste e le Capanne
Il Recinto delle Feste, prototipo nuragico delle Cumbessias, era uno spazio ellittico (73×50 metri) destinato ad accogliere i pellegrini. I due accessi (sud-ovest e sud-est) conducevano a una corte centrale con vani porticati e ambienti circolari. Il porticato, coperto da un tetto a unico spiovente, offriva riparo per pernottamenti e pasti, forse preparati in una cucina comune. Qui si tenevano fiere commerciali che duravano settimane, dove i pellegrini barattavano bestiame e merci. Il secondo portico conteneva celle, probabilmente per l'esposizione degli animali durante le fiere.
Le capanne, interpretate da Taramelli in base alla struttura e ai ritrovamenti, mostrano diversi livelli di frequentazione. In una di esse è stata rinvenuta un'ascia bipenne in bronzo di 27 cm, proveniente dall'isola di Creta, usata per sacrifici alla dea della fertilità, testimonianza dei commerci nuragici nel Mediterraneo.
La Capanna delle Assemblee Federali (Curia)
La Capanna delle Assemblee Federali, o Curia, con 14 metri di diametro esterno e un sedile in calcare lungo tutta la circonferenza interna, poteva ospitare oltre 55 persone. Al suo interno, una vaschetta e un altarino documentano la pratica di riti religiosi durante le riunioni degli oligarchi. Qui si discutevano alleanze e si giuravano patti, suggellati da cerimonie sacre con sacrifici animali e offerte di libagioni o statuine zoomorfe in bronzo. La presenza di un torciere fenicio-cipriota in bronzo e navicelle bronzee suggerisce che le assemblee potessero svolgersi anche di notte, indicando che i nuragici non vivevano isolati.
Attività e Progetti Attuali
La Fondazione Petrass, che dirige il Santuario Nuragico di Santa Vittoria, si occupa anche della valorizzazione del sito di Pranu Muttedu a Goni (SU), Patrimonio UNESCO, e del Nuraghe Arrubiu di Orroli (SU). La Fondazione offre laboratori didattici per bambini e ragazzi, come "Dalla terra può nascere un’opera d’arte" (realizzazione di manufatti ceramici), "Il Mistero della Scoperta" (simulazione di scavi archeologici), "Intrecci e trame: la tessitura nell’antichità" (realizzazione di strisce di stoffa) e "Ricostruisci il monumento" (ricostruzione 3D di monumenti nuragici). Questi laboratori mirano a insegnare divertendo, coinvolgendo i partecipanti in visite guidate, scavi simulati e pulizia e disegno dei reperti.
La Fondazione partecipa anche a eventi di promozione del territorio, come il "Festival della tradizione sarda" a Quartucciu e la manifestazione "Saboris Antigus" a Serri, dedicate alle vecchie tradizioni, ai mestieri e ai piatti tipici del paese.