Analisi dell'Ultima Cena nel Vangelo di Matteo

L'Ultima Cena di Gesù, così come narrata nel Vangelo di Matteo, costituisce un momento cardine nella storia della salvezza e nella tradizione cristiana. Questo evento, carico di significati teologici, antropologici ed esistenziali, getta le basi per la comprensione dell'Eucaristia.

Rappresentazione artistica dell'Ultima Cena di Gesù

Il Contesto Biblico e Storico dell'Ultima Cena

I capitoli del Vangelo di Matteo dedicati alla passione e morte di Gesù iniziano con la celebrazione della Pasqua da parte di Gesù con i suoi discepoli. A partire dal banchetto rituale della Pasqua ebraica, Gesù introduce la sua Pasqua con il suo corpo e il suo sangue, presentandosi come il vero Agnello che salva il popolo di Dio dal peccato e dalla morte. Dopo la cena, Gesù e i suoi discepoli si recano sul monte degli Ulivi, dove avverrà l'arresto.

L'Ultima Cena nel Vangelo di Matteo (Mt 26,20-35)

Il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia nel Vangelo di Matteo inizia con i seguenti eventi:

  • La Profezia del Tradimento (Mt 26,20-25): "Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”.
  • L'Istituzione dell'Eucaristia (Mt 26,26-29): "Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio»." La benedizione di questo versetto non è una consacrazione, ma un ringraziamento per il frutto della terra, parte del rituale della Pasqua ebraica. Gesù vi introduce un elemento nuovo: il suo corpo e sangue, come condivisione della sua sorte.
  • La Partenza e la Predizione del Rinnegamento di Pietro (Mt 26,30-35): "Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge". Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli."

L'Eucaristia: Tre Livelli di Storia

L'espressione "L’ultima Cena ha fatto la storia" evidenzia l'immenso spessore di ciò che chiamiamo Eucaristia. Essa si inserisce in una storia a tre livelli interconnessi:

  • La storia della Chiesa (e della cultura): Da venti secoli, l'Eucaristia è legata a un suggestivo trinomio: "Messa, Cattedrali, Carità". Si manifesta dalle gigantesche "Messe" nella Giornata Mondiale della Gioventù alle "Messe" nelle catacombe romane di ieri e cinesi di oggi.
  • La storia della Bibbia: I gesti di Gesù nell'Ultima Cena sono in stretto legame con eventi, segni e riti presenti nel popolo di Dio. Questo vale per il pane e il vino, il sangue del sacrificio, il banchetto di comunione e l'alleanza.
  • La storia di Gesù: La Cena finale è l'ultima di una serie di banchetti che testimoniano il desiderio di comunione di Gesù con i suoi discepoli, assumendo le caratteristiche di un "testamento". L'Eucaristia è il testamento del Signore.

Indicatori Fondamentali per Comprendere l'Eucaristia

Per una corretta visione dell'Eucaristia, è essenziale considerare alcuni indicatori preziosi:

  • L'Eucaristia o Messa è un evento fondamentale ricordato e celebrato ovunque nelle prime comunità.
  • La molteplicità delle fonti e le differenze al loro interno rivelano la straordinaria ricchezza di significati, indicando che il senso della prima Messa istituita da Gesù non si trova in un solo testo, ma nella totalità di essi, a partire dai racconti dell'Ultima Cena.
  • La pratica dell'Eucaristia ha preceduto la fissazione dei testi, che sono quindi un riflesso statico e frammentato di un'esperienza intensa e vitale nelle comunità. Solo chi pratica l'Eucaristia è in grado di comprendere i testi e dar loro la giusta prospettiva.

In sintesi, per avere una corretta visione dell'Eucaristia, occorre leggere ogni frammento testuale nel contesto complessivo delle testimonianze su di essa, valorizzando il contesto del popolo di Dio prima di Gesù, con Gesù e nella prima comunità. La Cena di Gesù vive nella relazione di Gesù e i suoi discepoli; senza questa comunità, non si darebbe Eucaristia.

La Dimensione Antropologica del Banchetto

L'analisi dell'Ultima Cena, come proposto anche dalle meditazioni di Giulio Michelini, si concentra sulla dimensione teologica, antropologica ed esistenziale del mangiare insieme.

Stare alla Stessa Tavola: Comunione e Fragilità Umana

Il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia in Matteo inizia proprio così: "Si mise a tavola coi dodici" (Mt 26,20). La dimensione sacramentale della cena del Signore non deve far perdere di vista la base umana, semplice ma fondamentale, dell'esperienza del mangiare insieme. L'esperienza del cibo ha condizionato lo sviluppo dell'umanità, contribuendo a rafforzare il comportamento sociale degli individui.

Mangiare insieme i pasti è un elemento che esprime la bellezza dello stare insieme, ma che svela anche la nostra umanità, con le sue fragilità e l'odio. Come ha scritto Jean-Paul Hernandez sj commentando le "Regole per ordinarsi nel mangiare" di Ignazio di Loyola, "dimmi come mangi e ti dirò chi sei. Mangiare è prima di tutto ricevere la vita da fuori di sé, cioè riconoscersi non autosufficienti. In altre parole: riconoscere il proprio limite. Mangiare insieme ad altri è confessare davanti ad altri questa condizione di creatura." Per questa ragione, gli angeli non mangiano, ma la loro nutrizione è solo apparenza, a sottolineare la loro perfezione e autosufficienza.

La fragilità umana è intrinseca al condividere la tavola. Anche nell'ultima cena di Gesù emerge ciò che covava da tempo: il tradimento. L'abuso più scandaloso nella comunità di Corinto avveniva durante la memoria dell'ultima cena di Cristo; e proprio durante questa cena Gesù veniva ferito da un suo discepolo. Se gli abusi contro la comunione hanno ancora luogo tra i discepoli di Gesù, e proprio a riguardo della cena, ciò dimostra come la fragilità e il peccato siano intervenuti anche nell'ultima cena di Gesù.

Il Cibo come Linguaggio e Rivelatore dell'Umanità

Il cibo è una forma di linguaggio preverbale che unisce e permette di comunicare valori anche senza parlare. Preparare il cibo per un'altra persona può essere un atto d'amore. Gesù Risorto stesso, secondo il Vangelo di Giovanni, ha preparato per i suoi discepoli "un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane" (Gv 21,9), cucinando per loro.

Questa comunicazione preverbale è così forte da riguardare anche il rapporto con Dio: ecco perché il cibo, allo stato naturale o preparato, è stato fin dall'inizio offerto alla divinità. La prima forma di preghiera registrata nella Bibbia, quella tramite il sacrificio di Caino e Abele, vede proprio del cibo offerto ad Adonai (cf. Gen 4).

Tuttavia, il cibo e il mangiare mettono in luce anche il peccato dell'uomo, il suo egoismo e la sua fragilità. La simbolica biblica della prima disobbedienza è compiuta a causa del cibo (Gen 3,1), e il primo peccato mortale, l'omicidio di un fratello, avviene per gelosia riguardo all'offerta di cibo (Gen 4,4). Ulteriori divisioni fraterne, come quella tra Giacobbe ed Esaù, hanno luogo per la fame e la svendita di una primogenitura per un piatto di minestra (Gen 25,34). Se parliamo di egoismo in rapporto al cibo, basta rileggere la Laudato si’.

Per insegnare la condivisione, Gesù ha dato il cibo a chi aveva fame, come ricordato da tutti e quattro i vangeli, che hanno narrato più volte il miracolo del pane e dei pesci dati alle folle. Mangiare, in fondo, significa accettare la propria umanità e quindi accettare di non essere perfetti.

Il Confronto tra Gesù e Giovanni Battista sul Cibo

Vi è una grande differenza tra l'atteggiamento di Gesù nei confronti del cibo e quello del suo mentore Giovanni Battista. Molti hanno ipotizzato che i vangeli, ritraendo il Battista come colui che vive nel deserto e si nutre di miele selvatico, volessero rievocare figure profetiche del Primo Testamento, come Elia.

Da una prospettiva storica e teologica, la spiegazione più apprezzabile è che il tipo di vita di Giovanni non fosse solo una forma "penitenziale" o ascetica, ma si spiegasse con le pratiche di purezza di alcune correnti del giudaismo dell'epoca. Giovanni doveva guardarsi da ogni forma di impurità che impediva di accostarsi a Dio. Evitava cibi toccati da altri, perché l'impurità poteva celarsi in ogni contatto umano. Il miele selvatico, non toccato da nessuno, era certamente puro, come pure le cavallette che trovava nel deserto. Il deserto e la solitudine divennero il luogo preferito da Giovanni per vivere il suo rapporto con Dio.

Nel modo di vivere e di mangiare del Battista vi era qualcosa che esprimeva la sua visione del mondo e, conseguentemente, di Dio, visione diversa da quella di Gesù che, al suo confronto, diventava un "mangione e un beone" (cf. Mt 11,19).

L'Istituzione dell'Eucaristia: Gesti e Parole di Gesù

Padre Serafino Tognetti || L’effetto dell’Eucaristia nella vita cristiana quotidiana

La Centralità di Gesù nell'Atto Eucaristico

Nell'Eucaristia, Gesù domina la scena: lui vuole, decide, fa, parla, comanda, coinvolge. L'Eucaristia è un atto arbitrario di Gesù, assolutamente gratuito e imprevisto. Facendo Eucaristia, Gesù stabilisce una relazione esistenziale e vitale con i discepoli. L'azione di Gesù, per quanto unilaterale, crea una situazione nuova e irreversibile con i discepoli:

  • Gesù intende dare loro il pane e il calice come dono e compito permanente, "finché Egli venga".
  • Tale dono si configura come condivisione con loro non di qualcosa di sé, ma di tutto se stesso, della sua vita intera.

I discepoli si trovano ad essere nella categoria degli invitati, degli ospiti, non dei padroni del banchetto. Sono indispensabili, ma gratuiti, all'interno del significato dato dal padrone di casa, Gesù, per cui sostanzialmente tacciono, ossia vedono, ascoltano, ricevono e interrogano. Di proprio portano una situazione di tradimento e sfiducia che, però, non ferma Gesù. Essi sono piuttosto visti come attori nel futuro: sono chiamati a fare memoria permanente del Maestro.

Le Parole sul Pane: "Questo è il Mio Corpo"

Quando Gesù dice: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo", il pronome neutro "questo" (touto) non si riferisce tanto al termine pane (artos), che è maschile, ma a tutto quello che si sta facendo su quella mensa in quella Ultima Cena. Certo, si tratta di pane materiale, ma come pane spezzato (condiviso) che Gesù in persona offre, pane sigillato da una benedizione, pane che giunge ad ogni commensale, uno per uno. Si tratta di un cibo sottratto alla sua condizione profana e banale.

Il verbo "essere" (estin) in "Questo è il mio corpo" non è una pura constatazione materiale (pane = corpo), ma un'affermazione profetica efficace (pane diventa corpo).

Il "Corpo" come Dono Totale

Gesù aveva capito quello che stava per accadere, e l'aveva sottolineato riferendosi alla prossimità di chi l'avrebbe consegnato: non uno "esterno", ma uno che mangiava abitualmente con lui, prendendo in modo amicale il cibo dallo stesso piatto. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Gesù pronuncia le parole che ripetiamo sul pane e sul vino. Se è col cibo e nel mangiare insieme che si mostrano il limite umano e le nostre fragilità, allora è proprio per mezzo del cibo mangiato insieme che Gesù lascia un esempio e il segno della sua futura presenza.

Gesù, nato a Betlemme, nella “casa del pane”, e deposto in una mangiatoia, aveva già dato il pane alle folle di Galilea. Ora gli mancava soltanto di dare il suo corpo come pane, cioè tutto ciò che poteva ancora donare. Mentre nel giudaismo la carne si è fatta parola, per i credenti in Gesù Cristo è la parola che si è fatta carne. Tutto ciò che il Figlio aveva già offerto di sé, ovvero la sua divinità, era stato offerto con l'incarnazione. La sua umanità, la sua carne, doveva ora essere donata, poiché era in questa carne che la Divinità, la Parola, era diventata tale.

La Vera Povertà di Gesù

Un ulteriore elemento rende questa offerta ancor più particolare. Quando Gesù dice ai suoi che possono mangiare il suo corpo come pane, lo fa mentre viene consegnato (paredídeto), cioè con il cuore toccato da quel tradimento, ma accetta, con questo ultimo atto d’amore, di dare tutto quello che gli rimaneva da donare. Questa è la vera povertà che siamo chiamati a vivere anche noi, sull’esempio di Gesù: una povertà non solo materiale, ma anche in rapporto alle relazioni. Gesù è totalmente povero perché, a partire dalla sua passione, non ha nemmeno più nulla da difendere, e ama anche quelli che lo percuoteranno. Non difende se stesso, perché si è consegnato come pane; non difende il suo messaggio, perché Gesù non parla più, e sarà la verità ad avere la propria forza; Gesù non difende nemmeno i discepoli, perché li sta affidando al Padre. Gesù è libero e povero e non ha più niente da difendere per essere ancora più libero.

Le Parole sul Calice: "Questo è il Mio Sangue"

La parola sul calice è di una densità eccezionale, ricapitolando in poche parole il senso e la portata dell’esistenza di Gesù. Nella Bibbia, il calice indica un elemento del banchetto sacro che crea comunione tra i partecipanti (e infatti Gesù passa il suo calice ai suoi); indica anche la sorte dolorosa riservata a qualcuno (v. il calice del Getsemani: Mc 14,36).

Il Sangue dell'Alleanza

Il sangue rappresenta “l’anima della vita”, la vita della vita. "Versare il sangue" indica togliere la vita, caratterizzando la morte violenta. Qui Gesù invita a “bere”, a fare propria intimamente la sua vita dolorosamente spezzata, riconoscendo l’atto violento di chi gli ha tolto la vita, ma soprattutto il gesto di Lui (mio sangue) che ha donato la vita per amore, perdonando per primi i suoi carnefici. "Il mio sangue dell'alleanza" si riferisce a Es 24,8, dove Mosè suggella l'alleanza di Dio con Israele aspergendo il popolo con il sangue di un animale. Basta soltanto farne il nome per intuire entro quale immensa prospettiva si mette Gesù e la realizza nella novità assoluta della sua persona: il patto che Dio ha voluto fin dalle origini con il suo popolo (Es 24), che i profeti hanno annunciato come nuovo patto di amore fedele (Ger 31), finalmente si compie nel "sangue versato" di Gesù. Esso infatti esprime sia l’amore infinito di Dio per il suo popolo sia il perdono del popolo riconciliato con Dio, per cui Dio e popolo sono indissolubilmente uniti.

Remissione dei Peccati

"Versato per molti in remissione dei peccati" allude a Is 53,12 che descrive gli effetti delle sofferenze del Servo di JHWH. Il perdono dei peccati è un elemento introdotto da Matteo, tratto dal quarto canto del Servo di JHWH (Is 52,13 - 53,12), e segna il culmine della particolare enfasi che Matteo dà al potere di Gesù di rimettere i peccati. Si spiega così il significato del nome di Gesù di cui Matteo aveva parlato in 1,21 (tu lo chiamerai Gesù, egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati). Tale liberazione avverrà attraverso la passione del giusto, il dono della vita stessa da parte del Messia. I molti per cui questo sangue è versato sono prima di tutto il popolo di Israele, ma poi anche tutti gli altri popoli. L'alleanza suppone il perdono dei peccati, e ora avviene.

L'Anamnesi Eucaristica: Memoria e Attualizzazione

L'Eucaristia è chiamata "anamnesi eucaristica". Gesù vuole che si trasferisca su di Lui ciò che l'israelita faceva nel momento delle festività pasquali (Es 12,14), affinché possa accadere oggi e domani quanto avvenuto nel Cenacolo ieri. Non è solo ricordo del passato, ma rinnovamento di esso: "Fate questo affinché io sia sempre presente agli uomini". Gesù chiede che si faccia memoria non direttamente del sacrificio della croce, ma della Cena che attualizza tale sacrificio cruento e lo pone a disposizione di tutto il mondo e per tutti i secoli tramite i segni sacramentali del pane e del vino.

Vi è implicato un atto rituale o di culto, come la Pasqua ebraica, per cui l’Eucaristia diventa azione liturgica, celebrazione pasquale, come del resto ha inteso Gesù. La densità del testo è altissima.

Schema che illustra l'anamnesi eucaristica e il suo significato

Profondità Teologica e Implicazioni Esistenziali

L'Eucaristia come Sacrificio di Comunione

L’Eucaristia è un'esperienza religiosa totale, nel senso che rappresenta simbolicamente la totalità della vita di Gesù. La Cena, agli occhi di Gesù, è chiaramente collegata al martirio del giorno successivo, il venerdì santo. Il pane spezzato e il vino versato non significano soltanto una cena di festa, ma la festa di una Cena che scaturisce drammaticamente da un sacrificio, doppiamente positivo e dunque degno di menzione, di memoria: perché è un sacrificio di amore (nell'Eucaristia commemoriamo un martire, non un assassino) e di conseguenza tale sacrificio apre la porta alla risurrezione. Nella tipologia dei sacrifici, quello della Cena è sacrificio di comunione per cui si compie l'alleanza.

Il gesto di Gesù, con le relative parole, si colloca entro il quadro di un banchetto religioso, nella consapevolezza di avere per commensale Dio e di costituire gli uomini com-mensali tra di loro. Gli studiosi si richiamano al banchetto giudaico della "todah", o di lode e ringraziamento, in cui la coscienza, resa lucida dalla narrazione dell'evento di grazia, esprime a Dio sentimenti di profonda gratitudine, appunto "eucaristia".

Universalità del Dono Eucaristico

Non va tralasciata l’intenzionale destinazione della Cena e del suo dono in termini di universalità: verso i discepoli, ma anche verso i “molti”, la moltitudine, ogni uomo. Questa apertura e vocazione missionaria che è l'Eucaristia è fondamentale, da cui ogni missione nella Chiesa scaturisce.

L'Eucaristia: Comunione Ecclesiale e Fraternità

L'apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, afferma: "Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane" (1 Cor 10, 16-17). Ne deriva una qualità fondamentale della Cena: essa provoca non solo una comunità, ma una comunione (koinonia) di persone attorno a Cristo (Chiesa) e dunque una reciproca, radicale fraternità.

Il Culto Eucaristico tra Passato, Presente e Futuro

Come sintesi, "il presente del culto si colloca tra il passato della Croce e il futuro della Venuta. Mediante il cibo che assumono alla sua tavola, i credenti rimangono in comunione con Colui che vive nei secoli: misteriosamente la loro esistenza comunitaria non può più, fin da questo momento, essere separata dal suo Dio. Nell’attesa che tale unione con Lui sia pienamente manifestata nell’Ultimo Giorno, soltanto la fraternità vissuta ne garantisce la realtà già al presente."

Per questo, pane e vino non sono mai isolati dalla totalità dell’atto con cui Gesù pensa, vuole e vive la sua esistenza e tramite cui forma la sua comunità. Ogni celebrazione eucaristica dovrebbe aprire in qualche modo al contesto in cui Gesù colloca la sua Cena, dunque alla sua esistenza storica, al pane che ha moltiplicato, al “sangue versato” in anticipo da parte delle tante e dure opposizioni subite, cui egli rispondeva con coraggio e senza portare odio.

L'Ultima Cena è legata indissolubilmente al sacrificio della Croce, di cui intende essere il segno o sacramento per eccellenza. Non si tratta di una "sacra merenda" tra amici, ma di un dramma sconvolgente dove la malvagità ha tolto la vita a Gesù e Gesù l’ha donata per non diventare cooperatore di malvagità. Per evidenza intrinseca l’Eucaristia, in quanto memoriale efficace della Cena ultima del Signore, è sintesi pregnante della sua vita e morte. Perciò si propone carica di esistenzialità e in termini decisivi. Chi vi partecipa trova la salvezza, chi la rifiuta o la banalizza, rovina una cosa di Dio, una realtà sacra, commette sacrilegio.

L’Eucaristia è come una finestra che si apre sul mondo dei nostri bisogni per diventare risposta ad essi. Si presenta come pane e vino, insomma come qualcosa di così essenziale ed elementare, di cui non si può fare a meno, in assoluto. Questo simbolismo si amplifica nella figura di un banchetto sacro, dove si realizza la duplice comunione con l'Alto e con gli altri. Bisognerà riconoscere l'incidenza esistenziale di ciò: di quale pane abbiamo bisogno, come la vita di Gesù possa essere cibo, nutrimento, e come da qui scaturisca una radicale fraternità.

L'Eucaristia come Contestazione e Impegno

Per sua natura, l'Eucaristia è contestatrice. Per i primi cristiani, essa non era un semplice elemento nella vita cultuale organizzata, ma si svolgeva in un tempo in cui la Chiesa si trovava in una situazione di debolezza e persecuzione. La celebrazione nelle catacombe, separate dal mondo esterno, rappresentava un "porto di pace" che invitava a non fuggire dal mondo, ma a ritornarvi per affrontare le sue sofferenze.

Le Responsabilità del Discepolo

Dagli imperativi che circondano l'Eucaristia di Gesù ("prendete, mangiate, bevete, fate questo in memoria di me"), si avverte come il dono chieda responsabilità. La prima di tali responsabilità è di accogliere il dono. Il quarto vangelo riporta l’obbligo tassativo di farne l’esperienza: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita".

Accogliere il Dono e la Vita di Gesù

Fare "in memoria" di Gesù significa realizzare delle Messe che veramente esprimano la sua "memoria", ossia ciò che egli ha veramente inteso dire e fare.

La Comunione con il Prossimo e la Condivisione

La seconda responsabilità riguarda la relazione con quanti condividono lo stesso pane. Ne sgorga una comunione profonda di cui Gesù stesso è garante, curatore e giudice. Comunione con Lui e comunione di carità verso il prossimo sono strettamente unite, come causa ed effetto.

Secondo la testimonianza degli Atti, alla "frazione del pane" si accompagna una condivisione del pane (cf. At 2,42-45; 4,32), per cui parlare di Eucaristia significa parlare immediatamente di condivisione, eliminando il "mio" e il "tuo" per creare una perfetta comunità. Dobbiamo essere "mangiati" dagli uomini di tutta la terra se vogliamo essere coerenti con il nostro pane eucaristico.

Condividere un pasto non significa soltanto mangiare uno stesso cibo, attingendovi la stessa vita; significa avere l'occasione di dirsi i propri pensieri e di entrare in comunione profonda di sentimenti. Vi è un saluto che accoglie, si fa sentire la parola del padrone di casa, vi sono gesti di mutuo scambio e dono. Questo si dovrebbe notare nella Messa cui partecipiamo, manifestando autenticità evangelica e fraternità.

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