Il Simbolismo del Gomito e delle Gestualità Corporee nella Bibbia

Le Scritture abbondano di riferimenti a posizioni del corpo e gesti, e la descrizione che ne fa la Bibbia basta a dimostrare che erano molto simili a quelli tuttora in uso nel Medio Oriente. Gli orientali sono molto più espansivi e meno inibiti nell’esprimere i propri sentimenti di molti popoli occidentali. Queste gestualità rivestono spesso significati profondi, sia nel contesto della fede che nelle relazioni umane.

Il Significato del Gomito nella Tradizione Ortodossa Orientale

Nel contesto cristiano, in particolare nell'Ortodossia Orientale, il gomito (o "gomiti"), insieme a spalle e mani, simboleggia il potere di fare e compiere azioni. Questa interpretazione enfatizza la capacità operativa dell'individuo. Nel Cristianesimo primitivo, il Gomito è discusso in relazione alla postura del corpo umano e come parte del corpo dove gli arti si piegano, ma con una minore libertà di movimento rispetto alle mani. I gomiti, pur essendo punti di flessione degli arti, non necessitano della stessa libertà di movimento delle mani e non sono destinati a muoversi in ogni direzione, suggerendo una funzione specifica ma limitata all'interno del più ampio spettro di movimenti del corpo umano.

Rappresentazione iconografica di un santo ortodosso con enfasi sulle mani e braccia

La Rilevanza delle Gestualità nel Contesto Biblico

Le azioni fisiche e le posizioni del corpo descritte nelle Scritture non sono meri dettagli, ma veicoli di significato spirituale, sociale e emotivo.

Gesti di Supplica, Preghiera e Fede

La fede e la preghiera sono spesso espresse attraverso specifiche posture e movimenti, che indicano sottomissione, fiducia o richiesta divina.

  • Mosè, Aronne e Cur con le braccia protese: Durante la battaglia contro gli Amaleciti, Mosè si affida al Signore. Quando le sue braccia sono protese in alto, il suo esercito ha la vittoria sul nemico. Non soltanto Mosè, ma anche Aronne e Cur mostrano consapevolezza di non dovere il successo bellico del loro esercito alle sole competenze militari, ma che è indispensabile la forza che procede dall'Alto. Essi dimostrano di avere coscienza che la vittoria si consegue non senza l'aiuto di Dio e pertanto nei suoi confronti esprimono una fede intensa e motivata. Sollevare le braccia e dirigerle verso l'alto equivale a riporre la fiducia in qualcosa che ci trascende o che ci sovrasta, dichiarare un riconoscimento di dipendenza da Qualcuno che sta più in alto di noi e determinare ogni nostra azione sulla base della vicinanza e della protezione che egli nutre nei nostri confronti.
  • In Piedi: Presso gli ebrei e molti altri popoli menzionati nella Bibbia non c’era una posizione stabilita per la preghiera; tutti gli atteggiamenti assunti erano molto rispettosi. Quella di stare in piedi era una posizione comune nel pregare ed è menzionata anche da Gesù (Mar. 11:25). Immediatamente dopo il battesimo, Gesù evidentemente pregava stando in piedi quando il cielo si aprì e lo spirito santo, in forma corporea simile a una colomba, scese su di lui, mentre la voce stessa di Dio parlava dai cieli.
  • In Ginocchio: Gli atteggiamenti e le posizioni degli orientali nell’esprimere rispetto l’uno per l’altro e specialmente nel rivolgersi ai superiori erano molto simili agli atteggiamenti assunti nella preghiera. Troviamo esempi di alcuni inginocchiati per supplicare altri. Questo non era fatto per adorare il superiore, ma per riconoscerne la posizione o l’incarico, con profondo rispetto (Matt. 17:14; Mar.).
  • Con le Braccia Protese: Sia stando in piedi che in ginocchio, le palme delle mani erano a volte protese verso i cieli oppure le mani erano alzate o protese in avanti come per supplicare (I Re 8:22; II Cron. 6:13; Nee. 8:6). A volte si sollevava il viso (Giob. 22:26), o si alzavano gli occhi al cielo (Matt. 14:19; Mar. 7:34; Giov.).
  • Seduti: Un’altra posizione comune nella preghiera era quella del supplicante che evidentemente s’inginocchiava e poi si sedeva sui talloni (I Cron. 17:16). In questa posizione poteva chinare la testa sul petto. Oppure, come fece Elia, poteva rannicchiarsi per terra e mettere il viso fra le ginocchia.
  • Inchinati: Gli ebrei, ovunque si trovassero, adoravano voltando la faccia verso Gerusalemme e il suo tempio (I Re 8:42, 44; Dan. 6:10). Più spesso erano soliti inchinarsi nel salutare altri o nel rivolgersi loro per questioni di affari o per manifestare grande rispetto. Giacobbe s’inchinò sette volte quando incontrò Esaù (Gen. 33:3). Salomone, benché fosse re, mostrò rispetto a sua madre inchinandosi a lei. Inchinandosi si poteva anche indicare di riconoscere la propria sconfitta (Isa. 60:14). Benché fosse una cosa comune per gli ebrei inchinarsi dinanzi alle autorità in segno di rispetto, Mardocheo rifiutò di inchinarsi davanti ad Aman, probabilmente perché Aman era amalechita, e Geova aveva dichiarato guerra agli amalechiti (Eso. 17:14-16). L’atto di inchinarsi o prostrarsi sarebbe stato un segno di pace verso Aman, quindi Mardocheo rifiutò di compierlo perché avrebbe violato il comando di Dio (Est.).
  • Prostrati: Giosuè si prostrò davanti a un angelo, “come principe dell’esercito di Geova”, non per adorarlo, ma riconoscendone l’incarico superiore e il fatto che ovviamente gli portava un messaggio di Geova (Gios.). Quando Gesù era sulla terra, alcuni si prostrarono dinanzi a lui per supplicarlo e rendergli omaggio ed egli non li rimproverò. Questo perché era stato nominato Re, era il Re designato, come egli stesso disse: “La regale maestà di Dio si è avvicinata” (ED) o “Il regno di Dio si è avvicinato” (NM, Mar. 1:15). Gesù era l’erede al trono di Davide ed era dunque giusto onorarlo come re (Matt. 21:9; Giov.). Gli apostoli di Gesù Cristo non permisero ad altri di prostrarsi davanti a loro. Questo per la ragione che, nei casi descritti, si prostravano in atteggiamento di adorazione, come se il potere dello spirito santo presente negli apostoli, che aveva compiuto la guarigione e altre opere potenti, fosse loro proprio. Gli apostoli si rendevano conto che tale potere veniva da Dio e il merito di tali azioni andava a lui, e che ogni adorazione doveva essere resa a Geova per mezzo di Gesù Cristo, di cui essi erano semplici rappresentanti. A proposito del rispetto tributato a Gesù, il termine spesso usato è proskynèo, termine che ha il significato fondamentale di rendere omaggio, ma è variamente tradotto “adorare, inchinarsi fino a terra, prostrarsi”. Gesù non accettava l’adorazione, che apparteneva solo a Dio (Matt. 4:10), ma riconosceva nell’atto di chi gli rendeva omaggio un riconoscimento dell’autorità conferitagli da Dio. L’angelo che Gesù Cristo mandò a portare la rivelazione a Giovanni, quando rifiutò da lui l’adorazione, espresse il principio che l’adorazione dell’uomo spetta solo a Dio (Riv.).
  • In Piedi Davanti a un Superiore: Lo stare in piedi davanti a un’autorità denotava favore e riconoscimento ufficiale, dato che per entrare alla presenza di un re ci voleva un permesso (Prov. 22:29; Luca 1:19; 21:36). In Rivelazione capitolo sette è descritta una grande folla in piedi davanti al trono, a indicare che ha una posizione di favore davanti a Dio (Riv.).
  • Alzare la Testa di un Altro: Questa espressione era usata a volte in senso simbolico per indicare che veniva elevato o riportato a una posizione di favore (Gen. 40:13, 21; Ger.).
Illustrazione biblica di persone in preghiera o adorazione in varie posizioni (in piedi, inginocchiate, prostrate)

Gesti di Rispetto e Servizio

Il rispetto e l'umiltà erano spesso comunicati attraverso azioni simboliche.

  • Coprirsi il Capo: Era un segno di rispetto da parte delle donne. Questa usanza era seguita nella congregazione cristiana. Parlando del principio dell’autorità cristiana l’apostolo Paolo disse: “Ogni donna che prega o profetizza con la testa scoperta fa vergogna a colui che è il suo capo . . . Per questo la donna deve avere un segno di autorità sulla testa a motivo degli angeli” (I Cor.).
  • Togliersi i Sandali: Era un gesto di rispetto o riverenza. A Mosè fu ordinato di toglierseli davanti al rovo ardente e a Giosuè in presenza di un angelo (Eso. 3:5; Gios. 5:15). Poiché il tabernacolo e il tempio erano luoghi santi, si dice che i sacerdoti fossero scalzi quando svolgevano i loro compiti nel santuario. Similmente allentargli i lacci dei sandali o portargli i sandali era considerato un lavoro servile e un’espressione di umiltà e consapevolezza della propria scarsa importanza di fronte al padrone. In Oriente c’è ancora l’usanza che, quando uno entra in casa, gli vengono tolti i sandali, a volte da un servitore (Matt. 3:11; Giov.).
  • Versare Acqua sulle Mani: Eliseo fu identificato come ministro o servitore di Elia dall’espressione “versava acqua sulle mani di Elia”. Questo era un servizio reso particolarmente dopo i pasti. In Oriente si usavano le dita invece di forchetta e coltello, e il servitore dopo versava acqua sulle mani del suo padrone per lavarle (II Re 3:11). Un’usanza simile era quella di lavare i piedi, compiuta come atto di ospitalità, anche di rispetto e, in certi rapporti, di umiltà (Giov. 13:5; Gen. 24:32; 43:24; I Tim.).
  • Stretta di Mano: Era un gesto usato per esprimere accordo, ratifica o conferma di un contratto o affare (Esd. 10:19). Le Scritture avvertono di non farlo a garanzia di un prestito per un altro (Prov. 6:1-3; 17:18; 22:26). La compartecipazione era pure indicata con una stretta di mano (II Re 10:15; Gal.).

Gesti di Investitura, Autorità e Giuramento

Certi gesti indicavano la trasmissione di autorità, la benedizione o la ratifica di un giuramento.

  • Mettere le Mani sul Capo e Alzare le Mani: Poiché il termine ebraico baràkh si riferisce sia al piegare le ginocchia che all’inginocchiarsi e al benedire, è probabile che la persona che riceveva una benedizione s’inginocchiasse e s’inchinasse davanti a chi impartiva la benedizione. Quindi chi benediceva poneva le mani sul capo di chi era benedetto (Gen. 48:13, 14; Mar. 10:16). Nell’impartire una benedizione a un gruppo di persone, era comune alzare le mani verso di loro mentre si pronunciava la benedizione (Lev.).
  • Alzare la Mano e Mettere la Mano sotto la Coscia: Nel fare un giuramento c’era l’usanza di alzare la mano destra. Dio dice che lui stesso fa questo, simbolicamente (Deut. 32:40; Isa. 62:8). Nella visione di Daniele l’angelo alzò al cielo sia la destra che la sinistra per pronunciare un giuramento (Dan. 12:7). Un altro modo di confermare un giuramento era quello di porre la propria mano sotto la coscia (il fianco) dell’altro, come fece il servitore di Abraamo nel giurare che avrebbe trovato moglie a Isacco fra i parenti di Abraamo (Gen. 24:2, 9), e come fece Giuseppe nel giurare a Giacobbe che non l’avrebbe seppellito in Egitto (Gen.). L’esatto significato di questo modo di giurare è un po’ oscuro. Il termine “coscia” corrisponde all’ebraico yarèkh, che quando ricorre nelle Scritture Ebraiche è più spesso tradotto “coscia”, a volte “lato”, come in Esodo 40:22, 24, e più raramente “lombi”, in questi casi di solito in senso eufemistico. Una forma dello stesso termine ebraico è usata anche nel descrivere l’episodio in cui l’angelo “toccò la cavità della giuntura della coscia di Giacobbe presso il tendine del nervo della coscia” azzoppandolo (Gen.). Possiamo essere certi che non c’era nessuna implicazione fallica nelle azioni di Abraamo e Giacobbe, come alcuni sostengono, perché i fedeli ebrei aborrivano tutte le pratiche falliche. Secondo il rabbino ebreo Rashbam, questo metodo era seguito quando un superiore faceva giurare un inferiore, come un padrone il suo servitore o un padre il figlio, che pure gli deve ubbidienza. E secondo un altro erudito ebreo, Abraham Ibn Ezra, era usanza dell’epoca che un servitore facesse un giuramento in tal modo, mettendo la mano sotto la coscia del padrone, per cui quest’ultimo sedeva sulla sua mano.
  • Unzione: Certi gesti servivano a indicare l’autorità o la nomina a un incarico. All’inaugurazione del sacerdozio, Aaronne fu unto col santo olio d’unzione (Lev. 8:12). I re venivano unti (I Sam. 16:13; I Re 1:39). Ciro re di Persia non fu letteralmente unto da un rappresentante di Dio ma fu chiamato in modo illustrativo l’unto di Geova perché era stato nominato per conquistare Babilonia e liberare il popolo di Dio (Isa. 45:1). Eliseo fu ‘unto’ essendo nominato, ma non fu mai letteralmente unto con olio (I Re 19:16, 19). Gesù fu unto dal Padre suo Geova non con olio, ma con spirito santo (Isa. 61:1; Luca 4:18, 21). Per mezzo suo sono unti i suoi fratelli generati dallo spirito che costituiscono la congregazione cristiana (II Cor. 1:21; Atti 2:33). Questa unzione costituisce la nomina, l’incarico e la qualifica quali ministri di Dio (I Giov. 2:20; II Cor.).
  • Imposizione delle Mani: Era un metodo per indicare la nomina di qualcuno per un certo dovere o incarico, come nel caso dei sette uomini incaricati dagli apostoli di occuparsi della distribuzione del cibo nella congregazione di Gerusalemme (Atti 6:6). Timoteo fu nominato a una posizione di sorveglianza dal corpo degli anziani della congregazione (I Tim. 4:14). Egli a sua volta fu delegato dall’apostolo Paolo per fare nomine di altri, cosa che doveva fare solo dopo attenta riflessione (I Tim.). L’imposizione delle mani aveva anche altri significati, fra cui il riconoscimento di qualche cosa, come in Esodo 29:10, 15, quando Aaronne e i suoi figli dovevano riconoscere che i sacrifici erano offerti a loro favore. L’imposizione delle mani serviva anche a designare certuni che avrebbero ricevuto benefici o poteri, come nelle guarigioni di Gesù (Luca 4:40) e alla discesa dello spirito santo su coloro sui quali Paolo imponeva le mani (Atti 19:6). Ciò non significa che lo spirito passasse attraverso le mani di Paolo, ma che, quale rappresentante di Cristo, egli era autorizzato a indicare, in base a certi requisiti, chi avrebbe ricevuto i doni dello spirito (Vedi anche Atti 8:14-19). Che non fosse necessario imporre le mani per trasmettere i doni dello spirito fu dimostrato nel caso di Cornelio e della sua famiglia dal fatto che l’apostolo Pietro era semplicemente presente quando ricevettero lo spirito santo e il dono delle lingue.
  • Riempire le Mani: Il riempire le mani dei sacerdoti del potere dell’incarico sacerdotale fu rappresentato da Mosè.

ASTERISCHI CARISMATICI: "L'IMPOSIZIONE DELLE MANI" - Don Patrizio Di Pinto

Gesti di Dolore, Lutto e Umiliazione

Il corpo esprimeva vividamente il dolore, il lutto e l'umiliazione in modi culturalmente specifici.

  • Gettarsi Polvere sul Capo, Strapparsi gli Abiti e Vestirsi di Sacco: Il dolore era di solito accompagnato da pianto (Gen. 50:1-3; Giov. 11:35) e sovente era espresso chinando tristemente il capo (Isa. 58:5), gettandosi polvere sul capo (Gios. 7:6), o sedendo per terra (Giob. 2:13; Isa. 3:26). Per esprimere dolore spesso ci si strappava gli abiti (I Sam. 4:12; Giob. 2:12) e a volte ci si metteva cenere sul capo (II Sam. 13:19). Quando per comando del re Assuero gli ebrei furono condannati allo sterminio per mano dei loro nemici, “sacco e cenere stessi si stesero per molti come un giaciglio” (Est. 4:3). Geova avvertì Gerusalemme di cingersi di sacco e rotolarsi nella cenere per i guai che si sarebbero abbattuti su di lei (Ger. 6:26). Michea disse agli abitanti della città filistea di Afra di rotolarsi “nella medesima polvere” (Mic.).
  • Tagliarsi o Strapparsi i Capelli e Battersi il Petto: Tagliarsi i capelli (Giob. 1:20), strapparsi i peli della barba (Esd. 9:3), coprirsi il capo (II Sam. 15:30; Est. 6:12), coprirsi i baffi (Ezec. 24:17; Mic. 3:7) e mettersi le mani sul capo erano tutti gesti che denotavano dolore e vergogna tali da esserne sconvolti (II Sam. 13:19; Ger. 2:37). Alcuni ritengono che quest’ultimo gesto significasse che la pesante mano dell’afflizione gravava su chi faceva cordoglio. Isaia andò in giro nudo e scalzo come segno di ciò che sarebbe accaduto all’Egitto e all’Etiopia (Isa. 20:2-4). Per un sentimento di insolito dolore o contrizione uno poteva battersi il petto dal dolore (Matt. 11:17; Luca 23:27), o percuotersi la coscia a motivo di dispiacere, vergogna e umiliazione o cordoglio (Ger. 31:19; Ezec.).
Illustrazione di figure bibliche in atteggiamento di lutto o dolore (con sacco, cenere o abiti strappati)

Gesti di Disprezzo, Ira e Scherno

L'ira e il disprezzo venivano manifestati con gesti offensivi.

  • Scuotere il Capo e Prendere a Schiaffi: Accompagnati generalmente da parole, vari gesti denotavano ira, animosità, derisione, rimprovero, ecc., verso altri. Fra questi c’erano smorfie con la bocca e gesti col capo (II Re 19:21; Sal. 22:7; 44:14; 109:25), prendere a schiaffi (Giob. 16:10; Matt. 5:39; Giov. 18:22) e strappare i peli della barba a qualcuno (Isa. 50:6). Gesù subì la peggiore offesa davanti all’alta corte ebraica quando lo schiaffeggiarono, gli sputarono in faccia, e dopo avergli coperto il viso lo colpirono con i pugni schernendolo con le parole: “Profetizzaci, Cristo. Chi ti ha colpito?” (Matt. 26:67, 68; Mar. 14:65). In seguito ricevette un trattamento simile da parte dei soldati (Matt. 27:30; Mar. 15:19; Giov.).
  • Gettare Polvere: Era un’altra manifestazione di disprezzo. Simei fece proprio questo contro Davide, oltre a maledirlo e a gettargli pietre (II Sam. 16:13). Come prova del loro furore quelli che ascoltavano la difesa di Paolo a Gerusalemme alzarono la voce, gridando, agitando i mantelli e lanciando polvere in aria.
  • Battere le Mani: Potrebbe semplicemente essere un gesto per richiamare l’attenzione, come in Giosuè 15:18. Più spesso era un’espressione d’ira (Num. 24:10), di disprezzo o scherno (Giob. 27:23; Lam. 2:15), di dolore (Ezec. 6:11) o di animosità; un gesto per rallegrarsi del male accaduto a un rivale, a un odiato nemico od oppressore, a volte accompagnato dal pestare i piedi (Ezec.).

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