Il Santuario dei Palici: Mito, Storia e Fenomeni Naturali in Sicilia

Introduzione: Un Luogo tra Mito e Scienza

C’è un luogo in Sicilia, esattamente nella zona calatina della provincia di Catania, dove i termini lacus, stagnum, Palicorum, Lago dei Palici, Palikè, Naphtia e Mofeta ricordano insieme la mitologia e la storia, l’archeologia e la geologia. In questo luogo, in passato, c’erano dei laghetti, all’interno dei quali si osservavano strani fenomeni che destavano tanta meraviglia negli indigeni abitanti del territorio. Anticamente, questi laghi erano in realtà crateri ribollenti di acqua sulfurea, dai quali si innalzavano vapori e getti d’acqua. Sulle rive di questa formazione lacustre fu edificato uno dei più importanti edifici di culto di epoca sicula: il Santuario dei Palici.

Il lago, definito con il nome di Naftia a partire dall’età medievale, era noto per le sue potenti esalazioni di gas che giungevano dal centro della Terra, le quali causavano la morte di diverse specie animali. Il continuo ribollire ed agitarsi delle acque diede vita a leggende che narravano della nascita dei Palici. Lo studioso Francesco Ferrara, nel 1805, descrisse l’acqua dei laghi come “sempre fredda” e con un forte odore di bitume.

Anche Ovidio, nelle “Metamorfosi”, menziona questo luogo lasciando dire a Plutone, il rapitore di Proserpina: “Si muore attraverso i profondi laghi e gli stagni dei Palici che esalano odor di zolfo e ribollono nella terra spaccata”.

Le Origini del Mito dei Palici

L’origine del mito dei Palici non è certa. Il continuo ribollire ed agitarsi delle acque dei laghi diede vita alla leggenda che narrava della nascita di queste divinità. Secondo una leggenda, i Palici sarebbero stati due fratelli, figli del dio siculo Adranos e della ninfa Etna. Altri affermano che si trattasse di due fratelli figli di Zeus e della ninfa Talia, mentre altri ancora parlano di Efesto. Questi dei sotterranei, venerati dai Siculi, erano considerati i protettori della terra e dell’oltretomba, giudici morali e difensori dagli oppressori. I Palici erano la personificazione dei getti d’acqua e dei fenomeni vulcanici, una rappresentazione della potenza e del mistero della terra.

illustrazione dei Palici come divinità legate a fenomeni vulcanici o getti d'acqua

Il Culto Indigeno e la sua Evoluzione

Il culto dei Palici, da studi effettuati sui crateri ritrovati, è nato prima ancora che giungessero Fenici e Greci sulle coste dell’Isola. Esso è indigeno, cioè proprio della Sicilia, come del resto riconobbero alcuni scrittori antichi. I più scaltri di quei tempi diedero a credere che in quel luogo vivessero delle divinità e che vi fosse attivo un Oracolo. Ma era pura invenzione, di cui la dominazione greca si servì per imporre le proprie credenze. Così il luogo divenne un emporio di tutte le ricchezze dell’Isola e ricettacolo di tutte le divinità, tanto che fu riconosciuto come un nuovo Olimpo, stimato al pari dei santuari di Dodona, Pella e Delfo.

Il fenomeno dell’acqua “ribollente” di questo lago è dovuto a una manifestazione naturale: la presenza di anidride carbonica nel sottosuolo. Nell'antichità, come spesso accadeva per spiegare fenomeni naturali, esso venne interpretato come la manifestazione di una presenza divina che voleva risalire in superficie dal sottosuolo. La mofeta (termine che prima era riferito a fessure nel suolo dalle quali fuoriescono getti gassosi, ma poi si allargò per definire anche i fenomeni fisici derivati) non s’innalza mai nella misura di un uomo posto in piedi.

Rituali, Giuramenti e il Ruolo del Santuario

Il santuario era molto più di un semplice luogo di culto: era un centro di potere, dove si svolgevano giuramenti solenni e ordalie, riti per determinare la verità e risolvere dispute. La cerimonia del giuramento si svolgeva attorno alle cavità da cui fuoriuscivano getti gassosi, credendo di stabilire un contatto con la divinità, a condizione che il chiamato in giudizio rispettasse un rituale. Il giurante si avvicinava alle cavità e pronunciava la formula di rito.

Lo spergiuro si puniva con la morte o la cecità; nel caso dei giuramenti, il malcapitato era vittima dei sacerdoti che dominavano la scena facendo eseguire a loro piacimento la sentenza in base al loro volere. I contendenti si avvicinavano ai crateri, pronunciavano i giuramenti e gettavano tavolette nell’acqua sulfurea. Al condannato si richiedeva la trascrizione, su tavolette in pietra, del proprio misfatto. Se la persona si ritrovava ad essere innocente, la tavoletta, gettata nei laghetti, galleggiava; se invece la persona si era macchiata di spergiuro, affondava.

Vi si ritrovarono graffiti e piatti con raffigurazioni di eroi che sacrificavano alcuni animali per porre fine a carestie e siccità. Antigono scriveva che durante la trentaseiesima Olimpiade (632 a.C.), quando ad Atene governava Epeneto, in Sicilia fu eretto un edificio in cui chiunque entrasse, se di buona salute, sarebbe morto se solo avesse provato a chinare il capo verso il basso; ma se si fosse tenuto dritto, avrebbe potuto camminare senza che gli venisse torto un capello. Altri studiosi presumono che i culti dei Palici fossero legati ad una sorta di atto purificatorio; i colpevoli dovevano presentarsi con indosso solo una sorta di tunica, una corona di foglie verdi in testa e in mano un rametto colto dal vicino bosco sacro, e così sistemati, presentarsi al cospetto del sacerdote, che li conduceva dinnanzi ai crateri con le braccia lunghe verso la riva e la testa chinata in avanti. Dei sacrifici collegati al culto dei Palici parlò anche Virgilio nell’”Eneide”.

ricostruzione artistica dei rituali di giuramento presso la mofeta dei Palici

Il Santuario come Luogo di Asilo e la Figura di Ducezio

Il santuario era anche un luogo di rifugio per gli schiavi maltrattati. Questi ultimi non potevano essere portati via con la forza dai loro padroni, se non dopo aver garantito con un giuramento ai Palici di trattarli umanamente. Questo aspetto rivela una profonda valenza politico-sociale del culto dei Palici, in particolare nel contesto dell’antica Sicilia, dove le tensioni tra Greci e Siculi erano molto forti. Diodoro Siculo ci racconta che, durante l’Impero Romano, per un arco di tempo di circa tre secoli dal II secolo a.C. sino all’età Augustea, presso il santuario trovavano rifugio gli schiavi che fuggivano dai loro padroni e che non potevano essere recuperati se non giuravano solennemente di trattarli con umanità. Il tempio si utilizzò anche durante la Seconda Guerra Servile di Roma, quando Licinio Nerva ne aveva liberati molti in Sicilia. Ma quando uscirono da Siracusa per fare ritorno presso i propri padroni, i servi si recarono chiedendo asilo al tempio dei Palici, da dove i padroni non li ripresero più. Al tempio i servi, difesi dalla forza divina, iniziarono a unirsi e intraprendere guerre sanguinose nei territori vicini. Secondo gli studi di Emanuele Ciaceri, la struttura divenne anche noto luogo di pellegrinaggio per via di un’antica leggenda risalente all’epoca dei Siculi.

In questo contesto, la figura di spicco di questa zona sicula fu Ducezio, del quale si sconosce il vero nome. Era conosciuto come Ducezio, che deriverebbe da “douk”, che significa leader, capo. Nato forse nella città di Menai, l’odierna Mineo, o in quella di Neai, l’odierna Noto. Uomo dotato di grande carisma, Ducezio fece leva, oltre che sul patriottismo, anche sullo spirito religioso dei Siculi. Riuscì a conquistare l’animo dei Siculi, che da alcuni secoli erano oppressi dalla dominazione greca. Sfruttò la situazione per cercare di riaffermare la supremazia degli indigeni nativi su quella degli stranieri occupanti.

Ducezio fece base al sacro sito dei Palici, che divenne il santuario federale, nel quale si redigevano, deponevano e conservavano gli atti. La città di Palikè fu fondata da Ducezio nel 453 a.C. in questo luogo sacro, che egli comprese essere un importante centro di culto e di potere. La città divenne il centro della sua lega di città sicule, simbolo della loro resistenza contro l’espansione greca. Il suo regno, noto come Syntèleia, raggruppava tutte le città sicule eccetto Ibla.

La carriera militare di Ducezio iniziò quando, alleato dei Siracusani, sconfisse le forze dell’ex tiranno Trasibulo e i mercenari del catanese Dinomene. La sua prima impresa da generale fu quella di conquistare Aitna (presso l’attuale Paternò). Nel 460 a.C. venne eletto re del suo popolo, iniziando così un periodo di guerre per conquistare tutti i territori siculi oppressi dagli invasori greci. Incappò in due sonore sconfitte nel 452 a.C., e i suoi soldati lo abbandonarono, scegliendo di accordarsi con i Greci piuttosto che continuare una guerra impari. Ducezio allora, avendo le sue forze disertato e temendo di venir ucciso o essere consegnato al nemico, scappò nottetempo e andò agli altari nell’agorà di Siracusa come supplice. La città lo accolse e decise di risparmiarlo, esiliandolo a Corinto. Nel 444 a.C. rientrò in Sicilia e fondò Kalè Aktè, presso l’odierna Caronia, con coloni corinzi e nativi. Purtroppo il regno di Ducezio durò poco e la sua città venne distrutta; il luogo di culto però, anche se forse in forme meno monumentali, continuò ad esistere.

mappa dell'antica Sicilia con evidenziata la posizione di Palikè e il regno di Ducezio

La Fine del Tempio e il Suo Mistero

Fu così che i Romani, con i Sabini e con l’aiuto degli Etruschi, all’avvento del Cristianesimo, finalmente abbatterono il tempio. Se ne vedevano i ruderi ancora nel secolo XVI, descritti dal Fazello nel “De rebus siculis” (Catania 1749).

Alcuni studiosi si sono chiesti come mai su un tempio pagano, durante il cristianesimo, non fosse stata edificata una chiesa cristiana, come era stato fatto su tante altre opere pagane. La spiegazione sta nel fatto che il culto dei Palici riguardava esseri astratti e misteriosi, che erano lontani dalle leggi dell’umana concezione. Erano considerati per lo più fantasmi che vivevano in spelonche o voragini, rendendo il luogo meno adatto alla sovrapposizione di un nuovo culto.

La Spiegazione Scientifica dei Fenomeni: Le Mofete dei Palici

Le mofete sono emissioni gassose, principalmente anidride carbonica, che fuoriescono dalla terra, spesso accompagnate da un odore sulfureo. A Palikè, queste emissioni hanno creato un paesaggio unico, con i famosi laghetti che un tempo ribollivano come “pentole sul fuoco”. Oggi, i laghetti descritti da Diodoro non ci sono più; nel 1933, le pozze sono state prosciugate per sfruttare l’anidride carbonica. Questo fenomeno, prima che l'area venisse bonificata e le acque canalizzate eliminando per sempre un fenomeno naturale unico, è ben visibile in un video realizzato dall'Istituto Luce nel 1935.

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In campo geologico, l’Abate Francesco Ferrara studiò il sito in “Memorie sopra il Lago Naftia” - Palermo, Stamperia reale, anno 1808, deducendo che i soffioni non fossero altro che lo sfogo del vulcano Etna, presso i luoghi di coda ove sorgevano prima altri vulcani oramai estinti da migliaia di anni, e che si trovavano lungo la linea del Val di Noto. Il Ferrara osservò pure che dai soffioni usciva acido carbonico con percentuale di nafta e odore pregnante di bitume. Il prof. Gaetano Ponte riprese successivamente questi studi: la mofeta dei Palici si considera come una manifestazione postvulcanica della grande formazione eruttiva terziaria submarina di Val di Noto, che si estende da Capo Passero all’Etna. I fenomeni eruttivi di questa formazione si presentavano a Pachino, nel Siracusano e nei dintorni di Palagonia.

Lo studio planimetrico rivela che la Mofeta è di forma quasi ellittica, con l’asse maggiore di 65 m, e il minore di 50 m. Il bacino, nell’ottobre del 1933, asciutto per mancanza d’acqua, presentava dieci crateri di varia grandezza.

La raccolta del gas della Mofeta dei Palici per l’analisi chimica-quantitativa fu effettuata con un imbuto di vetro, collegato con una conduttura di caucciù nel fondo per circa quaranta centimetri. L’ampolla fu trasportata in laboratorio per l’esecuzione delle analisi, eseguite nella stessa giornata, che diedero i seguenti risultati:

Composto Percentuale
Anidride Carbonica 99,604%
Ossigeno 0,098%
Metano solo tracce
Azoto e gas rari 0,296%
Totale 99,998%

L’anidride carbonica risultò avere una bassa percentuale di impurità. La temperatura del gas era di 22°, e la temperatura ambiente era di 26°.

infografica sulle emissioni gassose di una mofeta e la sua composizione chimica

Lo Sfruttamento Industriale dell'Anidride Carbonica

Presso la Mofeta, infatti, potrebbe nascere un grande impianto per l’utilizzazione del gas che da secoli si disperde nell’aria. Già l’utilizzo pubblico dei getti gassosi della Mofeta dei Palici fu accordato nel 1934, esattamente il 21 luglio, con un decreto ministeriale per la Corporazioni, al principe Enrico Grimaldi, per la durata di trenta anni. La concessione prevedeva la facoltà di utilizzare le emanazioni di anidride carbonica, che si sviluppavano nella località “Lago Naftia”, da parte della “Mofeta dei Palici S.r.l.”, una società specializzata nella produzione e vendita di anidride carbonica destinata, come additivo, al confezionamento di prodotti prevalentemente alimentari.

Il Sito Archeologico di Palikè Oggi

Oggi di tutto questo restano i segni nell’area archeologica di Palikè, che fu la terra dei Palici. Il sito archeologico di Palikè si trova in località Rocchicella, a circa un chilometro da Palagonia (CT), in Sicilia. L’area è raggiungibile in auto, seguendo le indicazioni per Palagonia e poi per Rocchicella.

L’area archeologica di Palikè, sede del santuario più importante della popolazione sicula, è regolarmente aperta al pubblico dal gennaio 2006. Gli scavi effettuati a partire dal 1995 dalla Soprintendenza BB.CC. AA. di Catania, hanno permesso di indagare sulla sommità di Rocchicella i resti di una città databile al IV sec. a.C. e hanno individuato davanti la grotta che si apre ai piedi dell'altura strutture architettoniche, in gran parte attribuibili al santuario, e livelli antropizzati databili ad un periodo compreso tra il paleo-mesolitico e l’età sveva. Rocchicella è stata abitata fin dai tempi più remoti.

Intorno alla metà del V sec. a.C. nell’area davanti la grotta venne realizzata una monumentale sistemazione a terrazze che comprende nel punto più alto un hestiaterion (edificio per banchetti) e nelle terrazze inferiori due stoai (portici con locali di servizio). L’hestiaterion, in pratica una sala da banchetto, rivela l’influenza dell’architettura greca nel mondo siculo. Le indagini effettuate hanno portato alla luce due strutture: una risalente al VII sec. a.C., e una, lunga all’incirca 25 metri, databile alla fine del V secolo a.C. Il secondo edificio, realizzato come il primo in pietra di arenaria, fu arricchita da eleganti modanature, e per questo motivo si presume potesse effettivamente un luogo di culto. Sono stati ritrovati anche due edifici con bothroi circolari, fosse scavate nella pietra o nella terra destinate alle offerte rituali per le divinità sotterranee, dove vittime animali venivano sgozzate facendo gocciolare il sangue al suo interno.

I resti di Palikè presenti sull’altura, delimitati da un muro di cinta in tecnica a telaio, sono databili al IV sec. a.C. e appaiono come una frettolosa ricostruzione seguita ad una violenta distruzione di quella che doveva essere la Palikè di Ducezio, della quale viene mantenuto l’impianto urbanistico regolare. Da quest'area si raggiunge, tramite una scala intagliata nella roccia, l’antica acropoli di quella che probabilmente era la città sicula di Palikè, insediamento nato per mano di Ducezio in persona, re dei Siculi, come atto di ribellione alla dominazione greca del V secolo a.C.

foto aerea del sito archeologico di Palikè con evidenziate le strutture principali

L'Ambiente Circostante

Il sito della Mofeta dei Palici, incastonato tra i monti Erei ed Iblei e attraversato dai fiumi Caltagirone, Ferro e Catalfaro, dominava una vasta pianura già allora molto ricca per le raccolte di grano e per le varietà di erbe spontanee nutritive e abbondanti, preziose per i pascoli. Il terreno intorno era cosparso di fiori di soave fragranza, ricco di arbusti di timo, salvia, rosmarino, giacinto, rosa, lauro, croco, anemone ed altre piante. Il popolo assai mite e di ruvida indole agreste, quello che viveva attorno alla mofeta, era soggetto sempre a saccheggi e meta di stanziamento di altre popolazioni, in conseguenza di varie escursioni, e dei vicini Siracusani e Leontinesi.

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