Altare Deserto: Breve Storia di un Grande Sfacelo

Il XX secolo ha segnato un periodo di profonda trasformazione e, per alcuni, un vero e proprio "cataclisma" all'interno della Chiesa Cattolica. Particolarmente negli anni Sessanta, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI, si è assistito a uno sconvolgimento quasi totale delle tradizioni più venerate, annientando in pochi anni secoli di liturgia e prassi ecclesiastica. Questa rapida evoluzione ha generato un "altare deserto", non solo in senso fisico, ma come metafora di una perdita spirituale e culturale.

Foto storica del Concilio Vaticano II

Le Radici dello Sfacelo: Aperture e Dubbi Amletici

La "Prefazione" a un'opera che raccoglie e commenta questi momenti critici sottolinea come oggi, a causa del "soffice tappeto dell'oblio", sia difficile percepire i risultati deleteri di quell'uragano, mancando un termine di paragone tra gli splendori della millenaria liturgia precedente e le funzioni odierne. Le generazioni più giovani hanno solo un pallido ricordo della cosiddetta «Messa Tridentina», la Messa di sempre, codificata da San Pio V e erroneamente conosciuta come «Messa in latino».

Non si trattava, infatti, solo di latino, ma di principi liturgici ritenuti intoccabili, poi cancellati in spregio ai "numerosi e terribili anathema sit" lanciati contro chi avesse osato toccare la Santa Tradizione. Questo fu reso possibile dalle "aperture" politiche e mondane praticate da Giovanni XXIII, poi rinsaldate, smentite e riaffermate più volte da Paolo VI. Un "gioco di dubbi amletici" che finì per dilaniare la compagine della Cattolicità, provocando una scarsità impressionante di vocazioni e portando il "deserto nei seminari e nei conventi".

Contrariamente all'ammonimento di Cristo: "Il mio regno non è di questo mondo", una "turba di preti scalmanati", protetti da cardinali e vescovi "dissennati", riuscì a capovolgere il divino monito, trasformando la Chiesa non in un porto di salvezza, ma in un "soltanto uno strumento mondano". Le conseguenze furono immediate: la Messa, concepita come "spettacolo in vernacolo", attrasse inizialmente le folle, ma poi, come previsto, subentrò stanchezza e infine sazietà. Oggi, la Messa è spesso seguita come una cerimonia profana o, in molti casi, non seguita affatto.

La Riforma Liturgica e l'Offuscamento del Giudizio

Uno degli aspetti più emblematici di questo "grande sfacelo" è stata la profonda modifica della liturgia, in particolare quella relativa ai defunti. Paolo Zolli (1941-1989), un cattolico indipendente e rigoroso, fu un esponente di spicco del tradizionalismo e si distinse per la sua ferma opposizione agli abusi dottrinali, religiosi, politici e liturgici. Egli polemizzò apertamente contro ciò che violava la concezione cristiana della realtà, specialmente quando proveniva da chi avrebbe dovuto difenderla.

Zolli, professore di dialettologia italiana, analizzò con eccezionale efficacia le origini dell'uso degli applausi ai funerali, un fenomeno incompatibile con il senso solenne della morte e il silenzio richiesto dalla liturgia tradizionale. Egli collegò l'inizio di tale prassi (indicato nel 1973, ai funerali di Anna Magnani) alla mutazione della messa funebre avvenuta pochi anni prima, quando "erano caduti il Dies irae, l’In paradisum deducant te angeli, il Libera me Domine, i grandi canti di terrore ma anche di commossa speranza".

LEZIONE: IL REQUIEM DI MOZART - DIES IRAE

L'Abolizione di Canti e Preghiere Tradizionali

La riforma post-conciliare del 1965 introdusse la celebrazione parzialmente in lingua moderna, la "messa in italiano", e comportò una profonda variazione dell'Ordinario della messa, facendo venir meno i canti latini della liturgia funebre tradizionale. Fu abolita la "messa da morto" come tale, che nel messale tradizionale si distingueva per specificità nelle formule dell’Ordinario e nelle cerimonie.

I testi furono pesantemente modificati, in particolare fu abolita la sequenza del celebre Dies irae, il cui valore poetico e la musica gregoriana che lo accompagna avevano ispirato innumerevoli composizioni artistiche. Nonostante si dica talvolta che sia diventato "facoltativo", il Dies irae è stato propriamente abolito dalla liturgia dei defunti, scomparendo dai formulari del Missale Romanum del 1975.

Inoltre, con un'operazione contestabile anche sul piano culturale, il testo fu smembrato per formare tre "inni" collocati nella Liturgia delle ore riformata, recitabili ad libitum in contesti diversi. Questa manipolazione ha persino portato a toccare direttamente il testo poetico originale, giungendo "nell’ambito dell’assurdo".

Omissioni e Aggiunte Significative nelle Orazioni

Gli interventi sul messale riformato, specie nell'eucologia, furono numerosi e significativi per la messa dei defunti. Confrontando l'orazione della messa In die obitus seu depositionis defuncti dell'antico messale con la seconda colletta del formulario riformato (In exsequiis A), si notano omissioni e aggiunte significative. Sono "cadute l’anima, il nemico, il rischio di essere dimenticati, cioè riprovati da Dio, i santi angeli, le pene dell’inferno". Questo ha indotto a pensare che l’uomo, alla fine della vita, vada "sempre comunque direttamente a Dio, senza l’alternativa tra il castigo per i reprobi e il premio per i buoni".

La Trasformazione dell'Assoluzione al Feretro

Un'altra fondamentale variazione ha riguardato il rito delle esequie, in particolare l'assoluzione al feretro, il cui nome è stato cambiato in Ultima commendatio et valedictio ("ultima raccomandazione e commiato"). Questo ha modificato senso e scopo del rito, che non è più di purificazione, ma solo "l’ultimo saluto della comunità al defunto". Di conseguenza, sono stati eliminati l'orazione Non intres e il celebre responsorio Libera me Domine, che identificavano l'assoluzione nel sentire popolare e richiamavano il tremendo giudizio di Dio, il timore dei castighi e l’urgenza della misericordia e del perdono. Al loro posto, sono stati introdotti canti dal testo "blando e tendenzialmente consolatorio".

Romano Amerio descrisse icasticamente questo fenomeno: "Nella mentalità postconciliare e nella riforma liturgica l’idea della morte come giudizio e discrimen assoluto vien fatta indietreggiare e scomparire dietro quella della salvezza eterna... i quattro novissimi sembrano ridotti a due: morte e paradiso". Si manifesta così una "attitudine quanto meno diplomatica, di accomodamento, col tacere, dissimulare, non insistere su aspetti della fede cattolica che urtano direttamente le concezioni della moderna società mondana".

La Reazione Tradizionalista e le Voci Dissidenti

A questo "sfacelo" non mancò una reazione vigorosa. Si costituirono in tutto il mondo gruppi di cattolici dissidenti, raccolti in varie associazioni, la più nota delle quali è Una Voce, operante in Europa, America e persino in India. Questi gruppi si eressero a "barriera della tradizione", opponendosi a quelle che definivano "le follie dei falsi novatori".

Tra le figure di spicco di questa resistenza si ricordano:

  • Mons. Domenico Celada: autore di diciannove "splendidi articoli" pubblicati sul quotidiano "Il Tempo", veri "fari illuminanti" sulla crisi della Chiesa. Le sue argomentazioni "iperacute", sostenute da eccezionale sapienza teologica, gli valsero la privazione di ogni incarico dalla Curia, riducendolo in indigenza.
  • Padre Cornelio Fabro: della Congregazione dei Padri Stimmatini, uno dei "teologi più acuti d’Europa", le cui ricerche si rivolgevano alla fenomenologia dell'essere. Autore di libri come L'avventura della teologia progressista e La svolta antropologica di Karl Rahner, tenne memorabili conferenze per «Una Voce - Italia» prima di essere "ridotto al silenzio dalla persecuzione post-conciliare".
  • Il giovane Tangheroni: professore all'Università di Sassari, le sue conferenze erano capaci di travolgere anche le resistenze più accanite.
  • Mons. Vaudagnotti: "valoroso defensor fidei" sul periodico torinese "Notizie".
  • I "fervorosi compilatori" di «Chiesa viva» di Brescia.
  • Il "temerario don Putti" che "sfida ogni quindici giorni la Curia dalle colonne del suo «sì sì, no no»".

Le argomentazioni di questi resistenti erano dirette contro "quei nuclei (purtroppo diventati esercito) di un clero demonizzato che agirono sotto l'egida di due papi, producendo un male che parve irreparabile".

Ritratto di Padre Cornelio Fabro

L'Intervento di Giovanni Paolo II e le Conseguenze Persistenti

Questa "nobile resistenza" ai "falsi novatori" non fu del tutto vana. Già nel 1980, Papa Giovanni Paolo II indirizzò a presuli e sacerdoti una lettera apostolica per ricordare il carattere sacro della Messa e porre un freno alle innovazioni liturgiche non autorizzate, nonché alla "persecuzione contro i cosiddetti «tradizionalisti»". Il pontefice condannò gli abusi del "rinnovamento selvaggio", ammonendo che l'errore più grave derivava dall'aver voluto mettere in risalto nella Messa "soprattutto l'aspetto conviviale", trasformandola in un "banchetto" sociale, anziché una "celebrazione santa e sacra", un "vero sacrificio" e "ripetizione dell'olocausto sulla croce in cui il sacerdote impersona Cristo". Tali sperimentazioni, affermava la lettera, "possono suscitare disagio e anche scandalo tra i fedeli".

Tuttavia, nonostante questo importante documento, le deviazioni persistettero. Un esempio eclatante, vissuto da un testimone, fu l'applauso scoppiato sui banchi di una piccola chiesa parrocchiale a Roma al termine di una Messa, come se "lo spettacolo fosse finito".

Paolo Zolli: Un Esempio di Fede Incondizionata

Paolo Zolli, a causa dell’intensità della fede da lui vissuta, reagì con estrema forza a questi cambiamenti. Non concepiva che, in un momento così importante per l'uomo, la fede non venisse professata apertamente, ma taciuta per "rispetto umano persino nella messa, nella sacra liturgia".

Nel 1985, Zolli inviò una lettera inedita alla Congregazione per la Dottrina della Fede, segnalando un necrologio sottoscritto dall'arcivescovo di Torino, Card. Anastasio Ballestrero, che conteneva l'espressione "ritorno al Padre" riferita alla morte di un sacerdote. Zolli domandava se tale espressione "sia compatibile con la fede cattolica o non risponda invece a convinzioni pagane o ereticali", preoccupato che sembrasse rimuovere i "novissimi del giudizio e dell’inferno", lasciando supporre che l'inferno potesse essere vuoto.

Zolli lasciò precise disposizioni per i suoi funerali: che fossero celebrati secondo l'antico rito, altrimenti in forma civile, preferendo "un funerale civile che celebrato in certe chiese e da certi preti". I suoi desideri furono esauditi, con il permesso dell'autorità ecclesiastica, e i suoi funerali si tennero con il Dies irae e il Libera me Domine, senza che nulla si tacesse della sua "fede incrollabile nell’infinita giustizia e misericordia divina". La volontà di Zolli di avere un funerale con la messa in latino e secondo l'antico rito romano è un'aspirazione legittima per i cristiani legati a quella tradizione liturgica, che Papa Giovanni Paolo II ha disposto sia rispettata con il Motu proprio Ecclesia Dei.

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