L’antica Lavinium, oggi conosciuta come Pratica di Mare, a una trentina di chilometri da Roma, tra la via Pontina e il mare, tra Pomezia e Torvaianica, è un luogo ricco di suggestioni e meraviglie. Qui si celano le origini della potenza di Roma, nel punto del Lazio dove la leggenda vuole che l’eroe troiano Enea sia sbarcato, ponendo le basi della Roma futura.

Il Complesso dei Tredici Altari: Descrizione e Storia
Nella zona meridionale esterna alle mura di Lavinium, le ricerche dell’Istituto di Topografia antica dell’Università di Roma “La Sapienza” hanno messo in luce, negli anni ’50 e poi in maniera più approfondita nel 1968, un contesto arcaico monumentale che è stato identificato come il Santuario dei Tredici Altari. Si tratta di un complesso sacro formato da una serie di altari di tufo, grandi e imponenti, allineati da Nord a Sud e rivolti ad oriente, secondo influssi e schemi di origine greca.
I tredici altari sono rettangoli in fila uno dopo l’altro su una lunghezza di circa cinquanta metri, quasi brutali nella loro arcaicità. Recenti scavi hanno persino rivelato un quattordicesimo altare, oggi restaurato e visibile anch’esso, defilato rispetto agli altri, che contribuisce a rendere il colpo d'occhio grandioso.
Le Fasi Costruttive e le Pratiche Rituali
Il lungo allineamento delle are è il frutto di un arco di tempo esteso, che inizia dalla metà del VI secolo a.C. e si conclude nel III secolo a.C. Non furono costruiti tutti assieme, ma in tempi diversi. In origine, esistevano soltanto le are XIII, la IX e l’VIII inferiori, con lo stesso orientamento. Intorno alla metà del V secolo a.C. furono aggiunti altri altari, dal I al V. Nel IV secolo a.C. furono costruite ex novo la VI e la VII ara, e in una fase successiva la X, XI e XII, mentre subirono ricostruzioni la I, la II e l’VIII. È solo a partire da questo periodo che l’insieme degli altari assunse un aspetto unitario, giungendo a misurare circa 50 metri. La costruzione degli altari non è quindi il frutto di un progetto unico, ma il risultato di un lento processo fatto di aggiunte e sostituzioni.

Il culto del santuario meridionale, nato in età arcaica, era caratterizzato da libagioni. L’aurea di sacralità che aleggiava intorno al monumento era sottolineata dall’acceso colore rosso con cui erano dipinti gli altari, che, incontrando il sole nelle diverse ore del giorno, regalavano suggestivi contrasti di luce con le zone d’ombra, specie all’alba e al tramonto. Si può immaginare antichi sacerdoti versare offerte di vino e miele sugli altari, o sacrificare animali, il cui sangue sgorgava verso le canalette scavate nel tufo. Nella fase finale, il culto si trasformò verso la richiesta di salute e guarigione, come documentato dalle numerose offerte di ex voto anatomici.
Le Divinità Onorate
Si è pensato a diverse divinità a cui ciascun altare doveva essere consacrato. Nell’area sono state ritrovate due lamine bronzee iscritte: una con una “legge sacra” per Cerere, l’altra con una dedica ai Dioscuri (Castore e Polluce), che dovevano essere affisse su donari posti nei pressi degli altari. L’Istituto di Topografia antica della Sapienza aveva stabilito che i 13 altari ritrovati erano intitolati alle città della Lega Latina, Lega che Roma riuscì a neutralizzare nel IV secolo a.C. solo grazie alla stipula di un patto. Su queste are si svolgevano i riti propiziatori per le alleanze e la prosperità delle città della Lega, come Norma o Fidene.
L'Heroon di Enea: La Tomba Simbolica
A poca distanza dal Santuario dei Tredici Altari, nella zona sud esterna alle mura di Lavinium, si trova l’Heroon di Enea, un tumulo di circa 18 metri di diametro risalente al VII secolo a.C. Già dallo storico Dionigi di Alicarnasso, che probabilmente visitò il monumento alla fine del I secolo a.C., questo tumulo fu identificato come la sepoltura o monumento commemorativo di Enea, il padre comune della stirpe dei Latini (patèr chtònios).

Nel 1968 è stato scavato il tumulo, rivelando due strutture al suo interno. La più antica è una tomba a cassone con un ricco corredo funerario, databile al secondo quarto del VII secolo a.C. Conteneva il corpo del defunto con oggetti personali e all’esterno vasi per il banchetto, armi e resti di un carro. Questa sepoltura, per il tipo di struttura e la ricchezza del corredo, potrebbe essere attribuita a un personaggio di alto prestigio di Lavinium, di cui non è tramandato il nome, ma a cui venivano tributati onori. Il tumulo è stato poi ristrutturato e monumentalizzato alla fine del IV secolo a.C., subito dopo la guerra latina del 338 a.C. e lo speciale patto stretto con Roma, che riconosceva in Lavinium la sede dei Penati (troiani) del popolo romano. Ricevette così una diversa sistemazione monumentale, con un ingresso aperto (pronao) e una cella inaccessibile, chiusa da una finta porta di pietra a due battenti.
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Il Santuario di Minerva
Oltre al complesso dei Tredici Altari, Lavinium ospitava un altro santuario molto grande dedicato a Minerva, situato dall'altro lato della città, verso i colli. Sebbene non siano stati scoperti edifici sacri monumentali, il santuario ha restituito straordinari reperti, tra cui un centinaio di statue in terracotta, databili tra l’inizio del V e la fine del III secolo a.C. Queste erano per lo più rappresentazioni simboliche degli offerenti, spesso raffigurate nell'atto di offrire una colomba, una melagrana o giochi di fanciulli da abbandonare per il passaggio all'età adulta. Venivano anche offerte statue della divinità stessa, sia come Palladio (riproduzione in terracotta dell'antichissima immagine di legno che proteggeva Troia) sia nel suo aspetto guerriero, come l'austera "Tritonia virgo" celebrata da Virgilio nell'Eneide, nume tutelare delle donne latine. Questo santuario era un luogo dove giovani donne e fanciulli si recavano per augurarsi un felice matrimonio o un felice passaggio all'età adulta.

La Chiesa di Santa Maria delle Vigne
A poca distanza dal Santuario dei Tredici Altari si trova la chiesa di Santa Maria delle Vigne, una piccola chiesa rurale presumibilmente costruita nel V secolo d.C. su un precedente manufatto di epoca romana, utilizzando materiale di reimpiego. Conosciuta anche come “la Madonnella”, l’edificio è a pianta ottagonale, orientato a N/N0, coperto da una cupola e preceduto da un atrio scoperto che comunica con l’aula per mezzo di una porta posta a N0. L’interno è illuminato da due finestre che si aprono sui lati est ed ovest. L’edificio risulta notevolmente interrato rispetto al piano di campagna (circa 1,5 m). Una cornice di mattoncini triangolari disposti a dente di sega segna l’inizio della cupola, a otto spicchi come la pianta dell’edificio. All’interno, di fronte all’entrata, è situato l’altare in muratura che si sviluppa lateralmente con due mensole di marmo ed è sormontato da due ripiani a gradino. L'assenza di riferimenti al centro di Lavinium in relazione a questa chiesa potrebbe suggerire che intorno a questa data il centro urbano fosse decaduto, lasciando solo un piccolo nucleo abitato intorno alla chiesetta.
Il Mito di Enea e le Origini di Roma a Lavinium
Secondo la tradizione ripresa da Virgilio nell’Eneide, Enea, fuggito da Troia e dopo lunghe peregrinazioni, giunse infine sulle coste del Lazio, a Laurento, lido degli Aborigeni non lontano dalle foci del Tevere. Qui si avverarono i prodigi che gli oracoli gli avevano indicato come segno della meta raggiunta: dopo aver mangiato persino le “mense” (le focacce su cui avevano disposto i cibi), Enea comprese che il viaggio era al termine.
Nel racconto di Dionigi di Alicarnasso, i Troiani, affamati, mangiano le focacce su cui avevano disposto i cibi e poco dopo una scrofa gravida che stavano per immolare riesce a scappare. Enea la segue, riconoscendo in essa l'animale descritto dalla profezia che gli avrebbe mostrato il luogo dove fondare la sua nuova città. Dopo una corsa di 24 stadi (circa 4.400 metri) verso l’interno, la scrofa si ferma e partorisce trenta porcellini. Una voce divina suggerisce ad Enea che quello è il luogo destinato e che, dopo tanti anni quanti sono i nuovi cuccioli, sarà fondata dalla sua stirpe una seconda città, ancora più grande e prospera (la futura Alba Longa). Enea sacrifica la scrofa e i piccoli e avvia la costruzione della città cui darà il nome di Lavinium.
L’eroe incontrò Latino, il re della locale popolazione degli Aborigeni, il quale, dopo aver consultato un oracolo, decise di accogliere gli stranieri. Enea sposò dunque Lavinia, figlia di Latino, e fondò la città di Lavinium, celebrando la nascita di un nuovo popolo, i Latini, dalla fusione tra Troiani e Aborigeni. Il monumento per Enea era ancora visibile ai tempi di Dionigi, che lo descrisse come “un piccolo tumulo intorno al quale sono state poste file regolari di alberi, che vale la pena di vedere”, recante un'iscrizione dedicatoria “al padre e Indiges del luogo che tiene il corso del fiume Numico”.
Lavinium fu considerata un luogo fondamentale per le origini del popolo romano. L'insediamento sull’acropoli, dove poi sorgerà il borgo medievale di Pratica di Mare, risale addirittura all’età del bronzo, e le ricche tombe dalle necropoli dell'XI e X secolo a.C. narrano di un luogo abitato da gente potente. La città vera e propria fiorì tra il VI e il V secolo a.C., diventando un importante crocevia commerciale. Successivamente, perdette importanza strategica, forse per l'interramento del porto, ma continuò a vivere per tutta l’epoca antica, prosperando come “civitas religiosa”, come la cantò l’oratore Simmaco ancora nel IV secolo d.C. Questa discendenza “troiana” di Roma sottolineava un legame tra genti che rispettavano le leggi umane e divine, i patti e i doveri di ospitalità, ponendo le basi per la tradizione che vedeva Romolo, il fondatore di Roma, discendente della stirpe di Enea attraverso i re di Alba Longa.
Valorizzazione e Fruizione del Sito Archeologico
Lavinium si prepara ad accogliere un numero crescente di visitatori. Un’importante azione di tutela e valorizzazione è giunta a compimento nell’antica città, grazie a estese e pluriennali campagne di scavo e interventi di restauro della Sapienza-Università di Roma e del Mibact. L’area archeologica meridionale con il complesso sacro dei XIII altari è riaperta al pubblico in un rinnovato percorso di visita.
È stato siglato un protocollo d’intesa tra la Soprintendenza per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio per l’area metropolitana di Roma, e il Comune di Pomezia, che si è impegnato a gestire le visite guidate su prenotazione. Un secondo protocollo per la promozione turistica dell’intero territorio è stato firmato tra il Comune e la famiglia Borghese, proprietaria dei terreni. Il Comune di Pomezia si farà carico di organizzare e gestire la fruizione pubblica dell’area, anche grazie al mecenatismo di Johnson&Johnson Medical che, utilizzando la formula “Art Bonus”, ha reso il sito uno dei primi beneficiari di un’erogazione liberale per il sostegno della cultura. L'obiettivo è realizzare un'area archeologica che, nel rispetto dell’ambiente naturale, faciliti la riconoscibilità e la leggibilità degli antichi resti e del mito che li ha resi racconto.
Il percorso di visita è collegato al già visitabile Museo Archeologico Lavinium, toccando l’Heroon di Enea e l’area sacra vera e propria, che ha fornito molti materiali votivi in terracotta esposti al museo. L’Antiquarium dei XIII altari è arricchito dall’opera fotografica “Il Mare di Enea” di Nico Marziali.