Il Contesto della Passione di Gesù
La Sobrietà dei Vangeli e la Passione d'Amore
Il drammatico supplizio della croce ha spesso indotto i predicatori del passato a insistere in modo eccessivo sugli aspetti cruenti della passione di Gesù. Tuttavia, i vangeli si muovono in tutt’altra prospettiva. Sono molto sobri nel raccontare gli orrendi tormenti inflitti a Gesù, non si attardano sulle sofferenze perché la passione che presentano non è quella del patire, ma la passione d’amore. Nel presentare l’aspetto cruento della passione, Giovanni è il più sobrio di tutti gli evangelisti.
Il Servo Sofferente di Isaia e la Vocazione di Gesù
Nel Cristo sulla croce ci è dato di comprendere fin dove porta il peccato: conduce fino a rendere irriconoscibile un uomo. Di lui il profeta racconta anzitutto la vocazione: è stato chiamato ad essere luce, prima di Israele e, in seguito, di tutti i popoli. Dio, fin dall’inizio, dichiara che, contro ogni apparenza, il suo Servo avrà successo. È vero, il suo aspetto è sfigurato al punto che chi lo avvicina ne rimane spaventato perché non sembra neppure più un uomo. Non aveva apparenza né bellezza, nulla di ciò che attira l’ammirazione degli uomini - ricchezza, potere, successo - è stato disprezzato perché, secondo i criteri umani, non contava nulla.
La sua sofferenza ci ha aperto gli occhi. I suoi dolori ci hanno fatto capire quanto fossero insensate le vie che stavamo percorrendo e ci hanno condotto alla saggezza. Il Servo ha dato questo messaggio non a parole, ma con la vita, con il suo dolore: "Maltrattato, resisteva, non apriva la bocca; come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte a chi la tosa, non apriva la bocca".
Pietro ha compreso molto bene il messaggio di questo Carme, rivolgendosi ai domestici sottoposti spesso a umiliazioni da parte dei loro padroni, li esortava così: "Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Dalle sue piaghe siete stati guariti".
L'Angoscia nel Getsemani e la Tentazione Umana
Ben Sirac raccomandava al discepolo: "Figlio, preparati alla tentazione." Essendo realmente uomo ed essendo un giusto, Gesù non poteva essere risparmiato dalla tentazione e difatti i vangeli sinottici ci raccontano che, all’inizio della sua vita pubblica, fu sottoposto alla prova da satana. Essendo stato provato in tutto come noi, egli è in grado di capire le nostre debolezze. L’evangelista Marco riferisce che, al Monte degli ulivi, Gesù "cominciò a sentire sgomento e angoscia" di fronte al dramma che stava per coinvolgerlo e che lo terrorizzava.
Gesù era sconvolto perché, al termine della sua vita, verificava il fallimento della sua opera: sia il popolo che i suoi discepoli non avevano aderito alla sua proposta. Si è certamente chiesto se avesse senso che la sua esistenza, dedicata alla costruzione di un mondo nuovo, si concludesse in quel modo. Questa è la tentazione, il dubbio che il fallimento e la sconfitta non sarebbero serviti a cambiare il mondo. Valeva la pena sacrificare la vita o era meglio fuggire come altre volte aveva dovuto fare?
L'Arresto e il Giudizio Ebraico
Il Tradimento nel Giardino del Getsemani
Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Disse loro Gesù: "Sono io!". Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse "Sono io", indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: "Chi cercate?". Risposero: "Gesù, il Nazareno". Gesù replicò: "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano". Questo affinché s’adempisse la parola che egli aveva detto: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato".
Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.
Gesù Davanti ad Anna e Caifa: Il Sinedrio
Il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno. Anna e Caifa, figure centrali nel processo contro Gesù, incarnavano la dualità tra autorità religiosa e funzioni politiche sotto il dominio romano. Fonti storiche e archeologiche corroborano la loro esistenza.
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. La giovane portinaia disse a Pietro: "Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?". Egli rispose: "Non lo sono". Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: "Non sei anche tu dei suoi discepoli?". Egli lo negò e disse: "Non lo sono". Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: "Non ti ho forse visto con lui nel giardino?".
Il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: "Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto". Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: "Così rispondi al sommo sacerdote?". Gli rispose Gesù: "Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?".

L'Arrivo al Pretorio: Inizio del Processo Romano
Il Pretorio di Pilato: Sede del Potere Romano
Dopo la condanna di Gesù da parte del Sinedrio, l’evangelista ci informa che Gesù fu portato davanti al tribunale romano: "Lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato". Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Il pretorio, derivato dal latino praetorium, indicava la sede amministrativa e giudiziaria romana. A Gerusalemme, corrispondeva al palazzo di Erode, un complesso lussuoso e funzionale che serviva da base operativa durante le visite di Pilato - la cui residenza ufficiale era a Cesarea - in particolare durante feste come la Pasqua.

La Contaminazione Rituale e il Paradosso dei Capi Ebrei
Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. I Giudei non vollero rischiare di diventare impuri, seguendo le norme del Giudaismo del Secondo Tempio. Entrare nel palazzo del procuratore durante la Pasqua significava incorrere nella contaminazione levitica, poiché c'era una rigida regolamentazione che proibiva di mangiare cibi lievitati durante la festa della Pasqua. Entrare in una residenza gentile in quel periodo poteva comportare il rischio di entrare in contatto con sostanze fermentate, cosa proibita e causa di impurità rituale.
La scena contiene un forte elemento di drammatica ironia e un paradosso: la loro preoccupazione per la purezza cerimoniale contrasta con la loro intenzione di mentire per condannare a morte Gesù. Questo contrasto sottolinea l'ipocrisia di dare priorità ai rituali esterni rispetto all'etica.
La Riformulazione delle Accuse: Da Religiose a Politiche
A causa della riluttanza dei capi ebrei ad entrare nel pretorio, Pilato dovette uscire per parlare con loro. Domandò: "Che accusa portate contro quest’uomo?". Gli risposero: "Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato". Questa è una "petitio principii" - Gesù è un malfattore - un’accusa genericissima. Allora Pilato disse loro: "Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!". Gli risposero i Giudei: "A noi non è consentito mettere a morte nessuno".
Il Sinedrio aveva condannato Gesù per blasfemia per essersi proclamato "il Messia, Figlio di Dio", un crimine religioso punibile con la morte secondo l'halakha. Tuttavia, non avendo l'autorità legale per eseguire la condanna a morte, l'accusa fu riformulata davanti a Ponzio Pilato come sedizione politica ("re dei Giudei"). Questo cambiamento strategico rispondeva all'indifferenza di Roma verso le questioni teologiche e al suo diritto esclusivo di eseguire condanne a morte, riservate ai crimini contro l'Impero. La crocifissione venne quindi giustificata sulla base di motivazioni che allineavano il conflitto religioso con gli interessi repressivi dell'autorità imperiale.
La prima scena si conclude già con una rivelazione grandiosa. Il gioco del fraintendimento, della reticenza, della bugia, consente di produrre un effetto, non previsto, né dagli uni, né dagli altri, e cioè che Gesù muore condannato dai Giudei, ma la condanna è eseguita dai pagani! È questo produce la morte di croce. È la morte del maledetto da Dio, la morte di un giudeo (o di uno schiavo), eseguita dai Romani.
Il Confronto tra Gesù e Ponzio Pilato
"Sei Tu il Re dei Giudei?": La Regalità di Cristo
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?". Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù".
Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Ogni altra parola rischiava di non essere capita da chi non poteva essere in grado di comprendere la differenza tra la regalità di Gesù e quella dei potenti di questo mondo. Alle successive contestazioni degli accusatori e del governatore Gesù rimase in silenzio.
Gesù viene condannato davanti a Pilato
Il Dilemma di Pilato e l'Intervento di Erode Antipa
Dopo aver interrogato Gesù, Pilato non trovò in lui nessuna colpa. Quando gli ebrei insistettero, Pilato venne a sapere che Gesù era galileo, e questo cambiò notevolmente le cose perché la Galilea era sotto la giurisdizione di Erode Antipa, tetrarca della Galilea, che si trovava a Gerusalemme per la Pasqua. In questo modo Pilato evitò un problema che non capiva e diede la colpa a Erode Antipa, con il quale aveva un cattivo rapporto.
Da parte sua, Erode Antipa lo interpretò come un riconoscimento della sua autorità da parte di Pilato. Erode Antipa aveva un grande interesse ad incontrare Gesù, anche se non ricevette alcuna risposta. Intanto i sommi sacerdoti e gli scribi accusavano con veemenza Gesù. Forse per ingraziarsi gli ebrei, che lo disprezzavano per non essere di discendenza ebraica, si prese gioco di Gesù vestendolo con una veste regale, in relazione all'accusa di essersi dichiarato re dei Giudei. Dopo averlo deriso, lo rimandarono a Pilato, vestito così, gratuitamente.
La Manipolazione della Folla e il Caso Barabba
Pilato convocò un'altra udienza, ribadendo la sua conclusione di non aver trovato alcuna colpa e che anche Erode non aveva trovato alcun motivo per condannarlo. Pilato tentò di liberarlo proponendo la tradizionale amnistia pasquale, offrendo alla folla la scelta tra Gesù e Barabba, un carcerato famoso. Il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta.
Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. La folla si sottomise alla pressione dei capi dei sacerdoti e degli anziani, e alla reiterata domanda del governatore rispose: "Barabba!". Il vangelo di Giovanni descrive Barabba come "un brigante". Questa è la seconda forma del rifiuto della verità, quella attraverso la quale noi possiamo barattare il Giusto.
Il Gesto di Pilato: "Non Sono Responsabile di Questo Sangue"
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: "Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!". Questo gesto, che ha segnato per sempre la sua figura nella storia, rivela l’ambiguità del suo comportamento. Impaurito dal tumulto, Pilato si vide costretto a cedere e a consegnare Gesù alla crocifissione, cercando di ribadire il suo distacco da un giudizio di colpevolezza che non condivideva, ma a cui soggiaceva. In realtà Pilato era responsabile, perché solo lui poteva dare l’ordine di crocifiggere Gesù.
La Risposta della Folla e il Suo Significato Teologico
E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli". Questa frase, lungo la storia, ha pesato tragicamente sui rapporti tra cristiani ed ebrei, essendo stata utilizzata per giustificare sentimenti e delitti dell’antigiudaismo e crimini dell’antisemitismo. Tuttavia, in una prospettiva teologica, alla luce del sangue che venne asperso sul popolo all’atto del sacrificio di alleanza ai piedi del Sinai, può indirizzare verso il ruolo salvifico di quel sangue. Il sangue di Gesù, infatti, viene versato per tutti, come egli ha detto nell’ultima cena: "Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti [cioè: tutti] per il perdono dei peccati". Il sangue non cade come una punizione, una maledizione, ma scende come una benedizione, anche se chi dice quelle parole non se ne rende conto.
I Soldati del Governatore e gli Scherni nel Pretorio
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. I soldati del governatore facevano parte dell’esercito romano. Da questo punto in poi Gesù non era più sotto il controllo del sinedrio ebraico; sarebbero state le autorità romane a eseguire la sentenza di morte. La coorte che si radunò attorno a Lui poteva avere fino a seicento soldati, o più probabilmente duecento, poiché entrambi i numeri a volte indicavano una coorte. Consegnato da Pilato ai soldati romani, questi allestirono una nuova scena di scherni e maltrattamenti, che replicava quanto era accaduto nella casa del sommo sacerdote.
La Flagellazione di Gesù
Pilato ordinò la flagellazione di Gesù, forse sperando di accontentare la folla ed evitare la crocifissione. Gesù venne flagellato, secondo la prassi del tempo, in cui questo castigo era usato come un modo per sfinire il condannato prima della crocifissione, così da misurare, in base all’intensità e al numero dei colpi di flagello, quanto tempo si voleva che durasse la sua resistenza alla morte sulla croce. La fustigazione era pubblica e serviva come monito collettivo.

La Derisione della Regalità: Mantello Scarlatto, Corona di Spine e Canna
Poiché Gesù era stato condannato per aver detto di essere un re, i soldati usarono quel tema per schernirlo prima della crocifissione. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Quella corona, non solo avrebbe preso in giro la sua posizione regale, ma avrebbe aumentato la sua sofferenza e il suo dolore.
Il mantello scarlatto era un paludamentum, un indumento lussuoso indossato esclusivamente dai magistrati romani dotati di imperium. Simboleggiava il comando delle legioni ed era associato a generali, consoli o imperatori in contesti militari o atti ufficiali. Quell'indumento, macchiato di sudore, sangue e sputo, era autentico e prezioso, e per questo gli fu tolto per crocifiggerlo. Alcune versioni parlano di un mantello viola, una tonalità che a quei tempi non poteva essere imitata con prodotti economici, simbolo di potere e sacralità.
Il Significato Spirituale dell'Umiliazione
Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: "Salve, re dei Giudei!". Oltre a insultarlo verbalmente, dimostrarono il loro disprezzo sputandogli addosso e percuotendolo sul capo. La scena è oltraggiosa, ma, proprio nel suo carattere umiliante, corrisponde al carattere umile della regalità di Cristo. La scena, nella sua crudeltà, illustra la diversità della natura della regalità di Gesù rispetto a quelle di questo mondo. Egli non ha mai cercato la propria gloria e ha vissuto la regalità nell’umile servizio.
Non ci viene detto quanto tempo durarono questi scherni, ma alla fine i soldati gli tolsero il mantello che gli avevano messo addosso e gli rimisero i suoi vestiti. I criminali crocifissi dai Romani di solito erano nudi, quindi rivestire Gesù mentre camminava verso il luogo in cui sarebbe stato crocifisso fu probabilmente una concessione alla riluttanza ebraica al mostrare la nudità in pubblico.
Verso la Crocifissione e la Conclusione della Passione
Il Caricamento della Croce e l'Aiuto di Simone di Cirene
Dopo gli scherni nel pretorio, i soldati condussero via Gesù per crocifiggerlo. Tutti i Vangeli dicono che Gesù portò la croce. È probabile che Simone, il Cireneo, fosse stato costretto dai soldati romani a portare la croce di Gesù perché avevano visto che Gesù era troppo debole per portarla fino al luogo dell’esecuzione.
Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: "Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso”; e ai colli: “Copriteci”." Nonostante la sua sofferenza e la sua morte imminente, Gesù si fermò per avvertire le donne e i bambini di ciò che li aspettava nel prossimo futuro, quando i Romani avrebbero decimato la città e i suoi abitanti, a causa dei peccati della nazione e del rifiuto del loro Salvatore.
Le Ultime Parole e il Compimento delle Scritture
I soldati poi, quando ebbero crocefisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: "Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca." Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!".
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: "Ho sete". Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: "Tutto è compiuto!".
Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocefisso insieme con lui. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: "Non gli sarà spezzato alcun osso." E un altro passo della Scrittura dice ancora: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto."
La Sepoltura di Gesù
Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocefisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.
Riflessioni sul "Processo senza Giudizio"
Il processo penale di Gesù di Nazaret dinanzi al sinedrio giudaico e al prefetto romano Pilato è un avvenimento della storia universale che non finisce mai di interrogare drammaticamente la coscienza. La morte assurda di Gesù aveva colto impreparati i discepoli e aveva suscitato in loro inquietanti interrogativi, gli stessi che ci poniamo noi oggi: sarà saggio dare fiducia a uno sconfitto, tradito e rinnegato dai suoi stessi amici? Ha senso prendere a modello un uomo che le legittime autorità religiose hanno giudicato un bestemmiatore e che il procuratore romano ha condannato al supplizio come un malfattore?
Il processo di Gesù - ogni processo - comincia quando il giudizio è già avvenuto. Il Signore, Gesù Cristo, è andato alla croce per noi. È andato alla croce completamente innocente, senza peccato, per pagare la nostra condanna. I Giudei avevano arrestato Gesù, ma non avendo l’autorità di condannare a morte, lo avevano portato davanti al governatore romano, Pilato. Solo Pilato poteva condannarlo a morte. Pilato voleva liberare Gesù. Ma Pilato aveva timore dei Giudei, e perciò, cercando di placare la loro ira, prese Gesù e lo consegnò alla volontà di altri.
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