Questo articolo esplora una selezione di parole chiave e concetti utilizzati da Dante Alighieri nella sua opera maggiore, la "Divina Commedia", analizzando il loro significato e contesto.
Le "Stelle": Simbolo Conclusivo delle Cantiche
La parola "stelle" è scelta da Dante, con mirabile simmetria, per chiudere tutte e tre le cantiche della Commedia, simboleggiando un desiderio di trascendenza e un ritorno all'ordine cosmico.
Inferno XXXIV
Il XXXIV dell'Inferno si conclude con la risalita per il cammino ascoso che per un pertugio tondo conduce fino alla superficie della Terra: l'attimo del riaffiorare coincide, liberatorio, con la visione della notte stellata.
Purgatorio XXXIII
Il XXXIII del Purgatorio si chiude con Dante purificato dalla "santissima onda", pronto finalmente a "salire a le stelle", cioè passare al Paradiso.
Paradiso XXXIII
Infine, il non facile explicit del XXXIII del Paradiso, secondo la spiegazione del Landino, "In sententia exprime, che la mente humana mossa da Dio si muove equalmente a tutte le chose accordando la sua volontà chon la volontà di dio. Et per questo non gli dando Idio più possa lui accorda la sua volontà chon la volontà divina". Con la visione del creato, ancora ordinato nella perfetta costruzione tolemaica e mosso dal primo motore immobile, si chiude questa lunga maratona attraverso le parole di Dante.

La "Famiglia" in Dante
La parola "famiglia", nel significato moderno di comunità domestica, è usata da Dante soltanto raramente (nella Commedia ma in generale nei suoi scritti). Le occorrenze sono legate a contesti emotivi e nostalgici, come nel caso della terzina scelta, inserita all’interno della celebre rievocazione della Firenze dell’età dell’oro.
Altrove "famiglia" ha significato di 'stirpe, casata', di 'schiera di persone', di 'insieme dei cittadini', di 'ordine religioso', o, con estensione, di 'genere umano' ("e contro al maggior padre di famiglia [Adamo]/ siede Lucia, che mosse la tua donna,/ quando chinavi, a rovinar, le ciglia", Paradiso XXXII, 136-138). Intesa come "famiglia di Dio", indica le anime del quarto Cielo ("Tal era quivi la quarta famiglia/ de l’alto Padre, che sempre la sazia,/ mostrando come spira e come figlia", Paradiso X, 49-51).
La situazione è ben fotografata anche dal Vocabolario degli Accademici della Crusca: nella prima edizione del 1612 alla voce famiglia, nel significato di "Figliuoli, che vivono, e stanno sotto la podestà, e cura paterna, comprendendosi anche moglie, e sorelle, e nipoti del padre, se gli tenesse in casa", non vi sono esempi danteschi, ma soltanto di Petrarca e Boccaccio.
Le Gemme e la Luce Divina
Nella Commedia il sostantivo smeraldo ricorre tre volte unicamente nel Purgatorio: accanto al significato proprio di ‘pietra preziosa di colore verde’ dell’occorrenza di Purgatorio VII, 75, Dante impiega la caratteristica cromatica della pietra per vestire di un abito di verde smeraldo la Speranza (Purgatorio XXIX, 125), che insieme alla Fede e alla Carità, rispettivamente vestite di bianco e rosso, rappresentano le tre virtù teologali presentate alla destra del carro trionfale nella processione mistica. Questa pietra preziosa, dotata di una grande lucentezza e di proprietà riflettente, ricorre in Paradiso XV, 85 per impreziosire la descrizione dell’anima dell’avo Cacciaguida, vivo topazio che muovendosi dal suo nastro "parve foco dietro ad alabastro".
Il "Fulgore": Manifestazione della Luce Divina
Fulgore è attestato per la prima volta nella Commedia e ricorre esclusivamente nel Paradiso. Ha il significato di ‘luminosità intensa’, quasi un lampo che rapido rifulge e abbaglia, ed è la manifestazione della luce divina: è la luminosità abbagliante delle anime beate, che è proporzionata alla gioia celeste e con cui esse, mandando bagliori, manifestano la propria letizia; è lo splendore accecante del fiume di luce di Paradiso XXX, 62 ed è, infine, il fulgore di Dio, o meglio quel fulgore per il quale il pellegrino, "quant'è possibil", può penetrare. Il fulgore illumina, colpisce e ottunde: è simile a un lampo, breve e intenso, che percuote la mente del pellegrino al culmine della visione divina (Paradiso XXXIII,141) alla fine dell'ultimo canto. L’intera famiglia lessicale relativa al fulgore (come anche fulgido e fulgere) presenta nella Commedia le sue prime attestazioni (fa eccezione il participio fulgente): sembra dunque che nella prima diffusione in volgare di questi vocaboli, evidentemente legati all’idea di luminosità del divino, ci sia proprio l’impulso di Dante e della sua ricerca lessicale per illustrare il mondo della luce.

Termini di Dono e Infanzia
La parola "strenna" indica ‘ciò che viene dato gratuitamente a qualcuno’, per estensione ‘dono’ e, propriamente ‘ciò che viene regalato in segno propiziatorio, solitamente per l’inizio dell’anno o di un mese, per una grande festa o per qualcosa che comincia’. Virgilio dice a Dante che di lì a poco potrà gustare della felicità terrena che gli umani si affannano a ricercare e queste parole del sommo poeta risultano molto più piacevoli di un qualsiasi regalo donato in occasioni speciali (la strenna, per l’appunto) mai ricevuto. Dal latino volgare *strenna (latino classico strēna(m), dall'aggettivo strēnuus ‘forte, animoso’, forse di origine sabina), diverse sono le interpretazioni semantiche avanzate dai commentatori antichi: come ‘annunzio, avviso augurale’, o con accezione negativa, ‘rito o un gesto propiziatorio e superstizioso’.
"Fantolino": Il Bambino in Dante
Per indicare un bimbo in tenera età Dante non usa né questa parola né bambino, bensì "fantolino", diminutivo di fante ‘infante’, da fans (participio di fari ‘parlare’). La similitudine evocata in questo passo del Paradiso (in cui la forma è apocopata) è una delle più dolci e commoventi della Commedia. Nel Cielo delle Stelle fisse il poeta vede i beati protendersi in alto verso Maria con la loro luce così come farebbe un neonato che, dopo essere stato allattato dalla madre, tende le braccia verso di lei spinto da un sentimento di amore che prorompe anche negli atteggiamenti esteriori. Il termine fantolino, ben attestato in letteratura, è attribuito a Gesù bambino in un volgarizzamento veneziano dei Vangeli del sec.
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Corpi Celesti e Fenomeni Luminosi
Il termine "cometa" deriva dal latino cometes, letteralmente ‘dotato di chioma’, a sua volta di origine greca, e indica propriamente un corpo celeste formato da una testa luminosa e da una “chioma” nebulosa che si prolunga in una o più code quando si trova nelle vicinanze del sole. Nella Commedia occorre un’unica volta, in rima, nella similitudine che accosta le scie di tali spettacolari corpi celesti al fiammare delle "anime liete" (Paradiso XXIV, 10) che Dante ammira nel Cielo delle stelle fisse. Un riferimento alle comete si rileva anche nel Convivio, dove la visione dell’astro appare premonitrice dei rivolgimenti politici della città di Firenze: "in Fiorenza, nel principio della sua destruzione, veduta fue nell’aere, in figura d’una croce, grande quantità di questi vapori seguaci della stella di Marte" (II, 13, 22).
Il Verbo "Abbagliare"
Il verbo "abbagliare", già attestato nel Duecento, ricorre quattro volte nella Commedia. Nell’Inferno, dove ha una sola attestazione (Inferno XXIII, 64), ha il significato proprio di 'offuscare o togliere la vista a qualcuno con la propria luce' (riferito alla doratura esterna delle cappe di piombo degli ipocriti). Un secondo significato è legato alla tematica della luce divina: si riferisce infatti al fulgore che irradia dagli angeli e dalle anime dei beati (Purgatorio XV, 28 e Paradiso XXV, 122). Infine, il verbo ricorre col significato figurato di 'confondere (la mente)' a Purgatorio XXXIII, 75, nelle parole di Beatrice, che risplendono del fulgore della verità divina.
Il Verbo "Impinguare"
Il verbo "impinguare", la cui prima attestazione in italiano risale proprio a questo passo del Paradiso, è una voce di origine dotta, che deriva dal latino ecclesiastico impinguāre, un verbo denominale formato a partire dall’aggettivo latino pĭngŭem ‘pingue, grasso’, con l’aggiunta del suffisso verbale -are e del prefisso illativo in-. Il suo significato proprio e originario, ancora oggi vivo, è quindi ‘rendere pingui, far ingrassare’ (quando costruito in forma transitiva), o ‘ingrassare’ (quando usato invece in forma intransitiva, per lo più accompagnato dalla particella si). Con valore esteso e figurato, il verbo può inoltre assumere anche il significato di ‘arricchire’ o ‘arricchirsi’, come avviene nel passo dantesco in questione: nella terzina citata a parlare è infatti San Tommaso, appartenente all’ordine dei domenicani, che sottolinea come all’interno di tale ordine sia possibile ‘ingrassare’, ossia arricchirsi spiritualmente, solamente se non si rincorrono cose vane, ossia se ci si attiene alla regola stabilita dal suo fondatore, San Domenico.
Il Verbo "Rossa" (Rosseggiare)
Nella Commedia il verbo "rosseggiare", parasintetico di rosso già attestato nei testi fiorentini del Duecento, ricorre due volte esclusivamente nel Paradiso con il significato di ‘diventare rosso in volto’ a causa di un’azione.
L'Aggettivo "Gioviale"
L’aggettivo "gioviale", la cui prima attestazione in italiano risale proprio a Dante, compare nella Commedia una sola volta, nella terzina in questione, abbinato al sostantivo facella ‘fiaccola’, per estensione ‘stella’, a indicare appunto la stella (ossia il pianeta) di Giove: la voce deriva infatti dal latino tardo ioviāle(m), letteralmente ‘di Giove’, che è a sua volta da Iovis, forma genitiva di Iuppiter, nome della somma divinità latina. Con riferimento al pianeta più grande del sistema solare, l’aggettivo è ancora usato da Galileo (che chiama "pianeti gioviali" i quattro satelliti di Giove da lui scoperti), mentre oggi, in tale specifica accezione, risulta ormai decisamente raro e letterario. Tuttora vivo e comune anche nell’italiano contemporaneo è invece l’uso di gioviale a indicare una persona o un comportamento lieto e allegro, un significato che si sarebbe sviluppato per estensione a partire da quello primario, sulla base della credenza astrologica antica che il pianeta Giove (che Dante non a caso chiama anche "la temperata stella", v.
Il Verbo "Affocare"
"Affocare" è voce tecnica e già attestata a fine Duecento in Restoro D'Arezzo. Verbo parasintetico su fuoco, affocare è usato nell’Inferno col significato proprio di 'dare alle fiamme', 'incendiare' (in Inferno VIII, 74, laddove le mura della città di Dite appaiono rosse perché arroventate dal fuoco eterno), mentre nel Paradiso (XXVIII, 17) ricorre in senso figurato: nel Cristallino, la luce eccezionale irradiata da un punto, che è la prima manifestazione diretta di Dio che si offre al pellegrino, ferisce i suoi occhi ("'l viso") quasi infuocandoli, tanto che per il forte "acume" egli è costretto a chiuderli.
Luoghi e Sentimenti
Caro a tutti è il sostantivo "patria", attestato nella Commedia in tre occorrenze, con il significato di ‘luogo natìo, terra d’origine dei propri avi’. In particolare, nell’occorrenza di Inferno X, 26 ricorre nell’espressione nobil patria pronunciata da Farinata degli Uberti per indicare proprio Firenze.
La Parola "Porpora"
Nella Commedia il sostantivo "porpora", attestato unicamente nell’occorrenza di Purgatorio XXIX, 131, ricorre nella forma porpore più rara e arcaica.
Il Verbo "Golere"
Verbo denominale da gola, "golere" è vocabolo raro, attestato prima di Dante in Monte Andrea. È voce panromanza, già attestata dalla prima metà del Duecento.
Il "Prato" Dantesco
Nella Commedia "prato" ricorre in due occorrenze con il suo significato proprio di ‘terreno ricoperto da erba’; in particolare, la bellissima immagine del prato di fiori in Paradiso XXIII, 80 rende possibile l’esperienza mistica ultraterrena attraverso una descrizione concreta dello spazio che non rimane più solamente una visione; lo stesso significato ha anche l'occorrenza di Rime VII, 28 (“ond' io l' ho chesta in un bel prato d' erba, / innamorata com' anco fu donna, / e chiuso intorno d' altissimi colli.

Il Verbo "Scolorare"
Di forte suggestione visiva è "scolorare", verbo di conio dantesco attestato per la prima volta nella Vita Nuova (XVI, 4). Nella Commedia il verbo è presente in due occorrenze: in Inferno V, 131 il verbo è usato da Francesca da Rimini per descrivere il colore del volto che impallidisce: il pallore è infatti uno dei primi sintomi dell'innamoramento, segno tipico dell’amore o di una forte emozione, com’era stato già codificato da Ovidio nell'Ars amatoria (I, 727) e da Andrea Cappellano nel De Amore (II, VIII, 46).
Il Verbo "Gratulare"
Prima attestazione dantesca, "gratulare" è un latinismo rarissimo da gratulari. Ricorre esclusivamente nel Paradiso, cantica in cui abbondano i latinismi di prima mano, nei canti del cielo Stellato dedicati alle virtù teologali. Ha il significato di 'rallegrarsi con qualcuno' (Paradiso XXIV, 149) e ha valore di sostantivo nel canto XXV (Paradiso XXV, 25) dove il gratular è il saluto affettuoso e festante tra Pietro e Giacomo. Dopo l’uso dantesco, il verbo risulta poi scarsamente attestato.
L'Aggettivo "Bizzarro"
L’aggettivo "bizzarro", qui riferito al fiorentino Filippo Argenti, ha il significato di ‘facile alla collera’, ‘iracondo’, diverso da quello, documentato dal XVI secolo e oggi comunemente diffuso di ‘che non segue i comportamenti considerati comuni e abituali’. L’etimologia è alquanto controversa poiché non si può ricondurre allo spagnolo bizzarro ‘coraggioso’ (a sua volta dal basco bizar ‘barba’) perché attestato soltanto a partire dal 1500 circa. Secondo alcuni studiosi deriverebbe invece da bizza con l’aggiunta del suffisso meridionaleggiante -arro; per altri dal latino vĭtiu(m); per altri ancora dalla base fonosimbolica *bec-/*beg-; *bac-/*bag-; *bic-/*big- usata per ‘voci che suscitano ripugnanza e disprezzo’ o, infine, dalla famiglia *biz- ‘insetto’. Come afferma Boccaccio, il significato che usa Dante era proprio del fiorentino: "bizzarro, cioè iracundo; e credo che questo vocabolo “bizzarro” sia solo de’ Fiorentini, e suona sempre in mala parte, per ciò che non tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcune dimostrazione rimuovere si possono".
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