L'episodio "L'Ascensore", interpretato da Alberto Sordi e Stefania Sandrelli e diretto da Luigi Comencini, è una delle componenti più celebri del film corale "Quelle strane occasioni" del 1976. Questa commedia, tipico prodotto di Fausto Saraceni, mirava a unire nomi di spicco del cinema italiano, accumulando "nomi di grido nella speranza di non correre rischi al botteghino". Sebbene non sempre funzionassero a livello commerciale, questi film riflettevano un cambiamento nei costumi cinematografici, introducendo elementi piccanti e ammiccamenti erotici, seppur in "trivialità invero innocue".

"Quelle Strane Occasioni": Contesto e Tematica Generale
In un periodo in cui la commedia di serie B si avvicinava alla "comicità scollacciata se non sporcacciona", le produzioni di valore più alto innestavano tali elementi per mantenere l'interesse del pubblico. Lo stesso Alberto Sordi, in veste di regista, aveva già esplorato questo cambiamento ne "Il comune senso del pudore", sebbene in un'ottica che l'autore del testo definisce "fin troppo reazionaria per essere del tutto attendibile". Nel caso specifico di "Quelle strane occasioni", il filo conduttore che unisce i tre episodi è la presenza di personaggi che "cedono a tentazioni di natura sessuale".
La Trama di "L'Ascensore": Monsignore e Tentazione
L'episodio "L'Ascensore", allestito secondo lo sceneggiatore Rodolfo Sonego "nell’arco di pochi giorni", rappresenta uno dei felici incontri tra Sordi e Luigi Comencini. Curiosamente, da questa unione tra "un borghese tradizionalista e un calvinista lombardo" è scaturito uno sketch "così saporoso". Sordi interpreta un "piazzatissimo monsignore", un tipico esponente del "generone romano nero" che si muove tra palazzi papali e salotti mondani, arricchendo la sua "nutrita galleria clericale".
La vicenda si svolge in una Roma deserta durante un rovente Ferragosto. A causa di un blackout, il monsignore si ritrova bloccato in un ascensore con una ragazza "piuttosto sensuale". Nell'infinita attesa dei soccorsi, i due iniziano a conoscersi meglio, dando vita a un dialogo ricco di sfumature. Questa è l'unica collaborazione tra Sordi e Stefania Sandrelli, che l'attrice stessa definisce "in assoluto tra le partner che più gli ha tenuto testa e con cui s’instaura davvero una relazione paritaria per istinto e carisma". Le dinamiche tra i due all'interno di quello "spazio così angusto" sono particolarmente credibili: "l’uno dissoluto e vizioso e l’altra meno subdola eppure esperta".

Il "Libero Arbitrio" e la Morale Controversa
L'apice narrativo si raggiunge all'uscita dall'ascensore, quando "esplode l’amorale della storia": il monsignore sostiene che la colpa non sussiste perché "mancava il libero arbitrio" data la situazione forzata. Stefania Sandrelli ha rivelato come la scena del libero arbitrio sia stata "particolarmente difficile" da girare. Dopo che il prete "aveva fatto approfittato sessualmente di lei", egli argomenta che l'accaduto è dovuto all'impossibilità di scegliere liberamente, bloccati come erano. La Sandrelli, definendo la giustificazione del monsignore "una faccia di bronzo", ha dovuto ripetere la scena "non so quante volte". L'episodio è stato poi riassunto anche come la storia in cui "un monsignore e un'avvenente trentenne rimangono bloccati per l'intero giorno in un ascensore" e, una volta liberati, "l'uomo esorta la donna a dimenticare l'accaduto, riconducendolo all'assenza di libero arbitrio dovuta alla forzata coabitazione, e nonostante ciò le lascia il suo biglietto da visita."
Alberto Sordi - Quelle strane occasioni (1976) L'ascensore
L'Ascensore nel Cinema Italiano: Da Oggetto a Spazio Narrativo
Sebbene il concetto di ascensore esista sin dai tempi del Colosseo, la sua progettazione moderna e l'automatizzazione risalgono all'Ottocento, grazie alle tecnologie post-rivoluzione industriale. Questa "scatola magica che permette di spostarci da un livello all'altro degli edifici ha esercitato ed esercita tutt'ora un certo fascino per registi teatrali e cinematografici". L'ascensore è definibile come "impianto di sollevamento per persone da un piano all’altro negli edifici o, più in generale, fra punti di diverso livello, costituito essenzialmente da una cabina che scorre verticalmente tra due guide, sostenuta da funi d’acciaio che si avvolgono su un argano". La storia dell'ascensore inizia intorno al terzo millennio a.C. con meccanismi azionati da energia umana, animale o idraulica, ma è dall'Ottocento che assume una configurazione simile a quella attuale. La necessità di agevolare l'accesso a edifici più alti di quattro piani, soprattutto in America, portò Elisha Otis a inventare il dispositivo di sicurezza che ha reso l'ascensore un luogo sicuro, anche da grandi altezze.

L'Ascensore Come Elemento Drammatico e Psicologico
Come i congegni tecnologici più complessi, l'ascensore moderno sembra compiere una magia, permettendo di spostarsi "senza fatica" e talvolta scomparendo alla vista. Questa "scatola in cui ci sono delle immagini in movimento" (come il cinema nella sua "preistoria") è diventata scenario determinante per molti film e serie. L'introduzione del congegno di sicurezza di Otis stesso fu un evento spettacolare, descritto da Rem Koolhaas: Otis recise il cavo di sollevamento per dimostrare che "invisibili ganci di sicurezza" avrebbero impedito la caduta, introducendo "l'anticlimax come finale, il non-evento come trionfo". Questa spettacolarità ha trovato rapidamente spazio nel cinema, come dimostrano "Ascensore per il patibolo" (1958, Malle) e "L’ascensore" (1983, Maas).
La consapevolezza della fallibilità dell'ascensore rende questo spazio ancora più avvincente e ha ispirato scenari da black humor o horror. I film presi in considerazione mostrano come "questo affidamento non sia mai totale", e la fallibilità del meccanismo può essere persino pianificata per un omicidio.
Altri Esempi di Ascensori nel Cinema Italiano
A partire dagli anni '50, molti registi italiani hanno esplorato lo spazio esiguo dell'ascensore. In "Cronaca di un amore" (1950, Antonioni), viene messo in discussione lo spazio necessario al funzionamento dell'ascensore, che "probabilmente terrorizza più dell’eventuale malfunzionamento e del rimanervi bloccati". Lo stesso tema di un incidente legato all'ascensore, seppur con una prospettiva diversa, è presente ne "Il vedovo" (1959, Risi), dove il protagonista è proprio un imprenditore di una ditta di ascensori, Alberto Nardi (interpretato da Alberto Sordi). La trama, ispirata a un fatto di cronaca ("Il mistero via Monaci"), vede Nardi alle prese con un ascensore precipitato a causa del malfunzionamento di un sistema di sicurezza. Successivamente, diventa chiaro che tale malfunzionamento è cruciale per l'organizzazione dell'omicidio della moglie di Nardi.
Nel 1975, in "Profondo Rosso" di Dario Argento, l'ascensore gioca un ruolo fondamentale nella scena finale. Qui, l'omicidio di Marta (Clara Calamai) avviene con l'ausilio della tecnologia dell'ascensore, che in questo caso funziona correttamente: "Impigliata nella porta in ferro, la collana strangola Marta [...] dopo che Marc (David Hemmings) ha premuto il tasto di chiamata al piano per azionare l’ascensore". I cavi del macchinario, contrapposti alla collana, simboleggiano la contrapposizione tra l'umano e la macchina come strumento letale.
Con "Così parlò Bellavista" (1984, De Crescenzo), l'ascensore emerge come "spazio condiviso". Costantemente guasto e fonte di frustrazione per i condomini, diventa però il luogo dove nasce la confidenza tra il professore Bellavista e l'inquilino milanese Cazzaniga, che, bloccati, si raccontano l'infanzia e le tradizioni. La problematica di uno spazio ristretto e condiviso nei condomini attuali è trattata anche in "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (2010, Toso), dove l'ascensore diviene da luogo di un delitto a "spazio meditativo" e ossessione quotidiana, desiderato "come se fosse proprietà privata". Infine, l'intimità dell'ascensore diviene scenario erotico e sentimentale negli ultimi minuti di "Io e lei" (2015, Tognazzi), con Federica (Margherita Buy) e Marina (Sabrina Ferilli) che si scambiano un bacio appassionato. I registi, attraverso questi esempi, rivelano il meccanismo dell'ascensore per gli incidenti e il suo interno per mostrare la possibilità di intimità che tale spazio offre.

L'Eredità di Alberto Sordi e il Fascino dell'Ascensore
Le Riflessioni di Stefania Sandrelli su Sordi
L'unica esperienza professionale tra Alberto Sordi e Stefania Sandrelli, avvenuta ne "L'Ascensore", ha dato vita a un'amicizia durata quasi quarant'anni. Sandrelli ricorda Sordi come un uomo irresistibile, brillante e coinvolgente, con il quale si divertiva "come pazzi". Nonostante le voci sulla sua presunta avarizia, l'attrice lo descrive come "generosissimo", affermando che sul set "non ha tasche, borse, soldi... Solo un equivoco". Ricorda serate "splendide" a casa di Sordi, frequentate da intellettuali e artisti del calibro di Giuseppe Ungaretti, Jorge Ben e Federico Fellini, dove lui era sempre il mattatore. La sua arma vincente era "la capacità geniale di tradurre situazioni, incontri e stati d'animo in battute straordinarie", rendendolo "una specie di mago". Sandrelli non crede avesse una "vena triste" fuori dal set, e per lui "far ridere era un gesto di affetto". Riguardo alla sua eredità, l'attrice afferma che "nessuno" può essere il suo erede, ma, se deve fare un nome, cita Max Tortora per alcune affinità. Per lei, Sordi era "un genio", e il suo funerale fu un'esperienza incredibile per "capire quanto amore avesse dato e quanto ne ha ricevuto".
L'Ascensore Oltre il Cinema
La complessità dei pochi metri quadrati dell'ascensore, capaci di mutare lo scorrimento di una giornata o un'intera vicenda, ha fatto sì che in ogni film questo spazio sia reinterpretato ora come meccanismo, ora come spazio interno da abitare temporaneamente. Il riferimento all'ascensore non si limita al cinema: è presente in racconti di Roald Dahl, nella "elevator music" (un sottogenere della musica ambient), e nell'arte visiva non cinematografica, come la mostra "Living in Lift", svoltasi in diverse città italiane tra il 2012 e il 2013, o l'opera audio-video di Antonio Mastrogiacomo "Lascendiamo" (2015), che considera l'ascensore in relazione a grandi strutture e infrastrutture.
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