Affreschi e Opere d'Arte con la Madonna e i Santi Giovanni

Le figure della Madonna, di San Giovanni Evangelista e di San Giovanni Battista hanno ispirato innumerevoli capolavori nell'arte sacra, spesso raffigurate insieme in complesse iconografie che ne esaltano i rispettivi ruoli teologici. Questa analisi esplora alcune di queste rappresentazioni, con un focus particolare sulle opere conservate e create nel contesto di Parma.

La Pala di Cima da Conegliano: Un Esempio di Innovazione Rinascimentale

Nel 1505, Bartolomeo Montini, canonico del Capitolo della Cattedrale e protonotario apostolico, una figura influente a Parma e legata ai circoli umanistici, ottenne i diritti sulla prestigiosa cappella posta nel transetto meridionale. Si affrettò a commissionare sia il proprio monumento funebre, affidato a Giovan Francesco d’Agrate, sia la pala destinata all’altare. Già nel 1510 la nuova sistemazione era considerata "perfectam". Sul sepolcro compare inoltre la data del 1507, e fu intorno a questi anni che va situata l’esecuzione della pala di Cima da Conegliano, richiesta da Montini, che aveva probabilmente avuto occasione di ammirare in loco la tavola già eseguita per i frati dell’Annunciata.

Per questa destinazione di alto profilo, Cima scelse un’impaginazione sia "classica" che singolarmente "alla moda". È evidente, e più volte sottolineata, la derivazione strutturale dalla pala del 1505 di Giovanni Bellini in San Zaccaria. Si manifesta la volontà illusionista e scenografica di accordare ciò che si vedeva sulla tavola all’ambiente circostante, ovvero l’abside "reale" della cappella, raddoppiandone l’effetto di profondità e ampiezza. Questo effetto era ulteriormente accresciuto dalla disposizione a semicerchio continuo dei santi.

L’illusione, o più modernamente il décor, doveva regolare altri registri, come la risonanza fra i motivi decorativi della pala (i finti mosaici ad esempio) e i dipinti murali. Inoltre, il gioco della luce, che come da vera finestra entra da sinistra, avvolge di luminosità la Vergine col Bambino e il tenero angelo musicante seduto sul gradino del trono, creando ombre portate e tessere luminose sugli altri santi. Longhi, nel 1946, sottolineò l’alta misura di quell’ombra così "vera" che il corpo proteso del Bambino disegna sul volto di Sant’Apollonia.

Pala di Cima da Conegliano per la cappella Montini, Galleria Nazionale di Parma

L'Apparizione della Madonna di Dosso Dossi: Tra Sacro e Paesaggio

Questo splendido dipinto, intitolato l'Apparizione della Madonna ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, realizzato da Dosso Dossi, si trova oggi agli Uffizi ma era stato originariamente dipinto per il Duomo di San Martino a Codigoro, una cittadina nei pressi di Ferrara, dove Dosso fu a lungo attivo. L'opera è arrivata agli Uffizi nel 1913 in seguito a un acquisto.

In un suggestivo cielo crepuscolare su cui si addensano cupe nubi, la Madonna compie la sua apparizione assieme a Gesù Bambino e ad alcuni cherubini. L'apparizione avviene dentro a una mandorla luminosa che ricorda molto le soluzioni della pittura dell'Italia centrale del primo Rinascimento. Sotto, i due santi osservano rapiti quello che sta accadendo sopra di loro. Le loro figure, giovanili e possenti, hanno una forte connotazione individuale nonché tratti somatici molto realistici, come era tipico della pittura di Dosso. San Giovanni Battista tiene in mano il tipico bastone con la croce che reca un cartiglio con la frase, da lui pronunciata, Ecce Agnus Dei (ecco l'Agnello di Dio). Più insolito è il libro, che allude ai profeti che preannunciarono la venuta di Cristo.

La gamma cromatica vasta, calda e avvolgente è quella tipica del pittore, che era solito creare composizioni allo stesso tempo energiche e raffinate. Tipico del pittore è anche il paesaggio i cui elementi sono evidenziati da bagliori luminosi. Il dipinto, restaurato una prima volta nel 1975 a causa delle cattive condizioni di conservazione, subì alcuni danni durante l'attentato dei Georgofili: la tela, oltre a essersi scollata dal supporto, era stata anche colpita da alcuni detriti provocati dall'esplosione della bomba.

Apparizione della Madonna ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, Dosso Dossi, Uffizi

Il Complesso del Monastero di San Giovanni Evangelista a Parma

Storia e Architettura

Il monastero benedettino di San Giovanni Evangelista in Parma, eretto alla fine del X secolo, fu riedificato nella forma attuale fra il 1490 e il 1519. La costruzione della chiesa, diretta inizialmente da Gigliolo Dall'Argine, e poi, dal 1510, da Bernardino Zaccagni e Pietro Cavazzolo, s’ispirava alla committenza benedettina, che ne determinò le innovative scelte progettuali. La facciata fu realizzata fra il 1604 e il 1607 su progetto dell'architetto ducale Simone Moschino. L'interno presenta una pianta a croce latina scandita in tre navate; nelle laterali si aprono sei cappelle, alle quali se ne aggiungono due nel presbiterio.

Veduta esterna della chiesa e del campanile del Complesso di San Giovanni Evangelista a Parma (1604/1607)

La Magnificenza di Correggio nel Monastero

La ricca decorazione dell'edificio rispecchia le scelte inedite della committenza. In particolare, "Il fregio con Profeti e Sibille" che corre nella navata centrale, svolto da Correggio con la collaborazione di Francesco Maria Rondani (1519-1523), si rivela centrale per illustrare il significato dell’intero progetto pittorico della chiesa. Questo ciclo si ispira alla cultura della Congregazione di Santa Giustina di Padova, alla quale il cenobio parmense aveva aderito a partire dal 1477, e declina un percorso figurativo che, grazie alla significativa presenza di sibille e profeti, uniforma il messaggio pagano a quello cristiano.

L’impresa correggesca si estende dalla navata, alla cupola, all’abside e alle pareti esterne del recinto del coro (1519 post 1524). Ancora, dopo il 1524, il maestro portò a compimento per la Cappella Del Bono le due tele, oggi presso la Galleria Nazionale, con il Compianto su Cristo morto e il Martirio di quattro santi.

All’interno della chiesa, lo sguardo corre all’Apoteosi di Cristo nella cupola (1519 - 1521 ca.). L’impianto iconografico allude all'Ascensione di Cristo, disceso sulla terra per risalire in cielo con l’anziano Evangelista, qui accovacciato sul bordo estremo della fascia esterna. Come emerge dagli studi più recenti, Correggio esordì nella chiesa nel 1519 con l’affresco della cupola e del fregio della navata. Forse contestualmente, portò a compimento la decorazione della lunetta sovrapporta con il San Giovanni Evangelista giovane (1519?- 1521 ante quem non).

Dettaglio della cupola di San Giovanni Evangelista con l'Apoteosi di Cristo, Correggio

L'Incoronazione della Vergine nell'Abside: Dall'Originale alla Copia

Nella conca absidale, l’affresco con l'Incoronazione della Vergine con i SS. Giovanni Evangelista, Benedetto, Giovanni primo abate, San Giovanni Battista, con angeli musici e cantori, copia dell'affresco correggesco, fu realizzato da Cesare Aretusi (1549-1612) nel 1586. Questo avvenne quando, a causa dell'ampliamento della zona absidale, il catino dipinto da Correggio nel 1522 fu abbattuto.

Del gruppo centrale dell’originale di Correggio con Cristo e la Vergine, una parte è conservata alla Galleria Nazionale di Parma, e la relativa sinopia presso la Biblioteca Palatina. Altri frammenti di estremo interesse sono conservati alla National Gallery di Londra, al Museum of Fine Arts di Boston e presso alcune collezioni private.

Incoronazione della Vergine con i SS. Giovanni Evangelista e Giovanni Battista, copia di Cesare Aretusi

Contributi di Altri Artisti e Dettagli Iconografici

Nei pennacchi della cupola di San Giovanni Evangelista sono raffigurati i Padri della Chiesa con gli Evangelisti (tra cui San Luca e Sant'Ambrogio), opera di Correggio, Francesco Maria Rondani e Francesco Tonelli. Lungo il tamburo, a monocromo, si trovano i simboli degli evangelisti tra gli angeli. Nei sottarchi il Correggio dipinse figure monocrome di eroi biblici e al di sopra del presbiterio le grottesche della crociera. L'installazione seicentesca delle cantorie avrebbe compromesso l’altro fregio con tematiche sacrificali svolto forse dal maestro e da suoi stretti collaboratori lungo le pareti del santuario; ne è conservato un solo frammento nella Sala Capitolare.

L’intero impianto pittorico della chiesa e del convento sembra intonato a un programma comune, derivato dalla cultura benedettina; come è per il fregio con Scene di sacrificio alternate a una serie di tondi con busti di papi, vescovi e monaci benedettini che scorre lungo il transetto, attribuito a Cristoforo Caselli. Si rivela decisa la differenza di mano fra la decorazione della sezione di sinistra e di destra: la prima, datata 1514, è firmata da Giovanni Antonio da Parma, mentre la seconda, di migliore qualità, è riferibile a Cristoforo Caselli (1460 ca.-1521), autore della tavola raffigurante l’Adorazione dei Magi, compiuta nel 1499 e situata nella terza cappella a destra.

A Michelangelo Anselmi (1492 ca.-1554) spettano la decorazione delle sei crociere e degli archi della navata maggiore con candelabre, putti, aquile, allegorie del tempo, a monocromo su fondo blu. Tra le sue opere figurano anche San Benedetto fra i Santi Scolastica, Mauro, Placido e Giustina nel catino absidale del transetto sinistro (1521), così come Il vescovo Sigfrido nomina Giovanni primo abate del nuovo monastero di San Giovanni Evangelista e La Vergine appare a Giovanni, primo abate, in punto di morte con lo stemma originario della famiglia Cornazzano, emerso quest’ultimo grazie ai recenti restauri. A lui sono attribuite anche Santa Sant’Agnese e Caterina d’Alessandria (1522-1523) nella cappella a sinistra del presbiterio, l’affresco con i Quattro Dottori della Chiesa e la tavola con Cristo portacroce (1522) nella sesta cappella a sinistra, e infine le ante di un armadio portareliquie della Sagrestia con San Sebastiano e San Giovanni Battista.

Nel sottarco verso l’abside, sopra i capitelli dei grandi pilastri, sovrapposti ai due monocromi, si possono osservare rispettivamente un cesto con il calice semicoperto da un velo e un cesto col pellicano che nutre i suoi pulcini. Questi sono una chiara evocazione dell’eucaristia celebrata sull’altare sottostante, dove Cristo nutre di sé i suoi fedeli.

Dettaglio di un pennacchio della cupola di San Giovanni Evangelista a Parma, con un Evangelista

L'Iconografia della Cupola del Duomo di Parma: L'Assunzione di Maria

Nel contesto parmense, l'iconografia della cupola del Duomo di Parma, capolavoro del Correggio, si ispira non solo ai testi apocrifi, ma in particolare alle tre omelie che Giovanni Damasceno dedica all'Assunzione di Maria. Pur conoscendo la tradizione apocrifa, il Damasceno si muove su principi teologici riassumibili nell’asserto che Maria è inseparabile dal Figlio. Come la risurrezione di Cristo nei racconti evangelici avviene al terzo giorno, anche l’assunzione di Maria è collocata al terzo giorno dalla sepoltura, in giorno di domenica, la festa primordiale cristiana, che di otto giorni in otto giorni fa memoria della Pasqua di Risurrezione. All’evento sono presenti tutti gli apostoli, raccolti dai paesi dove si erano recati per predicare il vangelo e portati a Gerusalemme dagli angeli.

Nella cupola, gli apostoli si ergono sul finto cornicione in marmo, a due a due, in corrispondenza degli angoli dell’ottagono di base, nascondendone la geometria e rendendo tondo il campo pittorico. Salendo con lo sguardo, un vortice popolato di angeli - il Damasceno ne ricorda le “famiglie”, Angeli, Arcangeli, Potestà, Principati, Troni, Cherubini, Serafini - tra gonfie nuvole accompagna Maria che sale. La figura della Vergine con veste rosa e manto azzurro, le braccia aperte, si trova sul lato occidentale della cupola, verso l’abside, visibile da chi, percorrendo la navata maggiore della cattedrale, si fermi ai piedi della grande scalinata. Era quello che potevano scorgere i fedeli al tempo del Correggio.

Nella seconda omelia, Giovanni Damasceno scrive: “bisognava anche che i principali degli antichi giusti e profeti venissero dappresso per prendere parte a questa scorta sacra, essi che avevano annunciato con chiarezza che da questa donna il Verbo di Dio avrebbe preso carne per noi e sarebbe stato generato per amore degli uomini”. Tra la barriera di volti che attorniano Maria, emergono con l’intero busto i progenitori: a sinistra Adamo, “cui è stata cancellata la condanna”, e a destra Eva con in mano la mela con un verde virgulto. A destra e a sinistra di Maria si possono identificare altri personaggi biblici. A destra della Vergine (sinistra per chi guarda), prima di Adamo, si trova lo sposo di Maria, Giuseppe col bastone e il giglio. Scorrendo ancora verso sinistra, dopo Adamo, si trovano Abramo - che “ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rom 4,11) - e il figlio Isacco con l’agnello del sacrificio. Più a sinistra, una figura si eleva con il busto sopra le teste che la circondano, con il braccio che nasconde in parte il volto, ma lasciando scorgere una folta capigliatura bionda: Davide che regge con la mano la testa mozzata, in scala maggiore rispetto a tutte le altre, del gigante filisteo Golia, ucciso dal futuro re di Israele. Fra quest’ultimo ed Abramo, forse il patriarca Giacobbe con la grande barba. Dall’altro lato, a sinistra di Maria, si trovano figure femminili: due donne, di cui una con veste fluente verde e rossa, probabilmente Marta e Maria, sorelle di Lazzaro e testimoni della sua risurrezione (Gv 11, 1-44). Un’ultima figura, in alto, sopra Maria, al margine del mare di luce della sommità della calotta, un volto d’uomo con capelli e barba rossastra “in cui passa un’onda di tristezza per un pensiero turbante e ossessivo, come erano i pochi ritratti da lui dipinti”.

All’imposta della cupola, nei quattro pennacchi, come perle nel cuore di una conchiglia, sono raffigurati santi patroni della città. All’inizio del Cinquecento si designavano così santi che anche temporaneamente erano oggetti di culto. Solo nel sinodo Mozzanega (1602), all’atto della sistemazione del calendario diocesano post-tridentino, la diocesi si doterà di un calendario proprio fisso. Guardando verso l’abside, a destra Sant’Ilario di Poitiers, antico protettore del Comune medioevale, e a sinistra San Giovanni Battista, titolare del Battistero, con in braccio l’agnello, simbolo suo caratteristico per aver indicato Cristo al Giordano come “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Nel sottarco verso l’abside, sopra i capitelli dei grandi pilastri, sovrapposti ai due monocromi, rispettivamente un cesto con il calice semicoperto da un velo e un cesto col pellicano che nutre i suoi pulcini, chiara evocazione dell’eucaristia celebrata sull’altare sottostante, dove Cristo nutre di sé i suoi fedeli.

La cupola del Duomo di Parma con l'Assunzione della Vergine, Correggio

Il Ruolo Teologico dei Santi Giovanni nell'Arte

Nelle rappresentazioni artistiche, le figure di Giovanni Battista e Giovanni Evangelista sono spesso cariche di profondo significato teologico. Giovanni Battista, indicando Gesù, sembra dire “Ecco l’Agnello di Dio”, riferendosi a Cristo come all'animale sacrificale. Giovanni Evangelista, d'altra parte, ricorda che “Il Verbo si fece carne”, enfatizzando l'incarnazione divina e la testimonianza della vita di Cristo.

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