Abbazia Benedettina della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni: Una Storia Millenaria

L’Abbazia Benedettina della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, fu nel Medioevo uno dei centri religiosi e culturali più vivi e potenti dell’Italia Meridionale. Questo importante sito religioso, che vanta oltre mille anni di storia ininterrotta, sorge nell’amena cornice della valle metelliana, a circa 3 chilometri dalla cittadina di Cava de’ Tirreni e a 12 da Salerno. L'Abbazia è incuneata tra le propaggini dei monti Lattari, alle falde del monte Finestra (1145 m), e si estende tra la rupe incombente, sulla quale girano le mura di Corpo di Cava, e il torrente Selano, che scorre a distanza di pochi metri, a 350 m di altitudine.

La Fondazione e il Percorso dei Primi Abati Santi

La storia del complesso monumentale, conosciuto anche come “Badia”, ha inizio nell’anno 1011. Il fondatore della badia fu Sant'Alferio Pappacarbone, un nobile salernitano di origine longobarda, già familiare e ambasciatore del principe di Salerno Guaimario III, che si era formato a Cluny, la cittadina nel Nord-est della Francia dove si era costituito il primo nucleo benedettino sotto Guglielmo il Pio. Sant'Alferio si ritirò sotto la grande grotta "Arsicia" per condurre vita eremitica.

L'accorrere dei discepoli, attratti dalla sua santità, lo indusse a costruire un monastero di modeste dimensioni con annessa piccola chiesa. Egli però continuò ad abitare un piccolo vano della grande grotta, che si era scelto come cella, e in questa, in età molto avanzata, morì e fu sepolto il 12 aprile 1050.

Fin quasi alla fine del XIII secolo, Sant'Alferio ebbe una serie di successori eccezionali. I primi quattro abati furono riconosciuti santi dalla Chiesa, e altri otto beati. Tra questi:

  • Sant'Alferio (fondatore)
  • San Leone I (1050-1079)
  • San Pietro I (1079-1123)
  • San Costabile (1123-1124)
  • Beato Simeone (1124-1140)
  • Beato Falcone (1140-1145)
  • Beato Marino (1145-1170)
  • Beato Benincasa (1171-1194)
  • Beato Pietro II (1195-1208)
  • Beato Balsamo (1208-1232)
  • Beato Leonardo (1232-1255)
  • Don Tommaso (1255-1264)
  • Don Giacomo (1264-1266)
  • Don Americo (1264-1268)
  • Beato Leone II (1268-1295)

In particolare, San Pietro I, nipote di Sant'Alferio, ampliò grandemente il monastero e lo fece centro di una potente congregazione monastica. A San Pietro si deve la formazione di oltre 3000 monaci.

illustrazione di Sant'Alferio Pappacarbone o mappa delle prime dipendenze dell'abbazia

L'Ascesa dell'Ordo Cavensis: Potenza Spirituale, Culturale e Temporale

Eretta nell’XI secolo, la basilica benedettina acquisì in breve tempo una tale importanza da essere considerata una sorta di «Cluny italiana». Ampliata e trasformata in basilica a più navate al tempo di San Pietro I abate (1079-1123), l’Abbazia uscì dall’ambito locale, ponendosi a capo di una vasta congregazione monastica, l'Ordo Cavensis. Questa congregazione annoverava alle sue dipendenze circa 500 tra chiese, abbazie e priorati ed estese la sua influenza spirituale e temporale in tutto il Mezzogiorno.

L'Ordo Cavensis si distinse anche per una notevole capacità di gestione temporale, disponendo di una flotta di piccole navi che facevano la spola con i porti d’Oriente ed essendo proprietaria del Castello dell’Angelo a Punta Licosa. I principi e i signori feudali favorirono lo sviluppo della congregazione Cavense, offrendo feudi, beni e privilegi, e donando all’abbazia la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I papi, oltre alla conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione, per cui l’abate di Cava finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la badia aveva la proprietà.

La congregazione giovò moltissimo alla riforma della Chiesa, promossa dai grandi papi del XI secolo, e al benessere della società civile. Amorosa fu la cura che gli abati avevano delle popolazioni, alle quali assegnavano le terre delle vaste possessioni dell’abbazia, con l’obbligo di metterle a coltura o di prestare manodopera o un censo proporzionato alla fertilità del suolo dopo un certo numero di anni. Per la difesa delle popolazioni del Cilento dalle incursioni saracene, San Costabile e il Beato Simeone costruirono il castello dell’Angelo, detto poi Castellabate. I monaci, inoltre, gestivano ospizi e ospedali, sovvenivano generosamente alle necessità dei bisognosi ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti.

Nel 1092, papa Urbano II, che aveva conosciuto San Pietro I a Cluny, visitò l’Abbazia e ne consacrò la basilica. Particolarmente notevole fu anche il governo del Beato Benincasa, che nel 1176 inviò in Sicilia un centinaio di monaci per popolare la celebre abbazia di Monreale.

mappa dell'Italia meridionale con l'estensione dell'Ordo Cavensis nel Medioevo

Le Trasformazioni Architettoniche: Dal Medioevo al Barocco

L'Abbazia fu completamente ricostruita nel XVIII secolo su disegno di Giovanni del Gaizo, ma ancora oggi sono evidenti cospicui elementi dell’antico impianto medievale. Dell’antica basilica, oltre all’ambone marmoreo in stile cosmatesco del XII secolo, restano due cappelle sui cui altari sono sistemate sculture pregevoli di Tino da Camaino, fatte eseguire dall’abate e consigliere reale Filippo de Haya. Su quello della prima cappella a sinistra, che presenta un paliotto del XI secolo, è un rilievo raffigurante la Madonna con il Bambino fra San Benedetto e Sant'Alferio che presenta alla Madonna l’abate de Haya; sull’altare della seconda cappella a destra, sono i due gruppi delle pie donne e dei soldati romani ai piedi della croce.

L’attuale basilica sorse nel 1761 per iniziativa dell’abate Don Giulio De Palma e su disegno dell’architetto Giovanni del Gaizo. L’interno, specialmente dopo il moderno rivestimento delle pareti e la pavimentazione con marmi policromi, è luminoso ed armonico. Si può ammirare un’apoteosi di marmi policromi e affreschi.

Gli affreschi della basilica sono opera del pittore calabrese Vincenzo Morani, che nel 1857 vi rappresentò sulla volta del coro “Sant'Alferio in contemplazione della Santissima Trinità”; nella cupola una visione dell’Apocalisse; nel transetto a destra la “Morte di San Benedetto”; a sinistra la “Resurrezione” con profeti ed apostoli. Sotto i 12 altari della basilica sono deposte le reliquie dei 12 abati santi. Accanto alla chiesa è da segnalare la fontana realizzata nel 1772 da Tommaso Liguoro.

foto dell'interno della basilica con marmi policromi e affreschi

Periodi di Mutamento: Sede Vescovile e la Commenda

Il XIV secolo rappresenta per Cava un periodo di ripiegamento su se stessa, con una particolare cura per la difesa e l’amministrazione dei beni temporali e la produzione di splendide opere d’arte, sebbene l’incidenza dell’azione spirituale e sociale della badia diminuisca, anche a causa dei rivolgimenti politici. Gli abati di questo periodo, sempre eletti a vita dai monaci, furono:

  • Don Raynaldo (1295-1300)
  • Don Roberto (1301-1311)
  • Don Bernardo (1311-1316)
  • Don Filippo de Haya (1316-1331)
  • Don Gottardo (1332-1340)
  • Don Mainerio (1340-1366)
  • Don Golferio (1366-1374)
  • Don Antonio (1374-1383)
  • Don Ligorio de Maiorinis (1383-1394)

Nel 1394 papa Bonifacio IX conferì il titolo di “città” alla Terra di Cava, elevandola in pari tempo a diocesi autonoma, con un proprio vescovo che doveva però risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della diocesi di Cava. Il monastero non sarà governato da un abate ma da un priore e la comunità dei monaci formerà il capitolo della cattedrale. Furono vescovi mons. Francesco de Aiello (1394-1407), Mons. Francesco de Mormilis (1407-1419), Mons. Sagax de Comitibus (1419-1426) e Mons. Angelotto Fusco (1426-1444).

Quest’ultimo, nel 1431, fu elevato alla dignità cardinalizia e, malauguratamente, volle ritenere in commenda, percependone le rendite, l’abbazia e la diocesi cavense. Questa fu la sorte di quasi tutte le più ricche abbazie nei secoli XIV e XV. Ebbe come successori i cardinali commendatari: Luigi Scarampa (1444-1465), Giovanni D’Aragona (1465-1485) e Oliviero Carafa (1485-1497).

Specialmente i commendatari, benché uomini eminenti, portarono l’abbazia ad una grande decadenza. Lontani da essa, la governarono mediante fiduciari, ai quali interessava principalmente non il monastero ma la diocesi e l’amministrazione dei beni temporali. La disciplina, in assenza di un capo responsabile, decadde miseramente e i monaci si ridussero a pochi, anche per l’esiguità dei mezzi di sussistenza loro assegnati.

La Riforma Cassinese e il Rinnovamento Spirituale e Culturale

L’ultimo commendatario ebbe il merito di interessarsi affinché la badia di Cava fosse aggregata alla Congregazione di San Giustina da Padova, detta poi Congregazione Cassinese, nel 1497. La riforma poneva a capo della Badia non più un vescovo o un cardinale ma un abate temporaneo: così rifiorì la disciplina monastica ed il culto delle scienze e delle arti. L’archivio, prezioso retaggio della congregazione Cavense, fu oggetto di cure amorose e di studio.

In questo periodo si segnalarono l’abate D. Vittoriano Manso, che fondò la biblioteca, l’abate D. Alessandro Ridolfi, il primo storico della Badia, e l’infaticabile D. Agostino Venereo, archivista. Rifiorì anche la santità con D. Benedetto Zitelli di Cava (+1648), D. Zaccaria Capograsso (+1633) e il suddetto D. Agostino (+1638). Nel corso dei secoli XVI-XVIII l’abbazia fu rinnovata anche architettonicamente. L’abate D. Giulio De Palma ricostruì la chiesa ed il seminario, il noviziato e varie parti del monastero.

Il XIX e XX Secolo: Soppressione, Monumento Nazionale e Continuità

La soppressione napoleonica, per merito dell’abate D. Carlo Mazzacane, passò senza arrecare danni alla badia: 25 monaci rimasero a guardia dello Stabilimento (tale fu il titolo dell’abbazia) e il Mazzacane ne fu il Direttore. La restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, portò a un rinnovamento dello spirito religioso. Nel 1844 partirono da Cava per l’Australia come missionari D. Giuseppe Serra e D. Rudesindo Salvado, monaci spagnoli aggregatisi a Cava, che fondarono l’Abbazia della Santissima Trinità di Nuova Norcia.

Con la legge di soppressione del 1866, in considerazione dei valori artistici e scientifici accumulati nelle sue mura e del fatto che erano centro di una diocesi, il monastero fu dichiarato Monumento Nazionale e, come tale, si salvò dalla rovina a cui andarono incontro tante altre illustri abbazie. Eroica si dimostrò allora la virtù dei pochi monaci rimasti. Privi di ogni risorsa materiale, seppero affrontare non pochi disagi per sopravvivere. Aprirono un nuovo campo di apostolato monastico istituendo un collegio laicale, e redassero il Codex Diplomaticus Cavensis, in cui pubblicarono il testo integrale delle più antiche pergamene dell’archivio Cavense. Si tratta di un’opera monumentale, che ha resa famosa la badia in tutto il mondo scientifico. Alcuni dei nomi più prestigiosi meritano qui un ricordo: D. Guglielmo Sanfelice, poi cardinale arcivescovo di Napoli, D. Michele Morcaldi, l’autore principale del Codex e D. Benedetto Bonazzi, autore del famoso vocabolario greco. I più moderni abati, come Mons. Placido Nicolini, Mons. Ildefonso Rea e i loro successori, stimati ed amati da quanti li conobbero, hanno continuato degnamente l’opera dei Santi Padri Cavensi. Essi hanno restaurato ed ampliato gli edifici del monastero e dato nuovo impulso alla sua millenaria vita, che dura ininterrotta ancora oggi.

immagine di una pergamena antica o di una pagina del Codex Diplomaticus Cavensis

I Tesori d'Arte e Custodia della Memoria: Archivio, Biblioteca e Museo

L’Abbazia conserva numerosi tesori d’arte e di cultura raccolti dai monaci nel corso di un millennio, che poi lo Stato italiano ha fatto propri. L'Abbazia si è arricchita di molte opere d'arte di epoche diverse: edifici, affreschi, mosaici, sarcofagi, sculture, quadri, codici miniati e oggetti preziosi.

  • L'Archivio Abbaziale, nato nel 1025, custodisce circa 15.000 pergamene datate dall’VIII al XIX secolo, un patrimonio inestimabile che ha permesso ai monaci di provvedere nei secoli alla trascrizione e conservazione di codici e manuali, favorendo la diffusione e lo studio di antichi manoscritti a studiosi provenienti da tutta Europa e dalle Americhe.
  • La Biblioteca conserva, tra l’altro, preziosi manoscritti e incunaboli.
  • Il Museo espone quadri, sculture, sarcofagi romani (attribuiti per lo più al III secolo d.C.), corali miniati e arredi sacri.

Tra gli spazi suggestivi da osservare vi sono anche il paliotto marmoreo del XI secolo e il pavimento in maiolica. Da notare la cella grotta di Sant'Alferio, con l'urna che ne custodisce le reliquie, e l’altare di San Leone con la sua urna e altre reliquie di santi. Il piccolo chiostro dei secoli XI-XIII, ancorché di proporzioni ridotte, è la parte più suggestiva e caratteristica della badia: sebbene abbia subìto diverse manomissioni, rimanda nella struttura ai coevi chiostri amalfitani e a quelli di San Domenico a Salerno e di Santa Sofia a Benevento, spartiti in quadrifore con archi a ferro di cavallo, che testimoniano influenze musulmane. Adiacente al chiostrino è la grande Sala del Capitolo del XIII secolo, dove sono sistemati alcuni pregevoli sarcofagi romani. Sotto il chiostro si trova la cripta dell’Abbazia, il cosiddetto “Cimitero Longobardo”, adibito a luogo dove seppellire non solo monaci, ma anche secolari. La Sala del Capitolo Vecchio e gli spazi del palatium duecentesco sono altri elementi di interesse.

I Padri benedettini che ininterrottamente abitano l’abbazia da oltre mille anni, continuano la loro opera di irradiazione spirituale e culturale, attraverso la preghiera liturgica, l’osservanza della Regola di San Benedetto, la custodia dell’archivio e della biblioteca, l’accoglienza degli ospiti e dei pellegrini, l’assistenza agli ex alunni riuniti in associazione dal 1950, e il servizio ministeriale nella chiesa abbaziale e nel santuario di Maria Santissima.

foto del chiostro piccolo o di un sarcofago romano esposto nel museo

Itinere, p.11 (in 4K) - La nascita di Cava de' Tirreni. Storia e origini, parte 2

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