Il 1° maggio 2010, un evento di grande rilevanza religiosa e civile ha segnato la Diocesi di Vallo della Lucania: l'inaugurazione dell'immagine della “Madonna del Cilento” a Ponte Barizzo di Capaccio-Paestum. Questa opera, voluta e fatta realizzare dal Vescovo dell'epoca, S.E. Mons. Rocco Favale, è stata collocata all’entrata nord della diocesi, fungendo da porta simbolica d’ingresso nel territorio e indicando il Cilento come “Terra di Maria”.

L'Inaugurazione del 1° Maggio 2010: Un Momento di Fede e Comunità
La cerimonia del 1° maggio 2010 si è svolta alla presenza del Vescovo della Diocesi di Vallo della Lucania, S.E. Rocco Favale, dei 54 sindaci della Diocesi di Vallo, di numerose autorità civili, militari, religiose e con la partecipazione di un folto pubblico di fedeli. Il momento clou è stato l'innalzamento di un pannello in ceramica, il cui bozzetto, realizzato da Mario Romano su commissione di Sua Eccellenza Favale, riportava un acquerello di 120 x 80 cm con sei località turistiche e religiose del Cilento, oltre agli stemmi dei 54 Comuni della Diocesi di Vallo. Questa inaugurazione ha rappresentato un significativo atto di devozione e identità territoriale, unendo la comunità sotto la protezione mariana.

L'evento di Ponte Barizzo si inserisce in una lunga tradizione di devozione mariana nel Cilento, dove la Madonna è stata storicamente supplicata per protezione da flagelli come peste, carestia, guerra e terremoti, a testimonianza del profondo legame tra la fede e la vita delle comunità locali.
La Successione Episcopale nella Diocesi di Vallo della Lucania: Un Percorso Storico
L'arrivo di un nuovo vescovo è sempre un evento di grande rilievo per ogni diocesi, il cui significato non è solo religioso. La storia della Diocesi di Vallo della Lucania è costellata da figure episcopali che hanno lasciato un'impronta profonda, ognuno a suo modo, guidando la comunità attraverso epoche di grandi cambiamenti.
I Vescovi di Inizio Secolo: Paolo Iacuzio e Francesco Cammarota
Il nuovo secolo, in ambito pastorale e sociale, si aprì nella diocesi con l'ingresso di Mons. Paolo Iacuzio il 21 luglio del 1901, ordinato il 21 dicembre dell'anno precedente. Il suo giubileo sacerdotale nel 1910 vide l'erezione di una cattedra episcopale in suo onore.

Ancora a luglio, ma il 25 e nell'anno 1918, fece il suo ingresso il successore, Mons. Francesco Cammarota. Egli fu il secondo vescovo a morire in diocesi durante il suo ministero (il primo era stato Mons. Siciliani, nel 1876). Due episcopati della stessa lunghezza aprirono il secolo, ma con caratteristiche abbastanza differenti, plasmando i primi decenni della vita diocesana.

Il Periodo di Guerra e Ricostruzione: Raffaele De Giuli e Domenico Savarese
Dopo la scomparsa di Cammarota, ci vollero ben dieci mesi per l'arrivo del nuovo vescovo, che fu il piemontese Raffaele De Giuli, entrato in diocesi il 24 ottobre del 1936. Era stato ordinato il precedente 30 agosto a Domodossola, dove era parroco e dove, per l'occasione, si recò gran parte del capitolo cattedrale, tra cui il futuro vescovo e allora teologo don Enrico Nicodemo. I dieci anni di De Giuli alla guida della diocesi di Capaccio-Vallo furono anni di apostolato, di missioni al popolo, di incentivazione del laicato cattolico. Un periodo necessariamente caratterizzato dalla guerra che arrivò in diocesi, con tutta la sua violenza, soprattutto nell'estate del 1943.

Trasferito ad Albenga, Mons. De Giuli lasciò la diocesi - che intanto aveva cambiato nome, assumendo quello attuale “di Vallo della Lucania” - a giugno del 1946. Vallo dovette aspettare quasi un anno per vedere l'ingresso del suo nuovo Pastore, Mons. Domenico Savarese. Nonostante le ferite del conflitto, tutte ancora aperte, anche quel giorno riuscì ad essere un momento di festa e l'ex rettore del seminario di Aversa entrò in diocesi “rifulgente nella maestà dei sacri paludamenti”, come fece scrivere l'allora arcidiacono del capitolo. Il suo episcopato fu breve ma intenso. Già a metà del successivo decennio fu costretto a dare l'addio alla diocesi: morì, infatti, agli inizi di ottobre del 1955 (e venne tumulato in cattedrale). In poco più di otto anni, però, il napoletano don Domenico, forte della sua giovane età e di un temperamento assai autorevole, completò il seminario inaugurando la cappella e incrementandone i frequentanti, celebrò il primo centenario dell'istituzione della diocesi, istituì tra le altre la seconda parrocchia di Vallo - quella di S. Maria delle Grazie -, incentivò fortemente l'Azione Cattolica e ne orientò l'attività verso il sostegno della Democrazia Cristiana, promuovendo la rinascita sociale e politica dei cattolici in funzione anticomunista.

Il Concilio Vaticano II e le Sue Applicazioni: Biagio D’Agostino e Giuseppe Casale
Nel giorno di San Giovanni Battista del 1956, come si è detto, toccò al molisano Mons. Biagio D’Agostino entrare nella sua nuova diocesi; e lo fece indossando i paramenti pontificali nella cappella di S. Antonio, all'inizio di via Cammarota, da dove si snodò poi il corteo fino alla cattedrale. Egli fu il primo dei vescovi novecenteschi della diocesi ad essere già investito della “pienezza del sacerdozio”, dunque non ci fu bisogno di ordinarlo perché il suo fu un semplice trasferimento dalla Puglia al Cilento. I diciotto anni del suo episcopato, senza dubbio, furono caratterizzati dall'evento centrale del Concilio Vaticano II, che segnò il più grande sforzo di rinnovamento della Chiesa cattolica non solo del Novecento. Mons. D’Agostino fu chiamato al compito di traghettare la Chiesa locale da Pio XII a Giovanni XXIII e, ancor più, a Paolo VI. Don Biagio partecipò attivamente alle sessioni conciliari, ne informò la diocesi, si premurò di spiegare le decisioni prese, le discussioni sostenute, a mettere in evidenza la grandezza della Chiesa che si mostrava in tutta la sua vastità e articolazione in quell'assise. Ma gli anni più difficili furono quelli in cui ne avviò l'applicazione in diocesi, tra oggettive difficoltà di interpretazione, tentativi di fughe in avanti, desiderio di alcuni di cambiare tutto. Molte cose furono fatte o avviate - i consigli presbiterale e pastorale, i vari consigli parrocchiali, la riforma liturgica e l'adeguamento del presbiterio delle chiese -, tante altre restarono sulla carta o come auspicio.

Questi temi, legati alla modernità e al cambiamento di una Chiesa conciliare, furono al centro, soprattutto, dell'episcopato di Mons. Giuseppe Casale che gli succedette sulla cattedra di San Pantaleone l'8 dicembre del 1974, in seguito alle dimissioni di D'Agostino per raggiunti limiti di età. Quel giorno, per la prima volta, un vescovo di Vallo fu ordinato nella stessa cattedrale da cui avrebbe guidato il suo popolo. Nel primo saluto alla diocesi, scrisse: “Ho voluto diventare vescovo in mezzo a voi per vivere insieme con voi questo momento di pienezza dello Spirito Santo che arricchirà tutta la vita della comunità diocesana”. Dunque, una scelta consapevole che aprì un episcopato all'insegna della condivisione. Il neovescovo nella sua attività tenne fede alle precedenti esperienze, soprattutto romane, di vice assistente nazionale della Gioventù di Azione Cattolica (la celebre GIAC) e di membro del Consiglio dell'Ufficio catechistico nazionale, dedicando particolare attenzione alle pastorali giovanile, catechistica e del lavoro. L'apertura alla società, al laicato, a quel “popolo di Dio”, chiaramente assunto come parte integrante della Chiesa dai documenti conciliari, furono le caratteristiche del suo quindicennio di episcopato. Il suo impegno fu ricompensato a maggio del 1988 con la nomina ad arcivescovo di Foggia, ma prima di tornare definitivamente nella sua Puglia sarebbero passati molti mesi durante i quali avrebbe svolto l'ufficio di amministratore apostolico della diocesi.

L'Episcopato di Rocco Favale e la Nascita della "Madonna del Cilento"
Il successore, Mons. Rocco Favale, fu ordinato vescovo l'8 dicembre 1989. L'ordinazione fu presieduta dal Card. Michele Giordano, arcivescovo di Napoli, di cui don Rocco era stato segretario ai tempi in cui il primo era vescovo a Matera. L'entrata in diocesi rivelò subito il tratto profondamente umano del carattere del neovescovo, affabile e spontaneo, forse anche troppo franco ma capace di grande empatia col popolo dei fedeli. Nel suo lunghissimo episcopato, durato ben 22 anni (il più lungo tra quelli di cui si è parlato, ma anche rispetto a quelli della seconda metà dell'Ottocento), Mons. Favale si rivelò un realizzatore provvedendo a ristrutturare il seminario e l'episcopio, a costruire il Centro Maria SS.ma della Provvidenza con le case canoniche per il clero, a erigere e restaurare numerose chiese nelle oltre cento parrocchie della diocesi.

Fu proprio a maggio del 2010 che Mons. Favale inaugurò l'immagine, da lui voluta e fatta realizzare, della “Madonna del Cilento”, collocata a Ponte Barizzo, all’entrata da nord della diocesi, come simbolo di protezione e accoglienza per tutto il territorio. Giunto ai 75 anni, anche Favale rassegnò canonicamente le dimissioni.
I Vescovi Più Recenti: Ciro Miniero e Vincenzo Calvosa
A sostituire Mons. Favale, nel 2011, fu chiamato il sacerdote napoletano Ciro Miniero, ordinato a Napoli dal cardinale Crescenzio Sepe ed entrato in diocesi agli inizi di settembre dello stesso anno. Il vescovo Miniero ha continuato il percorso pastorale della diocesi.

Riflettendo sulla storia episcopale della diocesi, si attende l'ingresso del suo successore, Mons. Vincenzo Calvosa. Il prossimo 24 giugno, a tre settimane esatte dalla sua ordinazione, il vescovo Calvosa entrerà ufficialmente nella diocesi di Vallo della Lucania. Questa data coincide storicamente con l'ingresso di Mons. Biagio D’Agostino il 24 giugno del 1956, sottolineando la continuità e la profondità storica di tali eventi nella vita diocesana.

L'Appello per le "Sette Sorelle" e la Devozione Mariana nel Cilento
A distanza di quasi dodici anni dall'inaugurazione della "Madonna del Cilento" (al tempo della stesura del testo originale), nel marzo 2020, è stato riproposto un accorato appello al Vescovo della Diocesi di Vallo della Lucania, S.E. Ciro Miniero. L'appello mirava a promuovere, per una Domenica di Maggio, l'uscita “straordinaria” delle “Sette Sorelle” cilentane. L'iniziativa prevedeva una solenne benedizione collettiva: “Dai piazzali delle chiese a loro dedicate, che dominano le vallate del Cilento, alle ore 12.00, al rintocco delle campane che suonano a lutto, mentre tutti i cilentani si affacceranno alle finestre o usciranno sui balconi, si terrà un’unica e solenne benedizione rivolta alle popolazioni del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano ed Alburni.”
L'obiettivo era accomunare il popolo cilentano in una preghiera collettiva, affinché i Sacri Mantelli misericordiosi delle “Sette Sorelle” si aprissero per proteggerlo da quella che all'epoca era la terribile Pandemia. A questo rito religioso collettivo, si proponeva di chiamare a partecipare tutte le Madonne del Cilento, a cui sono legate antiche tradizioni religiose di miracoli e di guarigioni, garantendo la massima sicurezza sanitaria con la presenza del Parroco e di quattro operatori della Protezione Civile, sotto lo stretto controllo di una pattuglia delle Forze dell'Ordine. Questo appello evidenzia ulteriormente la profonda e viva tradizione di devozione mariana che permea il territorio cilentano, unendo fede e senso di comunità anche di fronte alle sfide più grandi.