Il perdono dei peccati è un tema centrale nella fede cristiana, intrinsecamente legato alla figura dello Spirito Santo, alla Chiesa e alla comunione dei santi. Il Simbolo degli Apostoli sottolinea questa connessione.
Il Dono dello Spirito Santo e il Potere di Perdonare
Cristo risorto, donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, ha conferito loro il potere divino di perdonare i peccati. Questo emerge chiaramente nel Vangelo di Giovanni: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).
In primo luogo, è solo Dio che può perdonare i peccati, un fatto implicito nell'uso del passivo "saranno perdonati, ritenuti". Tuttavia, gli undici apostoli avevano un ruolo secondario in questo perdono. I verbi non sono solo passivi ma anche perfetti, indicando che il perdono divino precede l'azione degli apostoli. Il perdono (o la sua ritenzione) dei peccati è il risultato della predicazione del Vangelo.
Il Vangelo porta le persone al ravvedimento, permettendo loro di ricevere il perdono di Dio, oppure le lascia con i peccati ritenuti se non si ravvedono. Chi è mandato annuncia che chi crede in Gesù è perdonato. Questo mandato, con il conseguente ruolo nel perdono dei peccati, era originariamente degli apostoli, ma ora spetta a tutti i cristiani, poiché tutti sono stati mandati nel mondo e hanno ricevuto lo Spirito Santo per la loro testimonianza.
Il Battesimo per la Remissione dei Peccati
Un solo Battesimo per la remissione dei peccati
Nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al Battesimo: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc 16,15-16). Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati, poiché unisce a Cristo, morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione, affinché «anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).
«La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzi tutto quando l'anima professa per la prima volta la fede. Con l'acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa - né originale né ogni altra contratta posteriormente - e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno» che non debba lottare «contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato».
Nella lotta contro l'inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e vigilanza da evitare ogni ferita del peccato? «Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all'ultimo giorno della vita».
«I Padri hanno giustamente chiamato la Penitenza "un Battesimo laborioso". Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati».

Lo Spirito Santo e il Battesimo
Alcuni testimoni non leggono «Venga il tuo Regno» nel Padre Nostro, bensì «Venga il tuo Spirito santo su di noi e ci purifichi» (Lc 11,2). Questa variante sarebbe tratta dalla liturgia battesimale, compresa come liturgia della remissione dei peccati sin dalle parole di Pietro nel giorno di Pentecoste: «Ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito santo» (At 2,38).
Gesù, risuscitato dallo Spirito Santo, è diventato sorgente dello Spirito per la sua Chiesa, e il battesimo è il sacramento per eccellenza di questo dono. In questo senso, «nascere dall’acqua e dallo Spirito» (Gv 3,5) è nascere dallo Spirito Santo di cui l’acqua è segno. L'Apostolo Paolo afferma che «siamo stati immersi, battezzati in un solo Spirito» (1Cor 12,13). Il cristiano nasce dallo Spirito Santo e rimane sempre immerso in esso. È lo stesso Spirito che resuscita il cristiano, incorporandolo a Cristo risorto, e in questa azione rimette e cancella definitivamente i peccati, sicché Dio non li ricorda più (Is 43,25).
Nel battesimo lo Spirito Santo distrugge l’uomo vecchio (Rm 6,6), riveste il cristiano di Cristo (Gal 3,27), lo rende uomo nuovo (Ef 4,24), una creatura nuova (2Cor 5,17) conforme a Gesù Cristo, il nuovo Adamo (1Cor 15,45). Nella liturgia siriaca, in particolare, si insiste sull’azione dello Spirito Santo nel battesimo quale remissione dei peccati. Efrem di Nisibi (IV secolo) interpreta il battesimo di Gesù come la discesa nell’acqua di Gesù e dello Spirito che era con lui, in modo che chi è immerso lo sia non solo nell’acqua ma anche nello Spirito mescolato ad essa. Per Efrem, nel battesimo la remissione dei peccati avviene grazie all’immersione nello Spirito Santo e all'unzione battesimale (il myron).
Il Potere delle Chiavi e il Sacramento della Penitenza
L'autorità apostolica di perdonare
Cristo, dopo la sua risurrezione, ha inviato i suoi Apostoli a predicare «nel suo nome [...] a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47). La Chiesa «ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati».
Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. «Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono». Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato.
La catechesi si sforza di risvegliare e coltivare nei fedeli la fede nella incomparabile grandezza del dono che Cristo risorto ha fatto alla sua Chiesa: la missione e il potere di perdonare veramente i peccati, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori. «Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra». I sacerdoti «hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. [...] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù». Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, «non ci sarebbe nessuna speranza: nessuna speranza di una vita eterna e di una liberazione eterna. Rendiamo grazie a Dio che ha fatto alla sua Chiesa un tale dono».
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Lo Spirito Santo nel Sacramento della Penitenza
Se la presenza assolutoria dello Spirito Santo è meno evidenziata nel rito del battesimo, non si può dire altrettanto del nuovo rito del sacramento della penitenza (1974). In esso si nota una forte insistenza sul ruolo dello Spirito Santo, ristabilendo una continuità con la tradizione biblica e patristica e colmando una lacuna della teologia e liturgia occidentale recenti. Nei Praenotanda e nel Rituale stesso, lo Spirito Santo è menzionato più di venti volte, con la sua azione specificata in vista della remissione dei peccati. Innanzitutto, si evidenzia che lo Spirito Santo è all’origine del cammino di conversione del peccatore (cf. Praenotanda 6), spingendolo a ritornare al Signore.
Il ruolo della Parola e dello Spirito nella remissione dei peccati
Quando si evoca lo Spirito di Dio, la ruach ‘Adonaj, non si deve mai dimenticare che esso è indissolubilmente legato alla Parola di Dio, la dabar ‘Adonaj, in tutto l'Antico e Nuovo Testamento. Lo Spirito appare come il principio fondante e dinamico, l’ambiente della presenza divina, mentre la Parola struttura e porta all'esistenza. Dove c'è la Parola di Dio, c'è lo Spirito di Dio. Questa connessione è evidente in Gen 1,2-3 e Sal 33,6, e David afferma: «Lo Spirito del Signore parla in me, la sua Parola è sulla mia lingua» (2Sam 23,2).
Lo Spirito Santo non è mai donato senza la Parola, e reciprocamente, la Parola presuppone sempre la presenza dello Spirito. Ireneo di Lione definì la Parola e lo Spirito come le due sante mani con cui il Padre ha creato ogni cosa, e Basilio li chiamò «i due compagni inseparabili». Questo legame è sempre valido, anche quando non esplicitamente attestato.
Promesse profetiche e compimento in Gesù
Il rapporto tra Spirito Santo e remissione dei peccati è evidenziato in due testi profetici. Geremia (Ger 31,33-34) promette una nuova alleanza in cui Dio pone la sua Parola-Insegnamento (Torah) nel cuore degli uomini e perdona l'iniquità e il peccato. Ezechiele (Ez 36,25-28) conferma questa nuova alleanza, dove Dio infonde un cuore nuovo e il suo Spirito, purificando il suo popolo da tutte le impurità. In Geremia, la Torah causa la remissione dei peccati; in Ezechiele, è lo Spirito infuso. Questo legame tra Parola-Spirito di Dio e remissione dei peccati si manifesta nel compimento pasquale di Gesù.
L'evangelista Giovanni è particolarmente attento a questo compimento in Gesù, la Parola fatta carne (Gv 1,14), che ha ricevuto «lo Spirito senza misura» (Gv 3,34). Giovanni il Battista presenta Gesù come colui sul quale è sceso e rimasto lo Spirito, e che battezza nello Spirito Santo (Gv 1,33), definendolo «l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Durante la festa delle Capanne, Gesù esclama: «Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”», riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui (Gv 7,37-39).

Il Dono dello Spirito nella Glorificazione di Gesù
Nei discorsi di addio, Gesù annuncia che il Paraclito, lo Spirito consolatore, avrebbe convinto il mondo riguardo al peccato (Gv 16,7-9). L'ora della glorificazione di Gesù si articola in due momenti per il dono dello Spirito. Il primo è la morte in croce. Gesù, dopo aver gridato «Ho sete» e ricevuto l'aceto, «disse: “È compiuto!” e, chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Il testo greco, parédoken tò pneûma, usa il verbo tipico della trasmissione, indicando l'effusione dello Spirito sull'universo e sulla Chiesa. Subito dopo, dal suo fianco trafitto, «ne uscirono sangue e acqua» (Gv 19,34), simboleggiando l'inizio del fiume d'acqua viva, lo Spirito effuso.
Il secondo momento della glorificazione si colloca dopo la resurrezione. La sera del primo giorno della settimana, Gesù appare ai discepoli radunati, mostrandoli le mani e il seno e dicendo: «Pace a voi!» (Gv 20,19-20). Poi li invia nella sua missione: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Affinché la missione del Figlio diventi quella dei discepoli, Gesù «alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo”» (Gv 20,22). Questo soffio ricorda la creazione dell'uomo e la profezia di Ezechiele, comunicando lo Spirito Santo. È il pieno compimento della glorificazione: lo Spirito è dato ai credenti come potenza e autorevolezza per la remissione dei peccati per tutti gli uomini: «A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi» (Gv 20,23). Il Risorto, nel primo giorno della settimana, fa il dono del suo corpo trafitto e glorioso, dell’insufflazione dello Spirito Santo che apre la nuova creazione, e che è remissione dei peccati. Il fine del mistero pasquale è la riconciliazione tra uomo e Dio, e ora spetta alla Chiesa proseguire questo ministero.
Interpretazioni e riflessioni sul potere di perdonare i peccati
Il versetto Giovanni 20:23, «A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti», è utilizzato dalla Chiesa cattolica per sostenere le confessioni come mezzo di perdono dei peccati. Tuttavia, è essenziale separare il versetto dalla confessione cattolica e considerare il fatto che il ricevere lo Spirito Santo ne è la base. Non è il credente che decide, ma Dio agisce attraverso di lui.
Secondo il principio che "la Bibbia si spiega con la Bibbia", questo imperativo del Signore Gesù si chiarisce osservando ciò che gli apostoli fecero dopo l'ascensione del Signore. Rimane il principio inviolabile che «Chi perdona i peccati è Dio». Non ci sono esempi nel libro degli Atti in cui gli apostoli affermano: «Io ti perdono nel nome del Signore Gesù». Piuttosto, gli apostoli si dedicavano ad annunciare il Vangelo, la buona notizia che concerneva la «remissione dei peccati», proclamando il perdono che proviene dal Signore. Ci sono casi in cui gli apostoli agirono individualmente per condannare e, di conseguenza, «senza perdonare», come quando Paolo definì Bar-Gesù un impostore (At 13:10) o quando Pietro denunciò il peccato di Anania e Saffira (At 5). L'espressione di Gv 20:23 può anche introdurre l'argomento della disciplina della chiesa locale, come si trova anche, sebbene in forma diversa, in Mt 18:15-18.
L'interpretazione che questo versetto si riferisca al «perdonarsi gli uni gli altri» è supportata dal Padre Nostro: «Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo ai nostri debitori». È anche scritto: «...ciò che avrete legato in terra sarà legato anche in Cielo, e ciò che avrete sciolto in terra sarà sciolto anche in Cielo». Questo principio di carità è fondamentale. Se non perdoniamo, potremmo non essere perdonati a nostra volta, e questa responsabilità ricade su di noi.
Tuttavia, l'idea che se noi non perdoniamo Tizio, Tizio non verrà perdonato nemmeno dal Signore, sembra non conforme al dettato biblico se Tizio è credente e pentito. L'istituto del non-perdono non sembra sia mai stato applicato da nessuna chiesa in senso assoluto, poiché anche nella Chiesa Cattolica il confessore non può astenersi dal perdonare un penitente.
La traslitterazione dal testo greco di Gv 20:23, «an tinôn afête tas hamartias afeôntai autois, an tinôn kratête kekratêntai», mostra che i termini "aphiemi" (perdonare, rimettere) e "krateo" (dominare, tenere fermo) sono importanti. Se si traduce "a chi perdonate i peccati, sono stati perdonati, a chi li ritenete, sono stati ritenuti", si sottolinea che gli apostoli predicarono il vangelo di remissione del peccato, e l'unico che ha il potere di cancellare il peccato è solo Dio. Quindi, tali parole sono da vedere in senso dichiarativo e ministeriale: decretare, per l'autorità della Parola di Dio, perdonato chi crede con fede nell'opera di Cristo e non perdonato chi rifiuta di credere in Cristo.

Il ruolo dei credenti e della comunità nel perdono
“Gesù Cristo, il giusto. Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2:1,2). La Bibbia afferma che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3:23). Solo Dio ha il potere di perdonare i peccati, come riconoscevano anche i giudei quando Yeshùa disse a un paralitico: «I tuoi peccati ti sono perdonati» (Mr 2:10). La salvezza e il perdono non sono frutto di opere umane, ma un dono di Dio attraverso Gesù Cristo (Rm 7:24-25, Ef 2:8-9).
Dio ha affidato a Yeshùa il potere di perdonare i peccati, e Yeshùa ha dato la sua vita come prezzo di riscatto per molti (Mr 10:45). Nel passo parallelo di Mt 9:8 a Mr 2:10, si legge che la folla «glorificò Dio, che aveva dato tale autorità agli uomini», suggerendo che Matteo pensasse al potere di perdonare i peccati che Yeshùa lasciò in eredità a tutti i discepoli che compongono la sua chiesa. Tuttavia, il plurale passivo «saranno perdonati» e «saranno ritenuti» è un modo semitico di riferirsi a Dio senza nominarlo. Si deve leggere quindi con il senso di 'a chi perdonerete i peccati, Dio li perdonerà; a chi li riterrete, Dio li riterrà'.
I primi discepoli compirono il loro dovere attraverso la predicazione, suscitando la fede in Yeshùa, il pentimento dei peccati e la conversione, con l'atto finale dell'immersione battesimale. Questo è comprovato da At 2:38: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati». Paolo afferma ai corinti: «Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio» (2Cor 5:20). Il perdono dei peccati avviene con il battesimo dopo aver accolto la predicazione.
La prima chiesa aveva una profonda attenzione alla santità, come raccomandato da Pietro (1Pt 1:15) e Paolo (1Ts 4:3). Giovanni afferma che «Ognuno che è nato dal Dio peccato non fa perché seme di lui in lui rimane e non può peccare perché dal Dio è nato» (1Gv 3:9). Tuttavia, la comunità dei credenti è formata da persone imperfette che possono cadere in peccati «che non conducono a morte» (1Gv 5:16). In questi casi, la Scrittura indica comportamenti come ritirarsi da chi si comporta disordinatamente (2Ts 3:6,14) o ammonire l'uomo settario (Tit 3:10,11), ma senza trattarlo come un nemico, bensì come un fratello (2Ts 3:15).
La riammissione dei peccatori nella comunione fraterna può avvenire dopo la punizione inflittagli dalla maggioranza, e Paolo esorta a perdonare e confortare (2Cor 2:6-7). Ci sono anche casi di "consegna a Satana", come per Imeneo e Alessandro (1Tm 1:19-20) o l'incestuoso di Corinto (1Cor 5:3-5), che rappresentano una scomunica o espulsione dalla congregazione, ma che sono azioni apostoliche e non della chiesa in generale. Questi esempi mostrano la serietà con cui la prima chiesa affrontava il peccato, ma sempre nell'ottica della riconciliazione e della salvezza dello spirito.
Gesù ha affidato agli apostoli la missione di diffondere queste parole di verità e grazia, conferendogli il potere di ascoltare e rimettere i peccati in suo nome. Cristo ha fatto della comunità e del fratello credente una fonte di grazia, perché il fratello sta al posto di Cristo. «A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi riterrete, saranno ritenuti» significa che il fratello accoglie la nostra confessione di peccato al posto di Cristo e al Suo posto ci rimette il peccato, annunciandolo. In questo modo ci viene offerto il perdono di Dio. L’apostolo Giacomo dice: «confessate l’uno all’altro i vostri peccati» (Gc 5,16). Il credente confessa il proprio peccato al fratello, perché la radice del peccato è spesso orgoglio e superbia. Il Cristo risorto non ci abbandona mai perché apre i nostri cuori, ci conforta nella realtà del male del mondo e ci incoraggia e ci sostiene quando abbiamo paura. Le parole di Gesù non vanno mai dimenticate: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni 14,6).
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