Il concetto che "due sono meglio di uno" è un principio profondo e ricorrente nella Bibbia, che spazia dal valore pratico della collaborazione umana alla dimensione spirituale della presenza divina nella comunità. Questo principio non solo sottolinea i benefici della compagnia e del sostegno reciproco nelle attività quotidiane, ma si estende anche a delineare aspetti fondamentali della vita ecclesiale e della relazione con Dio.
La Saggezza di Ecclesiaste: I Benefici della Compagnia
La saggezza contenuta nel libro dell'Ecclesiaste evidenzia la necessità intrinseca dell'essere umano di sentirsi apprezzato e amato. Per ricevere amore, è essenziale essere amorevoli e pronti a includere gli altri nelle proprie attività. Il saggio re Salomone osservò: “Due sono meglio di uno, perché hanno una buona ricompensa per il loro duro lavoro” (Ecclesiaste 4:9).
Questa "buona ricompensa" si manifesta in diversi modi, offrendo molteplici vantaggi:
- Assistenza e Sostegno: “Se uno di loro dovesse cadere, l’altro può rialzare il suo compagno. Ma che ne sarà di chi è solo quando cade se non c’è nessun altro per rialzalo?” (Ecclesiaste 4:10). La presenza di un compagno offre aiuto in momenti di difficoltà, prevenendo la solitudine e lo scoraggiamento.
- Calore e Conforto: “Per di più, se due giacciono insieme, anche si riscaldano certamente; ma come può star caldo uno solo?” (Ecclesiaste 4:11). Questo aspetto fisico simboleggia anche il conforto emotivo e spirituale che un compagno può offrire, indispensabile per la felicità e il benessere.
- Protezione e Forza: “E se qualcuno potesse sopraffare uno solo, due insieme gli potrebbero tener testa” (Ecclesiaste 4:12a). La collaborazione fornisce una difesa contro le avversità, rendendo le persone più forti e resilienti di fronte alle sfide.
Lavorare insieme a un buon compagno, quindi, reca ricompense sotto forma di assistenza, incoraggiamento e protezione. Inoltre, fare un lavoro con un amico lo rende più facile e il tempo sembra volar via, dimostrando che un compagno fidato non è d'aiuto solo nel campo delle attività secolari.

La Collaborazione nell'Opera di Evangelizzazione
Il principio che "due sono meglio di uno" trova una significativa applicazione nell'opera di predicare la "buona notizia". Gesù Cristo stesso stabilì questa pratica quando diede ai settanta l'incarico di proclamare che “il regno di Dio si è avvicinato a voi”: “Li mandò a due e due”. Questa disposizione servì efficacemente alla loro edificazione e reciproca assistenza, evidenziando il valore strategico e spirituale della compagnia.
Esempi Biblici di Compagnia Missionaria
- Dopo la risurrezione di Gesù e la sua ascensione al cielo, si dimostrò spesso utile che i suoi discepoli lavorassero a coppie. Udendo che in Samaria molti avevano accettato la predicazione di Filippo, gli apostoli inviarono Pietro e Giovanni affinché lo "spirito santo" fosse impartito ai credenti samaritani (Atti 8:14, 15).
- Sebbene Barnaba fosse stato mandato da solo da Gerusalemme in aiuto della congregazione di Antiochia, si rese presto conto del bisogno di un compagno che lo aiutasse a promuovervi la "buona notizia". Perciò partì per Tarso in cerca di Saulo (Paolo). In seguito i due uomini lavorarono insieme ad Antiochia nel fare discepoli e addestrarli. I loro sforzi congiunti furono riccamente benedetti con l’incremento (Atti 11:22-26). Più tardi lo spirito santo indicò che Paolo e Barnaba dovevano dichiarare insieme la "buona notizia" nell’isola di Cipro e in Asia Minore. Barnaba fece uno sforzo notevole per trovare un compagno, viaggiando per circa 200 chilometri.
- Nonostante le divergenze, come quella tra Paolo e Barnaba riguardo a Marco, l'opera di proclamazione della "buona notizia" non fu ostacolata. Barnaba decise di andare con Marco a Cipro, mentre Paolo prese con sé Sila come compagno e attraversò la Siria e la Cilicia, "rafforzando le congregazioni" (Atti 15:36-41). Questo cambiamento dimostra l'importanza dell'adattabilità e la ricchezza di avere più compagni idonei.
Se un credente dovesse perdere un compagno con il quale ha trascorso parecchio tempo nell’opera di testimonianza, non dovrebbe scoraggiarsi, poiché altri componenti della congregazione possono prenderne il posto. Predicare di casa in casa con diversi compagni di fede può essere estremamente edificante, aiutando a dedicare più tempo alla divulgazione della "buona notizia" e a provare maggiore gioia.
Discepoli di Gesù in missione
L'Edificazione Reciproca e l'Apprendimento dai Doni Altrui
Se si vuole provare piacere nel servire insieme con altri, è necessario capire che Geova Dio si serve di tutti i membri della congregazione per compiere la sua opera (1 Corinzi 3:9). Possiamo imparare gli uni dagli altri e incoraggiarci ed edificarci a vicenda. L’apostolo Paolo riconobbe questo fatto e fu in grado di scrivere ai Romani: “Desidero grandemente di vedervi, per impartirvi qualche dono spirituale affinché siate resi fermi; o, piuttosto, perché vi sia fra voi uno scambio d’incoraggiamento, da parte di ciascuno mediante la fede dell’altro, sia vostra che mia” (Romani 1:11, 12).
Apprezzare veramente le capacità e le ottime qualità dei nostri compagni di fede ci spinge a fare miglior uso dei nostri doni. Per esempio, lavorando con un compagno particolarmente benevolo, si può rendersi conto di avere ancora molto da imparare sull'essere amichevoli e gentili nell'opera di testimonianza. Oppure, accompagnando qualcuno che studia attentamente le Scritture e si esprime fluentemente, si può comprendere la necessità di prepararsi meglio prima di parlare.
Geova Dio e il Signore Gesù Cristo si sono compiaciuti di impiegare gente comune per compiere l'opera più importante sulla terra: aiutare altri a divenire e rimanere fedeli servitori dell’Altissimo quali leali discepoli di suo Figlio (Matteo 28:19, 20; 1 Corinzi 1:26, 27). Essendo l'opera di Dio, non sappiamo con quali mezzi Geova Dio aprirà il cuore alle persone. Non si tratta semplicemente di parlare, ma è molto importante lo spirito con cui si presenta il messaggio. Quando due lavorano assieme, entrambi contribuiscono a quello spirito, e mesi o anni dopo si può scoprire che non fu la scorrevole presentazione della Parola di Dio a indurre una persona ad ascoltare.
Ovviamente, questo non significa che si abbia sempre bisogno di essere accompagnati. Filippo l'evangelizzatore, ad esempio, fuggì in Samaria a causa della persecuzione scoppiata a Gerusalemme e battezzò samaritani credenti. In seguito l'angelo di Geova lo mandò a convertire e battezzare l'eunuco etiope. Dopo ciò “lo spirito di Geova condusse via Filippo, . . . Filippo si trovò in Asdod, e percorrendo il territorio, dichiarava la buona notizia a tutte le città, finché giunse a Cesarea” (Atti 8:26-40). Questo mostra come lo Spirito Santo possa guidare sia il lavoro in coppia che quello individuale, sempre con lo scopo di diffondere la buona notizia.
La Presenza di Cristo nella Comunità: Matteo 18:20
Un'altra profonda interpretazione del concetto di unità e compagnia si trova in Matteo 18:20: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Questo versetto non è un testo secondario; esprime, invece, che la presenza di Dio nel suo popolo, annunciata nell'Antico Testamento, trova ora il suo compimento nella presenza di Cristo nella sua Chiesa.
La Teologia del "Dio-con-noi" di Matteo
Nel saggio L'ecclesiologia di Matteo. Interpretazione di Mt 18,20, G. Rossé riprende e aggiorna studi precedenti, sostenendo come l’ecclesiologia di Matteo non sia stata elaborata in polemica con il giudaismo, quanto piuttosto a partire da una positiva rilettura cristologica del “Dio con noi” della tradizione veterotestamentaria. Se l’Antico Testamento affermava che Dio dimorava in mezzo al suo popolo, questa verità è, in Matteo, “attualizzata e cristologizzata come presenza di Gesù in mezzo alla sua comunità”.
Rossé scrive che «Matteo ha saputo integrare la teologia dell’alleanza nella sua ecclesiologia: Gesù ormai realizza la presenza di Dio in mezzo al suo popolo; egli è il Dio-con-noi della comunità dei discepoli, chiamata però ad estendersi a tutte le nazioni (cfr. Matteo 28:19ss)». In questa prospettiva, l’Antico Testamento illumina anche l’ecclesiologia matteana e permette di comprendere più profondamente cosa significhi per l’evangelista una tale presenza di Cristo nella sua Chiesa.
Egli non sviluppa considerazioni di tipo filosofico sull’onnipresenza divina, ma coglie la presenza del Risorto nella sua realtà dinamica di storia di Dio con il suo popolo: Cristo conduce la sua comunità, la assiste, la incoraggia e la corregge, la accompagna nel suo sforzo alla «giustizia più grande» e la orienta verso la Basileia come suo termine. Come nella storia di Dio con Israele, la presenza dell’Emmanuele, fondamento dell’alleanza, è primordialmente una storia di relazione tra Cristo e la sua Chiesa. La presenza del Signore è costitutiva per l’esistenza stessa della comunità; essa fa la Chiesa come adunanza attorno a Gesù. Dunque, la permanente presenza di Gesù (cfr. Matteo 28:20; 18:20) presso la comunità è costitutiva per essa, come lo era la vicinanza di Yahweh per il popolo dell’alleanza veterotestamentaria. Le esigenze di Gesù formulate nei cinque grandi «discorsi» hanno il valore che i comandamenti della Legge avevano per Israele, e la loro osservanza garantiva la presenza di Yahweh e poneva la comunità in esistenza come Qehal JHWH.

Implicazioni Ecclesiologiche e Disciplinari
L’affermazione di Matteo 18:20, «ben lontana dall’essere un hors d’oeuvre, focalizza il punto centrale della teologia di Matteo, e non a caso appare nel “discorso comunitario” del c. 18, nel contesto della “Chiesa” (v. 17)», come scrive Rossé. Per capire l’ecclesiologia di Matteo in tutte le sue conseguenze, bisogna partire dalla realtà di Gesù in mezzo ai suoi, interpretata alla luce della teologia dell’alleanza.
Questo dato primordiale permette all'evangelista di riflettere, avvertire ed esortare, e di cogliere al meglio il passaggio inatteso da affermazioni teo-logiche (Matteo 18:18, 19, riguardanti l'autorità di legare e sciogliere e l'efficacia della preghiera di due o più) a una dichiarazione cristologica (v. 20). Matteo, in realtà, rimane conseguente con se stesso, poiché non fa che dare il fondamento cristologico alla relazione della comunità con Dio (i due poli «terra - Cielo» nei vv. 18, 19). Egli pone il rapporto della Chiesa con Dio sotto la realtà della presenza del Risorto in essa. Per l’evangelista, Gesù non prende il posto di Dio, ma anzi egli realizza la presenza di Yahweh in mezzo al suo popolo, inserendo l'insieme di questi versetti nella sua teologia dell'Emmanuele. La presenza del Dio-con-noi dà alle decisioni della Chiesa tutto il loro valore presso Dio, ma nel contempo esige anche da parte della comunità un comportamento conforme alla «giustizia più grande».
H. Frankemölle ha evidenziato che la permanente presenza di Gesù presso la comunità non è soltanto presupposto per l’esistenza stessa della ekklesia, ma anche per il valore significante di tutte le sue funzioni. Ogni agire della comunità nella sua presenza acquista valore presso Dio. È così giustificata la lettura “cristologica” dei vv. 15-19. Per Matteo, la Chiesa (v. 17) si raduna nel nome di Gesù, nella certezza della sua prossimità. Nel suo sforzo di convincere il peccatore, nelle sue decisioni, nella sua preghiera, essa si poggia su tale presenza che garantisce il rapporto della comunità con il Padre.
Questa prospettiva cristologica è l'unica che permette di comprendere perché Matteo ricordi così fortemente l’insistenza di Gesù sul perdono, ma al contempo presenti la possibilità dell’esclusione di un fratello dalla comunità («Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come un pagano ed un pubblicano»). L’agire della Chiesa sotto il segno della presenza di Cristo spiega e giustifica un atteggiamento che per diversi studiosi appare contraddittorio: pur insistendo sul recupero del fratello peccatore, sulla cura per i piccoli, la preghiera in unità, il perdono obbligatorio e illimitato, Matteo mantiene e convalida la regola disciplinare e quindi la possibilità dell’esclusione. Questo si comprende nel contesto di una teologia dell’alleanza, dove è essenziale salvaguardare la "fratellanza" come espressione della Chiesa costituita dalla presenza di Gesù. Di qui l’assoluto obbligo di prendersi cura del fratello più debole, di non scandalizzare, di non accettare che qualcuno si perda, la necessità del perdono senza misura, ma anche, in casi estremi di invincibile ostinazione, l’esclusione dalla comunità. Il fratello che persiste nel peccato rinuncia alla condizione dell’essere-discepolo, rompe con Cristo presente e contraddice l’identità della comunità come realtà di fratellanza attorno a Gesù.
Matteo sa che il peccato è inevitabile nella vita della comunità; la Chiesa è un corpus mixtum nel tempo della storia. Ciò non significa che il peccato sia un male minore e tollerato. Perché fatto in una comunità che riceve la sua identità ed esistenza dalla presenza del Risorto in mezzo ad essa, ogni peccato grave esige un’azione concreta di riconciliazione che ristabilisca la "fratellanza", attuando la condizione per la presenza di Gesù (cfr. Matteo 5:23; 18:15).
L'Interpretazione del Cardinal Ratzinger: Oltre l'Assemblearismo
L’allora cardinal Ratzinger si soffermò su Matteo 18:20, chiarendo che non può essere letto semplicisticamente in senso assemblearistico. Mentre la posizione riformata spesso vede la Parola di Dio che riunisce gli uomini come l'atto che crea la "comunità" e la Chiesa come un'istituzione dal "basso", Ratzinger avverte sui limiti di questa interpretazione.
Egli osserva: «L'annuncio del vangelo, essi dicono, genera l'assemblea, e quest'assemblea è “Chiesa”. In altre parole: la Chiesa come istituzione non ha in questa prospettiva alcun rilievo propriamente teologico; teologicamente significativa è soltanto la comunità, perché ciò che importa è solo la Parola. Questa idea della comunità viene oggi volentieri ricollegata al logion di Gesù nel vangelo di Matteo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (18,20). Si potrebbe quasi dire che questa parola per molti ha oggi sostituito, come parola fondativa della Chiesa e come definizione della sua natura, il logion della pietra, del potere delle chiavi». Ratzinger prosegue affermando che l'idea della Chiesa che si forma "dal basso", generata dal riunirsi in nome di Gesù, porta a perdere «inevitabilmente la sua natura pubblica e il suo esteso carattere di riconciliazione quale si presenta nel principio episcopale e che deriva dalla natura dell’eucaristia. La Chiesa diviene gruppo, tenuta insieme dal suo consenso interno, mentre la sua dimensione cattolica si sgretola».
Nella riflessione teologica del cardinal Ratzinger è evidente che la densità cristologica di Matteo 18:20, vista nell’ottica del “Dio-con-noi” da Rossé, riceve concretizzazione nella sottolineatura della presenza del Cristo nella Parola e nell’eucarestia. Egli afferma: «Nell’eucaristia non posso in alcun modo voler comunicare esclusivamente con Gesù. Egli si è dato un corpo. Chi comunica con lui comunica necessariamente con tutti i suoi fratelli e sorelle che sono divenuti membra dell’unico corpo. Tale è la portata del mistero di Cristo, che la communio include anche la dimensione della cattolicità. O è cattolica, o non è affatto». La Chiesa, in questa prospettiva, non si forma "dal basso", ma è costituita dalla presenza di Cristo che si manifesta nella Parola e nei sacramenti, in particolare nell'Eucaristia, garantendo la sua dimensione universale e la sua continuità storica.