La Seconda Domenica di Quaresima – Anno C: Riflessioni Teologiche

La Quaresima rappresenta un cammino verso la Pasqua, un itinerario battesimale che ci invita a rinnovare la scelta di vivere da figli di Dio per divenirne eredi. Questo percorso ci confronta con la nostra identità e con le sfide che essa comporta, spingendoci a verificare ogni anno la nostra conversione.

Gesù che parla ai discepoli del Regno di Dio, primi cristiani riuniti

La Chiesa: Luogo dell'Incontro con Cristo Vivo

Come scrive San Luca negli Atti degli Apostoli, dopo la sua passione, "Egli si mostrò ad essi vivo, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio" (At 1,3). Gesù non solo predicò il Regno, ma ne costituì immediatamente l'inizio e la primizia, che è la sua Chiesa, organizzandone la vita interna. Nel descrivere queste apparizioni, l'accento cade sulla comunità riunita "il primo giorno dopo il sabato" e "allo spezzare del pane". Viene inoltre evidenziata la missione affidata agli Apostoli ("Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi") e oggi a Pietro come capo della sua Chiesa. Ci è data così l'occasione di comprendere l'intima struttura della Chiesa, voluta da Gesù come luogo privilegiato dell'incontro con Lui vivo e salvatore.

La Presenza di Cristo nell'Eucaristia

La pesca miracolosa sul lago, attività quotidiana dei pescatori, simboleggia l'esistenza umana che opera per la propria riuscita e felicità. Nonostante gli sforzi, l'esperienza e la competenza, spesso "in quella notte non presero nulla". L'apparizione di Gesù e il suo comando "Gettate la rete!" richiamano un analogo fallimento precedente, dove Pietro ebbe il coraggio di dire: "Sulla tua parola getterò le reti" (Lc 5,5). Anche qui il successo non manca: "trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci". Con Gesù la riuscita umana è piena e sicura, come Egli stesso aveva affermato: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5).

Gesù è sulla riva con un fuoco acceso per preparare un pasto e chiede: "Portate un po' del pesce che avete preso or ora", eco del nostro offertorio alla Messa, dove portiamo all'altare il frutto del nostro lavoro. Poi "Gesù disse loro: Venite a mangiare. Prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce". Già in passato aveva sfamato i suoi moltiplicando pani e pesci, parlando allora dell'Eucaristia: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Nella Chiesa primitiva, il pesce (Ictus) era segno di Cristo, professione di fede in "Gesù Cristo, Figlio di Dio, salvatore". Gesù raccoglie la sua comunità, dalla sera dell'Ultima Cena, attorno a un pasto che contiene e comunica la sua presenza e la sua azione di salvezza.

"È il Signore!", esclama Giovanni, e "nessuno dei discepoli osava domandargli: Chi sei?, poiché sapevano bene che era il Signore". La loro titubanza di fronte al Risorto dai morti rispecchia la nostra stessa incertezza nei confronti dei segni umili dell'Eucaristia. Tuttavia, siamo invitati a professare la stessa fede e lo stesso riconoscimento di Gesù risorto e vivo tra noi. Noi cristiani crediamo che Gesù è realmente e personalmente presente sotto i segni del pane e del vino, e che qui nutre e costruisce la sua Chiesa comunicando se stesso: "Chi mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57). La Messa è oggi, in concreto, il luogo dell'incontro con Gesù vivo, cioè con il Dio fattosi carne e divenuto nostra unica salvezza.

Il Ministero Apostolico e il Primato di Pietro

La presenza sacramentale è affiancata da un'altra presenza, più visibile e storica: quella del ministero apostolico. Nel cenacolo la sera di Pasqua, Gesù alitò sugli Apostoli dicendo: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi..." (Gv 20,22). Ancora in Galilea, come narra Matteo, Gesù disse: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole..." (Mt 28,18-19). È a Pietro che Gesù conferisce quel primato che un giorno gli aveva promesso con le parole: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18). Ora gli dice: "Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle". Gesù ha voluto affidare un servizio di responsabilità e di guida a Pietro e ai suoi successori, soprattutto in riferimento alla fede: "Simone, Simone - gli disse un giorno - io ho pregato per te, che non venga mai meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32).

Il servizio apostolico è la testimonianza coraggiosa di Gesù risorto. Nonostante il divieto di predicare, Pietro e gli altri apostoli affermarono: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, lo ha innalzato alla sua destra facendolo capo e salvatore; e di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo" (I lett.). Questa testimonianza è capace di giungere alla persecuzione e al martirio: "Li fecero fustigare...; ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (I lett.). A Pietro in particolare, Gesù preannuncia una fine non facile: "Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio".

La radice e la forza di questa testimonianza è l'amore. "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti amo". Non un amore di innocenza, ma di penitenza. Tre volte Pietro aveva rinnegato il Maestro; tre volte gli è richiesto un atto d'amore. Questo forse ci insegna che chi ci guida nella Chiesa deve essere capace di comprensione e compassione, per aver lui per primo sentito il bisogno della misericordia di Dio. Davanti a Dio non contano altri meriti se non quelli del cuore che sa amare, con sincerità, anche nella debolezza. "Se mi ami... pasci". Preghiamo per i nostri preti affinché siano sempre secondo il cuore di Cristo.

Papa e Vescovi che guidano la Chiesa

La Seconda Domenica di Quaresima: Fede, Amore e Sacrificio

La liturgia della Seconda Domenica di Quaresima è dominata da due rapporti padre-figlio, entrambi caratterizzati da un eroismo straordinario, e dalla rivelazione della vera identità di Gesù.

L'Eroismo di Abramo e il Sacrificio del Figlio di Dio

Il più grande atto di fede dell'Antico Testamento ci conduce al più grande atto d'amore del Nuovo. Il gesto straordinario di Abramo, disposto a sacrificare suo figlio Isacco (prima lettura), è una prefigurazione del sacrificio di Dio del suo unico Figlio (seconda lettura). Abramo e Dio Padre amano i propri figli in modo ineguagliabile. Abramo vive per Isacco, e i testi sacri sottolineano il profondo amore per il ragazzo. Quando Dio parla del suo amato Figlio, esprime un amore che supera ogni affetto materno e paterno. Entrambi i padri sono pronti a offrire il proprio figlio prediletto in sacrificio: Abramo per obbedienza e fede in un mistero che lo trascende; Dio Padre per obbedienza al suo amore fedele per gli uomini, un amore infinitamente più grande, profondo e puro di quello umano.

Entrambi i figli accettano liberamente il peso del sacrificio, e sebbene umanamente nessuno dei due desidererebbe essere la vittima ("Dov'è la vittima per il sacrificio?", "Padre, se è possibile allontana da me questo calice"), entrambi confidano nell'amore del padre, che mai potrebbe abbandonarli. Sono vittime innocenti, ma l'innocenza del secondo, l'Agnello di Dio, è completamente diversa. Egli accetta il suo sacrificio pienamente consapevole di ciò che lo aspetta e continua ad avere fiducia anche in una situazione in cui sembra che il Padre sia completamente assente e lo abbia abbandonato. Egli non è solo un figlio di Abramo, ma il Figlio unigenito dell'Onnipotente.

Per Gesù non ci sarà una "commutazione della pena", come per Isacco. Gesù è l'Agnello con cui vengono sostituiti tutti i figli di Dio, cioè tutti noi. Obbligato soltanto dall'amore, Dio "non ha risparmiato suo Figlio e lo ha sacrificato per il bene di tutti noi". Questo dimostra un amore infinito verso coloro per i quali viene offerto il sacrificio, come deduciamo da San Paolo.

La Trasfigurazione sul Monte Tabor

Sul Monte Tabor, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Lì, Dio volle rivelare ad alcuni apostoli la vera identità di Gesù, non solo perché la loro fede potesse sopravvivere alla tragedia della Passione, ma anche perché potessero comprendere la profondità del suo amore per gli uomini (Vangelo).

La Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor

L'Obbedienza della Fede e la Provvidenza Divina

A volte la fede richiede un'obbedienza senza piena comprensione. Questo fu il caso di Abramo: cosa poteva fare di fronte all'ordine di Dio di sacrificare il figlio, nonostante lo stesso Dio avesse promesso di renderlo padre di innumerevoli discendenti proprio attraverso Isacco? Abramo obbedisce, e questo atteggiamento permette a Dio di manifestare il suo enorme amore. Se avessimo agito solo secondo la nostra "logica" e "ragione", difendendo i nostri "interessi personali e legittimi" anziché seguire i "strani" disegni di Dio, ognuno di noi sarebbe il proprio Dio personale. Dobbiamo cercare di comprendere la nostra fede al meglio, ma la fede richiede innanzitutto l'obbedienza ai piani di Dio e alla Sua volontà, indipendentemente dalla nostra capacità di comprensione.

L'Amore che Vince il Male

L'esistenza del male nelle sue varie forme rimane un mistero inspiegabile. Perché Dio permette certe cose? Perché rimane in silenzio di fronte alle ingiustizie che "gridano al cielo"? Come può permettere la sofferenza di così tanti innocenti? Non c'è una spiegazione semplice per il male; l'intero mistero cristiano è una risposta al mistero del male, coronato dalla realtà incontrovertibile che "Dio non ha risparmiato il suo unico Figlio, ma l'ha sacrificato per noi". Non sappiamo molto, ma siamo certi che Dio è per noi, e quindi nessuno né alcun potere in cielo o in terra è capace di sconfiggerci. La conseguenza è la certezza che alla fine l'amore prevarrà. Il modo migliore per alleviare la sofferenza è diffondere amore intorno a noi.

La Quaresima come Cammino di Conversione e Obbedienza

La Quaresima è un'opportunità preziosa per fermarsi, riflettere e dedicarsi alla meditazione. È un tempo di preparazione alla Pasqua, un tempo per riflettere sulla nostra vita e per convertirci al Signore. La Pasqua è la celebrazione dell'amore di Dio per noi e della nostra redenzione attraverso la morte e risurrezione di Gesù.

Il Peccato Originale e la Scelta tra Autonomia e Fiducia in Dio

"Se sei figlio di Dio...", dice Satana a Cristo, tentandolo di vivere la sua identità in modo "mondano" (da ribelle) anziché nel modo autentico (da obbediente) secondo il disegno di Dio. Il dilemma è tra una vita costruita autonomamente, come quella del primo Adamo ("Diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male"), e una vita di confidenza e obbedienza a Dio, quella del secondo Adamo. Gesù afferma: "Adora il Signore e a lui solo rendi culto", e al Getsemani dirà: "Non la mia ma la tua volontà sia fatta" (Lc 22,42).

Il peccato dei progenitori, Adamo ed Eva, sotto la tentazione di Satana, consiste nel dubbio, nel sospetto, nella sfiducia e infine nella disobbedienza. L'autonomia della propria libertà, l'autosufficienza di un proprio progetto e destino, e in sostanza, un emanciparsi da Dio, sono condizioni per una personale riuscita. Questo è il "peccato originale" che ci viene trasmesso, un'eredità universale che si manifesta nell'ateismo pratico, nella tentazione di fare a meno di Dio, nell'autosufficienza e nell'indifferenza. Si traduce nel voler costruire la propria vita esclusivamente col benessere materiale e la propria scienza, nel voler vincere col potere e l'orgoglio, e persino nell'usare Dio per piegarlo ai propri interessi, manipolando magari la religione a proprio uso e consumo.

La cultura moderna spesso riflette questa disumanità, dove l'unica cosa "sapiente e furba" è godersi la vita, legittimando ogni cosa contro gli altri pur di salvaguardare se stessi: sopruso, violenza, falsità. "Che il più forte si affermi e il più debole venga eliminato" è la conseguenza del prendere se stessi come criterio e fine. Il mondo si divide tra chi nel realizzare la propria vita si fida di Dio e chi, invece, si fida di sé facendosi lui Dio. Questa è la scelta che il cristiano è chiamato a verificare ogni anno in Quaresima per convertirsi.

Gesù, l'Obbediente per Eccellenza

Il mondo religioso giudaico fu sorpreso dal fatto che un giorno apparve un uomo che chiamava Dio col nome di Abbà, papà! Tutta la vita di Gesù esprime questa confidenza e questo profondo legame col Padre, una vita tutta impostata a tale obbedienza. A dodici anni Gesù dice: "Devo fare le cose del Padre mio" (Lc 2,49). Sempre rivelerà, fino alla fine, una sintonia (voluta e anche sofferta) col Padre, fino a dire: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30). San Paolo, del resto, definisce Gesù come l'obbediente (cfr. Fil 2,6-8).

La coscienza che Gesù ha della vita umana è molto chiara: l'uomo non si è fatto da sé, è frutto della creazione di Dio. È propriamente e solo figlio di Dio, chiamato - con la sua libertà - a riconoscere e accettare con gioia la condizione di essere figlio per divenire erede di Lui, simile a Lui in Casa Trinità. San Paolo afferma che l'uomo è stato "fatto a immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29). Dimenticare e misconoscere questa condizione è il peccato dell'Adamo di sempre. Il senso dell'esistenza terrena è riconoscere e vivere tale condizione. Pensare definitiva la condizione terrestre è la svista più grave. Se si rompe il "cordone ombelicale" di questa gestazione all'altra vita, la creatura che si sta costruendo abortisce. La morte è il premio del peccato; la vita eterna, perenne, è l'eredità del figlio!

Il secondo Adamo ha voluto intervenire nella tragedia del primo Adamo divenendo lui il primo obbediente per dare esempio e forza nel riportare l'uomo alla verità della sua condizione. "Per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti", con una sovrabbondanza del dono che va ben al di là del male compiuto. La Quaresima non è soltanto impegno a rivolgerci (metanoeite) verso Dio, ma è lasciarsi coinvolgere nell'azione salvifica che Cristo in modo più efficace ripropone e rinnova nei sacramenti pasquali. È un'onda più coinvolgente quella di Cristo rispetto a quella del primo Adamo. Basta naturalmente non schivarla o rifiutarla. Quaresima: lasciarci inondare dalla grazia di Cristo!

Le Tentazioni di Gesù e la Vera Fede

Quando nel deserto mancò l'acqua, Israele si chiese: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?" (Es 17,7). Il Deuteronomio ammoniva: "Non tentare il Signore Dio tuo..." (6,16). Anche Gesù in croce fu invitato a scendere: "Ha detto di essere figlio di Dio, vediamo se viene a liberarlo" (Mt 27,43). Ma Gesù non scese. Noi usiamo (troppo) un cristianesimo razionalizzato, puntellato da ragioni umane, dimenticando che al suo interno c'è anche la croce.

Le scelte di Gesù sono tutte orientate alla volontà e alla fiducia nel disegno di Dio. Anche noi vorremmo fondare la nostra sicurezza "sul pane", sulle nostre capacità autonome e risorse, ma queste non sono né rette né sufficienti. La nostra visione della vita e le capacità di piena salvezza devono essere poste sullo schermo più grande di Dio: "In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, perché di lui noi siamo stirpe" (At 17,28). Perciò, "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".

Approfittare o pretendere da Dio una vita più facile, senza scelte e prove, presumendo la Sua protezione come un "tappabuchi" alle nostre responsabilità, è una facile acquiescenza anche tra credenti. Purtroppo, anche tra cristiani si diffonde una religiosità "miracolistico-guarigionista". Gesù dice: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". Egli non usò mai del suo potere divino per proprio interesse, neanche sulla croce, dove poteva sbaragliare tutti i nemici. Proprio lì disse: "È compiuto" (Gv 19,30), e ci insegnò a dire: "Sia fatta la tua volontà" (Mt 6,10). La vera fede è credere che Dio vede e vuole il nostro bene meglio di quanto possiamo vederlo noi.

Forse anche Gesù sentì il fascino del successo e del potere. Satana gli mostrò tutti i regni della terra dicendo: "Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". Ma la risposta fu: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto". Non ci deve essere alcuna idolatria né del potere, né del prestigio, né del possesso. La missione di Gesù è tutt'altra: "Il mio Regno non è di questo mondo" (Gv 18,36). Egli sapeva che la vera immagine del Messia era quella data da Isaia, rievocando il Servo Sofferente che si sacrifica per la salvezza di tutti. Quanta idolatria del potere e del prestigio c'è in noi uomini, idoli ai quali sacrifichiamo tutto!

Gesù tentato nel deserto, figure bibliche delle tentazioni

L'Impegno Quaresimale: Preghiera, Sobrietà e Carità

La Quaresima, grande itinerario cristologico per cogliere l'opera di Gesù nel nostro battesimo, richiama anzitutto l'atteggiamento e il modo specifico di intervenire di Dio nella storia: un volto proprio e sorprendente, diverso dalle nostre aspettative errate. È un Dio che non vuole imporsi con miracoli per manifestare la sua onnipotenza vincente, ma che segue il cammino della croce per mostrare il dono di sé, per esprimere plasticamente che "non c'è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici" (Gv 15,13), che condivide fino in fondo l'esperienza degli uomini per portare su di sé il peccato di tutti noi! Gesù sceglie la strada del servo sofferente perché vuole conquistare il cuore dell'uomo con l'amore, non con la forza e la potenza.

Questa è la prima conversione da fare: la Parola di Dio, non le nostre intuizioni, svela l'unico vero volto di Dio. La seconda scelta è la piena fiducia in Dio nella nostra vita, accettare il suo disegno, anche difficile, su di noi, come ha fatto Gesù. Egli è "l'obbediente fino alla morte di croce" (Fil 2,8), dice Paolo. Non ci sono cose straordinarie da fare; c'è da vivere la quotidianità come "obbedienza" d'amore a Dio, anche nei momenti di prova, con la convinzione che "tutto concorre al bene per coloro che amano Dio" (Rm 8,28). Naturalmente qui si richiede molta preghiera. Luca dice che Gesù al Getsemani, "entrato nella lotta, pregava più intensamente" (Lc 22,44). Aver timore di avventurarsi nella prova senza l'aiuto divino porta necessariamente alla ribellione.

Infine, la sobrietà come solidarietà. Gesù nel deserto si è deciso per il "tutto di sé" per l'uomo. Il digiuno quaresimale è appunto per la carità ed è raccomandato da ogni istanza ecclesiale, soprattutto in questi tempi di crisi. Le iniziative, specialmente missionarie, sono proposte in ogni parrocchia. "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità" (1Gv 3,18). Un Gesù tentato ci mostra un uomo in tutto come noi, capace di capire le nostre prove e di sostenerci. "Non abbiamo infatti un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato" (Eb 4,15). E ancora: "Proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,18).

La Testimonianza Missionaria e il Martirio

"Guarda o Signore a tanti milioni di fratelli che soffrono sete di giustizia, di verità, di pace, di amore", invocava Guido Maria Conforti. La forza del missionario risiede nella convinzione che il Vangelo è una proposta di vita pienamente umana. Accogliendo il Vangelo, l'uomo non mortifica, ma esalta ed espande il suo essere, le sue potenzialità e le sue prospettive, secondo le dimensioni di Dio stesso che ci invita alla comunione con Lui. Diventare umani è una vocazione e un traguardo, un compito segnato inevitabilmente da limiti e contrasti.

Il missionario stesso sperimenta in sé la resistenza al Vangelo, essendo chiamato a una pienezza di umanità che lo supera costantemente, lo attrae ma gli costa anche. Anch'egli può sentire la tentazione di seguire la propria strada, di fare i propri affari, di prendere la vita con filosofia, o, in modo più subdolo, di porsi come punto di riferimento nel suo ministero, cercando se stesso o strumentalizzando il suo potere. Per il missionario, accogliere la proposta del Vangelo significa aprire la sua umanità a Dio e aprirsi con umiltà all'umanità dell'altro. È superamento della propria idolatria e quindi apertura alla solidarietà, un cammino in cui impegna la sua fede, speranza e capacità di amare.

Il Vangelo entra in un mondo spesso disumano, che non conosce il Padre e non riconosce i fratelli, un mondo dove ognuno è preoccupato di sé e del proprio benessere. È impossibile evitare lo scontro tra Vangelo e disumanità, soprattutto quando questa assume forme di arbitrio violento che non sopporta l'annuncio disarmato e mite del Vangelo. Se in passato c'era considerazione per chi si sacrificava, oggi tali persone vengono ignorate o derise, considerate "stupide", poiché l'unica cosa "sapiente" è godersi la vita. Questo principio è la sorgente della disumanità del nostro tempo, poiché misconosce la propria e altrui umanità, legittimando ogni cosa contro gli altri.

Il Martirio come Segno di Speranza

Il missionario, uomo del Vangelo, si scontra con la resistenza interiore e l'opposizione esteriore. Nella misura in cui resiste nella sua lotta, diventa testimone, martire, allo stesso tempo testimone di un'umanità più piena e della fede che ne è la sorgente. Il beato Conforti aveva espresso con lucidità questa caratteristica martiriale della consacrazione alla missione: "cui se manca l'intensità dello spasimo supplisce la continuità di tutta la vita".

I testimoni saveriani sono un'espressione sicura di questa fedeltà nella dedizione, che per alcuni è arrivata anche all'effusione del sangue. Non hanno cercato la loro fine, ma hanno scelto le premesse che l'hanno resa inevitabile, presi dal Vangelo del Regno, che hanno infine conquistato. Oggi, sulla stessa strada della carità missionaria, sono uno stimolo e compagni. I martiri saveriani sono un piccolo drappello all'interno della grande massa di martiri di questo secolo, che ha visto persecuzioni come quella dei Boxer in Cina nel 1900, e i drammi non conclusi dell'Africa centrale nel 1995, dove, ad esempio, P. Maule, P. Marchiol e Catina Guber hanno unito il loro sangue a quello di centinaia di migliaia di vittime.

Tutto il secolo è stato segnato dal sangue dei martiri, dalle due guerre mondiali, e dalle innumerevoli vittime delle grandi "religioni politiche" come comunismo, nazismo e fascismi. Basti pensare ai moltissimi martiri non cattolici, come i 130.000 sacerdoti ortodossi fucilati in Russia in poco più di 20 anni. Questo secolo, pur aprendo nuove vie al progresso, ha mostrato anche un grande disprezzo verso la persona umana. Proprio questa disumanità rivela, per negazione, la necessità e l'urgenza del Vangelo. Se l'uomo elimina così facilmente questi annunciatori del Vangelo, significa che ha un urgente bisogno di riscoprire la vera sua e altrui umanità.

Presentando questi martiri, evitiamo la retorica del martirio. La sua esaltazione rischia di presentare al non credente un'immagine falsa della fede, quasi che essa comportasse l'esaltazione del sacrificio in quanto tale. In realtà, ciò che si magnifica è la forza del bene. Il martirio diventa così segno di speranza, mostrando che la resistenza del bene è più tenace della violenza aggressiva del male. Questi fratelli testimoni sono stati miti e decisi; non hanno scelto la loro fine, ma avevano scelto le premesse che l'hanno resa inevitabile. Erano stati presi dal Vangelo del Regno e hanno alla fine conquistato il Regno.

Martiri cristiani che testimoniano la fede

tags: #2 #domenica #di #quaresima #anno #c