La figura del sacerdote è da sempre centrale nella vita delle comunità cristiane, e la sua preghiera, spesso intrisa delle esperienze e delle sfide del mondo, assume molteplici forme. Essere sacerdote è una vocazione che comporta una profonda donazione di sé, ma anche una costante lotta interiore, come evidenziato dalle parole tratte da "Preghiere, Marietti, 1971, pp.":
La Vocazione Sacerdotale: Una Lotta Quotidiana e un Dono Incondizionato
I fedeli sono esigenti verso il loro prete. Hanno ragione. Ma devono sapere che è duro essere prete. Chi si è donato nella piena generosità della sua giovinezza rimane un uomo, ed ogni giorno in lui l'uomo cerca di riprendere quel che ha donato. È una lotta continua per restare totalmente disponibile al Cristo e agli altri. Il prete non ha bisogno di complimenti o di regali imbarazzanti: ha bisogno che i cristiani, di cui ha in modo speciale la cura, amando sempre più i loro fratelli, gli provino che non ha dato invano la sua vita. E poiché rimane un uomo, può aver bisogno una volta d'un gesto delicato di amicizia disinteressata... una domenica sera in cui è solo.
La base di questa vocazione risuona nelle parole evangeliche: "Seguitemi ed io vi farò pescatori di uomini. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho destinati ad andare a portare frutto, un frutto che rimanga. Dimentico del cammino percorso, mi protendo in avanti, corro verso la meta, per conseguire lassù il premio della vocazione di Dio nel Cristo Gesù."
Sacerdoti di Fronte alle Rivoluzioni Sociali e Storiche
La storia ci offre numerosi esempi di sacerdoti la cui preghiera e azione si sono intrecciate con momenti di profonda crisi, cambiamenti sociali e "rivoluzioni" che hanno segnato epoche e comunità. Questi uomini di fede hanno saputo essere punti di riferimento, guide e testimoni.
Don Marabotto: La Preghiera e la Resistenza Antifascista
Il percorso di un sacerdote può essere profondamente segnato dagli eventi storici. Un libro ripercorre alcune fasi cruciali della vita di Don Marabotto durante il conflitto della Seconda Guerra Mondiale. Prima del 1943, Don Marabotto dichiara di non essersi mai interessato attivamente alla politica. Ma dopo l’otto settembre, e in particolare dopo i tragici avvenimenti di Boves, il sacerdote inizia la propria attività contro il governo fascista.
Il 26 giugno 1944, a Cesana, viene arrestato dai fascisti e torturato; poco dopo lo trasferiscono in via Asti a Torino, dove subisce lunghi e provanti interrogatori. Don Marabotto ricorda come sia stata la preghiera ad aiutarlo a sopportare l’enorme tensione psicologica e a non tradire i suoi compagni. Poco dopo, viene condannato a morte e trasferito nel "Buco", la cella di punizione destinata alla sua ultima notte. Ma la fucilazione viene rinviata, e Marabotto trascorre altri dieci mesi di prigionia.
Nel 1945, miracolosamente scampato all’esecuzione capitale, esce dal carcere e si unisce alla Liberazione di Torino. "Perché ho fatto il partigiano? Fino al 1943 non mi interessavo di politica. Alla caduta di Mussolini, come tanti, espirai con sollievo sperando in tempi migliori. Mi tolsero dall’inerzia i tragici avvenimenti di Boves. Una scintilla di quell’incendio scese nel mio cuore e vi accese una fiamma." A Thures, dopo l’8 settembre del 1943, alcune caserme di confine erano state abbandonate dall’esercito italiano che lasciava sul posto anche una discreta quantità di armi. Don Marabotto, a poco a poco, raccoglie personalmente queste armi e le fa giungere ai partigiani della Val Sangone.

Don Pierluigi Di Piazza: Accoglienza e Costruzione di Pace
Un altro esempio di sacerdote la cui vita è stata una costante risposta alle necessità del suo tempo è Don Pierluigi Di Piazza. È tornato nella sua Tualis, nella Carnia con le case di pietra e legno, i tetti spioventi e le tradizioni popolari ancora vive. Il monte Zoncolan che guarda la valle e la piccola chiesa con le statue e gli ex voto. È tornato a casa don Pierluigi Di Piazza, nel cimitero del suo paese, accompagnato dalle migliaia che gli si sono strette attorno, dal ricordo commosso dei tanti che lo hanno conosciuto e che con lui hanno condiviso la strada impervia dei Costruttori di Pace.
«Non cercatelo nella terra» ha detto Don Luigi Ciotti durante la messa in suffragio officiata a Zugliano nel Centro «Ernesto Balducci» che Di Piazza aveva fondato trent’anni fa. Nel 1989 don Di Piazza, da poco parroco a Zugliano, aveva pensato di aprire una parte della sua casa agli esuli della guerra dei Balcani che avevano bisogno di un tetto; ragionando con i suoi parrocchiani assieme avevano deciso e da allora quel portone aperto ha accolto i più fragili, siano migranti o disabili. Negli anni gli spazi si sono allargati ed il Centro è diventato presto un punto di riferimento conosciuto in tutto il mondo.
Anche perché Pierluigi, ché così si presentava ed era conosciuto, non era soltanto accoglienza, era anche un grande diffusore di cultura: innumerevoli i momenti di riflessione ed i convegni organizzati con i maggiori testimoni del nostro tempo come l’incontro con il Dalai Lama o il Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. La lettera di Natale che ogni anno scriveva con una ventina di altri preti della Regione, le tante pubblicazioni e i libri, bellissimo quello scritto a quattro mani con Margherita Hack («Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete»). Il Vangelo, la Costituzione e tre parole a dare la traccia: pace, giustizia, accoglienza.
C’è il microfono aperto nella sala dopo la messa a Zugliano: saluti, ricordi, promesse per un nuovo impegno. Il coro della parrocchia a intercalare le parole con canti dolci e malinconici, e anche «Bella Ciao» mentre in sala, nel parco, dentro la chiesa dove sono stati allestiti maxi-schermi, in centinaia battono le mani a tempo tra un sorriso ed una lacrima. Toccanti le parole che il teologo Vito Mancuso ha scritto in ricordo di un «amico amatissimo»: «Sapete, Lui era così: sospettoso perché innamorato. Il grande amore per il Bene e la Giustizia lo portava a guardare il mondo e il potere e i potenti in questo modo, come a smascherare l’ipocrisia. Ma a tu per tu Pierluigi era di una dolcezza e di una delicatezza uniche. Gentile e vero. Rude e delicato». A Zugliano e poi al cimitero di Tualis: fiori e biglietti e gente ancora a centinaia, sembra che il popolo del Friuli sia tutto raccolto attorno a questa «chiesa fuori dal tempio». Fai buon viaggio, continua ad indicarci la strada, un sussurro o il silenzio di una preghiera.

Don Antonio Abruzzini: Il Ministero Quotidiano e la Missione nel Mondo
Nella vita di ciascuno contano i sogni, su di essi si costruisce la propria vita, ma, soprattutto, conta quello che Dio sogna per noi. Così come nella vita dei 35 mila sacerdoti italiani che ogni giorno si spendono nelle parrocchie, nelle scuole, nelle opere e nella carità, anche nella vita di Don Antonio Abruzzini, sacerdote e parroco della diocesi di Cosenza, il racconto di un ministero vissuto nella ferialità, un ministero di prossimità e di periferia. Lo cerchiamo “disperatamente”, lui è schivo come tanti sacerdoti che lavorano tanto e in silenzio, poi, finalmente (e con l’aiuto del direttore), lo raggiungiamo. Riusciamo a raccontare il suo cammino sacerdotale nel mese nel quale la Chiesa propone un’attenzione particolare al “sostentamento dei sacerdoti”.
Nella sua vita c’è tanto da raccontare. È stato in Kenya, è stato parroco a Bianchi e Colosimi, poi sul Tirreno e in Città. "Sono nato ad Aprigliano e sono stato ordinato sacerdote nel 1982. Nel corso dei decenni, ho servito molte parrocchie sulle montagne del Savuto, come Colosimi e Bianchi, ma anche sul mare, come Campora e Belmonte e poi in città. Al momento, sono parroco a Pietrafitta. Ho studiato prima al Seminario Minore a Cosenza, poi al Seminario Teologico a Catanzaro. Sì, ho sempre sentito la chiamata del Signore, fin dalle scuole medie. Successivamente, ho inseguito questo desiderio e questo sogno che ho scoperto essere una vera e propria vocazione. Anche in famiglia, la mia scelta è sempre stata ben accetta."
Durante la mattinata, il suo servizio si svolge sia in parrocchia che fuori. "Visito gli ammalati e i bisognosi, collaboro con l’associazione Stella Cometa Onlus e sono impegnato in attività di volontariato a largo raggio. Ultimamente, mi sto anche occupando del restauro e della ripresa dell’antico convento di Pietrafitta che ho preso in custodia. Nel pomeriggio, invece, sono impegnato con i lavori in parrocchia: la messa e altre celebrazioni, la preghiera, la catechesi, le adorazioni e incontri e confessioni con i fedeli."
La sua esperienza in Africa è nata da una passione personale. "Nel 1985, sono stato il primo sacerdote dell’hinterland cosentino ad andare in Africa, nella diocesi di Machakos. Da quel viaggio, non solo è nato un movimento missionario che ha coinvolto un’intera comunità, ma la mia stessa vita sacerdotale ha avuto una svolta. Anche don Battista Cimino si è innamorato di questo mondo, tanto da impiantarvi anch’egli, dal 2004, una missione diocesana." Nel corso degli ultimi decenni, è cresciuto un interesse nei confronti dell’Africa e dell’esperienza missionaria. Dall’esperienza in Kenya, sono nati gruppi missionari, laboratori e l’associazione Stella Cometa Onlus, intorno alla quale si sono sviluppate varie attività di formazione e divulgazione della conoscenza del mondo dei poveri e delle opere missionarie, sia locali che nazionali. "Ho personalmente scoperto che dalla preghiera e dall’etica della misericordia nascono le opere. A volte è difficile, però, trasmettere ai giovani questo messaggio di amore, perché l’etica della spiritualità si scontra con quella dell’egoismo, dell’apparenza e del piacere."
Don Abruzzini sottolinea anche l'importanza dei fondi per la Chiesa: "Con i fondi dell’Otto per Mille si possono realizzare opere bellissime. Mi adopero affinché i fedeli firmino sulle loro dichiarazioni la loro donazione. So che dall’Otto per Mille provengono i fondi per le Chiese e per le attività della Caritas, tanti progetti missionari vengono finanziati. La Chiesa è l’unica realtà presente nei posti più difficili, estremi e lontani. Le sue opere alleviano le sofferenze dei poveri, degli ultimi e di chi è stato abbandonato. Sono stato nei deserti, nella savana e in paesi sperduti: in ognuno di questi posti ho trovato la Chiesa che opera quotidianamente per i bisognosi, per i bambini e i malati. Queste attività si sostengono con i fondi dell’Otto per Mille, destinato alla Chiesa Cattolica, ma non va dimenticato anche il sistema delle offerte deducibili che permettono a tutti di vivere e lavorare per il Regno."
Il sacerdote rivolge un invito ai giovani e ai credenti: "L’invito ai giovani, ai credenti, ai futuri sacerdoti, ma anche ai confratelli è quello di viaggiare per conoscere direttamente queste realtà. Viaggiare oggi è diventato così facile! I giovani devono immergersi in questo mondo che apre la mente e il cuore. Nei miei viaggi in Africa e in Europa dell’Est, ho sempre invitato giovani ad accompagnarmi e ho visto che sono rimasti affascinati da queste realtà. Le attività di volontariato sono il termine di un’etica di amore. La vita diventa più bella dopo un’esperienza del genere. Io stimolo sempre le associazioni sul territorio a collaborare per gli stessi obiettivi e a lavorare per la pace e per un mondo più bello, per gli ultimi e per i poveri. Tutto parte dalla spiritualità dell’amore che è in tutti gli uomini. Noi cristiani, poi, possiamo contare sul Vangelo e su Gesù che è il volto dell’amore e della misericordia. Io, però, invito tutti a prescindere dal credo e dalla cultura, a coltivare in sé la cultura dell’amore. Da questa scelta, si prendono impegni in politica, nella società, nel lavoro e nella famiglia."
Don Antonio è un fiume in piena, quando parla della Missione della Chiesa, sia per quella all’estero, sia per quella fra i poveri del nostro territorio. Non pochi gli episodi belli, ma anche qualche piccola sofferenza e qualche pericolo scampato. Due le belle conclusioni che raccogliamo dalla sua viva voce: “ripercorrerei tutta la strada da cristiano e da sacerdote” e poi “l’invito ad andare a vedere di persona il tanto bene che la Chiesa opera grazie a sacerdoti che in silenzio lavorano per l’uomo e a nome di Cristo e di tutti noi. Questa volta, ci dice don Antonio, lo slogan della giornata è bello e azzeccato “grazie ai sacerdoti.”

Papa Francesco: La Preghiera nella Piazza Deserta e la Solitudine della Pandemia
Il 27 marzo 2020, in una piazza San Pietro deserta, Papa Francesco raccoglieva intorno a sé, per un momento straordinario di preghiera, il mondo intero sconvolto dalla pandemia. Immagini potenti e drammatiche che hanno raggiunto milioni di persone attraverso tv, telefoni e computer. Nell’anniversario di quell’“abbraccio”, il Dicastero per la comunicazione ha curato un libro che ripercorre le tappe di un percorso segnato da lutti e sofferenze, ma anche da solidarietà e speranza: Perché avete paura? Non avete ancora fede? Statio Orbis 27 marzo 2020 (Città del Vaticano - Milano, Libreria Editrice Vaticana - Piemme, 2021, pagine 160, euro 14,90). Un percorso che ha mostrato, ancora una volta, il Pontefice come padre premuroso e guida per tutti, credenti e non credenti.
Le pagine del volume raccolgono le immagini più suggestive di quella serata insieme a una selezione delle preghiere, delle omelie, dei messaggi con i quali il Papa ha indicato la strada per affrontare le sofferenze e guardare al futuro con uno spirito di fratellanza e condivisione. Tra i contenuti, insieme a una prefazione scritta da monsignor Guido Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, e a un’introduzione del prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini, anche il resoconto di un colloquio nel quale lo stesso Papa Francesco rivive l’emozione di quella preghiera.
Il Papa ha da poco terminato una delle udienze del mercoledì. Si raccoglie in silenzio e guarda le immagini del 27 marzo rivivendo quanto accaduto in quel venerdì di Quaresima. Ripercorrere le tappe della Statio Orbis celebrata nella Piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, con le preghiere interrotte dal suono delle sirene, è per lui un’esperienza che va oltre il semplice ricordo. Nel suo volto riaffiora l’atteggiamento di preghiera. «Camminavo così, da solo, pensando alla solitudine di tanta gente... un pensiero inclusivo, un pensiero con la testa e con il cuore, insieme... Sentivo tutto questo e camminavo...» Il mondo guardava al Vescovo di Roma, e pregava con lui, in silenzio. Guardava al Papa come intercessore tra Dio e noi suo popolo. «Tu conosci questo, già nel 1500 hai risolto una situazione come questa, “meté mano”. Questa espressione “metti mano” è molto mia. Molte volte nella preghiera dico: “Mettici mano, per favore!”»
Gli occhi del Papa si soffermano sulla Piazza San Pietro vuota. «Due cose mi sono venute in mente: la Piazza vuota, le persone unite a distanza,... e da questo lato, la barca dei migranti, quel monumento... E siamo tutti sulla barca, e in questa barca non sappiamo quanti potranno sbarcare... Tutto un dramma davanti alla barca, la peste, la solitudine... in silenzio...». La barca è citata nel Vangelo di Marco che è stato letto quella sera. Ed è presente nella Piazza, raffigurata nel monumento che ricorda i migranti. Ecco perché di tanto in tanto, lo sguardo del Vescovo di Roma si voltava verso il colonnato di destra, verso quel monumento poco distinguibile nell’oscurità. «La barca!...», ripete quasi sussurrando il Papa. Chiediamo dunque a chi pensasse in particolare in quei momenti, chi sentiva più bisognoso, chi affidava al Signore nella preghiera. «Tutto era unito: il popolo, la barca e il dolore di tutti...»

La preghiera del Papa solo a San Pietro nei giorni della pandemia
Che cosa ha sorretto il Papa? Che cosa gli ha dato forza e speranza in quel momento così intenso e drammatico? «Baciare i piedi del Crocifisso dà sempre speranza. Lui sa cosa significa camminare e conosce la quarantena perché Gli misero due chiodi lì per tenerlo fermo. I piedi di Gesù sono una bussola nella vita della gente, quando cammina e quando sta ferma. A me toccano molto i piedi del Signore...». Le immagini scorrono lentamente. Ecco quella che lo ritrae con i paramenti liturgici nell’atrio della Basilica. Sul pavimento c’è una grande scritta incisa, 11 ottobre 1962. Gliela facciamo notare. «Era l’inizio del Concilio!», che si affacciò in modo inaspettato dalla finestra del suo studio per benedire una grande folla di fedeli con le fiaccole e disse: «Portate la carezza del Papa ai vostri bambini». Francesco ascolta in silenzio... «In quel momento non l’ho notata...». È una coincidenza... quasi a significare che una nuova carezza del Papa doveva essere portata a casa, in ogni casa, dentro la sofferenza e la solitudine delle famiglie isolate, nelle corsie degli ospedali dove gli ammalati salivano il loro Calvario senza la vicinanza e il conforto dei loro cari. Col capo annuisce: «Sì... sì...».
Chiediamo di riprendere il flusso dei ricordi, di ripensare a quei momenti davanti alle immagini che li ritraggono. «Ero in preghiera davanti al Signore... lì... Una preghiera di intercessione davanti a Dio...» Colpisce l’assenza di persone nella Piazza desolatamente vuota. Così diversa da tutte le altre volte, da tutte le altre celebrazioni. Ma il Papa avvertiva la presenza dei fedeli, dei credenti e dei non credenti? Sentiva che tantissime persone in quel momento erano collegate con il Successore di Pietro e fra loro attraverso i media? «Ero in contatto con la gente. Non sono stato solo, in nessun momento...». «...era impressionante». La Statio Orbis così spoglia, priva di tutto. Priva del concorso del popolo di Dio. Ma con alcune presenze significative. «Bene. C’era la Vergine... Ho chiesto io che ci fosse la Vergine, la Salus Populi Romani, volevo che ci fosse... E il Cristo... il Cristo Miracoloso...». C’è chi ha detto e scritto che quello del 27 marzo è un evento destinato a rimanere nella storia e nella memoria di tutti. «...è stata una cosa unica ... Tutto è nato da un povero cappellano di un carcere...»