Il 31 ottobre 1992, in un discorso memorabile alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, San Giovanni Paolo II ammetteva pubblicamente che era stato un errore condannare Galileo Galilei, figura cardine della Rivoluzione scientifica. Questa storica dichiarazione rappresentò il culmine di un lungo processo di revisione, avviato dal Pontefice stesso, volto a chiarire le complesse relazioni tra scienza e fede.

L'Antefatto: Galileo Galilei e la Rivoluzione Scientifica
Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 - Arcetri, 8 gennaio 1642), fisico, astronomo, filosofo e matematico, è considerato il padre della scienza moderna. Il suo nome è associato a importanti contributi in dinamica e in astronomia, legati in particolare al perfezionamento del telescopio, che gli permise osservazioni astronomiche fondamentali. Fu pioniere nell'introduzione del metodo scientifico, spesso chiamato “metodo galileiano” o “metodo scientifico sperimentale”. Di primaria importanza fu anche il suo ruolo nella rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria copernicana.
A causa delle sue concezioni, sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu processato e condannato dal Sant’Uffizio. Il 22 giugno 1633, fu costretto all’abiura delle sue teorie astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri.
Il Contesto Teologico e Scientifico del XVII Secolo
Già nel 1616, a Galileo venne ingiunto di insegnare il sistema copernicano soltanto ex suppositione, ovvero come mera soluzione matematica, in assenza di prove fisiche che lo dimostrassero come la situazione cosmologica reale. Nello stesso anno, i libri che sostenevano il copernicanesimo furono inseriti nell’Indice dei libri proibiti e il Sant’Uffizio dichiarò erronea in filosofia la tesi che affermava il moto della Terra e la stabilità del Sole. Tuttavia, la Congregazione del Sant’Uffizio, presieduta da papa Paolo V, non convalidò questa qualifica con un atto pubblico, né volle sancire in modo formale che l’affermazione circa la mobilità della Terra potesse considerarsi eretica. La decisione messa a verbale fu soltanto quella di ammonire Galileo affinché non insegnasse il copernicanesimo se non come soluzione matematica, chiedendogli di non considerarla come il sistema cosmologico che rappresentava la realtà dei fatti.
L’immobilità della Terra non era affermata dalla teologia, ma dalla filosofia naturale, che svolgeva a quel tempo le funzioni di descrivere la natura e le sue leggi. Le scienze naturali non erano ancora consolidate e avrebbero definito il loro metodo proprio in quegli anni. Il geocentrismo, che poneva la Terra al centro del cosmo conosciuto, era un modello cosmologico ereditato dalla filosofia classica (Aristotele) e applicato in astronomia da Tolomeo. L’eliocentrismo, che poneva il Sole al centro, era stato introdotto da Nicolò Copernico con l’opera De revolutionibus orbium coelestium (1543), prevedendo orbite circolari. Johannes Keplero, dal 1609 al 1618, aveva pubblicato le leggi dell’orbitamento dei pianeti intorno al Sole, prevedendo però orbite ellittiche.

L’esegesi biblica del Seicento riteneva che l’immobilità della Terra si accordasse meglio con la Sacra Scrittura. Riconoscendo il geocentrismo, la Chiesa cattolica non intendeva proteggere alcuna affermazione teologico-dottrinale legata ad articoli della fede cristiana, ma sottoscriveva una visione del mondo che riteneva trasmessa dalla Sacra Scrittura. È importante notare che la spiegazione ufficiale della Scrittura era riservata ai teologi e non alla libera interpretazione dei laici. Poiché dalla mobilità o meno della Terra non dipendeva nessun articolo della fede cristiana, i rapporti dei teologi del Sant’Uffizio con Galileo furono di carattere disciplinare, non morale né dogmatico.
Le Prove Scientifiche e le Incertezze
Galileo non addusse prove scientifiche sperimentali inconfutabili all'epoca, ma argomenti di convenienza e analogie. Le sue osservazioni della rotazione di quattro satelliti intorno a Giove nel 1609 offrirono un primo esempio di corpi celesti che non ruotavano intorno alla Terra, ma non dimostravano direttamente la rotazione della Terra intorno al Sole. Similmente, l'osservazione delle fasi di Venere dimostrava che Venere girava intorno al Sole, ma il Sole poteva pur sempre girare intorno alla Terra, come indicato da sistemi cosmologici dell'epoca (Tycho Brahe, Riccioli). Il cambiamento più importante risiedeva nell'allargamento di orizzonti recato dalle osservazioni al telescopio, che faceva pensare a soluzioni cosmologiche innovative e a una Terra non più in posizione "privilegiata".
Il cardinale Roberto Bellarmino, teologo di riferimento al Sant’Uffizio, fece presente a Galileo che la scelta fra sistema geocentrico ed eliocentrico doveva dipendere dalla forza delle prove. Per il cardinale, la Sacra Scrittura si sarebbe potuta leggere anche in chiave eliocentrica, ma l’abbandono del geocentrismo richiedeva dimostrazioni più cogenti, che all’epoca non erano ancora disponibili. Le prove sperimentali del moto di rivoluzione della Terra, come le misure di parallasse stellare e l'esperienza del Pendolo di Foucault, sarebbero arrivate solo nel XIX secolo.
Nonostante le esitazioni delle autorità ecclesiastiche, i passi fatti dalla Congregazione dell’Indice e dal Sant’Uffizio non furono opportuni. La decisione di considerare l’eliocentrismo contrario alle Scritture fu problematica perché si legava a un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici, contrariamente a un'esegesi più equilibrata proposta già da Sant'Agostino, ripresa dallo stesso Galileo nelle sue Lettere copernicane.
Il processo e la condanna del 1633 furono conseguenza della non ottemperanza di Galileo al Decreto del 1616. Egli contravvenne pubblicando il Dialogo sui Massimi Sistemi, confidando nell'indulgenza di papa Urbano VIII, suo amico personale. Così non fu, e la ridicolizzazione delle posizioni contrarie nel Dialogo portò alla sua abiura e al ritiro a vita privata ad Arcetri.
La Riapertura del Dialogo: L'Iniziativa di Giovanni Paolo II
Già nel 1979, solo un anno dopo la sua elezione, Karol Wojtyla riconobbe che Galileo “ebbe molto a soffrire - non possiamo nasconderlo - da parte di uomini e organismi di Chiesa”. Nello stesso anno, in un discorso rivolto alla Pontificia Accademia delle Scienze in occasione del centenario della nascita di Albert Einstein, Giovanni Paolo II auspicò un nuovo approfondimento del caso Galileo. Questa richiesta aveva un valore culturale e pastorale, mirato a sostenere il dialogo fra scienza e fede, che molti ritenevano compromesso dalla vicenda dello scienziato pisano. Il Pontefice era consapevole che il nome di Galileo era spesso collegato all’idea di un rapporto conflittuale e insanabile tra Chiesa cattolica e scienza, un giudizio che, sebbene storicamente poco fondato, influiva su molti ambienti culturali.
A tal fine, nel 1981, venne nominata una Commissione di esperti, formata da storici, biblisti e uomini di scienza, presieduta dal cardinale Paul Poupard. La commissione aveva il compito di approfondire il processo allo scienziato, avvenuto 350 anni prima. I suoi lavori portarono alla produzione di pubblicazioni e all'organizzazione di convegni.
Il concetto di accomodatio, già presente nel pensiero di Isaac Newton nel XVII secolo, offriva una prospettiva su come la narrazione biblica potesse adattarsi al "sentire della gente comune" senza compromettere la sua veridicità, un punto che avrebbe potuto evitare l'interpretazione letterale nel caso Galileo.

La Dichiarazione Storica del 1992
I risultati dei lavori della commissione furono presentati ufficialmente a Giovanni Paolo II nel 1992. Il 31 ottobre dello stesso anno, durante un’assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, il Papa tenne un importante discorso, riepilogando i passi salienti del “caso Galileo”. Molti osservatori hanno accolto la dichiarazione con un "Finalmente!", poiché la Chiesa chiarì con chiarezza l’errore commesso nel condannare Galileo, il quale diceva la verità.
La vicenda fu qualificata dal Pontefice come una “tragica incomprensione”. Giovanni Paolo II sottolineò come, a partire dal secolo dei Lumi, il caso Galileo avesse costituito una sorta di mito, nel quale l’immagine degli avvenimenti si era costruita lontana dalla realtà. Questo mito ha giocato un ruolo culturale considerevole, ancorando molti uomini di scienza all’idea di un’incompatibilità tra lo spirito scientifico e la fede cristiana. Il Papa affermò che le chiarificazioni apportate dai recenti studi storici permettevano di dichiarare che "tale doloroso malinteso appartiene ormai al passato".
Giovanni Paolo II spiegò che l’errore commesso dalla Chiesa fu di considerare verità assoluta l’interpretazione letterale della Bibbia e il non voler accettare dogmaticamente una teoria che contraddiceva tale interpretazione. Allo stesso tempo, riconobbe che Galileo commise l’errore di non voler mediare la propria esigenza di verità scientifica con le esigenze teologiche, culturali e politiche della Chiesa di quel periodo.
Il Pontefice evidenziò che il caso Galileo, da un certo punto di vista, era stato anche positivo, perché aveva lasciato "un insegnamento che resta d’attualità in rapporto ad analoghe situazioni che si presentano oggi e possono presentarsi in futuro". Questo insegnamento invita a considerare scienza e religione come due differenti e complementari domini di conoscenza, due modi diversi di interpretare gli esseri umani e l’universo, ciascuno con le proprie competenze e i propri limiti.
Nel suo discorso del 1992, Giovanni Paolo II ricordò le parole di Roberto Bellarmino, il quale aveva percepito la vera posta in gioco del dibattito, ritenendo che, di fronte a eventuali prove scientifiche dell’orbita della Terra intorno al Sole, si dovesse "andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie" alla mobilità della Terra e "più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra". Questo dimostra come già all'epoca esistessero aperture per una diversa interpretazione.
14. Galileo Galilei: scienza vs fede
Scienza e Fede: Un Rapporto Rinnovato
L'approccio di Giovanni Paolo II fu mirato a rimettere le cose in una prospettiva giusta, riconoscendo il merito del Papa nel dire con chiarezza l'errore commesso. Come testimoniato dall'ambiente della Specola Vaticana, i Papi hanno da sempre apprezzato la scienza. Dedicare persone, anche sacerdoti, alla ricerca scientifica è una testimonianza importante del riconoscimento della Chiesa verso gli errori passati e del valore che attribuisce alla scienza.
Il Papa sottolineò che la scienza pura è un bene degno di essere amato, poiché è conoscenza e perfezione dell’uomo nella sua intelligenza, da onorare per se stessa. La strada da seguire, secondo Giovanni Paolo II, era quella tracciata dal Concilio Vaticano II: "Come la religione richiede la libertà religiosa, così la scienza rivendica legittimamente la libertà della ricerca." Il Concilio riconosce solennemente "la legittima autonomia della cultura e specialmente delle scienze" (Gaudium et Spes, 59).
Nel suo discorso, il Pontefice affermò che la questione galileiana è importante perché "una doppia questione sta al cuore del dibattito di cui Galileo fu il centro", con un significativo aspetto pastorale. La Chiesa, in virtù della sua missione, ha il dovere di essere attenta alle incidenze pastorali della sua parola, la quale deve anzitutto corrispondere alla verità.
Giovanni Paolo II concluse con una riflessione ancora attuale: "L’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della Terra, fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura." Richiamò la celebre sentenza attribuita a Baronio: "Spiritui Sancto mentem fuisse nos docere quomodo ad coelum eatur, non quomodo coelum gradiatur" (Lo Spirito Santo ha voluto insegnarci come si vada in cielo, non come vada il cielo). La Scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico, la cui conoscenza è affidata all’esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. Questi due campi non sono in opposizione ma hanno punti di incontro, e la loro distinzione non deve essere intesa come una separazione, bensì come un arricchimento reciproco.