In occasione delle celebrazioni del Primo Maggio, l'Arcivescovo Mario Delpini ha offerto un'omelia ricca di spunti sulla speranza, la pace e il significato profondo della vita e del lavoro, tenendo conto anche di eventi significativi come il novantesimo anniversario del Seminario di Venegono.
Un Messaggio di Speranza Universale e di Pace
L'Arcivescovo Delpini ha iniziato la sua riflessione sottolineando l'esistenza di una speranza per tutti, anche per coloro che si sono arricchiti "con l'oppressione dei poveri o con ricchezze maledette ricavate dalle estorsioni, dall'usura, dalla droga, dal gioco". La sua voce, pur non pretendendo di raggiungere chi decide il destino dei popoli, mira a toccare le persone nella città, per comunicare che la speranza è disponibile anche per loro.
Durante la messa, hanno presenziato i rappresentanti delle confessioni cristiane non cattoliche, poi ricevuti dallo stesso Delpini. Nelle celebrazioni, l'Arcivescovo si è rifatto più volte alle parole di Papa Francesco sulla pace, esprimendo un "sospetto di essere ridicoli, patetici, illusi" nel chiedere "che una parte almeno delle spese per gli armamenti sia destinata a vincere la fame e il disastro causato al pianeta".

La Celebrazione al Seminario Arcivescovile di Venegono
Il Primo Maggio si è trasformato in un'occasione di particolare rendimento di grazie, con la celebrazione della festa di San Giuseppe Lavoratore nel contesto del novantesimo anniversario del Seminario intitolato a Pio IX. L'edificio, dedicato alla formazione dei futuri presbiteri, fu iniziato e aperto nel 1935 sotto il pontificato di Achille Ratti, originario della Brianza.
Il Seminario, "pieno di sole, di luce, di gente", ha ospitato una Messa presieduta dall'Arcivescovo Mario Delpini e concelebrata da una ventina di sacerdoti, superiori ed educatori. Tra i presenti nelle prime file figuravano il prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello, i parenti dei diaconi e i seminaristi di Como, che quest’anno si sono uniti agli ambrosiani per le mattine di studio. Questi novant’anni rappresentano una storia continua di bene fatto e ricevuto, una vicenda di tanti amici del Seminario, famiglie, sacerdoti, seminaristi e benefattori, per la quale si prega, si canta e si ricorda anche Papa Francesco.

L'Elogio della Sorpresa e del "Vento Amico" nella Vocazione
L'Arcivescovo ha espresso un "elogio della sorpresa per un figlio che pensa di andare in Seminario". Ha notato come genitori e amici possano passare dalla sorpresa all'inquietudine e persino allo spavento, ma coloro che si fidano del "vento amico", passano dallo stupore all’esultanza e alla riconoscenza. Questo è un chiaro riferimento a molti giovani che, per citare una famosa frase di Papa Francesco, sono rimasti "a balconàr" al balcone, senza mai calarsi nella realtà della vita.
Delpini ha voluto interrogare le "giovinezze che non prendono il largo", non rispondendo alla vocazione alla santità e paragonandole a "una barca ormeggiata con le vele piegate, perché non si affida al vento amico". Ha poi menzionato figure come Madre Teresa di Calcutta, Cottolengo e Don Bosco, chiedendosi come abbiano potuto realizzare imprese così memorabili. Il loro segreto, secondo l'Arcivescovo, è stato l'affidarsi al vento amico che ha dato compimento ai loro propositi e intuizioni oltre ogni aspettativa. Ha anche citato l’attrattiva universale esercitata da storie come quella di Carlo Acutis o di suor Bakhita, testimonianze di un vento che fa rinascere dall’alto.

La Grazia e la Rinascita Spirituale
Questo "vento amico" non solo ispira i santi, ma raggiunge anche "chi si sente nell’impotenza, assestato nella mediocrità, ossessionato dal risentimento, dalla rabbia, dalla sfiducia". Per queste persone, la grazia può comunque arrivare, manifestandosi nella remissione dei peccati e delle pene, nella liberazione da un senso di colpa tormentoso, e nella trasformazione del rimorso in pentimento. L'Arcivescovo ha elogiato il vento amico che "soffia come una brezza leggera", "irrompe come lo scompiglio di Pentecoste", rendendo possibile l'inedito e aprendo vie alternative. Un vento capace di offrire a una comunità un volto ammirevole e di far meritare la buona fama, proprio come la comunità descritta negli Atti degli Apostoli, che godeva della stima di tutto il popolo.
Vivere, Amare e Trovare la Gioia: Riflessioni del Vescovo
L'omelia ha anche toccato aspetti più ampi dell'esistenza umana, esortando a vivere e amare la vita, desiderandola piena, buona e bella per sé e per le persone care. Vivere è un’occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti, accettando le sfide e attraversando i momenti difficili con resistenza, senza lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credendo sempre in una speranza di vittoria, di riscatto e di vita. Significa desiderare una vita che non finisce, avendo coraggio e fiducia, credendo che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Questo implica non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, ma continuare a sorridere, a sfidare e a ridere degli insulti.
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La Ricerca e la Paura dell'Amore
Per quanto riguarda l'amore, l'invito è ad amare e desiderare di essere amati, cercando l’amore come una promessa di vita, pur riconoscendolo come una storia a volte complicata o una fedeltà compromessa. Il desiderio di essere amato può però generare il timore che l’amore sia solo una concessione, un’accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. L'Arcivescovo ha esortato ad amare e percorrere le vie della dedizione, a sperare e ad affidarsi.
Essere Contenti e la Precarietà della Gioia
L'omelia ha invitato a essere contenti e amare le feste, godendo del bello della vita senza troppi pensieri o inquietudini. Essere contenti degli amici di una vita, delle imprese che danno soddisfazione, e desiderare che anche gli altri siano contenti. Essere contenti di sé, pur stupendosi che gli altri non lo siano. Godere delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi e degli elogi, della compagnia. Essere contenti delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Tuttavia, l'Arcivescovo ha anche riconosciuto la precarietà della gioia, quel "sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti".
Le celebrazioni del Primo Maggio al Seminario si sono concluse con la foto di gruppo con i diaconi che sarebbero diventati sacerdoti il 7 giugno - data che ha segnato anche l'esatto anniversario dei 50 anni di messa dell'Arcivescovo - la loro presentazione ufficiale e l'inaugurazione di una mostra dedicata ai 90 anni del Seminario.