Commento al Vangelo della Seconda Settimana di Quaresima: Percorsi di Misericordia e Trasfigurazione

La Quaresima è un tempo privilegiato che ci invita a una profonda riflessione e conversione interiore. Nei giorni di questa settimana, la liturgia ci orienta verso una comprensione più autentica della misericordia divina e della nostra chiamata a viverla pienamente, rivelando al contempo la gloria di Cristo nella sua Trasfigurazione, un evento centrale che illumina il cammino pasquale.

La Misericordia come Perfezione di Dio e Nostra Guida

L'evangelista Matteo, concludendo il discorso della montagna, ci esorta a diventare perfetti come il Padre. Luca, con una leggera correzione, ci chiede di diventare misericordiosi come il Padre. Questa distinzione sottile rivela una verità profonda: la perfezione di Dio si manifesta nell'uso della misericordia, nell'avere compassione e nell'accogliere il figlio che si è smarrito. La Quaresima che stiamo vivendo deve condurci ad una maggiore misericordia, non solo verso le persone che incontriamo, ma anche verso noi stessi.

Troppe volte l'immagine di Dio che ci formiamo è una rappresentazione distorta di una parte esigente e inflessibile di noi. Eppure, il nostro mondo ha un urgente bisogno di misericordia, di uomini e donne capaci di comprendere il dolore che ogni persona porta con sé e di usare il proprio cuore per condividere la miseria che ci caratterizza. La bellezza di Dio, di cui si parla nella riflessione quotidiana, è proprio ciò che ci permette di superare ogni dolore e ogni miseria.

Il Vangelo del Venerdì della II Settimana di Quaresima: La Parabola dei Vignaioli Omicidi

Il Vangelo del venerdì della seconda settimana di Quaresima (Mt 21,33-43.45) ci presenta la parabola dei vignaioli omicidi, un brano che offre una profonda riflessione sulla fede e l'incoerenza.

Gli studiosi dei Vangeli osservano che Matteo è particolarmente attento alla religione ebraica da cui proviene. In brani come quello odierno, non troviamo la stessa durezza degli altri evangelisti; Matteo ammira i farisei e chiede al discepolo di osservare le loro parole, annotando però con dolore che le loro azioni non corrispondono a quanto essi proclamano. L'incoerenza è una "brutta bestia", specialmente tra i credenti. Troppe volte anche noi siamo vittime dello stesso clamoroso errore: non viviamo ciò che proclamiamo. Crediamo nel Dio in mezzo a noi, in colui che è il Vivente, eppure ci comportiamo come uomini e donne senza speranza, senza futuro, senza compassione.

Dobbiamo essere attenti a non cadere nel rischio, sempre presente tra gli uomini di religione, di anteporre l'apparenza alla sostanza. Abbiamo una grande storia alle nostre spalle, ma non dobbiamo mai confondere l'essenziale del Vangelo con le consuetudini e le abitudini che provengono dalle tradizioni umane. Gli stessi errori commessi dai farisei, spesso li commettiamo anche noi. Cerchiamo gloria e visibilità nella nostra Chiesa, nelle nostre piccole comunità. Dissapori e tensioni nascono per cose risibili e piccole, proprio tra coloro che dovrebbero essere luce e speranza. Quanto stride l'annuncio della passione di Gesù rispetto alla richiesta di gloria da parte dei figli di Zebedeo! La loro miopia è la nostra: non sappiamo quello che chiediamo quando, invece di utilizzare tutte le nostre capacità al servizio del Vangelo, le usiamo per ritagliarci un posto d'onore nella comunità. Non siamo disposti a dare tutto noi stessi come solo Gesù ha saputo fare salendo sulla croce. Accanto alla croce, alla destra e alla sinistra di Gesù, siederanno due ladroni, non Giacomo e Giovanni.

Gesù racconta la parabola dei vignaioli omicidi, illustrazione antica o icona

In questa parabola, Gesù si rende conto di aver fallito la sua missione in Giudea. Gerusalemme, città feroce e abituata a tutto, non si lascia facilmente impressionare da un profeta. Le sue parole, i suoi miracoli, la sua compassione non sono riusciti a piegare la durezza di cuore di chi crede di avere il controllo della situazione, il controllo di Dio. La parabola dei vignaioli omicidi, che reinterpreta la triste pagina del profeta Isaia sul lamento di Dio per la sua vigna sterile, diventa l'emblema di ciò che sta per accadere. L'uomo non accetta di essere solo il custode del creato, non il padrone. I vignaioli rifiutano di pagare l'affitto, arrogandosi il diritto di considerare propria una cosa non loro. Il figlio verrà ucciso fuori dalla città, ma il proprietario non invierà un esercito per radere al suolo tutto, come invocano, ignari, i farisei; andrà fino in fondo mostrando il suo vero volto.

Gesù ha deciso: forse il fatto di consegnarsi farà cambiare idea ai vignaioli. Ecco, allora, il vero volto di Dio: il volto della misericordia, della compassione, non il volto feroce e corrucciato di chi cerca vendetta. È il volto che siamo chiamati a riscoprire durante questa Quaresima.

La Parabola dei Due Figli e la Misericordia di Dio Padre

La parabola dei due figli (spesso nota come del figliol prodigo), insieme a quella della moneta perduta e della pecora smarrita, si trova al centro della riflessione dell'evangelista Luca. È il cuore del suo Vangelo, la rivelazione definitiva di un Dio lontano anni luce da quell'immagine distorta che spesso, anche noi cattolici, ci siamo fatti. Dio, dice Gesù, è un Padre che lascia liberi, anche di sbagliare. È un Padre che spiega le sue ragioni per cambiare l'atteggiamento giusto ma piccolo del fratello maggiore. Un Padre che guarda lontano, sperando di veder ritornare il figlio che gli ha augurato la morte chiedendogli l'eredità che non gli spetta. Questo è il nostro Dio, un Dio così adulto da correre il rischio educativo di perderci, così umile da voler spiegare le proprie ragioni al fratello maggiore che di lui ha una visione meschina e lontana dalla realtà.

L'Indifferenza: L'Abisso da Colmare

La Quaresima ci invita anche a riflettere sul "demone dell'indifferenza". Nella parabola dell'uomo ricco e di Lazzaro, del ricco non si dice nulla, non ha nemmeno un nome, e probabilmente non è una brutta persona. Ha invece un nome il povero che mendica alla sua porta: Lazzaro. Il ricco è troppo concentrato nelle sue cose per accorgersi di quest'uomo che muore di fame sotto casa sua. È un uomo interamente concentrato su se stesso, non è particolarmente malvagio, ma non ha altro orizzonte se non il proprio. L'abisso che gli impedisce di raggiungere il padre Abramo teneramente abbracciato al suo Lazzaro, lo ha costruito con le sue stesse mani, e questo spazio nemmeno Abramo lo può colmare. Se ci ostiniamo a orientare la nostra vita lontano dai sentieri che ci portano alla pienezza, non possiamo certo lamentarci di non essere arrivati da nessuna parte! Stiamo attenti, allora, al demone dell'indifferenza che ci impedisce di riconoscere il volto del povero che mendica alla nostra porta. Questa Quaresima colmi l'abisso che troppo spesso creiamo intorno a noi.

La Trasfigurazione: Un'Anticipazione della Gloria

Un momento culminante della seconda settimana di Quaresima è la celebrazione della Trasfigurazione di Gesù, evento raccontato da tutti e tre i vangeli sinottici (Mt 17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36). Questo episodio si colloca nel contesto del viaggio di Gesù da Cesarea di Filippo a Gerusalemme, dove si consumerà il dramma della Pasqua. È un momento di rivelazione e insegnamento profondo sul vero volto del Messia e della Chiesa.

Gesù trasfigurato sul monte con Mosè ed Elia, illustrazione classica

Il Racconto e il Suo Contesto

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Questo racconto è inserito tra il primo e il secondo dei tre annunci della Passione e risurrezione, fornendo un insegnamento cruciale. I tre apostoli scelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, sono accomunati dalla loro reazione alla rivelazione di Gesù sulla sua prossima passione. Pietro lo rimprovera segretamente, mentre i figli di Zebedeo cercano i posti di comando. Queste reazioni, opposte ma complementari, rivelano un approccio sbagliato a Gesù, che diventa occasione per un insegnamento importante: chi vuole seguire Gesù deve rinnegare se stesso e prendere la propria croce. Il cammino del discepolato prepara a dare la propria vita a Dio, per riceverla dalle mani del Figlio dell'uomo che «sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli... con il suo regno» (Mt 16, 24-28).

La visione del Figlio dell'uomo richiama la profezia di Daniele (7,13-14) sull'avvento del Messia. Gesù stesso riprende questa immagine davanti al sinedrio, affermando: «d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo» (Mt 26, 64). Gesù insegna che coloro che partecipano fino in fondo alla sua passione sperimentano il potere del vero amore e sono abilitati all'esercizio di tale autorità, poiché «il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la vita in riscatto per molti».

Il Monte: Luogo dell'Incontro Divino

L'espressione «e li fece salire su un monte alto, in disparte» è un simbolo che indica il luogo di un insegnamento importante. Il monte è il culmine della scena delle tentazioni (Mt 4,8), il luogo del primo discorso di Gesù (Mt 5,1), e infine il monte della Galilea (Mt 28,16-20) dove il Messia risorto raduna gli apostoli e li invia in missione. L'essere sul monte in disparte richiama un clima di intimità per comunicare cose veramente importanti ai discepoli in crisi di fede e identità. Nell'Antico Testamento, il monte è il luogo dell'incontro con Dio, come per Mosè sul Sinai o Elia sull'Oreb. Il monte della Trasfigurazione è dunque una prefigurazione del Golgota, ma anche di Gerusalemme, dove Gesù si dirige per vivere la Pasqua e radunare il suo gregge.

Il Significato della Trasfigurazione

«E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». Il verbo "trasfigurare" (μεταμορφόω) è un "passivo teologico" che indica Dio come agente, significando un cambiamento di forma che rivela l'identità più profonda. San Paolo nella Lettera ai Filippesi parla della «forma di Dio» e della «forma di servo» di Gesù (Fil 2, 6.7); la spoliazione della condizione divina ha reso visibile la sua condizione di servo obbediente fino alla morte di croce. Per questa umiliazione, Gesù ha ricevuto da Dio un nome e un potere che lo hanno costituito Signore, affinché ogni creatura possa riconoscerlo. La Trasfigurazione anticipa non solo la risurrezione di Gesù ma anche dei suoi discepoli: Dio Padre “svela” il volto di Gesù e toglie il velo anche da quello dei suoi seguaci, chiamati a essere nel mondo il riflesso della gloria di Dio.

"Il suo volto brillò...": la trasfigurazione in Matteo (Mt 17, 1-9).

Matteo focalizza l'attenzione sul volto e sulla veste di Gesù, che diventano fonte di luce. Il volto brillante come il sole e le vesti bianche come la luce richiamano l'Antico Testamento: il volto di Gesù è come quello di Mosè (Es 34,29-35), e le vesti bianche come luce ricordano quelle del primo Adamo. Sul monte della Trasfigurazione, prefigurazione del Golgota, viene tolto il velo che nasconde la realtà più profonda di Gesù. Il volto "sfigurato" del Crocifisso diventerà il volto trasfigurato del Risorto, compiendo l'oracolo profetico di Isaia (25, 6-9) sulla salvezza di Dio che toglierà il velo della morte da tutti i popoli. La veste bianca come luce è propria del Messia che restituirà agli uomini la "trasparenza" nelle relazioni con Dio e tra loro.

I Farisei e la Torah: un'Integrazione nella Riflessione di Matteo

Nella riflessione sulla legge e la fede, emerge una valutazione positiva del ruolo dei farisei nel Vangelo di Matteo, forse l'unica. Studi recenti tendono a riabilitare i farisei e la loro ricchissima tradizione, descrivendo la correttezza del loro insegnamento, riconosciuta anche da Gesù. L'esegesi farisaica della Scrittura non era letterale, ma cercava di adattare e rendere praticabili le norme della Torah. Tuttavia, come le parole di Gesù (Mt 23,5) mostrano, i farisei si concentravano troppo su dettagli minimi, rischiando di perdere di vista il cuore della rivelazione di Dio. Il titolo "rabbì", che al tempo di Matteo era usato anche per gli scribi cristiani, fu probabilmente proibito da Gesù ai suoi discepoli per evitare che diventasse un modo per ricevere onori e potere.

La Fede di Abramo e la Promessa

La fede, come testimonia la vicenda di Abramo (Gen 15,5), è un atto di risposta libera e responsabile a un appello di Dio. Abramo, anziano e con una moglie sterile, riceve la promessa di una discendenza e di una terra. Questa promessa richiede adesione e decisione, e non è accompagnata da segni o indicazioni di tempo misurabili: è una "fede secca". Dio si manifesta come il Dio della promessa, e Abramo, attraverso un lungo cammino esistenziale segnato da cadute e riprese, diventa il "benedetto e il benedicente". La nascita di Isacco è un segno del dono gratuito di Dio che educa a benedire. Quando Abramo sale sul monte Moria per offrire Isacco, il Figlio amato, benedice veramente Dio e viene da Lui benedetto. Abramo, alla luce della Pasqua, è l'immagine di Dio Padre che dona il suo Figlio amato per noi sulla croce. Chi riconosce in Abramo il modello del figlio di Dio, che per fede obbedisce alla Sua parola e si consegna totalmente a Lui, viene a sua volta benedetto con il dono della grazia. Nello stesso modo, chi crede che Gesù è il Cristo di Dio partecipa alla sua stessa condizione divina e diviene mediatore di benedizione.

Lo Sguardo di Dio e la Speranza

Il salmista, che ha fatto esperienza di una promessa mantenuta, invita ad alzare lo sguardo verso Dio la cui parola è «retta» e la cui opera è «fedele». Abramo lascia Carran senza mappe dettagliate, sostenuto dalla certezza della solidità della parola del Signore. «Dell’amore del Signore è piena la terra». Anche quando appare vuota di segni, la terra è già piena dell'amore di Dio. Il credente cammina in una realtà non sempre compresa, ma abitata dalla fedeltà divina. La promessa precede il compimento; l’amore precede la prova. Lo sguardo del Signore su chi lo teme e spera nel suo amore non è uno sguardo che controlla, ma premuroso, che libera «dalla morte» e nutre «in tempo di fame». La vicenda di Abramo è un itinerario in cui la speranza si purifica. Sperare significa affidarsi, un atto di consegna progressiva. «L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo». L'attesa non è passività, ma cammino. L'obbedienza fiduciosa trasforma l'uomo in benedizione, perché chi si affida allo scudo di Dio smette di difendere se stesso e può finalmente benedire. «Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo». Abramo ha sperato contro ogni speranza, e la sua vita è diventata uno spazio in cui tutte le famiglie della terra sono chiamate a riconoscersi benedette.

La Grazia che Precede e Sostiene: L'Insegnamento di Paolo a Timoteo

Paolo scrive a Timoteo da uomo provato, ma libero, offrendo una chiave per attraversare la prova: «Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo». La sofferenza non è cercata, ma accolta quando nasce dalla fedeltà. Siamo chiamati più alla comunione che all'eroismo. Il cuore del brano sta nella dichiarazione che Dio «ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia». Prima delle nostre risposte e fragilità, c'è un disegno d'amore che ci precede. Questa grazia è stata rivelata in Cristo Gesù, che «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo». La vita nuova passa proprio attraverso la sofferenza e la trasfigura. Per questo Paolo invita a non vergognarsi della testimonianza. La fede ravviva la memoria viva di Cristo in noi. Anche quando tutto sembra togliere dignità o libertà, il credente sa che la sua vita è custodita in un progetto più grande. La prova diventa partecipazione alla fecondità del Vangelo, la cui forza libera e sana. Essere chiamati alla santità significa lasciarsi illuminare da questa grazia e, a propria volta, diventare luce discreta per altri.

L'Acqua Viva e l'Incontro con la Samaritana

La conversazione di Gesù con la Samaritana (Gv 4,1-42) si svolge sul tema dell'«acqua viva», simbolo di vita e salvezza, indispensabile nelle regioni aride del Medio Oriente. Questa vita e salvezza si possono ricevere solo aprendosi ad accogliere il dono di Dio, una convinzione condivisa dall'antico Israele e dalla giovane comunità cristiana. Il salmista esclama: «È in te la sorgente della vita» (Sal 36,10) e «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,2). La salvezza di Dio è espressa dall'immagine della sorgente che zampilla dal tempio e trasforma il deserto della Giudea in un giardino, rendendo il Mar Morto un mare pieno di vita (Ez 47,1-12). Gesù vuole offrire questa salvezza e vita per placare definitivamente la nostra sete.

Gesù e la Samaritana al pozzo di Giacobbe, arte sacra

Il Cammino di Gesù in Samaria

Gesù, lasciando la Giudea e dirigendosi verso la Galilea, decide di attraversare la Samaria, una zona intermedia tra le due regioni. L'ostilità tra Giudei e Samaritani risaliva al 700 a.C., con i Samaritani considerati scismatici, eretici e pagani. Normalmente, i viandanti aggiravano la Samaria, preferendo la più lunga ma sicura strada della Transgiordania. Ma questa volta Gesù decide di attraversarla e giunge alla città di Sicar, presso il famoso pozzo di Giacobbe, stanco dal viaggio, a mezzogiorno.

Perché Gesù decide di attraversare la Samaria, terra odiata dai Giudei? Per dirci che è venuto anzitutto per "riacciuffarci" quando ci siamo perduti. Attraversando la Samaria, vuole dirci che è venuto ad attraversare le nostre strade sbagliate, quando vaghiamo errabondi e abbiamo smarrito la giusta direzione; viene a incrociare i nostri passi quando non sappiamo più che senso ha il nostro andare, o quando siamo finiti in fondo al pozzo. La Samaritana abbandona la brocca dopo l'incontro con Gesù, il quale, benché stanco morto, chiede da bere proprio a lei, l'esclusa e l'emarginata. Gesù le rivela la sua situazione senza minimamente giudicarla. Allora la Samaritana dimentica tutto per andare ad annunciare chi ha incontrato.

Oltre il Peccato: La Nuova Creatura

Gesù vede sempre oltre: non è il peccato la prima cosa che vede in lei e in noi, ma la nuova creatura che possiamo diventare una volta che abbiamo ricevuto l'acqua viva della grazia. Non si lascia impressionare dal nostro passato "poco edificante", né si ritrae, ma vede in anticipo il nostro glorioso futuro e quale meraviglia possiamo diventare sotto l'azione della Sua grazia. Ogni uomo e donna è un terreno sacro: il peccato lo può solo deturpare, mai distruggere. Siamo tutti come la Samaritana, alla ricerca di un pozzo. Ma quale pozzo? E quale acqua? A volte ci accontentiamo di cisterne screpolate, illudendoci che plachino la nostra sete. Ma quale sete? Sete di Dio, acqua viva, o sete di chissà cosa? Non accontentiamoci delle pozzanghere quando Gesù vuole darci molto di più, vuole portarci alla sorgente!

Vivere la Misericordia: Non Giudicare, non Condannare, Perdonare

Il Vangelo di Luca (6,36-38) proclama un messaggio denso e breve: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati». Questa è una norma assoluta: se il Padre celeste è misericordioso, noi, quali suoi figli, dobbiamo esserlo pure.

Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 12,47). Non giudicò nemmeno i suoi carnefici, ma li scusò e pregò per loro: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Come afferma Matteo (7,1.3): «Non giudicate, per non essere giudicati (...) Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?». La "trave" nei nostri cuori è il "non amore", l'"orgoglio" e il "risentimento", vizi che ci impediscono di considerare la colpa del fratello dal suo punto di vista. Quando Cristo dice «Non giudicate», non vieta il discernimento, ma proibisce di attribuire una cattiva intenzione alla persona. Solo Dio conosce il cuore (1Sam 16,7). Ciò che conta nel cristianesimo è l'amore: «come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34), un amore riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rm 5,5).

«Dio mi ha donato la sua infinita misericordia, e per mezzo di essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine!». Tuttavia, un flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché non abbiamo perdonato chi ci ha offeso. L'amore è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello che vediamo (1Gv 4,20).

Ci troviamo di fronte a una "legge del taglione" agli antipodi di quella respinta da Gesù. Il Maestro divino ci istruisce con due negazioni («Non giudicate e non sarete giudicati»; «Non condannate e non sarete condannati») e due affermazioni («perdonate e sarete perdonati»; «date e vi sarà dato»). La quarta ingiunzione merita particolare riflessione: se diamo, non riceveremo nella stessa proporzione, ma «una misura buona, pigiata, colma e traboccante» (Lc 6,38). È alla luce di questa straordinaria sproporzione che siamo esortati a dare. Chiediamoci: Quando do, do bene?

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