L'opera di Andrea Vaccaro ha incontrato alterne fortune presso la critica. Artista di successo in vita, principalmente negli anni tra la morte di Stanzione e l’avvio del giovane Giordano, fu ricercato da una committenza religiosa, a cui dispensava pale d’altare dal rigoroso e severo impianto pietistico. Contemporaneamente, una clientela laica apprezzava le sue mezze figure di sante avvolte da un'intrigante e palpabile sensualità. Lodato dal De Dominici, nell’Ottocento la sua stella si eclissò per poi risorgere prepotentemente alla ribalta degli studi ai principi di questo secolo, raggiungendo una quotazione sempre molto alta, come si evince anche dai confortanti risultati ottenuti dai suoi dipinti migliori nelle aste internazionali.

Formazione e Primi Passi nell'Arte
Secondo la tradizione, Andrea Vaccaro fu avviato dal padre agli studi letterari, ma fu ben presto folgorato dal demone della pittura. Il suo apprendistato non avvenne, come a lungo creduto dalla critica, presso Girolamo Imparato, pittore manierista deceduto nel 1607 quando Vaccaro aveva appena 3 anni. Bensì, come segnalato da un documento identificato di recente da Delfino nell’Archivio storico del Banco di Napoli, si formò presso la bottega di Tommaso Passaro, un oscuro pittore di orbita santafediana, ma abile copista delle opere di Caravaggio e Ribera. Da Passaro, con tutta probabilità, il Vaccaro derivò la sua grande abilità di falsario, tramandataci dal De Dominici.
Il biografo settecentesco nutriva grande stima per Vaccaro e raccontò che Raimondo De Dominici, suo padre, acquistate dieci tele del Vaccaro, le vendette a Malta ad un cavaliere francese spacciandole per opere del Caravaggio, senza alcuno scrupolo di coscienza, dichiarando che "il valore del Vaccaro non è punto inferiore a quello dell’Amerigi".
Evoluzione Stilistica e Opere Giovanili
Tra i suoi primi lavori si annovera la famosissima copia della Flagellazione di Caravaggio, attualmente a San Domenico Maggiore, sede primaria della tela del Merisi oggi a Capodimonte. In quest'opera, pur con decorosa modestia, Vaccaro sfida il confronto diretto con l’originale, uscendone sconfitto principalmente nella cura del chiaroscuro applicato con rigidezza quasi scolastica. Tutta la sua prima fase si colloca nell’orbita della pittura naturalistica, alla quale egli si accostò già nel corso degli anni Venti in un’accezione battistelliana, applicando sistematicamente un chiaroscuro monocromo, senza trascurare uno sguardo ai maestri più antichi dal Sellitto al Vitale.
La sua prima opera documentata, una Madonna di Costantinopoli, fu eseguita nel 1621 per la chiesa della Trinità delle Monache. Del 1636 è invece la famosa Maddalena del coro dei Conversi della Certosa di San Martino. Altre opere giovanili significative sono lo splendido San Sebastiano del museo di Capodimonte, dai toni cupi e dal solido impianto compositivo, e il Calvario della Trinità dei Pellegrini.
A partire dal 1636, con la scomparsa di Battistello dalla scena, a Napoli si accentuò un movimento culturale in cui prevalse il cromatismo sul luminismo, indicato dalla critica come movimento vandyckiano. Tra i suoi esponenti vi fu proprio il Vaccaro, il quale, in «un compromesso di aulici moduli bolognesi», si fece «volgarizzatore del Reni nel carnoso e patetico dialetto partenopeo» e fautore di una «sintesi del luminismo battistelliano e della classica formula stanzionesca» (Ortolani). Da questa evoluzione nacque uno stile inconfondibile e una formula di grande successo che gli permise più di una volta di toccare le note alte della buona pittura. I suoi personaggi, dal volto sereno, non sono agitati dalle passioni e sono rappresentati da colori chiari, fermi e delineati, che pacatamente sfumano nel buio dello sfondo.
La qualità della sua produzione risulta a volte discontinua, come in Luca Giordano, che notoriamente adoperava "pennelli diversi" a seconda della retribuzione percepita.
Committenze e Riconoscimenti
Grazie alla pacatezza del suo linguaggio, che lo rese uno degli interpreti più attivi della perdurante fase controriformistica, Vaccaro fu richiestissimo dalla committenza ecclesiastica, che esigeva in gran copia pale d’altare non solo a Napoli, ma anche in provincia e su tutto il territorio del viceregno.
Per la clientela laica, sia napoletana che spagnola, egli creò scene bibliche e mitologiche, e le sue celebri mezze figure di donne, utilizzando una tavolozza monotona con facili accordi di bruni e rossicci. In queste opere perseguì un ideale femminile di sensualità latente, raggiungendo i suoi toni più elevati nel ritratto di Annella De Rosa, giudicato anche dall’Ortolani, che non aveva di lui una grande opinione, come il suo capolavoro.
Il Vaccaro divenne il pittore della "quotidianità appagante, tranquilla, a volte accattivante, in grado di soddisfare le esigenze di una classe paga della propria condizione, attenta al decoro, poco incline a lasciarsi coinvolgere in stilemi, filosofici letterari, o mode repentine, misurato nel disegno, intonato nei colori, consolante nell’illustrazione". Andrea ottenne il suo maggior indice di gradimento in quella fascia della società spagnola più austera e di consolidate opinioni e, per converso, in quelle napoletane di pari stato ed inclinazione (De Vito).

Collaborazioni e Maturità Artistica
Il periodo più felice nella produzione del Vaccaro fu il decennio dal 1635 al 1645, in cui fu in stretta simbiosi col più giovane Bernardo Cavallino, che gli trasmise in parte la sua raffinata cultura. Tra gli esempi più importanti di "prelievi" dai modi cavalliniani vanno ricordati il Transito di San Giuseppe della chiesa del Purgatorio ad Arco, Erminia fra i pastori e Abramo e i tre angeli di collezione privata napoletana. I due pittori scoprirono assieme il Reni sotto l’egida dello Stanzione ed ampliarono il loro bagaglio di esperienze con un nuovo modo di operare attraverso una delicata scelta dei toni e dei colori. In particolare, il Vaccaro "raggentilisce e pittoricizza le sue forme accogliendole con nuovo garbo in scene per lo più profane e narrative" (Ortolani).
Sintomatico della collaborazione tra i due pittori alla fine degli anni Quaranta è il ciclo biblico di raffinati rametti, ab antiquo nella stessa collezione in Spagna, oggi disperso tra i musei di Mosca, Fort Worth e Malibù, nel quale il quarto rame della serie, il Giona che predica a Ninive, è opera di Andrea Vaccaro, a dimostrazione di una comune commissione e a conferma delle parole del De Dominici, che descriveva i due artisti spesso impegnati nell’espletamento di importanti commissioni.
Negli anni successivi, il Vaccaro alternò importanti pale d’altare a dipinti profani, i quali ottennero un grande successo commerciale in Spagna, trasformando l'artista nel pittore più "esportato", circostanza che meravigliava grandemente il Causa, il quale, pur riconoscendogli un "talentaccio", non lo riteneva un grande artista. Tra i suoi dipinti "laici", alcuni di elevata qualità sembrano animati da un’agitazione barocca che raggiunge talune volte un coro da melodramma.
Dopo aver affrontato tematiche chiaroscurali di derivazione caravaggesca, senza sentirle profondamente, e dopo aver assimilato dal plasticismo riberiano quanto necessario per modificare il suo stile pittorico, nel pieno della sua attività si ispirò ai modi pittorici di Guido Reni. Da questi derivò, oltre al piacere delle immagini dolciastre, anche la padronanza di schemi compositivi di sicuro successo. Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, di lusinghiere nudità, che gli servirono a fornire mezze figure di sante martiri in abbondanza, tutte piacevoli da guardare, percepite con un’affettuosa partecipazione terrena, velata da una punta di erotismo. Queste figure erano caratterizzate da capelli d’oro luccicanti, morbide mani carnose e affusolate nelle dita, e vesti blu scollate che mostravano le grazie di una spalla pallida ma desiderabile. I volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni aggiungevano qualcosa di più acuto alla sensazione visiva delle carni plasmate con amore e compiacimento.
La Produzione Ecclesiastica e le Tele per Santa Maria del Pianto
Nell’ambito della sua produzione ecclesiastica, da ricordare sono la Madonna e Santi della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, le Storie di Sant’Ugo del museo di San Martino e le tele di Santa Maria del Pianto, ove Andrea Vaccaro riuscì ad ottenere una collocazione migliore di Luca Giordano. Le sue sante, martiri o non, in sofferenza o in estasi che fossero, sono donne vive, senza odore di sacrestia, a volte perfino provocanti nel turgore delle forme e nell’espressione di attesa non solo di sposalizio mistico, «col bel girare degli occhi al cielo» (De Dominici) e con le splendide mani dalle dita affusolate a ricoprire i ridondanti seni.
Il Vaccaro fu un artista abile nel dipingere donne, fossero sante o meno, pervase da una vena di sottile erotismo, con epidermide dorata, capelli bruni o biondi, di una carnalità desiderabile. Sulle loro forme indugiò spesso compiaciuto col suo pennello, a stuzzicare e lusingare il gusto dei committenti, più sensibili a piacevolezze di soggetto che a recepire il messaggio devozionale che ne era alla base.

L'Impegno Accademico
Nel 1666, il Vaccaro partecipò attivamente alla fondazione della Accademia dei pittori, una corporazione dislocata nella chiesa di San Giovanni Maggiore delle Monache, di cui fu il primo prefetto per due anni, avendo a latere Luca Giordano e Francesco De Maria.