La Trasfigurazione di Raffaello: Analisi di un Capolavoro Incompiuto

La «Trasfigurazione» è un capolavoro assoluto di Raffaello Sanzio e, insieme, la sua ultima opera. Realizzata tra il 1518 e il 1520, fu commissionata per la cattedrale di Narbonne dal cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII. Oggi l'opera si trova nella Pinacoteca Vaticana, a Roma. Questo imponente dipinto, una tempera grassa di 405 x 278 cm, è considerato un vero e proprio testamento spirituale e artistico del pittore, che morì a soli 37 anni prima di vederla completata.

Una Composizione Inedita: Due Episodi in Un'Unica Tela

Raffaello, primo e unico nel suo genere, si cimentò con la rappresentazione simultanea di due avvenimenti evangelici tratti dal Vangelo secondo Matteo. Il dipinto unisce in alto la Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor e in basso l'episodio del fanciullo ossesso, che gli apostoli rimasti ai piedi del monte non riescono a liberare. Questa scelta iconografica è stata una delle maggiori innovazioni dell'opera, ponendo in dialogo diretto la gloria divina e il dramma umano. Alcuni critici suggeriscono che questa decisione fosse legata alla competizione con Sebastiano del Piombo, incaricato di realizzare una "Resurrezione di Lazzaro" per la stessa cattedrale di Narbonne, con l'obiettivo di superarne il dinamismo.

Rappresentazione della Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, con evidente divisione tra scena superiore e inferiore che unisce due episodi evangelici

La Scena Superiore: La Gloria Divina sul Monte Tabor

Nella parte alta del dipinto, sfavilla la trasparenza luminosa del Cristo, immagine del destino di gloria che spetta a ogni uomo. Il suo volto risplende come il sole meridiano e le vesti si fanno di una bianchezza sfolgorante, simbolo di gloria. Raffaello dipinge il personaggio sollevato da terra, perché ha perso ogni requisito di fisicità; non solo è circondato da un alone di luce, ma egli stesso è formato da luce, sprigionando una forza e una luminosità che sembrano generare una serie di reazioni a catena che animano tutta la pala. Il gesto di Gesù con le braccia aperte, inoltre, ricorda la crocifissione, richiamando il percorso "Per crucem ad resurrectionem" (attraverso la croce alla resurrezione).

Alla destra di Cristo appare Mosè con le tavole della Legge, e alla sinistra il profeta Elia con in mano i libri delle profezie. Queste figure riassumono la storia di Israele, indicando come tutto l'Antico Testamento converga in Gesù e sia in attesa di questo Dio che si farà uomo per portare la salvezza. Ai piedi del monte, giacenti a terra e presi da confusione e spavento, si distinguono i tre apostoli privilegiati testimoni dell'evento: Pietro, Giacomo e Giovanni, stremati dal sonno. La scelta di un luogo appartato per l'evento («Li condusse in disparte, loro soli», Mt 17,1) sottolinea il coraggio di prendere distanza dalla folla per ritrovare sé stessi e purificare lo spirito.

Sull'estrema sinistra della scena superiore, due figure inginocchiate appaiono a contemplare Cristo. Si tratta probabilmente dei santi Felicissimo e Agapito, celebrati il 6 agosto, giorno della festa della Trasfigurazione, o forse dei Santi Giusto e Pastore, protettori della città di Narbona. Il Monte Tabor, luogo tradizionalmente considerato del prodigio, è rappresentato come un piccolo promontorio, simboleggiando l'importanza di salire e superare la "legge di gravità", intesa non solo fisicamente ma anche come tensione interiore dell'uomo.

La Scena Inferiore: Il Dramma Umano e l'Attesa della Salvezza

In basso prevale il buio del dramma di tutti e di ognuno, caratterizzato dalla paura e dalla contrastata speranza. La scena è ambientata ai piedi del monte, dove il resto degli apostoli, rimasti in nove, si accalca intorno a un fanciullo ossesso dal demonio. Questo ragazzo, identificabile dai movimenti innaturali degli occhi e dal fatto che è trattenuto dai familiari, chiede di essere salvato dalla sventura che lo opprime e lo devasta. Chi gli sta accanto vorrebbe aiutarlo, sapendo che la sua salvezza è anche la loro, ma nell'assenza del Maestro, i discepoli non possono fare nulla: l'impotenza di fronte al male è palpabile.

In primo piano, di spalle, la madre del ragazzo indica agli apostoli il sopraggiungere di una nuova crisi. La sua figura è rappresentata con straordinaria raffinatezza, soprattutto nell'eleganza dell'acconciatura. I volti dei personaggi sono fortemente caratterizzati e raccolgono una splendida serie di espressioni e moti dell'anima, con atteggiamenti retorici che comunicano la drammaticità dell'evento. Toni scuri, drammaticamente realistici, quasi caravaggeschi, caratterizzano questa parte inferiore. Un evangelista sulla sinistra, con la mano tesa a indicare il Trasfigurato sul Tabor, suggerisce che solo Cristo può salvare.

Dettaglio della scena inferiore della Trasfigurazione di Raffaello, raffigurante il fanciullo ossesso e gli apostoli impotenti

Analisi Stilistica e Tecnica

La "Trasfigurazione" è un capolavoro di composizione, un'opera su cui si sono formati per quasi tre secoli tutti coloro che dovevano imparare a come organizzare la dislocazione nello spazio dei personaggi e a esprimere movimento e interazione. La costruzione appare piramidale: la folla è collocata in basso davanti all'altura, e i movimenti delle braccia del popolo sono in movimento e tese verso l'alto, disponendosi così seguendo una linea convergente verso l'immagine del Cristo. L'intera struttura compositiva è progettata per creare una resa spettacolare e dinamica, molto lontana dalla compostezza delle opere precedenti di Raffaello.

L'Uso Magistrale di Luce e Colore

L'utilizzo sapiente della luce, proveniente da diverse fonti e con gradazioni differenti, è uno degli elementi che rendono questo dipinto un capolavoro di vitalità e movimento. Mentre in alto trionfa la luce di Cristo, in basso prevale il buio del dramma. I colori non sono uniformi in tutto il dipinto: nella parte inferiore e parzialmente nella base della parte superiore prevalgono toni caldi e anche brillanti, come le vesti dei personaggi, tra cui un arancio tendente al rosso. Man mano che si sale, i colori diventano più chiari e quasi freddi, con sfumature inedite ed eteree per il Sanzio, come il manto rosato e verde-blu delle figure che affiancano Cristo. La drammaticità della scena, soprattutto nella parte inferiore, è accentuata da forti contrasti di luminosità.

Il Contributo di Giulio Romano

Raffaello morì il 6 aprile 1520 prima di terminare l'opera, e la parte inferiore del dipinto si ritiene sia stata completata dal suo allievo e collaboratore, Giulio Romano. Secondo il Vasari, alla morte di Raffaello, la tavola venne esposta dietro il suo capo durante la veglia funebre, facendo "scoppiare l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava". Documenti, come una lettera di Baldassarre Castiglione del 1522 che richiedeva il pagamento di 220 scudi a Giulio Romano in qualità di erede di Raffaello, testimoniano la partecipazione dell'alunno preferito all'opera come coautore. La qualità artistica delle due parti non è sempre la stessa, con i personaggi della parte inferiore che presentano atteggiamenti più retorici e figure di una solidità scultorea, definite con un vigore nuovo, per comunicare la drammaticità degli eventi.

Interpretazioni e Significati Teologici

La "Trasfigurazione" è immagine della gloria futura che attende l'uomo. L'immortalità dell'anima, per San Paolo, non è semplice prolungamento dell'esistenza terrena, ma passaggio ad un'esistenza infinitamente superiore. L'opera è stata oggetto di complesse riflessioni. La scelta di porre in diretta relazione la guarigione dell'ossesso e la trasfigurazione è il risultato di una profonda riflessione religiosa di Raffaello.

Leggendo le due scene come collegate, si è portati a vedere in Cristo e nella sua azione taumaturgica una forza in grado di trascendere lo spazio e il tempo: la promessa di una salvezza che riguarderà, in un momento successivo a quello della trasfigurazione, il ragazzo indemoniato. Cristo, anticipando la guarigione che sarà, rompe la concezione ciclica del tempo: è nel suo segno che la prigione uroborica dell'eterno ritorno va in rovina e la materia è ricondotta nell'alveo del fiume del tempo, che scorre verso l'ineludibile destino della redenzione. In questo senso, il dipinto, con la singolare scelta iconografica, appare come una promessa, il simbolo di qualcosa che sta per accadere, che sta già accadendo e che è già accaduta. La grazia di Dio agisce dall'alto e libera l'uomo, il ragazzo ossesso, salvandolo.

La Lettura di Nietzsche

L'opera ha stimolato riflessioni anche in epoche successive. Friedrich Nietzsche, ad esempio, offrì una lettura del dipinto basata sulla più radicale esclusione della possibilità di un intervento salvifico della Grazia divina. Il filosofo interpretò il dipinto ribaltando il tempo e il senso della rappresentazione di Raffaello. Per Nietzsche, la metà inferiore, con il ragazzo ossesso, gli uomini in preda alla disperazione che lo sostengono e gli smarriti discepoli, mostra il rispecchiarsi dell'eterno dolore originario e del contrasto, da cui si leva un nuovo mondo illusorio di bellezza apollinea e intuizione priva di dolore. Egli vedeva nel dipinto una rappresentazione del mondo di bellezza apollinea e del suo sfondo, la terribile saggezza del Sileno, comprendendone per intuizione la reciproca necessità.

Semplice diagramma o infografica che illustra il dualismo tra luce/ombra e divino/umano nella Trasfigurazione

Storia e Conservazione

Commissionata dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di Narbonne, l'opera fu terminata postuma. Il cardinale, dopo averla veduta, volle trattenerla nella sua collezione privata per poi donarla alla Chiesa di San Pietro in Montorio a Roma, dove rimase collocata sull’altare maggiore sino al 1797.

In quell'anno, a seguito del Trattato di Tolentino imposto da Napoleone a papa Pio VI, la "Trasfigurazione" fu ceduta alla Francia e trasportata a Parigi per arricchire il Musée du Louvre. Ci vollero 19 anni di attesa e l'intensa sensibilità artistica e diplomatica di Antonio Canova per riuscire a riportare una parte delle opere trafugate dagli eserciti napoleonici. Così, nel 1816, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, la "Trasfigurazione" tornò in Italia. Oggi è esposta al pubblico nella Pinacoteca Vaticana, nella sala VIII dell’edificio progettato dall’architetto Luca Beltrami e inaugurato nel 1932.

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