Il Compito del Traduttore secondo Walter Benjamin: Un'Analisi Filosofica

La recente edizione critica del breve testo di Walter Benjamin intitolato Die Aufgabe des Übersetzers, ovvero Il compito del traduttore (Mimesis, 2023), curata nella nuova traduzione italiana da Maria Teresa Costa con testo tedesco a fronte, offre l'opportunità di approfondire uno degli scritti più stimolanti del filosofo tedesco. Composto tra il 1921 e il 1923, fu concepito come introduzione alla traduzione che lo stesso Benjamin realizzò dal francese al tedesco dei Tableaux parisiens di Charles Baudelaire.

Nel 1923, nella bufera dell’inflazione tedesca, Walter Benjamin compì un viaggio nella Germania di Weimar, di cui anni dopo, in Strada a senso unico, uscirà uno strepitoso “reportage narrativo”. In quegli anni, Benjamin, allora trentenne, sulla scia delle celebri versioni delle Fleurs du mal di Stefan George, lavorava sui versi di Baudelaire, e finalmente il suo progetto trovava casa. A quel libro Benjamin premise il saggio famoso: Il compito del traduttore. Non una nota traduttologica, né un’avvertenza alle scelte lessicali, ma una riflessione filosofica sull’atto del tradurre, impervia, ostica e straordinariamente resistente alle volgarizzazioni. Nel corso di una dozzina di paragrafi, Benjamin scelse pochi compagni di viaggio: Mallarmé, Rudolf Pannwitz e Goethe come teorici, e poi Lutero, Voß, Hölderlin e George come “pratici” che «hanno ampliato i confini del tedesco».

Ritratto fotografico di Walter Benjamin

La Critica di Benjamin alla Traduzione Tradizionale

Il compito che Benjamin si diede era quello di scandagliare il processo che permea la traduzione di un testo da una lingua all’altra, mettendo in discussione l’idea della traduzione come mero processo immobile che si limita al passaggio da un testo di partenza a uno di arrivo. Egli si contrappone e anzi si allontana ferocemente dallo scontro dei diversi approcci tradizionali di traduzione, ovvero tra chi innalza la fedeltà contro la libertà e chi, viceversa, la libertà contro la fedeltà.

Le riflessioni di Benjamin si immettono sulla scia di quelle che sarebbero state negli anni a seguire le sue teorizzazioni estetiche, in particolare de Il dramma barocco tedesco e de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come del suo successivo confronto con i problemi filosofici hegelo-marxiani nelle Tesi di filosofia della storia. Benjamin arriva ad anteporre spesso il compito del «traduttore» a quello del «filosofo», ponendo quasi il problema della traduzione come fosse un problema della «filosofia della storia». A differenza di altri suoi testi, Il compito del traduttore, pur non essendo semplice, racchiude un rigore la cui limpidezza può essere continuamente afferrata se si comprendono le categorizzazioni di Benjamin rispetto al mezzo della traduzione che il traduttore immette tra sé e l’oggetto da tradurre nel processo stesso di traduzione.

La Traduzione come Forma e Sopravvivenza (Überleben)

Dandosi come presupposto iniziale l’idea secondo cui «nessuna poesia è […] rivolta al lettore, nessuna immagine all’osservatore, nessuna sinfonia all’ascoltatore», Benjamin afferma che «riferirsi a un pubblico determinato o ai suoi rappresentanti è fuorviante». Come per la poesia, l’immagine e la sinfonia, anche la traduzione, la sua conoscenza e la sua comprensione non passano da chi la riceve, né la si afferra guardando a chi è rivolta.

Partendo da un alto livello di astrazione, Benjamin introduce «la traduzione [come] una forma», riferendosi al rapporto tra originale e tradotto come «un rapporto di vita (Zusammenhang des Lebens)», spiegando che «così come le manifestazioni della vita sono strettamente connesse al vivente, senza significare nulla per lui, allo stesso modo la traduzione procede dall’originale - non tanto dalla sua vita, ma dalla sua sopravvivenza (Überleben)», quest’ultima intesa in senso di proseguimento e trasformazione nel tempo. Le opere importanti per Benjamin «non trovano mai il loro traduttore d’elezione nell’epoca del loro sorgere» ed è qui che è racchiuso il senso, per lui «strettamente letterale e non metaforico», di «vita» e di «sopravvivenza».

Vita e Storia: La Maturazione Postuma delle Opere

Da una parte il traduttore, figlio del tempo in cui vive, compie il suo compito sul far della sera in rapporto al senso profondamente temporale e storico che Benjamin attribuisce alle due categorie. La «vita», liberata dal «dominio del debole scettro dell’anima» o dai tratti ontologici, naturali e fissi quali la «sensazione», «è piuttosto riconoscendo vita a tutto ciò di cui vi è storia, e che non costituisce solo lo scenario del suo accadere, che si rende pienamente giustizia al concetto di vita». Questo perché «l’ambito della vita deve essere definito in ultima istanza a partire dalla storia e non dalla natura» e «il compito di comprendere ogni vita naturale a partire dalla vita più ampia della storia» contribuisce poi a storicizzare anche la «sopravvivenza» (Fortleben) delle opere stesse, e quindi la loro evoluzione temporale. In questo modo la loro traduzione non le immobilizza, ma è «nelle traduzioni [che] la vita dell’originale raggiunge, in un continuo rinnovamento, il suo ultimo e più pieno dispiegamento».

La traduzione, prima spiegata da Benjamin come un «rapporto di vita», appare realmente come «rapporto» vero e proprio, ovvero come un’interrelazione dialettica non immobile ma in perpetuo interscambio senza alcuna derivazione gerarchica tra originale e tradotto. Un «dispiegamento» che richiama lo «svolgimento della cosa stessa» (Auslegung der Sache selbst), vale a dire l’automovimento logico-dialettico hegeliano.

Benjamin spiega ulteriormente: «Questo dispiegamento, che è quello di una vita peculiare ed elevata, è determinato da una finalità altrettanto peculiare ed elevata. Vita e finalità - la loro correlazione apparentemente evidente, e che invece quasi si sottrae alla conoscenza, si mostra solo se lo scopo verso cui tendono tutte le singole finalità della vita non viene cercato a sua volta nella sfera stessa della vita, ma in una sfera superiore a essa. Tutte le manifestazioni della vita che hanno una finalità, così come la loro stessa finalità in generale, non sono rivolte in ultima istanza alla vita, ma all’espressione della sua essenza, all’esposizione del suo significato. Così la traduzione è rivolta in definitiva all’espressione del rapporto più intimo tra le lingue. Essa non può rivelare né istituire questo rapporto nascosto ma può esporlo, realizzandolo in forma embrionale o intensiva.»

In quest’ottica, il compito del traduttore appare profondamente diverso, ma non meno importante di quello del poeta. Se l’opera del poeta è meritevole di sopravvivere, perché in essa si raccolgono frammenti della pura lingua, e solo il poeta, intuitivo e in intima consonanza con la lingua della natura, è capace di compiere questa operazione, è solo nell’opera tradotta che la lingua originaria viene restituita alla sua purezza. La traduzione non rivela (offenbaren), né istituisce (herstellen), ma esprime (darstellen) questo rapporto segreto fra le lingue. La Darstellung è un riferimento a un significato che non è quello della somiglianza materiale, né quello dell’indicazione convenzionale, ma quello enigmatico della somiglianza immateriale, che Benjamin definisce intensiva, anticipatoria, allusiva, embrionale.

Diagramma concettuale delle interconnessioni linguistiche secondo Benjamin

La "Pura Lingua" e l'Affinità Metalinguistica

Per cogliere il vero rapporto tra originale e traduzione, Benjamin ricorre a un ragionamento del tutto analogo a quello con cui la critica della conoscenza dimostra l’impossibilità di una teoria della copia (Abbild). Nessuna traduzione sarebbe possibile se avesse come scopo ultimo la somiglianza con l’originale, perché nella sua sopravvivenza (Fortleben) - che non potrebbe essere definita tale se non si trattasse della trasformazione e del rinnovamento del vivente - l’originale si trasforma.

Riconoscendo la storicità dell’essere umano, della sua parola e in ultima istanza della sua traduzione, Benjamin scrive che «ciò che un tempo suonava fresco, può diventare logoro, ciò che un tempo era considerato di uso corrente, può suonare arcaico». Tali mutamenti non possono essere spiegati a partire dalla «soggettività dei posteri», il che significherebbe «confondere il fondamento di una cosa con la sua essenza». Se esiste un’«affinità sovrastorica tra le lingue [questa] consiste nel fatto che in ciascuna di esse, considerata come un tutto, è intesa una sola e unica cosa, che tuttavia non può essere colta da nessuna di esse presa singolarmente, ma solo dalla totalità delle loro intenzioni tra loro complementari: la pura lingua».

Con quest’ultima non si intende certo qualcosa di ontologicamente originario e realmente privo di mediazioni, ma, immessa in una storicità che è sempre lotta, dunque movimento, «ogni traduzione non è altro che un modo provvisorio di confrontarsi con l’estraneità delle lingue» - dunque in stretto rapporto. Lingue che si distinguono ed escludono reciprocamente tra loro per «singoli elementi (parole, frasi, nessi sintattici)», ma che «si integrano nelle loro stesse intenzioni». «Intenzioni» che caratterizzano e mediano la «pura lingua», ovvero la lingua in generale.

Inteso (Gemeinten) e Modo di Intendere (Art des Meinens)

È proprio nelle intenzioni, secondo Benjamin, che si svolge il distinguo «tra inteso (Gemeinten) e modo di intendere (Art des Meinens)». Facendo l’esempio della parola «pane», per Benjamin «brot» e «pain» hanno un modo d’intendere differente per un tedesco e un francese, «non sono intercambiabili», eppure l’inteso è lo stesso, «significano la stessa identica cosa», fanno riferimento allo stesso medesimo oggetto.

La maniera in cui la traduzione cerca di risolvere questo distinguo non può immobilizzarsi alla fedeltà verso la singola parola, la quale «non può quasi mai riprodurre completamente il senso che essa ha nell’originale. Poiché […] il senso non si esaurisce nell’inteso, ma acquista tale rilevanza esattamente attraverso la modalità in cui inteso e modo di intendere si legano nella parola specifica». Se, come scrive Benjamin, va rigorosamente distinto ciò che è oggetto di intenzione dal modo stesso dell’intenzione, solo quest’ultimo riguarda, in realtà, il traduttore. Ogni traduttore vive della differenza dei linguaggi e ogni traduzione si fonda su questa differenza. Se pare perseguire il disegno opposto di sopprimerla, ciò accade non perché riduce una lingua a un’altra, ma perché eleva le due lingue verso la lingua originaria: in ciò consiste il suo compito messianico.

Così, conclude allegoricamente Benjamin: «come i cocci di un vaso, per essere ricomposti, devono susseguirsi nei minimi dettagli senza tuttavia assomigliarsi, così la traduzione, invece di assimilarsi al significato dell’originale, deve piuttosto ricreare nella propria lingua, amorevolmente e fin nei singoli dettagli, il modo di intendere dell’originale, in modo che entrambe le lingue, come i cocci, frammenti di uno stesso vaso, siano riconoscibili come frammenti di una lingua più grande».

Illustrazione metaforica di frammenti di un vaso che si ricompongono

Il Ruolo del Traduttore: tra Rischi e Libertà

«La vera traduzione è traslucida, fa passare la luce (durchscheinend)», ma questa riesce a manifestarsi solamente se traduttore e traduzione si irradiano della stessa sostanza di cui entrambi sono fatti: il tempo. Perso ciò il traduttore diviene traditore. Allontanando il traduttore dal poeta, «la cui intenzione non è mai rivolta alla lingua in generale nella sua totalità, ma solo e immediatamente a determinati contenuti linguistici», e assimilandolo invece al filosofo, Benjamin pone nella storia il problema del compito del traduttore, ed è sempre nella storia che quest’ultimo, nell’ambizione ad essere risolto, trova i propri strumenti.

La traduzione è una forma propria, autonoma, e per questo il compito del traduttore è un compito a sé, distinto da quello del poeta. È un modo di confrontarsi con l’estraneità reciproca delle lingue. Nel gestire quest’estraneità, la traduzione fa crescere dentro di sé l’originale. Certo ogni traduzione è situata, collocata, eppure fa riferimento - i verbi di Benjamin, sottolinea Costa, sono deuten, andeuten, hindeuten, bedeuten (indicare, accennare, alludere, significare) - a una lingua superiore a sé, che tuttavia non è quella originale.

Il compito del traduttore è dunque trovare nella lingua di arrivo «l’intenzione in grado di risvegliare in essa l’eco dell’originale». Per questo il traduttore esplora un gergo, una variante interna, per quanto limitata, di quella “vera lingua” - questa la formula fin troppo ieratica di Benjamin, che l’alterna con quella più kantiana di “pura lingua”. La pura lingua costituisce il fondo materiale, concretissimo, di ogni specificazione storica - quella che Mallarmé suggeriva chiamava “idioma”.

La Traduzione come Processo di Elevazione e Rischio

Nel saggio del 1916, riferendosi alla lingua in generale, Benjamin aveva affermato che tradurre significa sempre e comunque elevare, dal momento che tale operazione avviene sempre nel passaggio da una lingua inferiore a una lingua superiore. Il traduttore non crea, non inventa, né tantomeno riproduce, bensì, operando contro la dispersione delle lingue, contro l’iperdenominazione, contro la strumentalità delle parole, contro l’arbitrarietà dei nomi, porta alla luce proprio quell’unità originaria di tutte le lingue, quella nostalgia per l’armonia, che alimenta segretamente tutte le opere poetiche.

Benjamin chiarisce che il traduttore, pur servendosi necessariamente della propria lingua, mira a presentare, sia pure in un modo allusivo ed embrionale, la parentela fra le due lingue, in quanto entrambe idealmente discendenti dall’unica pura lingua, la lingua originaria. Egli svela che anche la madrelingua è, in realtà, una lingua straniera. Nessuna lingua, presa in sé come un tutto, riesce a cogliere completamente quell’unica e medesima cosa a cui tutte insieme tendono, la pura lingua (die reine Sprache).

D’altronde, chi traduce corre un rischio: «Che le porte di una lingua così ampliata e dominata si chiudano e riducano il traduttore al silenzio», come accadde per Hölderlin. Lo stesso Hölderlin che prima di tacere commentò se stesso traduttore, aprendo a un’alleanza in cui letteralità e libertà vanno a unirsi «senza tensioni nella forma della versione interlineare». Così, con l’evocazione del compito del commento accanto alla resa, si chiude il saggio. La versione interlineare si rivela archetipo di ogni traduzione: il commento è il dispiegarsi della traduzione, mostra il perché della fiducia traduttiva nel far cenno a una lingua pura, e al contempo indica lo spaesamento tra le lingue.

L'Effimero e il Saggio nella Traduzione

Le parole non sono entità statiche, fissate in modo definitivo in un significato dato una volta per tutte. Esse hanno una maturazione postuma (Nachreife), anche e soprattutto le parole “definitive” come quelle poetiche o quelle sacre: un campo semantico, che all’epoca del poeta poteva essere dominante, può chiudersi, mentre nuove tendenze possono sorgere dal testo già formato. Se la lingua in cui l’originale è scritto si trasforma, anche la lingua del traduttore si trasforma. Anzi, mentre la parola poetica perdura nella sua lingua, anche la più grande delle traduzioni è destinata a entrare (e a essere assorbita) nello sviluppo della lingua, e a perire nel suo rinnovamento.

Il testo poetico si trasforma e si rinnova proprio perdurando nella forma che il poeta gli ha dato: la sua è una maturazione, una fioritura continua. La parola poetica, proprio in quanto in essa vive la pura lingua, è una continua sorgente di sensi, una miniera di significati. Non così la traduzione, la quale è fatalmente condizionata, fino all’obsolescenza, dallo sviluppo della lingua.

Lungi dall’essere la sorda equazione di due lingue morte, la traduzione, all’opposto, deve essere capace di avvertire in modo quasi sensibile (zu merken), da un lato, la maturazione postuma della lingua straniera, la fecondità inesauribile del testo poetico, e, dall’altro, le doglie gestatorie della propria lingua. La grande traduzione partorisce nella propria lingua quel significato che abita nel testo originale. Perciò la lingua del traduttore viene scossa profondamente da questo significato: nessuna grande traduzione di Baudelaire può avvenire senza che la lingua in cui è tradotto si francesizzi in profondità, evitando, naturalmente di dare a queste parole un senso banale.

Il rapporto fra contenuto (Gehalt) e lingua (Sprache) nel testo originale è stretto, aderente, organico, anche se non confuso e inseparabile. Nella traduzione il rapporto fra forma e contenuto si fa meno stretto, si introduce una distanza, per certi versi una libertà: la parola si sottrae a quell’immediatezza espressiva che è propria della poesia. Il rapporto si trasforma da nesso organico e naturale a nesso artificiale e simbolico. Il contenuto, come il corpo dall’abito, è ora solamente promesso, annunciato e, contemporaneamente, dissimulato dalla traduzione. Nessun abito è veramente tale se aderisce come una buccia al corpo.

Il cattivo traduttore al posto di un frutto naturale ci offre, invece, un frutto contraffatto, anche se perfettamente riprodotto: ci dà dell’opera l’inessenziale, l’apparenza, il comunicabile. Anziché rivestire il contenuto con un altro testo, che nella forma dell’artificio preservi il nesso essenziale del rapporto forma e contenuto, in realtà lo traveste, lo maschera, lo camuffa, per renderlo somigliante al testo originale, incurante di rimuovere con ciò proprio quel nocciolo essenziale che rappresenta l’unica ragione perché il testo originale meriti di sopravvivere. Non mira all’integrazione linguistica, ma esalta l’imperialismo di una lingua rispetto ad un’altra.

Far maturare nella traduzione la vera lingua appare un compito insolubile, soprattutto quando si è negato alla riproduzione del significato ogni valore determinante. Come già è stato detto, il senso non si esaurisce nel riferimento all’inteso, perché a esso appartiene essenzialmente anche il modo di intendere ed è proprio questo che è diverso in ogni lingua. Ogni modo di intendere implica una tonalità affettiva che vanifica ogni proposito di fedeltà. La fedeltà letterale conduce diritto all’inintelligibilità, come dimostrano le traduzioni hölderliniane di Sofocle. Lo stesso discorso vale per la fedeltà resa alla forma di una poesia. Ancora una volta ciò che si disperde è proprio il senso che si voleva invece conservare.

La traduzione è un movimento d’amore, un gesto amoroso che il traduttore compie verso l’originale. A nulla serve ricreare un frammento identico a un altro, perché mai si ricostruirà in tal modo l’unità originaria da cui tutti i frammenti derivano, anzi, riprodurre un frammento identico a un altro vuol dire semmai moltiplicare e ribadire la dispersione delle lingue. Se la traduzione non riproduce il senso, tuttavia nemmeno lo ignora. Essa lo rende nel punto di contatto, in quel nocciolo essenziale che deve preservare. L’elemento originale del traduttore è la parola, non la proposizione. Quest’ultima è come il muro che si pone davanti alla lingua originale e la nasconde, mentre la letteralità (Wörtlichkeit), la corrispondenza parola per parola è come l’arcata, che sorregge lasciando vedere.

La traduzione deve realizzare le virtualità insite nell’originale. Redimere nella propria lingua quella pura lingua che è racchiusa in un’altra: o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione - è questo il compito del traduttore. «Come la tangente tocca la circonferenza di sfuggita e in un solo punto, e come questo contatto sì, ma non il punto, le prescrive la sua legge, per cui essa continua all’infinito la sua via retta, così la traduzione tocca l’originale di sfuggita e solo nel punto infinitamente piccolo del senso, per continuare, secondo la legge della fedeltà, nella libertà del movimento linguistico, la sua propria via.» Il senso che l’originale esprime non deve essere ripetuto o riprodotto dalla traduzione - la circonferenza è già tracciata, a nulla serve rifarla - e tuttavia tale senso non può essere indifferente.

WALTER BENJAMIN riletto da Cristina Guarnieri

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