Spesso ci si trova in chiese dove l'esperienza della celebrazione liturgica e della preghiera personale risulta scomoda. Queste chiese sono inadeguate non solo dal punto di vista estetico-formale, ma anche, e più profondamente, da un punto di vista rituale, religioso e, di conseguenza, architettonico-liturgico. La ragione risiede nella mancata consapevolezza del valore integrale dell'architettura nell'atto liturgico. Lo spazio e l'architettura non vengono interpretati come aspetti integrali dell'atto liturgico, ma costituiscono uno sfondo, una sorta di scenografia all'interno della quale la liturgia viene celebrata.
Si osserva talvolta un fenomeno opposto, ma di simile natura: l'architettura tende a saturare il vissuto liturgico, concentrando in essa l'intera esperienza religiosa. In questi casi, si assiste a un estrinsecismo, dove la liturgia risulta ininfluente o indifferente nell'esperienza religiosa.
La Vitalità della Liturgia e la Necessità di Adattamento
La liturgia, proprio come la fede, è vitale: non è statica né immutabile, ma per vivere ha bisogno di crescere, modificarsi e adattarsi, pur rimanendo sé stessa. Il cambiamento, infatti, serve a mantenerne la natura intrinseca. Questa modificazione vitale è legata alla duplice fedeltà del cristianesimo: quella all'umano e quella al divino.
Per quanto riguarda l'umano, le culture e la vita di ogni singolo uomo sono in costante evoluzione. Le visioni, i costumi, le economie e le tecnologie cambiano. Di conseguenza, mutando il "lato umano" del rapporto religioso, anche la comprensione della vita religiosa, inclusa quella rituale, ha richiesto e richiede continui adattamenti.
Dal punto di vista del divino, esso è inesauribile e incommensurabile. Poiché non esiste una conoscenza umana definitiva del divino, esso richiede all'umano e al mondano un adattamento mai concluso. Anche guardando al "lato divino", l'adattamento è inevitabile. La fede, pertanto, prevede necessariamente una sua vitale e organica modificabilità e adattabilità.
La disperazione di chi desidera mantenere immutato l'assetto liturgico nasce dall'incomprensione di questo processo vitale. A volte si concepisce il cristianesimo come una dottrina normativa, immodificabile nel pensiero e nell'agire. In questa prospettiva, la liturgia rientra tra le norme, la sua forma tra le rubriche da rispettare per garantire la liceità e validità dell'atto di culto. Ogni adattamento viene interpretato come un tradimento.
Secondo questa visione, la bontà dell'atto liturgico non risiede nel compiere pienamente un atto che mette in relazione l'uomo con Dio, ma nell'adempiere un obbligo, a cui Dio risponde con il dono della sua grazia. Si teme che l'atto liturgico, in quanto tale, possa essere contatto e unione tra la vita divina e quella umana, poiché si ritiene che questo contatto avvenga in un altro luogo: l'intimità dell'animo.
Le Due Facce della Disperazione Liturgica
Esistono due forme di disperazione riguardo all'assetto liturgico:
- La disperazione "conservativa": Si cerca di mantenere completamente immutato l'assetto liturgico, interpretando ogni adattamento come un tradimento e considerando la liturgia come un insieme di norme da rispettare.
- La disperazione "innovatrice": Si desidera cambiare radicalmente tutto nell'assetto liturgico, partendo da una propria visione della fede e plasmando la liturgia in base ad essa, senza guidarsi dalla duplice fedeltà umano-divina e dalla natura performativa della vita liturgica e di fede.
Entrambe queste forme di disperazione condividono un razionalismo di fondo e difettano nell'accettazione della natura storica della liturgia, della fede e della Chiesa. La prima vede il cristianesimo come un monolite immutabile, la seconda come un astratto senza genesi né origini.
È possibile superare queste rigidità riscoprendo la liturgia, e l'architettura liturgica che le è integrale, quale luogo fondamentale della vita religiosa. Questo ritrovamento può essere decisivo non solo per la Chiesa, ma anche per la società e la cultura contemporanee.
L'Architettura Rituale e la Scala del Fenomeno
Le recenti scoperte archeologiche suggeriscono che l'architettura rituale abbia preceduto persino quella abitativa. La scienza moderna ha riabilitato un principio gravemente compromesso da certe confusioni del XIX secolo: la scala crea il fenomeno.
Come si domandava Henri Poincaré, un naturalista che studiasse l'elefante esclusivamente al microscopio potrebbe mai crederlo sufficientemente conosciuto? Allo stesso modo, un fenomeno religioso risulterà tale solo se inteso nel proprio modo di essere, ovvero studiato su scala religiosa.
L'architettura liturgica, pertanto, non è interpretabile secondo definizioni logiche tradizionali, ma costituisce un genere a sé. Se la liturgia è rito, allora l'architettura liturgica è anch'essa rito: è un modo del "fare", è poiesis, e specificamente poiesis rituale, religiosa e simbolica.
Questo ci riporta all'osservazione di Mircea Eliade: non si tratta di una precedenza "quantitativa", ma di una precedenza riscontrabile in ordine alla "scala" di riferimento. Fare architettura liturgica significa, innanzitutto, osservare con occhi istruiti religiosamente e ritualmente, non volgendo lo sguardo a un ambito specifico.

Autori e Contributi nel Campo dell'Architettura e della Liturgia
Il dossier monografico "Spazi e luoghi sacri" curato da Maria Chiara Giorda e Sara Hejazi, pubblicato in «Humanitas», a. LXVIII (2013), n. 6, offre contributi significativi da parte di numerosi studiosi e professionisti che hanno indagato il rapporto tra architettura, arte e liturgia. Tra questi figurano:- Enzo Bianchi: Fondatore della Comunità monastica di Bose, autore di testi sulla spiritualità cristiana.
- Sigurd Bergmann: Professore di studi religiosi, specializzato nella relazione tra immagine di Dio e visione della natura.
- Santiago Calatrava Valls: Architetto, ingegnere e scultore, noto per il suo stile ispirato alle forme naturali.
- Denis Coutagne: Scrittore, storico dell’arte e filosofo, specialista di Cézanne.
- Joaquim A. Félix de Carvalho: Presbitero, dottore in liturgia, docente di teologia sacramentaria e liturgia.
- Bert Daelemans: Gesuita, ingegnere-architetto, dottore in teologia, ricercatore di modelli teologici per l'architettura ecclesiale contemporanea.
- Andrea Dall’Asta: Gesuita, direttore della Galleria San Fedele, focalizzato sul rapporto tra arte, liturgia e architettura.
- Donatella Forconi: Già docente di composizione architettonica e urbana, con un dottorato sul rapporto tra sacro e architettura.
- Albert Gerhards: Ordinario di liturgia, direttore del Seminar für Liturgiewissenschaft, presidente della Commissione d’arte cristiana.
- Glauco Gresleri: Architetto, studioso dello specifico sacro, responsabile del Centro di studio e informazione per l'architettura sacra.
- Angelo Lameri: Presbitero, docente di liturgia e sacramentaria generale, consultore.
- Philippe Markiewicz: Architetto specializzato in monumenti storici, monaco, fondatore della rivista Arts sacrés.
- Álvaro J. de Melo Siza Vieira: Architetto di fama internazionale, insignito di numerosi premi.
- Jean-Pierre Sonnet: Gesuita, professore di sacra Scrittura.
- Martin Struck: Architetto e ingegnere civile, architetto-capo dell’arcidiocesi di Colonia.
- Paolo Tomatis: Presbitero, direttore dell’ufficio liturgico diocesano, professore di teologia sacramentaria e liturgia.
Architettura sacra: il progetto contemporaneo | prof. Luigi Fregonese
Ospitalità Liturgica nel Contesto della Mobilità Umana
Don Paolo Tomatis, Direttore dell'Ufficio Liturgico della diocesi di Torino, nel suo intervento del 13 novembre 2017 a Vicenza, ha affrontato il tema dell'ospitalità liturgica in relazione alla mobilità umana e all'incontro tra culture. La liturgia cristiana, per sua natura, è un'esperienza ospitale, come suggerisce l'icona biblica di Emmaus. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, ha aperto la strada a una liturgia capace di accogliere le culture, promuovendo la diversità dei popoli.
La globalizzazione e l'incontro tra popoli generano nuove situazioni che richiedono una riflessione liturgica, tra cui:
- L'immigrazione, una realtà strutturale che può arricchire le nostre liturgie.
- La domanda di battesimo da parte di adulti stranieri, che necessita di un accompagnamento qualificato.
- La presenza di sacerdoti e religiosi stranieri in formazione.
- Il ritorno di sacerdoti italiani dopo anni di servizio all'estero.
- La presenza di poveri e mendicanti alle porte delle chiese.
Questi elementi richiedono una progettazione di un'autentica ospitalità liturgica, capace di valorizzare le diverse culture, accogliendone gli stimoli positivi e vigilando sui possibili fraintendimenti.
Principi per un Discernimento Pastorale
Per un autentico discernimento pastorale nell'ambito dell'ospitalità liturgica, si possono considerare i seguenti principi:
- Il principio cristologico e sacramentale della fraternità.
- Il principio pneumatologico ed ecclesiologico dell'unità nella cattolicità.
- Il principio liturgico della santità ospitale di Dio, che si riflette nell'ospitalità dei discepoli.
Questi principi implicano un doppio adattamento: della liturgia ai singoli e dei singoli alla liturgia. Si configura una duplice tensione tra l'attestazione/implicazione culturale e la contestazione/eccedenza evangelica (Gal 3,28), promuovendo una doppia ospitalità: dell'assemblea e del Signore.
L'Integrazione Possibile e Desiderabile
L'assemblea liturgica è un luogo di ospitalità umano-divina. L'integrazione dei singoli e dei gruppi si realizza attraverso:
- La partecipazione attiva come inclusione.
- L'attenzione ai codici di una liturgia più sensibile e affettuosa.
- I ministeri dell'assemblea, tra accoglienza e raccoglimento.
- Il coinvolgimento nei servizi/ministeri.
- L'attenzione al calendario liturgico "proprio".
- L'ospitalità della Parola nella propria lingua e dell'animazione del canto.
- L'iniziazione alla vita sacramentale della comunità.
- L'ospitalità ecumenica.
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