Salvatore "Totò" Riina: Vita, Carriera Criminale e Caduta del Capo dei Capi di Cosa Nostra

Salvatore Riina, conosciuto come Totò, Totò u Curtu per la sua bassa statura, o La Belva per la sua ferocia, è stato uno dei più temuti e influenti capi della mafia siciliana, Cosa Nostra. Nato a Corleone il 16 novembre 1930, ha ricoperto il ruolo di capo del clan dei Corleonesi e "Capo dei Capi" di Cosa Nostra dal 1982 fino al suo arresto nel 1993. La sua vita è stata caratterizzata da un'inarrestabile ascesa criminale, culminata in una stagione di violenza e stragi che ha lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

Le Origini a Corleone e i Primi Passi nel Crimine

Salvatore Riina nacque a Corleone da una famiglia di contadini. Il 11 settembre 1943, all'età di 13 anni, perse il padre Giovanni e il fratellino Francesco di 7 anni in seguito all'esplosione di una bomba americana inesplosa che tentavano di aprire per rivenderne il metallo e la polvere da sparo. In quest'occasione, il fratello Gaetano rimase gravemente ferito. Questi tragici eventi segnarono profondamente la sua infanzia. Già a 19 anni, Riina finì in carcere per l'omicidio di un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, avvenuto durante una rissa il 13 maggio 1949, per il quale fu condannato a 12 anni di reclusione.

Durante il periodo adolescenziale, Riina conobbe Bernardo "Binnu" Provenzano e Luciano "Lucianeddu" Leggio, futuri esponenti di spicco della famiglia corleonese. Leggio, il più anziano, guidava le prime azioni criminali, spesso furti e atti intimidatori, per conto di Michele Navarra, all'epoca boss di Corleone. Riina, scarcerato nel 1956, era già affiliato alla cosca mafiosa di Corleone ed era molto legato a Luciano Leggio, di cui divenne presto il vice. Il loro incontro segnò l'inizio della sua vera "carriera" criminale in Cosa Nostra.

Giovane Salvatore Riina

La Latitanza e l'Eliminazione dei Riviali

Nel dicembre 1963, Riina fu arrestato nuovamente in provincia di Agrigento per possesso di una carta d'identità rubata e di una pistola. Tornò all'Ucciardone, ma dopo alcuni anni di carcere, nel 1969, fu assolto per insufficienza di prove in un processo svoltosi a Bari. Nonostante un ordine di soggiorno obbligato fuori dalla Sicilia, Riina non lasciò mai l'Isola, dando inizio a una latitanza che sarebbe durata oltre 20 anni, rendendosi irreperibile dal 18 luglio 1969.

Durante la latitanza, il boss corleonese iniziò a costruire il suo potere personale. Fu in questo periodo che Riina, con abilità e spregiudicatezza, creò una schiera di fedelissimi che rispondevano solamente a lui, coltivata in gran segreto, alle spalle delle famiglie palermitane. Oltre a ciò, cominciò a crearsi importanti amicizie in seno a Cosa Nostra. Il 10 dicembre 1969, fu tra gli esecutori della strage di viale Lazio a Palermo, dove vennero uccisi il boss rivale dei corleonesi, Michele Cavataio, e altre quattro persone. In quest'occasione, Calogero Bagarella, cognato di Riina e promesso sposo della sorella Arcangela, venne ucciso e il suo corpo fu seppellito di nascosto. Due anni dopo, nel 1971, Riina sparò contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione, il primo omicidio volontario di un esponente dello Stato da lungo tempo.

L'Ascesa dei Corleonesi e il Matrimonio

I Corleonesi, guidati da Riina e Provenzano, sfidarono la mafia della città. Dopo la cattura di Leggio nel 1974, Totò Riina divenne reggente della cosca corleonese ed entrò a far parte della cosiddetta Commissione, il gruppo dirigente della mafia palermitana che riuniva rappresentanti di tutte le cosche. La sua strategia fu quella di assumere il comando diretto di tutta la mafia palermitana eliminando coloro che all'interno della Commissione si opponevano.

Il 16 aprile 1974, Totò Riina sposò Antonina Bagarella, detta Ninetta, sorella del boss Leoluca Bagarella. La loro unione fu celebrata religiosamente nel 1966 da padre Agostino Coppola, in un appartamento di largo San Lorenzo, a Palermo, dove la coppia visse in latitanza. Solo nel 1994, Riina poté sposare Antonietta Bagarella anche per lo Stato, dal carcere e con una procura.

Foto di Salvatore Riina e Antonina Bagarella

La "Seconda Guerra di Mafia" e la Guerra allo Stato

Gli anni '80 segnarono il trionfo del boss corleonese. Riina scatenò la sua offensiva, la "seconda guerra di mafia", eliminando i suoi principali nemici, come Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. Si trattò di un vero e proprio massacro, con almeno mille morti nel biennio 1981-1983. Oltre agli avversari interni, caddero gli uomini dello Stato: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Mario Francese e altri.

Condannato in contumacia all'ergastolo durante il Maxiprocesso, Riina fu inchiodato dalle rivelazioni del primo pentito di rango, Tommaso Buscetta, che fornì la sua testimonianza al pool antimafia guidato da Giovanni Falcone. Riina si vendicò facendo uccidere undici parenti di Buscetta. Quando il Maxiprocesso divenne definitivo e gli ergastoli cominciarono a fioccare, il padrino dichiarò guerra allo Stato. È la stagione delle stragi, che il capo dei capi volle nonostante non tutti in Cosa Nostra fossero d'accordo.

Il 12 marzo 1992 morì Salvo Lima, politico democristiano. Il 23 maggio dello stesso anno, con la strage di Capaci, fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Pochi mesi dopo, il 19 luglio, nella strage di via D'Amelio, perse la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Nel 1993, gli attentati proseguirono in varie zone d'Italia, a Roma, Firenze e Milano, causando numerose vittime.

Atlantide - Paolo Borsellino - Depistaggio di Stato (2019)

L'Arresto: L'"Operazione Belva" e i Punti Oscuri

Il 15 gennaio 1993, dopo 24 anni di latitanza, Salvatore Riina venne arrestato a Palermo, in viale della Regione Siciliana, all’altezza del Motel Agip. L'operazione, denominata "Operazione Belva", fu condotta dai Carabinieri del ROS guidati dal Capitano Sergio De Caprio, meglio conosciuto come "Ultimo", e dal Generale Mario Mori. A condurre i carabinieri fino a Totò Riina fu Baldassare Di Maggio, detto Balduccio, mafioso di San Giuseppe Jato divenuto collaboratore di giustizia.

La cattura di Riina fu accompagnata da numerosi punti oscuri. L'appartamento in via Bernini a Palermo, ultimo rifugio del boss, non venne perquisito immediatamente dopo l'arresto. Dalle 16 del pomeriggio del 15 gennaio 1993, la casa non fu più sorvegliata e venne perquisita solo il 3 febbraio 1993. Quando i carabinieri del Reparto Territoriale vi entrarono, la cassaforte era vuota, una stanza segreta era stata svuotata e i mobili accatastati. Non c'era più nulla. Il procuratore Gian Carlo Caselli si infuriò e chiese spiegazioni; il generale Mori parlò di un "disguido". Giovanni Brusca, divenuto pentito, affermò che furono materialmente i Sansone, vicini ai Corleonesi, a portare via tutto dall'appartamento. Sull'esistenza di un presunto "archivio di Riina" in quella casa, non è mai stata fatta piena luce. Sergio De Caprio e Mario Mori furono accusati di favoreggiamento per la mancata perquisizione, ma vennero poi assolti perché "il fatto non costituisce reato". Dubbi persistono anche su cosa portò realmente alla cattura del capo dei Corleonesi; una versione mai provata suggerisce che fu Bernardo Provenzano a "consegnare" Riina ai carabinieri.

Foto dell'arresto di Totò Riina con i Carabinieri

La Detenzione, la Malattia e la Morte

Dopo l'arresto, Totò Riina trascorse tutti gli anni di carcere sottoposto al regime del 41-bis, il "carcere duro" per i mafiosi. Nonostante le dure condizioni detentive, Riina è rimasto un simbolo suggestivo del potere di Cosa Nostra. Era imputato nel processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia", accusato di minaccia a corpo politico dello Stato.

A 87 anni compiuti, dopo 24 trascorsi in carcere al regime del 41-bis e altrettanti in latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra è morto. Salvatore (Totò) Riina si è spento alle 3:37 del 17 novembre 2017 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma, dove era degente da tempo a causa di una lunga malattia. Il giorno prima aveva compiuto 87 anni. Stava scontando 26 ergastoli per decine di omicidi e stragi, inclusa quella di viale Lazio, gli attentati del '92 (Falcone e Borsellino) e quelli del '93. Fino alla fine, non ha mai mostrato un cenno di pentimento, vantandosi dell'omicidio di Falcone e continuando a minacciare i magistrati, come testimoniato dalle intercettazioni in carcere. Nel luglio 2017, il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta di differimento della pena, ritenendo che fosse curato nel migliore dei modi in ospedale.

Con la sua morte, restano senza risposte molte domande sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui delitti eccellenti e sulle trame occulte che avrebbero visto Cosa Nostra a braccetto con poteri occulti. Come affermato da Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia, "La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità". Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci, ha dichiarato: "Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato".

Caricatura di Totò Riina anziano in carcere

La Famiglia di Salvatore Riina

La latitanza di Salvatore Riina fu condivisa con la moglie, Antonietta Bagarella, e i quattro figli: Maria Concetta, nata nel 1974, Giovanni nel 1976, Salvatore Giuseppe, nel 1977 e Lucia nel 1980. Tutti i figli nacquero in una delle migliori cliniche private di Palermo. Gli ultimi periodi della latitanza la famiglia li trascorse in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. La moglie, Ninetta Bagarella, ha trascorso con lui tutta la vita.

La strada criminale del vecchio padrino è stata seguita negli ultimi anni anche dai due figli maschi. Giovanni e Salvatore Giuseppe sono entrambi in carcere con l'accusa di aver fatto parte della cosca mafiosa di Corleone. Giovanni è stato condannato all'ergastolo per un duplice omicidio commesso a Corleone. La figlia maggiore, Maria Concetta, è sposata e si è trasferita a vivere in Puglia a Mesagne, mentre Lucia fa la pittrice e si è trasferita in una cittadina della Svizzera.

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