Nella tradizione ebraica e cristiana, il Tabernacolo è il luogo della casa di Dio presso gli uomini: una struttura presente in tutte le chiese cattoliche e di altre confessioni cristiane nella quale vengono conservate le ostie consacrate dopo la celebrazione eucaristica.
Il Tabernacolo di Sant'Ambrogio a Firenze è un significativo esempio di questa tipologia artistica, simbolo del quartiere fiorentino e opera di Giovanni della Robbia.

Collocazione e Caratteristiche Principali
Posto ad angolo tra Borgo la Croce e Via de' Macci, il tabernacolo si trova sul canto (angolo con Via de' Macci) sul lato destro della chiesa di Sant’Ambrogio. Dalla sua posizione laterale, la figura di Sant'Ambrogio osserva discreto il suo popolo nell'omonima piazza. Lo slargo è dominato dalla scalinata d'ingresso alla chiesa a lui dedicata ed eretta nel luogo dove, nel 393, il Santo avrebbe abitato durante la sua permanenza a Firenze.
L'edicola viaria con l'effigie di Sant’Ambrogio è legata per motivi devozionali e logistici alla stessa chiesa. Il tabernacolo, imponente sulla strada, era utilizzato come una vera e propria cappella esterna. In origine era infatti dotato di un altare, che veniva coperto con drappi e preziosi paramenti la prima domenica del mese e in occasione delle festività mariane.
I Macci erano una ricca famiglia ghibellina che possedeva diversi edifici presso Via Calzaiuoli. Durante le lotte politiche tra guelfi e ghibellini, i loro beni vennero confiscati e furono costretti a ritirarsi in questa zona, al tempo tra le più povere del centro di Firenze. Qui Caio Macci fondò l'ospedale e convento di San Francesco al Tempio de' Macci, nel 1335, in memoria del padre Francesco.
L'Artista e la Storia Critica dell'Attribuzione
Il tabernacolo fu realizzato nel 1525 ca. da Giovanni della Robbia e mostra, all'interno di una nicchia, la terracotta invetriata di Sant'Ambrogio in abito vescovile e in atteggiamento benedicente. Giovanni fu uno scultore e ceramista italiano, specializzato nella tecnica della ceramica policroma invetriata, specialità della bottega di famiglia alla quale si dedicò con successo. Egli accentuò il carattere policromo delle sue opere, aggiungendo nuovi colori alla tradizionale bicromia blu/bianco dei suoi predecessori.
Le Prime Attribuzioni
Nel 1920 Allan Marquand inserì il tabernacolo nel catalogo di Giovanni della Robbia. A convincerlo della paternità dell’artista, oltre ad un confronto col Tabernacolo Sauvegeot al Louvre (1515), fu l’attestazione del lavoro di Giovanni nella chiesa di Sant’Ambrogio, per la quale nel 1513 aveva realizzato un candelabro con angeli e una predella riccamente decorata. Ennio Guarnieri ripropose la medesima datazione del Marquand nel 1985.
Ipotesi Successive e Conferme Stilistiche
Più cauto è stato successivamente Giancarlo Gentilini, il quale ha sottolineato la difficoltà di una precisa collocazione cronologica dell’edicola, inserendola genericamente tra i numerosi oggetti che si segnalano all’interno della produzione della bottega per via «di un impegno plastico più contenuto»; opere talvolta foggiate a calco, come probabilmente sono i diversi partiti decorativi a grottesche sulle paraste dell’edicola. Non si può escludere, secondo Gentilini, la possibilità che l’opera fosse realizzata oltre gli anni venti del Cinquecento, anni in cui l’atelier guidato da Giovanni realizzò il monumentale Tabernacolo delle Fonticine (1522) in Via Nazionale a Firenze, il quale presenta dettagli stilistici direttamente confrontabili con il più modesto Tabernacolo di Sant’Ambrogio.
L’attribuzione a Giovanni è confortata dal linguaggio eclettico e dalla vivace policromia, che distingue il suo lavoro dai classici modelli di Andrea e di Luca ‘il giovane’, così come da quelli di Girolamo, tutti attivi nello stesso lasso di tempo nella bottega paterna. Giovanni, terzogenito, fu il solo a continuare a lavorare a vita nella bottega di Via Guelfa. Egli fu probabilmente il più prolifico prosecutore della tradizione tecnica familiare, ma la critica (a partire dal Vasari) lo ritiene un plasticatore di livello discontinuo rispetto al padre e ai fratelli. Ciononostante è univocamente riconosciuto all’artista l’impegno nell’adattare la produzione robbiana all’orientamento di gusto, ormai mutato, della Firenze di inizio XVI secolo. Va rilevata, inoltre, la presenza nella bottega di Giovanni dei figli, tre dei quali, stando al Vasari, morirono di peste l’anno 1527 «essendo di buon’ espettazione» e quindi forse quando già collaboravano col padre. Come suggerisce il Gentilini, questo potrebbe giustificare le difformità stilistiche tra le opere della attività avanzata di Giovanni. Si ignora l’esatta collocazione originaria dell’edicola, che oggi è ancorata ad un edificio di epoca moderna.
Descrizione Dettagliata e Analisi Stilistica
L’effigie del Sant’Ambrogio sembra richiamare da vicino molte caratteristiche del lavoro di Giovanni Della Robbia tra il secondo e il terzo decennio del XVI secolo. L’insistita policromia, specie nel manto con fodera violetta, corroborano la paternità dell’artista. Il santo benedicente si staglia su una valva blu, reggendo un libro e un pastorale metallico. Veste una dalmatica bianca e una stola blu.
La ricchezza di colori dell'opera è tipica dello stile dell'autore. L’invetriatura non sembra risparmiare neanche l’incarnato (come invece è comune nella prassi lavorativa di Andrea Della Robbia) e le pupille, anch’esse colorate, sono trattate plasticamente. L’elegante posa del Sant’Ambrogio, dal notevole piglio scultoreo, sembra ricalcare modelli della produzione di Giovanni, come il San Giovanni Battista nella chiesa omonima a Galatrona (Bucine), realizzato tra 1510 e il 1521. Altro referente, contemporaneo all’opera di Galatrona, potrebbe essere il più raffinato e complesso San Giuseppe tra angeli, la cui fattura, con allusioni alla prima scultura manierista e alla pittura di Andrea del Sarto, ha fatto pensare a Luciano Berti che fosse opera di Jacopo Sansovino, ipotesi ritenuta plausibile da Giancarlo Gentilini.
Confronti e Motivi Decorativi
Si segnala, in particolare, un confronto tra il piviale del Sant’Ambrogio e quello del San Lorenzo del Tabernacolo delle Fonticine, di dimensioni molto maggiori rispetto a quello ambrosiano, realizzato nel 1522, dove pure l’effetto della damascatura della veste è ottenuto tramite un fitto motivo fitomorfo dipinto in verde scuro su uno sfondo di un verde più tenue. L’edicola rispetta nella foggia modelli riscontrabili già nella produzione dell’atelier di Andrea Della Robbia. Spiccano, tuttavia, nella profusione di ornamenti che ricopre l’intera opera, alcuni elementi tipici dello stile di Giovanni, come i motivi a greca al di sotto della valva nella nicchia, presenti fin dal primo decennio del XVI secolo nella sua produzione, come ad esempio nel Vaso con protomi leonine e festoni del Victoria and Albert Museum.
Nelle decorazioni delle paraste troviamo motivi direttamente paragonabili ad opere come Il Redentore tra Sebastiano, Maria Maddalena, Giovanni Battista e Matteo al Bargello. Gli acroteri ai lati della centina sono del tutto analoghi nella forma ad alcuni frammenti provenienti da un’opera della medesima bottega, oggi al Museo Bandini di Fiesole, e sono simili a quelli del Tabernacolo del Sacramento a Panzano ed a quelli che si trovano su di un ulteriore tabernacolo sacramentale, del 1515, oggi al Bargello, dove pure nella mensola è inserito centralmente uno stemma tra cornucopie. Lo stesso modo di decorare la mensola, dove l’arme è tra corni sinuosi e colmi di fiori, viene riproposto dalla bottega di Giovanni in numerose occasioni, anche nel Tabernacolo eucaristico con Gesù Bambino benedicente, angeli e cherubini (1520 ca.). Il dettaglio è particolarmente importante per la storia critica dell’opera in esame poiché Allan Marquand, storico dell’arte che per primo inserì il tabernacolo nel catalogo di Giovanni della Robbia, si servì proprio di un confronto tra le cornucopie nella parte inferiore dell’edicola di Sant’Ambrogio (insieme con i motivi ornamentali delle paraste) con quelle del Tabernacolo Sauvegeot al Louvre (1515) per attribuirne la paternità a Giovanni.
Il segreto dei Della Robbia
La Committenza: Le "Potenze" e la Brigata della Città Rossa
A commissionare l’opera fu una di quelle brigate popolari, chiamate Potenze. Queste erano sorte tra laici alla metà del Trecento e organizzavano i festeggiamenti in occasione delle varie ricorrenze. Nella zona di Sant’Ambrogio operava la Potenza della Città Rossa, così detta per la vicinanza di una fornace di mattoni e per il colore delle case costruite tutte in quel materiale a vista. Nel medaglione del peduccio, lo stemma della Città Rossa, con le mura, le torri e la chiesetta è la commovente testimonianza della devozione di quel quartiere che ebbe il privilegio di accogliere Sant’ Ambrogio.
La Città Rossa era una delle più antiche e prestigiose potenze o signorie festeggianti della Firenze medievale e rinascimentale. In un’epoca in cui il popolo aveva poche occasioni di svago e di divertimento e riunioni e assembramenti erano ostacolati e visti con sospetto dal governo, queste compagnie goliardiche costituivano una delle poche possibilità per le frange più umili della popolazione di organizzare e partecipare a ritrovi, feste ed intrattenimenti ed emulare i comportamenti dei più ricchi. Giovani uomini del popolo si organizzavano in gruppi che arrivavano a contare anche oltre cento persone ed erano guidati da un uomo dal titolo altisonante, un “re” o un “imperatore” che governava su una zona ben precisa della città, imponendo ai suoi sudditi (gli artigiani, i bottegai e le ricche famiglie locali) il pagamento di tributi volti a finanziare i banchetti, i festeggiamenti e le eleganti divise dell’intera brigata. Le potenze potevano trasformare la città in un vero e proprio palcoscenico, allestendo scenografie per parate, giostre e “armeggerie”, scontri a cielo aperto per stabilire la supremazia sulle compagnie rivali.
Ai suoi piedi figura una fortezza rossa stilizzata: è l’emblema della celebre Potenza Rossa (una delle Potenze o Brigate Festeggianti, compagnie rionali laiche incaricate delle “feste di quartiere”) che commissionò il tabernacolo. Il rosso sta a rappresentare il colore dei mattoni, che venivano prodotti in questo quartiere, la Mattonaia.
Il Recente Restauro e il Recupero dello Splendore
Essendo collocato all'esterno, lo stato di conservazione del tabernacolo versava in pessime condizioni. Grazie a un eccellente intervento di restauro, il policromo Sant’Ambrogio di Giovanni della Robbia, con il suo originale tabernacolo, ha ritrovato la vivezza dei colori che ne rendono preziosi i particolari: il mantello damascato, la mitria, i ricchi guanti gemmati e la conchiglia blu della nicchia.
L'inaugurazione è avvenuta lo scorso 6 Luglio grazie all'impegno di Friends of Florence e, come apprendiamo dalle parole della presidente Simonetta Brandolini d'Adda, grazie alla donazione di Peter Fogliano e Hal Lester.
Sant'Ambrogio, il Santo: Patrono e Legame con Firenze
Sant'Ambrogio vescovo (340-397), dottore della Chiesa e patrono di Milano, si celebra il 7 di Dicembre. Il Sant’Ambrogio policromo di Giovanni della Robbia ci riporta al tempo della venuta del Vescovo di Milano nella Florentia dei primi secoli, ancora per molti versi pagana, dove il Santo, contrastando il culto degli idoli, esortando alla purezza e alla castità e infervorando, con i suoi sermoni, la comunità fiorentina, ottenne alfine molte conversioni.
Altro simbolo è il gabbiano, emblema di libertà e spirito di sacrificio, disposto a tutto per la propria sopravvivenza. Per queste simbologie legate al lavoro e al sacrificio, pare che Sant'Ambrogio sia visto come il protettore delle "startup", le nuove imprese, per una sua frase carica di un valore eterno: "Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi."
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