Lo stemma, simbolo di uno “status” privilegiato, fu adottato nella seconda metà del XVI secolo dai vetrai altaresi. Essi facevano parte di un’élite riconosciuta dai marchesi Paleologo, che avevano approvato gli Statuti nel 1512, legittimando così la loro posizione.
La Natura degli Stemmi Araldici
Per ogni stemma esiste una descrizione araldica specifica, volta a chiarire il significato simbolico e il linguaggio ermetico che lo caratterizza. Alcuni stemmi includono stelle, che potrebbero alludere alla nobile elevatezza dell’arte vetraria; la bandiera della corporazione risalente al XVI secolo, infatti, riporta la dicitura “Alte Vitrie”.
Caratteristiche degli Stemmi Altaresi
Tutti gli stemmi dei vetrai altaresi presentano la forma a “testa di cavallo”, una configurazione tipica e antica adottata nel territorio italiano. Gli stemmi, che rappresentavano le sedici famiglie di vetrai appartenute alla Corporazione, erano stati originariamente dipinti sul soffitto della Sala del Consiglio di Amministrazione della S.A.V.

La Conservazione degli Stemmi
Fortunatamente, questi stemmi furono fotografati prima dell’abbandono e del conseguente degrado dello stabile, che portò al crollo dei soffitti. Ciò ha permesso la loro riproduzione in dipinti a olio su un pannello, ora esposto nel museo locale, come documentato da Aldo Saroldi nel suo Blasonario delle famiglie vetrarie altaresi - una lettura iconografica.
L'Altare: Etimologia, Evoluzione e Simbolismo nella Chiesa
SPIEGAZIONE DELLA MESSA: evoluzione storica/1
Il termine "altare", di etimologia incerta, potrebbe derivare dal latino altus (elevato) o da adolere (ardere), alludendo al fuoco che consuma la vittima. Presso Greci e Romani, l'altare, solitamente di pietra, aveva dimensioni variabili, come testimonia l'Ara Pacis di Augusto.
Dall'Antichità al Cristianesimo Primitivo
I cristiani dei primi secoli, consapevoli della novità del cristianesimo, si distaccarono dall'idea ebraica e pagana di altare. Minucio Felice, in Octavius 32, affermava «Ara et delubra non habemus», per sottolineare la peculiarità del culto «in spirito e verità» (Gv 4, 23) inaugurato da Cristo, considerato il vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo.
L'Altare come Mensa e il Suo Significato Eucaristico
Nella “domus ecclesiae”, il pane e il vino per il sacrificio eucaristico venivano posti su una tavola mobile di legno, simile al tripode comune nelle case romane, come raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto. Questa mensa ha il valore di altare, poiché l’Eucaristia è un convito sacrificale modellato sull’Ultima Cena; san Paolo, spiegando la comunione al sacrificio di Cristo, parla infatti di «mensa Domini» (1Cor 10, 21).
L'Avvento dell'Altare Fisso e il Simbolismo della Pietra
Con l’avvento delle basiliche nel secolo IV, compare l’altare fisso, realizzato in pietra o metallo prezioso. San Pier Crisologo commentava che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae» (Sermo 51). L’adozione dell’altare lapideo fu influenzata dal simbolo biblico di Cristo come «pietra angolare dell’edificio spirituale» (cf. Sal 117, 22; Mt 21, 42; At 4, 11; 1Cor 10, 4; 1Pt 2, 4-8).
Altari e Reliquie dei Martiri
Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede. La visione giovannea di Ap 6, 9 («Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso») trovò concreta traduzione nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, e nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche. Sant’Ambrogio scriveva: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare» (Epistula 22, 13: pl 16, 1023).
Forme dell'Altare nel V-VI Secolo
Tra il V e il VI secolo, l’altare, spesso collocato sotto un ciborio per evidenziarne l’importanza nello spazio basilicale, si presentava in tre forme principali:
- Una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli (es. l’altare in San Vitale a Ravenna, raffigurato anche nei mosaici del presbiterio).
- Un cubo vuoto, con reliquie visibili e accessibili tramite una «fenestrella confessionis» per deporvi fazzoletti o indumenti.
- Un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire (confessio), con accesso tramite scala.
Evoluzione degli Altari e la Moltiplicazione delle Messe
Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata, oppure su un piano rialzato. Dal secolo VI, l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa cominciò a essere disattesa, a causa del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione delle messe, soprattutto di suffragio per i defunti.
L'Altare Reliquiario e il "Retablo"
Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare o di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, trasformò l’altare in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale erano raffigurati Cristo, Maria e i santi patroni. Progressivamente, la pala si sviluppò in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, elevate pareti in legno policromo istoriato, inizialmente intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specialmente nel barocco.
Spostamento dell'Accento e Altari Laterali
Si verificò uno spostamento d’accento: le immagini non erano più un accessorio dell’altare, ma era la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale. Di conseguenza, la mensa del sacrificio eucaristico non attirava più l’attenzione dei fedeli, poiché visivamente l’urna del santo o l’immagine sovrastante divenivano più importanti; scomparve il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle furono collocati altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità era tuttavia custodita dall’altare maggiore.
Il Tabernacolo al Centro dell'Altare
Un’ulteriore fase evolutiva fu la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+ 1543). A Milano, ne fu convinto assertore san Carlo Borromeo. Il Rituale di Paolo V (1614) lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito - eccetto nelle cattedrali che spesso mantenevano la prassi antica - fino a sviluppare l’altare tabernacolo. Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento (espressione manifesta di fede nella presenza reale contro i negatori di essa) mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare.
L'Eccellenza dell'Altare nella Liturgia
Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296). Perciò, come ha ricordato Papa Francesco, «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).
Riti di Dedicazione e Simbolismo
Il valore dell’altare è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione. Stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio: lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo. Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383).
Norme per la Costruzione e la Venerazione dell'Altare
Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione. Sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra (non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata); sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (cf. Institutio generalis Missalis Romani, 298-308). La venerazione per l’altare (si bacia, lo si incensa, davanti a esso ci si inchina) è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante.
L'Altare: Segno di Cristo e Luogo dei Sacramenti
Segno di Cristo e vincolo di comunione con lui è il santo altare: su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del corpo e sangue di Cristo, così che quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre. Lo esprime in preghiera il prefazio della messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa». Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione (nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare), il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto. Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato. Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose.
L'Altare Maggiore della Chiesa Matrice di Serra San Bruno: Storia e Simbolismo

Le notizie sullo stato dell’Altare Maggiore della Chiesa Matrice di Serra San Bruno prima del terremoto del 1783 sono scarse. La tradizione e il manoscritto della parrocchia riportano che vi era un tabernacolo di marmo, realizzato per devozione da un cittadino facoltoso negli anni in cui fu scolpito quello dell’antica Certosa di Santo Stefano, ora nella Chiesa dell’Addolorata, attribuito a Cosimo Fanzago.
Caratteristiche del Tabernacolo Originale e il Terremoto del 1783
Non vi sono indizi che il tabernacolo serrese fosse opera dello stesso autore di quello della Certosa, né possedeva il medesimo pregio artistico. Quest'ultimo rimase intatto durante il sisma perché situato nella parte non diruta della chiesa. Il tabernacolo di Serra San Bruno non era adornato di figurine di santi, ma di colonnine, il cui ordine architettonico è noto. Da allora, l’antica custodia andò deteriorandosi, con elementi che si disincastrarono a causa dell’umidità, delle manomissioni e dell’appoggio di travi per le impalcature durante le feste. Ancora oggi si notano scheggiature nella parte superiore del cappellone e dell’altare dovute all’annuale allestimento del presepe natalizio.
Furto e Trasferimenti di Arredi Sacri
Nel 1807, durante le battaglie tra briganti e napoleonici, un soldato francese scassinò la porticina d’argento del tabernacolo, impossessandosi di essa e della pisside. Con il decreto dell’amministrazione francese del 13 febbraio 1807, la Certosa fu chiusa, e con decreto del 16 successivo, gli arredi sacri dei cenobi soppressi furono distribuiti alle chiese vicine. Tra questi, un tabernacolo di marmo con ornamenti di rame fu consegnato dal priore don Gregorio Sperduti alla parrocchia di San Biagio. Nel 1832, gli arredi e gli oggetti d’arte ceduti furono richiesti per essere trasportati alla Certosa di Napoli. Poco dopo, grazie all’interessamento dell’arciprete Tedeschi, divenuto vescovo, furono riacquistati. È certo che il tabernacolo riacquistato non fu posto sull’Altare Maggiore della Chiesa Matrice, dove era stato ricollocato quello oggetto di contesa tra la parrocchia di Spinetto e quella di Teravecchia.
Restauri e Progetti di Ristrutturazione nel XIX Secolo
Nel 1847, la custodia dell’Altare era in cattive condizioni. Il Procuratore del SS. Sacramento di quell’anno, il cappellano don Giuseppe Salerno, impiegò una somma in cassa per rimetterla in buono stato, innalzandola di un gradino. Tuttavia, il risultato non piacque e il restauro fu interrotto. Il Procuratore successivo, canonico Anselmo Tedeschi, fece realizzare il pavimento del presbiterio e i gradini dell’altare e della balaustra in marmo. Don Giuseppe Salerno aveva proposto di erigere l’edicola soprastante l’altare, in corrispondenza e sotto l’arco della navata centrale, e diede inizio ai lavori. Il medesimo intento ebbero i suoi successori, don Giuseppe e don Vincenzo Giancotti; quest’ultimo comprò i componenti di marmo, con il permesso del papa, dal diruto convento di San Domenico di Soriano Calabro.
La Definitiva Sistemazione dell'Altare Maggiore
Divenuto arciprete, don Giuseppe Barillari volle dare una sistemazione completa e definitiva a tutto l’altare e ne affidò l’incarico al cognato, Alfonso Scrivo, commettendogli anche l’ideazione e l’esecuzione di un nuovo frontespizio, incluso il tabernacolo. Alfonso, insieme al fratello Giuseppe, affrontò la difficoltà di erigere un’opera unitaria, componendo e utilizzando le parti già esistenti e i pezzi artistici già acquistati, e creando ex novo il tabernacolo e tutta la parte frontale inferiore che lo arricchisce e lo abbellisce, adattandola agli elementi disponibili con il minimo dispendio. La paternità del tabernacolo e del frontespizio che lo fiancheggia, così come dell’antepodium, non può essere messa in discussione. Le discordanze possono riguardare solo le parti superiori. C’è chi ritiene coautore dell’altare Domenico Drago, mentre altri citano il fratello Vincenzo Drago; non risulta da alcun documento, però, quali parti questi artisti avrebbero eseguito. Sulla parte sovrastante la mensa e il frontespizio decorativo e illustrativo non vi è alcuna scritta determinativa. L’iscrizione “Fratelli Scrivo 1878” si trova sul retro, sulla fiancata destra, in mezzo alla verticale. È certo che esistettero i marmorai Drago, ma dai documenti parrocchiali e municipali non si possono individuare i loro dati anagrafici né stabilire se fossero fratelli. Il loro nome viene ricordato dagli anziani del paese che attribuiscono loro le cappelle di San Bruno e di San Biagio delle navate laterali della Chiesa Matrice. L'opera, quando fu sistemata nel 1878, suscitò ammirazione; il compilatore del manoscritto parrocchiale si espresse così: “Squisito e gentile è il lavoro; sono ammirevoli i grappoli d’uva, le spighe di grano e tutto quanto allude al mistero: è un prodigio del genio artistico; è un’incarnazione dell’idea cristiana”. Destò, comunque, discussioni e sforzi d’interpretazione e, naturalmente, fu espresso qualche biasimo. Il medesimo compilatore del manoscritto critica la collocazione dei due serpenti sull’altare e la forma del tabernacolo, dimostrando di essere disinformato. Conclude affermando che “Alfonso Scrivo era un ottimo artista, ma non era un teologo”.
Simbolismo dell'Altare Serrese
Il simbolismo nell’Altare serrese della Chiesa Matrice è il contenuto della decorazione e diventa storia sacra, dottrina e teologia. Simbolo e allegoria trovano fondamento nel Vecchio e Nuovo Testamento.
La Destra, la Sinistra e il Centro
La destra e la sinistra del tabernacolo assumono una rilevanza rimarchevole: la destra è la mano dell’attività, è il posto buono; la sinistra è il cattivo, il grado inferiore; il Centro è il punto fermo.
I Serpenti e la Sacra Scrittura
Due serpenti, in rilievo su pannelli, accartocciati alle estremità a guisa di papiro o pergamena per significare che le rappresentazioni sono tratte dalla Sacra Scrittura, posti sui gradini, fiancheggiano la custodia.
- Il tentatore a sinistra, rettile orecchiuto, scaltro, maligno che avvolge con le sue spire l’albero della scienza del bene e del male, che vegeta nell’Eden, accennato in basso sullo sfondo. Sul riquadro la lusinga demoniaca: “Scite nim Deus, quod in quocumque die comederetis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut dii”.
- Il serpente sul pannello di destra su un legno a forma di croce, non orecchiuto, mite, è l’immagine di quello di bronzo innalzato da Mosè nella tendopoli di Israele, accennata in tenue rilievo in prospettiva, nel deserto.
Le Tavole della Legge
Le due tavole della legge poste ai lati estremi dell’altare, sulle quali è stabilito il postulato base del monoteismo giudaico e cristiano, che esclude ogni altra divinità. Il primo comandamento del decalogo, nell’una: “Ego sum Dominus Deus tuus”, nell’altra “Non habeis Deos alienos coram me”. Sul fondo di esse sono accennate in tenue rilievo le nubi e le saette, in riferimento all’ascesa del Signore sul Sinai. I pannelli sono alquanto avvolti a due estremità opposte con un cartoccio barocco per significare il papiro arrotolato, perché quanto in essi è scritto è tratto dall’antico Sacro Libro.
L'Agnello di Dio
L’Agnello è la vittima consueta dei sacrifici nelle religioni antiche; nella notte egiziana del Passaggio del Signore, un agnello bianco senza difetto doveva essere immolato senza spezzarne le ossa e messo sul fuoco ardente a legni incrociati e consumato dai familiari a fianchi cinti con i calzari ai piedi ed il bastone in mano pronti ad intraprendere il viaggio; col suo sangue dovevano essere segnati gli stipiti ed il frontone delle porte dei figli della generazione di Giacobbe. Sul tabernacolo marmoreo serrese è effigiato accovacciato su un libro sigillato, del quale è l’unico padrone e signore; è il libro dei sette sigilli dell’Apocalisse, che esso solo può aprire.
Simboli Eucaristici: Grano e Vite
Le spighe di grano ed il tralcio della vite sono il pane che rinfranca ed il vino che allieta il cuore dell’uomo. L’Eucarestia, le due sostanze materiali che il Sacramento tramuta in corpo e sangue di Gesù, sono apprestate sulla mensa ove si nutre del cibo che dura per la vita eterna. Il pane, nutrimento base, significativo di ogni popolo, che si chiede al Padre nella preghiera quotidiana. Il vino è segno di tripudio, ed è presente su tutti i banchetti allestiti dal Signore per i giusti.
Il Buon Pastore
Sulla porticina argentea della custodia è rappresentato il Buon Pastore che sostiene amorevolmente sulle spalle la sua pecora e guarda verso il cielo dal quale si affacciano due angeli. Il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore; si legge nelle Scritture: “io sono il buon pastore e conosco le mei pecore, e loro conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre”.
La Croce, l'Ancora e il Cuore: Le Virtù Teologali
Altri simboli si stagliano sulla facciata della custodia ai vertici di un triangolo: la croce e l’ancora ai due lati superiori ed il cuore alla sommità, alludendo alle fondamenta teologiche, e con gli altri fra loro sono legati da una forte catena, che ne caratterizza l’indissolubile unità.
- La croce assume importanza e diffusione con l’istituzione e la dilatazione della Chiesa; l’incrocio di due linee è una sigla universale e molto semplice. L’uomo fece, però, della croce lo strumento del supplizio più spaventoso della sua crudeltà; il Figlio di Dio per redimere l’uomo ha scelto proprio questo supplizio, il più penoso, il più crudele. Sull’altare serrese lo stollo, intorno a cui sono avvinte le spire del serpente, datore di salute, eretto da Mosè nel deserto, è un tronco d’albero a forma di croce, che è pianta fruttifera di salute e di vita eterna: “Ecce enim propter lignum venit gaudium in universo mundo”. La stella, nell’apice dello stipite della croce latina manda anch’essa il suo messaggio. Il cielo è la sede delle divinità; croce e stella, cielo e terra si identificano. Si tratta di una stella a cinque punte; il simbolismo dei numeri era particolarmente diffuso nei popoli mediorientali. La croce, la fede, Cristo, la stella conquista tutto l’essere umano che crede; irradia i cinque continenti e tutta la terra.
- L’ancora si staglia sull’altro lato della facciata della custodia. Per i pagani era simbolo di solidità, fermezza e fedeltà; i primi cristiani l’adoperarono nel significato spirituale della speranza, dell’attuazione della promessa del Regno dei Cieli, secondo il progetto di Dio, preparato con la Redenzione ai credenti. Sull’altare serrese col suo manico trasversale somiglia alla croce; in un marmo paleocristiano del Pretestato è innestata nella lettera P e sembra dissimulare una croce. La raffigurazione della speranza è ben resa da questo strumento marinaro.
- Il cuore coronato di spine, è in alto ed al centro, fra le fiamme, fonte di luce, i cui raggi illuminano tutta la facciata della custodia e gli altri simboli. È una simbologia complessa: il cuore, la sua collocazione, il fuoco, la luce, la corona di spine. L’opinione comune ha sempre ritenuto il cuore l’organo degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni; in tal senso i riferimenti nella Sacra Scrittura sono innumerabili. Il Signore scruta nei cuori e non bada alle apparenze. L’adorazione del Sacro Cuore è la sommità dell’ascetismo cristiano; Gesù, come recita la preghiera liturgica, apre il suo cuore per effondere torrenti di misericordia e di grazia. Il fuoco è il segno della presenza di Dio, che si rivelò a Mosè in un roveto ardente, che si consumava sul monte Sinai. Il fuoco è l’ardore della carità divina; genera luce. La luce è Dio, il suo volto, il suo manto; la sapienza il suo riflesso, il suo insegnamento; la sua parola, il Verbo, ed il Verbo è Dio, Dio da Dio, Luce da Luce, “la vera luce che illumina ogni uomo”.