Padova, nella metà del ‘400, era una città all’avanguardia, un snodo cruciale dal punto di vista culturale, e un luogo vivace e in fermento costante in cui perseguire il cammino dell’innovazione. Si avvertiva nitida la coscienza collettiva di una trasformazione in atto e l’esigenza condivisa e impellente di imparare e assimilare il più possibile. In questo contesto, Donato di Niccolò di Betto Bardi, in arte Donatello (1386-1466), si trasferì a Padova tra il 1443 e il 1444, rimanendovi stabilmente per un decennio. Non siamo a conoscenza del motivo esatto che spinse Donatello, originario di Firenze, a trasferirsi nella città patavina, anche se è molto probabile che, giunto a Padova provvisoriamente per una commissione artistica di prestigio, come quella del Gattamelata, l’artista abbia poi deciso di rimanervi.
Le opere patavine di Donatello sono numerose e molto celebri, tra cui il Crocifisso monumentale fuso in bronzo per la Basilica del Santo, le sculture bronzee che si collocano presso l’altare maggiore della stessa chiesa e, ovviamente, l’immancabile statua equestre del Gattamelata, situata nella piazza del Santo e simbolo indiscusso della città. Il vero lascito di Donatello, però, risiede in tutte quelle realizzazioni artistiche, coeve o leggermente successive al suo soggiorno a Padova, che non sono direttamente imputabili a lui ma che sono l’esito inequivocabile della sua più che prodigiosa influenza. Affrontare il soggiorno padovano di Donatello stilando un elenco delle sue, seppur grandiose, opere sarebbe riduttivo e non renderebbe l’idea di quanto sia stato essenziale per la nascita e la diffusione del pensiero rinascimentale nel Veneto e, più in generale, in tutta l’Italia settentrionale del versante adriatico. Il Rinascimento non è solo la riscoperta dell’antico, per cui Padova era già culturalmente pronta grazie alle proprie origini classiche e alla presenza feconda dello Studio universitario, ma è la rinascita dell’uomo in quanto individuo pensante attraversato da emozioni.
L'Altare del Santo: Storia, Smontaggio e Ricostruzioni
L'Altare del Santo, uno dei lasciti più celebri del Donatello padovano, per come lo vediamo oggi non ci consente di comprendere appieno il rinnovamento promosso da Donatello e la sua grandezza senza tempo. L’allestimento odierno, infatti, risale alla fine dell’Ottocento ed è frutto della reinterpretazione fantasiosa di Camillo Boito. L’opera, commissionata a Donatello nel 1446, venne probabilmente conclusa entro il 13 giugno 1450, ovvero per la grande festa di Sant’Antonio di metà secolo, quando la chiesa sarebbe stata meta di grande pellegrinaggio. L'Altare per la Basilica di Sant'Antonio a Padova era un complesso formato da un'edicola architettonica, statue e rilievi realizzati in bronzo, pietre, dorature e mosaici.

L’impianto originale doveva essere grandioso, ma nel corso del tempo ha subito diverse modifiche e ricomposizioni che hanno portato alla perdita dell'insieme originario. Si sarebbe irritato Donatello nel vedere così "conciato" il suo capolavoro, realizzato per sostituire il trecentesco ciborio gotico. Eppure, quello che è stato definito “il più bell’altare del mondo” doveva essere ristrutturato perché piuttosto fragile, esile e danneggiato. L’opera venne scomposta nella seconda metà del Cinquecento. A partire dal 1579, Girolamo Campagna ne produsse uno nuovo con le stesse statue. Nel 1591, un altro intervento lasciò al loro posto solo tre bronzi, e un ulteriore smontaggio occorse nel 1651. Nel 1895, Camillo Boito pensò di riunire tutti i pezzi originari dell’altare, formando l’attuale che maestosamente s’impone nel vasto presbiterio, pur senza adeguata illuminazione e con l’accesso negato ai più. La ricomposizione che vediamo oggi è una ricostruzione risalente al 1895 ed un'ultima soluzione che risponde solo in parte al progetto donatelliano, poiché tutta la parte architettonica è andata perduta.
Il Progetto Originale e il Contesto Architettonico
L’assetto dell’altare maggiore all’epoca di Donatello corrispondeva ad un tempietto isolato a giorno, una scenografia teatrale in cui le sculture bronzee abitavano. Secondo una delle ipotesi più accreditate, sopra l'altare maggiore Donatello aveva creato un grande baldacchino che formava una sorta di portico architravato con timpano arcuato, colonne e pilastri entro il quale erano poste le sette statue di figure sacre a grandezza naturale. Sull'alto basamento erano inoltre inseriti i bassorilievi.
Nel progetto del maestro e dell’Arca (1446), l’altare si completava con il recinto del coro dei frati davanti a esso, un’opera non meno ingegnosa, sorprendente e sfarzosa dell’altare medesimo. Cominciato poco dopo la pala, il recinto fu lasciato però incompiuto dal maestro, nel ripartirsene per sempre da Padova (1454), al primo dei suoi tre lati, la facciata. Tra il 1482 e il 1492, Giovanni Minello portò a conclusione l’impresa secondo il modello originario. Dopo lo smontaggio dell’altare nel 1579 e quello del recinto nel 1651, la sua trasformazione nelle due odierne “cantorie” ai fianchi del presbiterio ha causato un rimescolamento della memoria che fatica tuttora a risolversi.
A complicare le cose è stato anche il tramezzo, costruito poco prima del recinto (1443-1444), e smontato insieme a esso. Ripercorrendo la sparsa bibliografia sul tema, e soprattutto l’insieme delle evidenze materiali superstiti e molti vecchi e nuovi documenti, si mostra che il tramezzo, un’opera diretta dal tagliapietra padovano Bartolomeo Crivellari, era una struttura tardogotica del tutto estranea a Donatello, sebbene il maestro fiorentino realizzasse proprio per esso la sua prima opera al Santo, il Crocifisso. Il drammatico scarto di gusto impresso alla basilica da questo bronzo e poi dall’altare e dal recinto spinse nel 1486 l’Arca a voler distruggere il tramezzo trasferendo il ‘Cristo’ sul varco centrale del tornacoro.
Le Ipotesi Ricostruttive
L'incognita maggiore rimane quella che doveva essere la struttura originaria dell'altare, andata distrutta, e l'ordine delle statue su di esso. L'opera di Mantegna, in particolare la sua Pala di San Zeno (1457-60), conservata nella chiesa di San Zeno a Verona, si ispirò alla struttura architettonica dell'altare di Donatello. All'opera di Mantegna si sono quindi riferiti gli storici per risalire alla possibile ricostruzione dell'altare. Il contributo di Andrea Conti, ad esempio, fornisce dati dettagliati sulla scalinata dell'altare e propone raffronti tipologici con opere coeve come l'Annunciazione Cavalcanti in Santa Croce a Firenze, l'altare Ovetari del Pizolo nella chiesa degli Eremitani di Padova e l'altare con il trittico mantegnesco in San Zeno di Verona. Difficile per noi ricostruirne l’architettonica struttura originaria che doveva fare sintesi con l’arredo plastico, a mo’ di “Sacra conversazione”.
Elementi Scultorei e Loro Collocazione Ipotetica
Attorno all'altare si inseriscono diversi rilievi in bronzo con scene dei miracoli di Sant'Antonio, i simboli dei quattro Evangelisti, la Pietà e dodici pannelli verticali con angeli musicanti. L'insieme è impressionante e spettacolare. Tuttavia, l'impatto sul visitatore all'interno della Basilica è ancora di grande effetto: l'altare appare come una sorta di quadro vivente con le grandi figure scure, in bronzo, che sembrano guardarci dall'alto.

Le Statue Bronzee a Tutto Tondo
Le sette figure bronzee rappresentano: la Madonna col Bambino, San Prosdocimo, Santa Giustina, San Daniele, San Francesco, Sant’Antonio e San Ludovico da Tolosa. Il gruppo centrale della Madonna col Bambino forma l'asse della composizione e ad esso si riferisce la disposizione di tutte le altre statue dei santi. L'immagine della Madonna deriva dall'iconografia bizantina della Theotokos Platytera in cui il bambino veniva mostrato simbolicamente ancora nel grembo della madre e offerto al sacrificio. Donatello, che anche in altre opere ha dimostrato di conoscere molto bene l'arte bizantina, riprende questa antica tradizione rappresentando la Madonna nell'atto di alzarsi dal trono mentre tiene il bambino davanti a sé come se uscisse dal suo grembo. L'espressione enigmatica, severa e la visione perfettamente frontale rendono questa immagine ieratica e un po' inquietante. Sul trono le due sfingi sui braccioli alludono alla Vergine come "Sedes Sapientiae" e rivelano l'ampia cultura visiva di Donatello. Sulla corona e sul petto della Madonna si vedono alcuni cherubini (con quattro ali nell'iconografia), poiché il suo cuore è pieno di Dio, mentre sulla testa presenta una corona fatta da serafini (con due ali) uniti da festoni d’alloro, indicando la vittoria di colei che opera il bene perché è “piena” di Dio. Il modellato della statua è curatissimo nei dettagli. Le superfici sono tormentate dalle fitte pieghe della veste che seguono direzioni diverse, ora sinuose, ora ondeggianti, ora raggiate: gli effetti di luce sono molto variati e la massa del corpo risulta come svuotata di peso.
San Prosdocimo, evangelizzatore del Veneto, San Daniele, suo diacono, e Santa Giustina che li sostiene sono le tre figure che rappresentano il ceppo storico del Cristianesimo padovano, per cui probabilmente erano poste in relazione tra loro. Partendo dalla destra di Maria, il discorso iniziava probabilmente con San Daniele, che tiene il modellino della città di Padova nel cestino e rappresenta quindi l’anello di congiunzione tra la città e l’altare. Con la mano, fa il gesto di presentare un catecumeno immaginario (in cui si immedesimano i padovani) a San Prosdocimo, che pare essere nell’atto di battezzarlo con l’acqua santa, compiendo la sua opera di evangelizzazione. Alla sinistra di Maria si trova poi San Francesco, che guarda il bambino che la Madonna tiene in braccio, con uno sguardo velato di tristezza perché intravede il suo martirio, simboleggiato dalla croce che tiene in braccio; dopo di lui, perché suo seguace, Sant’Antonio, che si rivolge anch’esso verso il bambino, come se, durante la lettura del libro che tiene in braccio, questi si fosse rivelato a lui come un amico; sul libro ha il giglio della purezza, poiché si racconta (Sicco Riccio Polenton, Sancti Antonii de Padua vita) che fu povero, semplice e vergine.

Rispetto ai pannelli della predella, le statue dei santi dell'Altare di Padova non sono molto rifinite. Questo può essere dovuto in parte alla fretta con cui furono preparate e in parte al fatto che dalla posizione in cui dovevano trovarsi non potevano essere viste da molto vicino né in piena luce. Ma come si può vedere dal confronto con altre opere mature di Donatello, probabilmente l'artista voleva sfruttare la potenza espressiva del non finito, che rende alcuni particolari più indistinti e lascia più spazio all'immaginazione dello spettatore. I volti dei personaggi colpiscono per il modellato audace e impressionistico: le fisionomie e le espressioni sono rese con immediatezza e con pochi essenziali dettagli, mentre le strutture e le forme d'insieme sono molto solide e ben salde. La sintesi con cui opera Donatello dà un grande senso di pathos e di grandezza morale. L'insieme delle statue è impressionante: suggerisce un senso di presenza fisica e spirituale di queste figure maestose che sembrano incombere dall'alto del loro basamento. La statua di San Francesco rivela la conoscenza degli affreschi di Assisi, la testa della figura è molto simile a quella del San Francesco dipinta da Cimabue nella basilica umbra. L'immagine di Sant'Antonio si riferisce a un antico affresco presente su uno dei pilastri nel presbiterio della Basilica in cui si trova.
I Bassorilievi della Predella: Storie di Sant'Antonio
Sullo sgabello dell’altare si trovano quattro pannelli, bassorilievi, con le storie di Sant’Antonio. Le scene dei rilievi che si distribuiscono sulla predella dell'altare sono accomunate da una prospettiva scenografica formata sempre da complesse strutture architettoniche. Gli elementi di cui si compongono risaltano grazie alla doratura e argentatura e suggeriscono diverse intensità della luce all'interno delle scene. I quattro episodi della vita del Santo erano probabilmente collocati due verso il popolo e due rivolti verso il coro.

- Nel lato posteriore comincia il discorso, con il Miracolo della mula, di cui si legge nel Liber Miraculorum. Donatello rappresenta la mula genuflessa, che adora l’ostia (corpus domini) mentre il suo proprietario, con le braccia al cielo, accetterà la fede.
- Segue il Miracolo del cuore dell’avaro, in cui Antonio sopraggiunge al funerale di un uomo ricchissimo, che ha rinunciato all’amore per i soldi e il potere.
A queste due scene di rifiuto del bene, rivolte al clero, seguono due miracoli nella parte frontale, che riguardano la vita delle famiglie ed erano per questo rivolti verso il popolo.
- Infine, il Miracolo del figlio pentito (o irascibile), in cui un giovane confessa ad Antonio di aver dato un calcio alla madre, e il santo risponde che il piede che colpisce i genitori andrebbe amputato, citando la bibbia. Il peccatore non capisce la sostanza delle parole di Antonio, ma ne recepisce solo la forma, intendendole letterali, e si amputa il piede in segno di pentimento, compiendo un altro peccato. Donatello rappresenta il santo mentre risana il piede del fanciullo. La scena sembra svolgersi in una sorta di stadio all'aperto, con gradinate e ringhiere a cui si appoggiano gli spettatori, collocati da Donatello strategicamente nello spazio per accrescere l'effetto di fuga prospettica delle linee architettoniche. L'immagine è caratterizzata da un senso di grandezza e armonia e mostra come l'artista abbia raggiunto la piena padronanza dei suoi mezzi espressivi. L'esecuzione è impeccabile, basata su un'attenta osservazione dei dettagli e su una accurata caratterizzazione. La forza della composizione e la chiarezza dei punti focali evitano il senso di affollamento e di eccesso di particolari.

Nelle composizioni Donatello sfrutta al massimo i differenti spazi creati dalle sue costruzioni architettoniche; in ogni rilievo articola gli ambienti in vani separati da pilastri sporgenti con personaggi posti davanti ad essi. Le figure si dispongono con pose svariate che nell'insieme producono un effetto di concitazione. I movimenti e i gesti vigorosi che si compiono dentro e fuori dalle scene, con personaggi che si vedono anche parzialmente, aumentano il senso del dramma. La regia di Donatello riesce a trarre il massimo di energia psicologica ed emozionale catturando l'attenzione dello spettatore.
Influenza di Donatello e Studi Attuali
Ciò che conta è che Donatello sia stato tra i primi a saper vedere e rappresentare l’individuo in qualità di essere umano, conferendogli naturalezza espressiva e collocazione fisica in uno spazio che consente a chiunque di immaginarvisi dentro. Mantegna e Bellini, a loro volta modelli indiscussi per le generazioni successive, sono solo due degli innumerevoli esempi di artisti in cui cogliere con evidenza assoluta l’influenza donatelliana. Il Cristo di Donatello è forse ancora più drammatico di quello belliniano. Il corpo privo di energie, fugate da una morte dolorosa, è affiancato da due angeli. Quest’ultimi mostrano tutto il proprio dolore attraverso volti teatralmente sfigurati dalla sofferenza, come maschere della tragedia greca. Il sudario che incornicia l’immagine e ne costituisce lo sfondo è il sipario che svela la scena al pubblico dei fedeli. Una rappresentazione della morte drammatica ma al contempo naturale e profondamente diretta. Un’opera eloquente che si sofferma sull’umanità del Cristo, in grado di suscitare emozioni in noi ma anche nei contemporanei di Donatello che, infatti, risponderanno con un numero ingente di riproduzioni del tema.
Oggi, la Veneranda Arca di Sant'Antonio, ente che dal 1396 amministra, tutela e valorizza il patrimonio architettonico, storico e culturale del complesso antoniano, e il Ce.St.Art. continuano a investigare l'opera di Donatello. Studi recenti, come la ricerca di dottorato sulla scultura policroma di Donatello condotta da Jim Harris (Teaching Curator presso l’Ashmolean Museum di Oxford), hanno portato alla luce dettagli importanti, come un intervento di restauro eseguito nel 1929 e ordinato dalla Veneranda Arca al pittore Ludovico Pogliaghi e allo scultore Antonio Pennello, evidenziando l'attenzione e gli sforzi continui per comprendere e preservare questo capolavoro. Ancor prima, già nel 2017, il Ce.St.Art., in collaborazione con i membri allora in carica della “Veneranda Arca di S. [3] Antonio”, aveva approfondito la materia con una Relazione dei risultati di ricerca e saggio di pulitura presentata dal Maestro Nonfarmale all’allora Collegio di Presidenza della Veneranda Arca di S. Antonio.
Il Monumento al Gattamelata, realizzato da Donatello su richiesta della Repubblica a difesa della città e collocato nel 1453, fu dedicato a Erasmo da Narni, un mercenario che aveva difeso la Repubblica; il monumento rappresenta il suo sepolcro. Sulla corazza, nel petto, presenta una vittoria alata, mentre la sella e la cintura pullulano di figurine di angeli-demoni. Anche questa opera fu eseguita in contemporanea al grandioso Altare.
tags: #altare #del #santo #donatello #ipotesi #ricostruttiva