Attraverso l'esperienza dei discepoli, testimoniata negli scritti delle origini cristiane, la risurrezione di Gesù entra nella storia. Per esprimere e comunicare il significato di questa esperienza, i discepoli di Gesù fanno ricorso al linguaggio della tradizione biblica e dell'ambiente giudaico. Spesso, il concetto di resurrezione è confuso con la reincarnazione, la rinascita esistenziale o la semplice sopravvivenza dell’anima. Tuttavia, la sua verità basilare è un punto di partenza cruciale per la fede cristiana.

La Resurrezione nel Contesto Biblico e Giudaico
L'idea che i morti potessero tornare a vivere non era nuova. Prima della nascita degli apostoli, c'erano già state delle risurrezioni. Dio aveva dato ai profeti Elia ed Eliseo il potere di compiere tali miracoli (1 Re 17:17-24; 2 Re 4:32-37). Addirittura, un uomo morto era tornato in vita quando il suo corpo era venuto a contatto con le ossa di Eliseo (2 Re 13:20, 21). Gesù stesso compì miracoli di resurrezione, come quello del figlio della vedova di Nain (Luca 7:11-15), della figlia di Giairo (Luca 8:49-56) e di Lazzaro (Giov. 5).
La Tradizione Giudaica e la Speranza nella Resurrezione
Nella tradizione biblica si afferma che Gesù "è vivo", "è apparso", "è stato innalzato" (alla destra di Dio), "è asceso" (al cielo), "è entrato nella gloria" (di Dio). L'esperienza d'incontro dei discepoli con Gesù, dopo e oltre la sua morte, sta alla base della loro speranza nella risurrezione dai morti. La fede in Gesù risorto s'innesta sulla fede nel Dio vivente, che libera il suo popolo dall'Egitto e lo salva.
Di fronte all'esperienza del male e della morte, il credente della Bibbia fa appello alla giustizia e alla fedeltà di Dio. In alcuni Salmi risuona il grido del giusto che si appella alla fedeltà di Dio: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, gioia senza fine alla tua destra» (Sal 16,10; cf. 49,16; 73,23-24). La tradizione biblica conserva la memoria di giusti, che Dio non abbandona nella morte, ma prende con sé, come Enoch (Gen 5,21-24) e il profeta Elia (2Re 2,1-13). Mosè è il protagonista dei racconti di assunzione, del quale nessuno conosce la tomba.
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Nella tradizione biblica, con il lessico e le immagini della "risurrezione", si esprime la fede in Dio, che può cambiare la condizione del suo popolo oppresso e disperso nell'esilio (Os 6,1-3; Ez 37,1-14; Is 26,19). Nel secondo secolo a.C., la speranza dei giusti e dei martiri caduti per la Legge viene espressa con la categoria della "risurrezione" (Dan 12,2-3; 2Mac 7,9.23). I farisei assumono e diffondono la fede nella risurrezione dei morti a livello popolare. Negli ambienti apocalittici del primo secolo d.C. si coltiva la speranza di risurrezione, connessa con gli eventi degli ultimi tempi, che precede il giudizio ultimo di condanna o di salvezza.
L'Unicità della Resurrezione di Gesù
In questo clima matura la fede dei discepoli in Gesù risorto, connessa con la sua attività taumaturgica. Di fronte alla morte prematura e violenta di Giovanni il Battista, si parla della sua risurrezione dai morti, ponendola in rapporto con la figura e l'attività di Gesù: «Giovanni Battista è risorto dai morti e per questo (Gesù) ha il potere di fare prodigi» (Mc 6,14; 6,16; cf. Mt 14,2; Lc 9,7). A livello popolare, Gesù è identificato con Elia, Geremia o uno dei profeti del passato che è risorto (Mc 6,15; 8,28; Lc 9,8.19; Mt 16,14). Nel giudaismo del primo secolo dell'era volgare si attende la venuta di una figura profetica, identificata con Mosè o Elia. L'immagine del profeta perseguitato e ucciso, legittimato da Dio con la risurrezione prima del tempo finale, è presente nella tradizione biblica e giudaica.
Oltre il Modello del Profeta-Martire
Tuttavia, l'esperienza della risurrezione di Gesù esorbita dal modello del profeta-martire risuscitato da Dio. I discepoli che incontrano Gesù risorto non dicono che egli è il profeta degli ultimi tempi, ma lo riconoscono come il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore. Sotto questo profilo, l'esperienza dei discepoli di Gesù non ha corrispondenti nella vicenda di Giovanni Battista, né in quella di nessun altro profeta-martire della tradizione giudaica. La figura e l'attività di Gesù, che proclama e inaugura il regno di Dio, non si lasciano rinchiudere dentro il modello del "profeta" del tempo finale. Anche il lessico e le immagini della tradizione apocalittica, riferite all'esperienza della risurrezione di Gesù, sono riduttivi.

Nelle prime testimonianze della risurrezione di Gesù ricorrono i verbi "apparire", "rivelarsi", "manifestarsi", che rimandano all'ambiente apocalittico. Nel racconto della visita alla tomba compare la figura dell'angelo interprete (Mc-Mt). Nella tradizione lucana, due angeli rivelano il significato della tomba di Gesù e interpretano la sua ascensione al cielo. Questi modelli espressivi di carattere apocalittico non esauriscono il significato della risurrezione di Gesù. Essa s'innesta nella dinamica del regno di Dio, che egli ha proclamato e reso presente con la sua attività prima della morte. L'annuncio del regno di Dio, fatto da Gesù in Galilea, si compie nella fedeltà e solidarietà della sua morte a Gerusalemme.
Le Prove e le Garanzie della Resurrezione
Gli apostoli sapevano che la risurrezione di Gesù era diversa da quelle che l’avevano preceduta. Le persone risuscitate fino ad allora erano tornate in vita con il loro corpo fisico e in seguito erano morte di nuovo. Gesù, invece, era stato risuscitato con un corpo spirituale incorruttibile. Pietro scrisse che Gesù fu «messo a morte nella carne» ma «reso vivente nello spirito». Per di più, «egli è alla destra di Dio, poiché andò in cielo; e angeli e autorità e poteri gli furono sottoposti» (1 Piet. 3:18-22). La sua risurrezione dimostrava che era il Figlio di Dio, e sapere questo trasformò l’immenso dolore in cui erano piombati i suoi discepoli in gioia incontenibile. Il loro timore, inoltre, lasciò il posto al coraggio.
Testimonianze e Segni
Dopo l’esecuzione di Gesù, i capi sacerdoti e i farisei cercarono di sigillare il sepolcro, ma al terzo giorno Maria Maddalena e l’altra Maria lo trovarono vuoto, con un angelo che annunciava: «Egli non è qui, poiché è stato destato» (Matt. 28:1-6). Ciò che accadde nei successivi 40 giorni eliminò qualsiasi dubbio sulla risurrezione di Gesù. L'apostolo Paolo scrisse ai corinti che Cristo morì per i nostri peccati, fu sepolto e fu destato il terzo giorno secondo le Scritture. Apparve a Cefa, quindi ai dodici, poi a più di cinquecento fratelli in una volta, a Giacomo, a tutti gli apostoli e, ultimo di tutti, anche a Paolo (1 Cor. 15:3-8).

Ci sono diversi motivi per cui crediamo che Gesù sia stato destato dai morti:
- La sua risurrezione ebbe luogo «secondo le Scritture», essendo stata predetta nella Parola di Dio.
- Abbiamo la testimonianza di molte persone. Dopo la sua risurrezione, Gesù apparve ai discepoli in vari luoghi e occasioni, parlando sia a singoli che a gruppi di persone, fino a oltre 500 testimoni.
- Lo zelo dei suoi discepoli nel proclamare la sua risurrezione li esponeva a persecuzione, sofferenza e morte. Se non fosse stato tutto vero, perché avrebbero rischiato la vita?
- La risurrezione di Gesù è la prova che egli ora governa quale Re ed è a capo della congregazione cristiana, e il vero cristianesimo prospera di conseguenza.
Il Profondo Significato Teologico della Resurrezione
Il regno di Dio, che si sovrappone al destino del Figlio dell'uomo, solidale con i peccatori nella forma estrema della morte, si rivela in Gesù risorto. Egli inaugura la definitiva signoria di Dio nel mondo e nella storia. Con la risurrezione di Gesù il suo annuncio del regno di Dio riceve la conferma definitiva. I poveri, i peccatori, i malati e gli esclusi, ai quali egli ha promesso liberazione, perdono e vita, possono contare sull'azione potente di Dio che lo ha strappato dalla morte, fonte e radice di ogni schiavitù.
Rivelazione del Volto di Dio e dell'Uomo
In Gesù risorto, liberato dalla morte, Dio si fa vicino a ogni essere umano. Nel Messia crocifisso e risuscitato, Dio manifesta il suo volto di Padre e nello stesso tempo svela la nuova identità dell'uomo. Gesù risorto, presentandosi ai discepoli, li chiama «miei fratelli» e annuncia loro la piena comunione con il Padre. Il significato della risurrezione di Gesù è connesso con la rivelazione del nuovo volto di Dio e dell'essere umano.
Nell'incontro con i discepoli, Gesù risorto ristabilisce, a un livello nuovo e diverso, la relazione vitale del tempo che precede la sua morte. La convivialità attesta che Gesù è vivo, e la sua parola che interpreta i suoi gesti conduce i discepoli a riconoscere la sua identità. L'incontro con Gesù, riconosciuto come il "Signore", getta nuova luce sulla sua missione terrena e sulla sua morte. La risurrezione di Gesù è la chiave ermeneutica per interpretare le Scritture e la fiducia dei giusti perseguitati. La risurrezione di Gesù come vittoria sul male e sulla morte dà il significato pieno e ultimo alle promesse di Dio.
La Resurrezione e la Missione della Chiesa
La comunione ristabilita tra Gesù risorto e i suoi discepoli li apre alla missione universale nel suo nome. L'incontro con Gesù risorto sfocia nell'incarico di missione per i discepoli, che non è più circoscritta alla "casa di Israele", ma si rivolge a tutti i popoli, perché Gesù risorto è costituito nel ruolo di Signore universale. La sua presenza e il dono dello Spirito Santo garantiscono la fedeltà dei discepoli, che parlano nel suo nome.
Questo è il "segno" permanente della risurrezione di Gesù. Il sepolcro aperto e vuoto è un segno ambivalente, che ha bisogno dell'annuncio: «Gesù è risorto, non è qui» (Mc 16,6). D'ora in poi, il segno della risurrezione di Gesù è la comunità dei credenti in Gesù Cristo, il crocifisso, che Dio ha risuscitato dai morti.
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La Resurrezione come Mistero di Amore e Fede
La resurrezione di Cristo attesta in modo silenzioso ma eloquente la grandezza di Geova, «che è il rimuneratore di quelli che premurosamente lo cercano» (Ebr. 11:6). Per destare Gesù alla vita immortale nei cieli, Geova esercitò davvero grande potenza e sapienza, dando prova di essere in grado di adempiere tutte le sue promesse. Questo esigeva che Gesù morisse e fosse riportato in vita. La risurrezione di Gesù ci infonde coraggio per predicare, ci avvalora tutto ciò che insegnò e ci dà la garanzia che gli esseri umani saranno giudicati in base alle amorevoli norme di Geova.
Il concetto di resurrezione è il concetto base della nostra fede, ciò da cui tutto parte: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1 Cor. 15,14). La predicazione degli apostoli era, nella sua sostanza più essenziale, ciò che oggi si chiama Kerigma: annunciare che Gesù è davvero risorto. Se Cristo non fosse risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Il Padre, attraverso la resurrezione, esercita il suo amore su Gesù, trasformandolo e glorificandolo, stabilendo una nuova unione che nemmeno la morte può spezzare. La resurrezione è il culmine di una relazione di amore che si traduce in fedeltà, un «fedeltà creatrice» (G. Marcel) che è più forte della morte stessa.
Prospettive Filosofiche sulla Resurrezione
Accostare la Resurrezione per affrontarla filosoficamente può sembrare una pretesa superba, dato che implica un'interruzione nel cuore della creaturalità. Tuttavia, è proprio questo "absurdum" che può unire diverse dimensioni del pensiero. Il Cristianesimo porta un annuncio inedito che implica un atto di fede assoluta, sebbene caratterizzato da una diversa ragionevolezza, suggerendo un pensiero aperto all'incontro con un senso eccedente. L'aggettivo "assurdo" in questo contesto assume il significato di "dissonante", conforme a uno schema acustico, e indica un irreversibile mutamento di paradigma culturale che pone la condizione umana dinanzi a una dimensione contrassegnabile con l'idea di mistero.
Mortalità, Mistero e Redenzione
La mortalità è quella soglia che permette di esperire l'alterità del divino, nonché la stessa condizione di esodo, di memoria e di attesa. L'adagio tramandato dalla filosofia antica, secondo cui "filosofare è imparare a morire", si traduce in un vero e proprio esercizio di vita, che sancisce la possibilità di elevazione al pensiero dell'universalità e immortalità. La resurrezione, pur essendo un dogma cristiano, sfida il pensiero a decifrare un senso nell'assurdo, invitando a una "vigilanza e stupore" che sono possibilità di essere nell'eccedenza e di rendere ragione del contrario, unendo pensare e credere.
L'idea di resurrezione implica anche un profondo bisogno di redenzione, intesa come riscatto e salvezza. Questa prospettiva evidenzia una discontinuità tra la riflessione teoretica e il "telos" della sapienza raggiunta, contrassegnata da un essere "oltre". Il pensiero, fin dalle sue origini, è stato fondato religiosamente, cercando di superare i limiti della ragione attraverso il mistero e l'incontenibile. Questo "cammino quasi mistico" è un'ascetica che nulla toglie alla "vis philosophia", ma ne arricchisce la portata, spingendo a pensare l'Uno oltre il pensiero pensante.
Iconografia della Resurrezione
Per l'iconografia della resurrezione di Cristo, le sue vicende dimostrano quanto l'arte giovi a seguire il diramarsi di svariate correnti e a riconoscere elementi tradizionali anche nelle creazioni più individuali. Sembra che non sia stata rappresentata nella primitiva arte cristiana in maniera diretta. Quando nei secoli V e VI gli artisti presero a trattarla, non immaginarono il sorgere del Cristo dal sepolcro: si attennero ai quattro Vangeli e rappresentarono invece la visita delle pie donne al sepolcro o le successive apparizioni del Redentore (avori del Museo britannico di Londra, miniatura del ms. del monaco Rabula nella Laurenziana a Firenze).

Successivamente, seguendo gli apocrifi, a quelle rappresentazioni fu unita la Discesa al Limbo, che nell'Oriente cristiano e in regioni a esso congiunte, come l'Italia, divenne figura principale della resurrezione, e suo sinonimo: la ἀνάστασις. Dal XI secolo in poi, nell'iconografia della resurrezione, emerse un forte contrasto tra l'Oriente cristiano, fedele a quella tradizione, e l'Occidente, rivolto a nuove concezioni. L'arte occidentale preferì sempre più, dall'età romanica in poi, un modo immediato di rappresentare la resurrezione, dando minore importanza agli episodi collaterali. Dal sec. XI al XIII, il tema del Cristo risorgente si diffonde in Occidente, e il Cristo fu rappresentato in atto ora di sorgere faticosamente fuor dal sarcofago, ora di sostare su questo, ora librato in alto. Queste varianti si sono perpetuate attraverso i secoli, con opere individuali di grandi maestri come l'affresco di Piero della Francesca e la Resurrezione del Perugino.