Solone e i Sacerdoti Egiziani: Storia e Significato dell'Anima e di Atlantide

La figura di Solone, il celebre legislatore ateniese, è stata spesso associata a un dialogo significativo con i sacerdoti egiziani, come narrato da Platone nel suo Timeo. Questo incontro non solo evidenzia la presunta superiorità della sapienza egizia rispetto a quella greca del tempo, ma solleva anche interrogativi sulla genesi del pensiero filosofico occidentale, in particolare riguardo al concetto di anima e alla leggenda di Atlantide. L'indagine qui proposta mira a esplorare la correlazione tra l'inizio del pensiero filosofico occidentale sull'anima e la tradizione religiosa egizia, che affrontava questo tema migliaia di anni prima, e a esaminare il racconto di Atlantide tramandato da Solone.

La Concezione Egizia dell'Anima e della Sopravvivenza Oltremondana

Lo storico greco Erodoto, considerato uno dei padri della storiografia occidentale, nelle sue Storie affermava che gli Egizi furono la prima civiltà a credere nell'immortalità dell'anima. Se ciò fosse vero, si tratterebbe del primo caso storico accertato di credenza in quella dimensione oltre-materiale dell'uomo che ancora oggi è oggetto di accesi dibattiti. Questa credenza era alla base della cultura egizia, incentrata sull'idea della vita dopo la morte.

La Componente "Ba" e l'Individuo Composito

La questione sull'origine del concetto di "anima" è complessa. Ciò che in Occidente chiamiamo "anima", nella tradizione egiziana è solo una parte dell'individuo. Il termine egiziano "ba" è una componente che accomuna sia gli uomini che gli dei, e non è quindi prerogativa esclusiva degli uomini, nella prospettiva di una "sopravvivenza oltremondana".

L'idea dell'anima e della sopravvivenza dell'individuo, tuttavia, dipendeva sia dalla permanenza del ba che da quella del corpo. Quest'ultimo non era solo un supporto temporaneo, ma qualcosa che doveva garantire al ba di ritrovare una sua presenza fisica; per questo, la mummia o la statua posta nella tomba assolvevano primariamente a questo scopo.

Già nell'età più antica, le pratiche di sepoltura testimoniavano un'idea di conservazione della memoria, legata a un elemento incorporeo che, in maniera molto generica, può essere definito "anima". Tuttavia, quando gli Egiziani iniziarono a scrivere, dimostrarono chiaramente che l'idea di sopravvivenza era diversificata: il re aveva un certo tipo di sopravvivenza (in cielo), mentre gli uomini ne avevano un'altra (sulla terra).

Le fonti del III millennio a.C. presentano già questi elementi caratteristici, come il ba con le sue proprietà che sarebbero poi divenute proprie della tradizione successiva. In questo contesto, la morte, come definita da Assmann, diventa un momento di disgregazione, in cui i vari elementi dell'individuo si scindono tra loro. Lo scopo della pratica funeraria era quindi quello di mantenere una rete di rapporti tra i singoli elementi affinché l'individuo potesse continuare a vivere.

infografica sui componenti dell'anima egizia (Ba, Ka, Akh, ecc.)

L'Aldilà come Spazio Fisico e il Giudizio

L'Egitto si distingue nel Vicino Oriente come la terra in cui si è sviluppata per prima un'idea articolata e complessa di un "oltremondo", nel quale l'individuo continua ad agire e ad essere presente. È interessante notare l'idea di uno spazio "ultraterreno" che, nel Medioevo, verrà concepito come spazio fisico (come quello descritto da Dante), con un modello di riferimento di un Aldilà conoscibile ed esperibile, una realtà fisica che l'uomo può conoscere.

Questo tema era già presente nella cultura egizia: le prime carte geografiche in Egitto non rappresentavano il mondo dei viventi, ma l'Aldilà. Diversi elementi, anche di tradizione iconografica, sono collegati attraverso un passaggio che va dal tardo paganesimo all'epoca cristiana, come dimostrano i testi apocrifi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Tramite questo passaggio, elementi come l'idea del castigo legato a certe rappresentazioni, trovano in Egitto modelli perfettamente coerenti, come la distruzione dei dannati col fuoco e le pene infernali, associate proprio alla "fisicità" dell'Aldilà.

La dannazione diventa così espressione di un mancato accesso a questo Aldilà, nel quale la cultura egizia legge il segno di somiglianza con altre immagini, che possono essere attribuite anche ai traditori (ad esempio, l'essere appesi a testa in giù, simbolo del caos che accompagna la dannazione).

Non ultima è l'idea stessa del giudizio: l'immagine degli angeli con la bilancia (pensiamo al Giudizio Universale di Torcello) ha come modello la Psicostasia del capitolo 125 del Libro dei Morti, un modello iconografico che si sviluppa nel Medioevo attraverso una serie di elaborazioni della "pesatura dell'anima" che sfociano nella cultura occidentale.

illustrazione della psicostasia del Libro dei Morti

Il Concetto di Individuo e il Funzionamento dell'Universo

Più che l'“anima” composta da cinque parti, è l'individuo ad essere composto da diverse parti. L'idea di "individuo" in Egitto passa sempre attraverso una componente fisica (il "corpo") e una più astratta (l'anima, o meglio il ba), oppure attraverso realtà molto personalizzate, come il nome, prive di fisicità.

In questo meccanismo composito si inserisce il ba, che contribuisce a determinare la vitalità dell'individuo ricomponendosi con il corpo, fino ad arrivare a una concezione che si delinea nel corso del Nuovo Regno (metà del II millennio a.C.), la quale vede l'universo stesso funzionare, nella sua forma ordinata, grazie a un'unione di due principi diversi: un corpo, quello di Osiride che giace nell'oltretomba, e un sole, che è il ba dello stesso dio. Attraverso l'unione di questi due principi nel corso della notte si determinano i meccanismi di rinnovamento: rinnovamento del sole, ma anche rigenerazione del corpo di Osiride e della funzione del tempo.

Si crea così un complesso meccanismo che coinvolge un insieme di elementi dinamici che determinano la vita dell'universo. Nella prospettiva egiziana, l'"ordine" (la Maat) non è dato da un equilibrio immobile, ma piuttosto da uno in costante movimento. Nel momento in cui gli elementi non funzionano più, subentra l'arresto, l'inerzia, che è il segno concreto del caos. Ciò che non si muove è il caos, secondo la prospettiva egiziana, ed è quindi al di fuori di questi meccanismi ordinati.

Solone e la Ricerca della Sapienza Egizia

I saggi greci del tempo, come Erodoto, il legislatore ateniese Solone, il filosofo matematico Pitagora e molti altri, erano soliti visitare l'Egitto alla ricerca della conoscenza della sua lunga storia, della sapienza matematica, filosofica ed esoterica che i sacerdoti di questo affascinante popolo potevano offrire. Spesso i filosofi e gli storici greci visitavano i sacerdoti egizi alla ricerca di sapienza filosofica ed esoterica.

Nel Timeo di Platone, Solone viene presentato come uno dei principali interlocutori di un sacerdote egizio durante un suo viaggio in Egitto. Solone, nel corso della sua visita, viene a conoscenza di una storia straordinaria che coinvolge l'antica civiltà di Atlantide. Il sacerdote egizio, consapevole della limitatezza della conoscenza di Solone, lo rimprovera per il suo atteggiamento superficiale verso la storia, sottolineando che i Greci sono ancora "ragazzi", in quanto non hanno accesso alla stessa profondità di conoscenza che gli Egizi possiedono.

Questi ultimi, infatti, avrebbero una documentazione storica che risale a 9.000 anni prima dei tempi di Solone, un periodo che per i Greci sarebbe stato inimmaginabile, quasi mitico. Il sacerdote egizio, in questo scambio, rivela a Solone che la civiltà egizia ha accesso a un sapere antico che risale a millenni. Secondo il sacerdote, questa vasta conoscenza non è solo una raccolta di eventi storici, ma una testimonianza di cicli naturali che governano l'ascesa e la caduta delle civiltà.

Questa concezione ciclica della storia egizia è un elemento fondamentale per comprendere la visione che il sacerdote egizio ha della realtà. Secondo gli Egizi, il tempo non è lineare ma circolare. In questo contesto, le civiltà non hanno una fine definitiva, ma sono destinate a ritornare ciclicamente, attraverso un processo di distruzione e rinascita. Questo ciclo di distruzione e rinascita è simbolicamente legato al ciclo naturale del fiume Nilo, che ogni anno inondava le terre circostanti, portando distruzione ma anche fertilità e nuova vita.

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Il Rimprovero del Sacerdote e la Superiorità Egizia

Nel Timeo, Solone racconta di essere stato ricevuto con grandi onori e di aver interrogato i sacerdoti più dotti in materia di fatti antichi, scoprendo che né lui né alcun altro Greco sapeva quasi nulla di tali cose. Un sacerdote molto anziano gli disse: "O Solone, voi Greci siete sempre dei fanciulli, e un Greco vecchio non esiste." Questo sottolinea la superiorità spirituale dei sacerdoti egizi, che contrapponevano l'insegnamento tradizionale all'anima greca, giovane e inesperta se confrontata con quella egizia, saggia e matura.

Il rimprovero del sacerdote, che accusa Solone di non conoscere la vera antichità, sottolinea un tema filosofico che Platone esplora frequentemente: la limitatezza della percezione umana e la difficoltà di comprendere la vera natura del tempo e dell'esistenza. Gli Egizi, secondo Platone, non sono semplicemente i custodi di un'antica saggezza, ma sono anche i detentori di una conoscenza pratica che si applica alla vita quotidiana. Il sacerdote egizio, nel suo incontro con Solone, non solo trasmette conoscenze storiche, ma anche principi filosofici e cosmologici che rivelano una comprensione profonda dell'universo. Gli Egizi vedevano il cosmo come un'entità vivente e interconnessa, dove ogni parte è legata all'intero. Nel Timeo, Platone sembra voler mostrare quanto la filosofia greca fosse ancora lontana dal raggiungere una simile profondità.

La Leggenda di Atlantide: Origini e Interpretazioni

Nel dialogo del Timeo, il sacerdote egizio racconta come Atlantide, una civiltà incredibilmente avanzata e potente, fosse caduta a causa di un cataclisma che l'aveva inghiottita nel mare. Questa storia è una delle più affascinanti nella filosofia platonica, poiché offre un esempio tangibile della distruzione di una civiltà. Atlantide, pur essendo una civiltà perfetta e prospera, si era corrotta e, per l'arroganza dei suoi abitanti, era stata punita con la distruzione.

La Narrazione di Platone e le Fonti di Solone

Platone descrive Atlantide in 10 zone che il fondatore della stirpe, Poseidone, divise fra le cinque coppie di gemelli, suoi figli maschi. Al maggiore, Atlante, dette la priorità sugli altri fratelli, che portavano i nomi delle zone a loro assegnate: Gadiro, Anfere, Euemone, Mneseo, Autoctono, Elasippo, Mestore, Azae e Diaprepe. La morfologia della città regale era basata sul cerchio, con una complessa struttura di anelli concentrici di mura, acqua e terra.

La storia di Atlantide, secondo Platone, fu raccontata a Solone da un vecchio sacerdote di Sais, autorizzato ad accedere alla "casa dei libri" presente in tutti i templi egiziani. Solone l'aveva poi ripetuta a Dropide, che l'aveva detta a Crizia il vecchio, il quale, arrivato all'età di quasi 90 anni, l'aveva detta a Crizia, cugino di Platone. Solone era morto verso il 560 a.C., mentre Crizia il giovane era nato nel 460 e morto nel 403 a.C., quando Platone aveva 24 anni.

Benché oggi sembrerebbe insolito dare peso all'attendibilità di un insieme di notizie tramandato oralmente, in antichità l'uso e le tecniche di conservazione mnemonica erano diffuse. Nel Crizia, si menziona un manoscritto in cui Solone trascrisse di proprio pugno, e in greco, i più importanti nomi propri utilizzati nella narrazione, poiché gli Egiziani li avevano trascritti traducendoli nella loro lingua.

In una trattazione di Strabone (I a.C.) circa la questione di Atlantide, è citata un'esclamazione in cui, secondo il filosofo ellenistico Posidonio, Platone stesso ribadisce che probabilmente questa storia non è un'invenzione. Platone comunque sospende volontariamente il suo giudizio sulla verità del racconto, non essendo in grado di dimostrarne l'autenticità.

mappa concettuale delle fonti platoniche su Atlantide

Paralleli e Scetticismo

Non solo Platone ha fornito notizie riguardanti una mitica e ricca civiltà scomparsa; anche la Bibbia contiene riferimenti a un continente inghiottito dalle acque. Ezechiele narra della distruzione di un arcipelago chiamato Isole di Tarsis, cosa che ha indotto a supporre che si tratti di Tartesso, un impero di grandi ricchezze, lusso sfrenato e degradazione morale.

Dopo l'epoca di Platone, molti scrittori conobbero e commentarono la storia di Atlantide. J. R. Fears, in un saggio del 1978 sui riscontri storici concernenti Atlantide, riferì che in assenza di qualsiasi citazione in fonti egizie, il silenzio di Erodoto, Tucidide, Isocrate ed Elio Aristide sembra una prova conclusiva. Tuttavia, due secoli più tardi, il filosofo Posidonio, deluso dalla posizione di Aristotele, volle contestare tale scetticismo prendendo in considerazione i possibili eventi catastrofici naturali, come i terremoti.

Lo storico greco Erodoto di Alicarnasso ha lasciato nei suoi scritti diversi accenni a un nome simile all'Atlantide, così come a un'ignota città nell'Oceano Atlantico, considerata da molti una colonia atlantidea o la stessa Atlantide: la già citata Tartesso. Egli così riporta nelle sue Storie: "questi Focesi furono i primi dei Greci a darsi ai grandi viaggi e furono essi a scoprire il golfo Adriatico, la Tirrenia, l'Iberia e Tartesso." In un altro punto della stessa opera, Erodoto tratta di un popolo detto degli Ataranti e di un monte, l'Atlante, che dà il nome al popolo degli Atlanti.

Berlitz sostiene che Erodoto si interessava alla storia antica come a quella dei suoi tempi e credeva che l'Atlantide fosse finita nel bacino del Mediterraneo a seguito di un terremoto che spezzò un ponte di terra a Gibilterra. Dai racconti di Platone, però, non è possibile identificare con certezza il possibile luogo di ubicazione di Atlantide, e d'altronde l'Utopia di Platone sembrerebbe non essere altro che una creazione letteraria a sostegno degli argomenti che il grande filosofo voleva proporre alla società del suo tempo.

L'ipotesi di Santorini

Molti studiosi, tra cui esperti vulcanologi e archeologi, hanno evidenziato come l'eruzione del vulcano di Santorini possa essere in qualche modo ricollegata alle descrizioni di Platone su Atlantide e come all'eruzione vulcanica possa ricondursi la distruzione della fiorente colonia cretese di Akrotiri e la scomparsa della civiltà minoica cretese. Sembra, infatti, che l'eruzione del vulcano abbia provocato il sollevamento delle acque circostanti, con alte onde che avrebbero raggiunto la costa settentrionale di Creta, lungo la quale si trovavano i principali insediamenti.

In realtà, il declino di Creta si verificò circa 200 anni dopo la data in cui i geologi segnalano l'eruzione di Santorini e quasi certamente Creta non ha niente a che vedere con Atlantide. I riferimenti di Platone al Palazzo dove le acque affluivano rigogliose dalle vicine colline pare si possano rintracciare nei siti archeologici di Cnosso, a Creta, e Akrotiri, nell'isola di Santorini.

Nel 1967, nella località di Akrotiri a Santorini, gli archeologi riportarono alla luce un'antica città, quasi completamente intatta e ricoperta da ceneri, come Pompei. Diverse case furono portate alla luce e presentavano un sofisticato sistema idraulico, con bagni e acque correnti che defluivano in un perfetto sistema fognario. Platone descrive le rocce bianche, scure e rosse estratte dalle cave dell'isola di Atlantide per costruire i palazzi della grande città dell'isola. La descrizione è simile alle rocce della terra di Santorini. Nelle rovine di Akrotiri, tuttavia, non è stato ritrovato alcun resto umano (al contrario di Pompei). Si pensa quindi che i suoi abitanti avessero trovato in qualche modo una via di scampo prima della famosa eruzione vulcanica, in luoghi ancora oggi sconosciuti.

Filosofia Greca e Saggezza Arcaica

Il Timeo di Platone è una delle opere filosofiche più significative della storia della filosofia occidentale, non solo per la sua esplorazione della natura del cosmo e della conoscenza, ma anche per la rappresentazione della cultura egizia e della sua saggezza. Nel contesto della nascita della filosofia, Giamblico attribuisce a Pitagora l'introduzione del termine "filosofo" e la sua spiegazione come desiderio di contemplazione speculativa della Sapienza, intesa come sapere intorno al Bello, al Primo e al Divino.

Questa definizione si applica anche al pensiero di Platone, il quale nelle sue opere mostra di condividere il modo pitagorico di intendere il rapporto Filosofia-Sapienza. I numerosi riferimenti presenti nei Dialoghi alludono a una Sapienza arcaica, originaria, che sarebbe compito della filosofia riscoprire e far rivivere. Platone parla degli "antichi, che erano più valenti di noi e vivevano più vicino agli dei", aggiungendo che essi hanno tramandato la rivelazione secondo cui ogni cosa porta in sé connaturato illimite e limite, un aspetto della dottrina tradizionale dell'integrazione degli opposti.

Il platonismo non risulta essere una filosofia originale che si affianca ad altre forme di pensiero, ma emerge come un momento fondamentale di recupero e rivitalizzazione di dottrine appartenenti a varie correnti tradizionali del passato. L'interesse di Platone per i libri di Filolao pitagorico, così come i suoi rapporti con il sodalizio di Archita a Taranto, ne sono esempi.

Platone utilizza ripetutamente elementi mitici quali vie di accesso a quei mondi tradizionali che costituiscono l'humus fecondo del suo stesso filosofare. Egli usa elementi mitici per suscitare la comprensione di quei contenuti sapienziali che dovrebbero costituire il fine di ogni autentica ricerca filosofica.

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La Natura Esoterica del Pensiero Egizio

Il pensiero religioso-esoterico egizio sembra complicatissimo, sfaccettato e difficilmente accessibile. Anche all'epoca di questa civiltà, i segreti e i misteri del culto erano gelosamente custoditi dalla casta sacerdotale, a sua volta gerarchizzata al suo interno. La comprensione di eventuali tracce culturali è spesso difficile a causa del complesso simbolismo religioso delle tracce scampate alla rovina del tempo.

La questione del pensiero egiziano e della sua accessibilità dipende dalla natura stessa di quello che noi chiamiamo "pensiero religioso". In egiziano, non c'è nessun termine che si possa tradurre come "religione", né come "scienza" o "società". Piuttosto, si parla di "conoscenza"; conoscere qualcosa significa poter "intervenire" su quella data realtà. Quindi, il sacerdote è un qualcuno che "sa" le cose, un sapiente. Il pensiero egiziano è esoterico perché è legato al tempio, che è per sua natura un luogo chiuso.

Il tempio egiziano non ha lo scopo di ospitare un culto assembleare: è piuttosto la casa del dio. Nel tempio si entra solo per svolgere un servizio nei confronti della divinità, e l'unico ammesso al servizio è il re. È ovvio che il servizio venga poi svolto da sacerdoti delegati della funzione regale nei diversi santuari egiziani: il sacerdozio non ha quindi in origine una funzione sacralizzante della persona, come dimostrano i sacerdoti dell'Antico Regno, funzionari che periodicamente, tra le varie mansioni, hanno quella di garantire il culto.

Ma il sacerdote continua ad essere un tecnico che sostituisce l'unico vero sacerdote, cioè il re. Questa natura del sacerdozio deriva dalla natura inaccessibile del tempio; gli uomini possono entrare al massimo nelle aree più periferiche del tempio, nella parte quindi più esterna del sistema di ambienti architettonici destinati alla residenza del dio. La parte più interna è invece preclusa, come ci conferma la stessa struttura del tempio: la cella dove è la statua del dio è l'ambiente più piccolo, e ha il solo scopo di ospitare quella presenza fisica.

Questa presenza fisica si può collegare all'idea stessa del corpo: secondo delle concezioni ben documentate nel corso del I millennio, la divinità si manifesta in tre forme diverse: nel ba, che è in cielo; in un corpo, che è sottoterra e che può essere identificato con Osiride, e in un'effigie, presente sulla terra. L'effigie può essere o il re, o la statua di culto. Si può così capire perché sia difficile parlare di un'idea di anima paragonabile a quella che troviamo nelle fonti occidentali. L'anima come tale la possiamo riconoscere, secondo questa tripartizione dell'essenza divina, nella forma del Sole, inteso secondo delle concezioni del Nuovo Regno.

Molte rappresentazioni che è possibile trovare nelle tombe, ad esempio, che classifichiamo come letteratura funeraria, sono piuttosto rappresentazioni del reale, secondo un criterio che potremmo definire scientifico: se il re, dopo la morte, andrà a risiedere col Dio Sole che attraverserà lo spazio oltremondano nel corso della notte, andrà a risiedere in una parte di mondo rappresentabile secondo determinati schemi: uno schema iconografico e testuale, ma anche architettonico, costituito dalla tomba come riproduzione dello spazio oltremondano. E quando si analizzano sempre più dettagliatamente le fonti egiziane, ci si accorge che il quadro che emerge è estremamente complesso, ma nello stesso tempo coerente, perché cerca di risistemare tradizioni diverse, concezioni diverse, fiorite in varie fasi della storia egiziana, in un unico quadro organico.

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