Il fondamento di una lettura cristiana della Bibbia è espresso lapidariamente nel documento conciliare Dei Verbum, al numero 2: «Cristo è «il mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione»». Egli è il mediatore in quanto è l’inviato del Padre, la cui venuta è annunciata da tutto l’Antico Testamento, ed è la pienezza in quanto Dio si rivela in lui.
Come afferma L. Alonso Schökel: «Cristo è la Parola; non soltanto in quanto parla di se stesso e del Padre, ma in quanto tutta la sua realtà è parola: manifestazione e comunicazione del Padre. Parola che risuona nel divenire storico, manifestandone il senso e permettendo di coglierlo. Parola densa che ha bisogno di articolarsi e dispiegarsi in molteplicità di parole».
Questo “compimento” delle Scritture, non è pertanto qualcosa di “esterno” alla vita di Gesù, ma è proprio la sua vita, anzi la sua stessa persona: «Gesù sta alla congiunzione dei due Testamenti, poiché è lui stesso questo “passaggio”».
Gesù e il Compimento delle Scritture nel Vangelo di Giovanni
Nel capitolo 5 del vangelo di Giovanni, Gesù opera in giorno di sabato la straordinaria guarigione di un paralitico alla piscina di Bethesda. Il teatro di questa azione è un luogo problematico, caratterizzato da una umanità varia e disperata, percorsa da un senso religioso ambiguo che rasenta la superstizione. Autentica è però la sofferenza che affligge le persone che approdano a questa, come a tante “periferie” miracolistiche, con una domanda di guarigione e di salvezza.
In questo luogo, con la sola sua parola, Gesù opera un vero miracolo. Questa guarigione provoca immediatamente la reazione negativa dei farisei, e sorprende che questo avvenga non tanto per la scelta del luogo, ma per la scelta del giorno: non si può compiere queste opere in giorno di sabato, giorno dedicato rigorosamente al riposo.
Conosciamo le dispute di Gesù con i farisei sul valore del sabato (Mt 12,1-12; Mc 2,23-25): Gesù indica il superamento della stretta interpretazione legalistica del precetto sabbatico, affermando: «Il sabato è stato fatto per l’uomo» (Mc 2,27). Spetta a colui in favore del quale esiste il sabato determinarne il significato. La norma del sabato viene così rimessa dal Figlio di Dio nelle mani dell’uomo.
Ma nel vangelo di Giovanni la disputa sul sabato acquista un carattere determinante in ragione non solo dell’identità di Gesù e della sua autorità sull’interpretazione della legge giudaica, ma anche della qualità dell’operare di Dio Padre e del Figlio nel sostenere la creazione e la vita degli uomini: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5,17).
L’opera continua del Padre è per Gesù un agire “fontale”, un modello supremo determinante solo per il fatto che è il Padre a compierlo. Le opere stesse di Gesù sono pertanto espressione dell’opera del Padre. C’è un continuo lavorio, un agire instancabile che anima il rapporto del Padre con il Figlio in vista di una continua creazione.
Questo rapporto di operosità tra il Padre e Gesù ci è testimoniato dal versetto 5,19: «il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo». Gesù non solo conosce e vede il Padre, ma lo contempla nel suo “fare”, nel suo agire. Il verbo greco poiein (fare) traduce nella versione greca dell’Antico Testamento il verbo ebraico creare di Genesi 1.
In definitiva, Gesù ci rivela nel suo operare, in tutta la sua attività, nei suoi miracoli (che il vangelo di Giovanni chiama sēmeia, segni), nelle sue parole, nel suo vivere, l’opera inesausta di Dio, che continuamente agisce per la vita e la salvezza dell’uomo. Questo operare del Padre in Gesù e attraverso Gesù mostra proprio il vertice della missione del Figlio: comunicare agli uomini l’opera stessa di Dio, la sua vita e la sua salvezza, come Gesù stesso attesta alla vigilia della sua passione (Gv 17,4-5).
Ciò che caratterizza Dio nella sua essenza più intima è un essere all’opera continuamente, un’opera di amore.

Il Miracolo del Cieco Nato: Rivelazione delle Opere di Dio
In un altro passo del Vangelo di Giovanni viene mostrato questo costante riferimento dell’operare di Gesù all’operare originario ed originante del Padre. L’episodio di Gv 9, del cieco nato guarito da Gesù, è certamente uno dei più significativi. Anche all’interno di questo racconto si intersecano tanti motivi religiosi, dal rispetto del sabato all’avversione dei farisei a Gesù, con l’intenzione di contestare la sua origine divina.
Ci sembra molto interessante che ancor prima di narrarci il miracolo, l’evangelista riporti l’interpretazione stessa che Gesù dà a questo “segno”: «Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”» (Gv 9,1-5).
Questa opposizione tra luce e tenebre (cf. anche Gv 1,5), che già rimanda in qualche modo ai primi versetti di Genesi, delinea l’asse principale attraverso il quale si sviluppa tutta la narrazione: un cieco nato viene alla luce per opera di Gesù e può vedere; coloro che credono di vedere (i farisei) sono invece incapaci di riconoscere il Cristo che è la luce (v. 5) e vengono indicati come “ciechi” (vv. 39-41).
Lo scambio tra il livello fisico della opposizione tra luce e tenebra ed il livello spirituale del “vedere e non vedere” determina il simbolismo di questo “segno”: le progressive interrogazioni alle quali è sottoposto il cieco guarito determinano anche in modo drammatico la differenza tra costui, che progressivamente riconosce nell’opera di Gesù l’agire di Dio - e crede - ed i farisei che rifiutano di credere fino alla completa cecità spirituale.
Illuminati dalla parola del Cristo possiamo concentrarci sull’azione stessa di Gesù, descritta ai vv. 6-7: «Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe” - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».
Va notato che, al contrario di simili narrazioni nei vangeli Sinottici, qui non c’è alcuna richiesta esplicita da parte del malato: Gesù prende direttamente l’iniziativa. Il fatto che egli utilizzasse la saliva lo ritroviamo anche in Mc 7,33 e 8,23 e sembra appartenere alla tradizione primitiva su Gesù, ma qui abbiamo anche la presenza della polvere o del fango.
Già Ireneo di Lione aveva riconosciuto in questo particolare un chiaro rimando alla creazione dell’uomo dal fango come narrata in Gn 2,7 (cf. anche Gb 4,19;10,9). È come se Gesù avesse “ri-creato” gli occhi al cieco nato. L’immagine è davvero impressionante e svela come il gesto di Gesù non abbia nulla di magico, ma rimandi all’agire “originario” di Dio: originario nella sua azione creatrice e originario nella sua azione salvifica.

Il Sabato e l'Agire Divino
Il miracolo del paralitico e del cieco nato avvengono sullo sfondo del riposo sabbatico. In effetti, è la consapevolezza della liberazione operata da Dio che fonda nella Scrittura il dono del Sabato. Leggiamo in Esodo 20,8-11:
- «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro... Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro».
E in Deuteronomio 5,15:
- «Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là… Perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il sabato».
Il Sabato è posto, in questi testi, come una duplice imitazione di Dio: in Deuteronomio l’uomo deve fermarsi per celebrare la liberazione operata da Dio; in Esodo l’uomo si ferma perché Dio stesso si è fermato a contemplare e gioire della sua opera dopo il lavoro di creazione.
L’una realtà richiama l’altra: se l’uomo non si ferma, come Dio stesso ha voluto fare, non può neppure fermarsi dalla tentazione di ricadere nell’idolatria e di pensare di salvarsi con il suo stesso lavoro, accettando, anzi esaltando, le sue leggi ferree e le sue logiche egoistiche. Dio dona all’uomo un tempo liberato dalla servitù del lavoro: il dono della festa, della pacificazione e del riposo, perché l’uomo non sia più schiavo di se stesso e della propria idolatria.
Queste riflessioni ci riconducono a Giovanni 5, là dove Gesù condanna come fallimentare l’ossessiva e minuziosa applicazione della prescrizione sabbatica in vista di trarne una gloria personale, od una consolazione religiosa:
- «Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5, 41-47).
Genesi 2: Il Racconto della Creazione e il Compimento delle Scritture
Tutti questi richiami tra l’agire salvifico di Gesù e l’agire creatore di Dio, ci permettono di rileggere Gn 2,4b-25 alla luce della vicenda del Cristo. In effetti, questo testo è stato letto dalla tradizione in chiave allegorica come il calco sul quale l’evangelista Giovanni ha costruito il compimento di tutte le Scritture, nell’alleanza tra il Cristo e l’umanità: Eva esce dal fianco aperto di Adamo come il sangue e l’acqua escono dal fianco squarciato del Cristo morto in croce.
Così, ad esempio, leggiamo nel commento a Gv 19,34 di S. Agostino:
«Sempre per preannunziare questo mistero, la prima donna fu fatta con l’osso tolto dal fianco dell’uomo che dormiva e fu chiamata vita e madre dei viventi. Quella donna era l’immagine di un gran bene, prima di divenire l’immagine del gran male, della violazione della legge. Vediamo qui che il secondo Adamo, reclinato il capo, si addormentò sulla croce, in modo da permettere che la sua sposa fosse formata con il sangue e l’acqua che fluivano dal suo fianco aperto, dopo che si era addormentato. O morte, che diviene il principio della risurrezione dai morti! Che cosa c’è di più puro di questo sangue? Che cosa si può concepire di più salutare di questa ferita?»
Il secondo capitolo del libro della Genesi è molto noto e tuttavia riserva molte sorprese. I racconti della creazione sono due. Quello che troviamo per primo nella Bibbia (Gen 1,1-2,4a) è il più recente e ha una prospettiva più teologica, si potrebbe dire quasi catechetica (molti autori parlano della “fonte Sacerdotale”); è il racconto della creazione in sette giorni e veicola, in una potente sintesi teologico-sapienziale, la riflessione elaborata da Israele circa il mistero delle origini.
Il secondo racconto (Gen 2,4b-25) è invece più antico e potrebbe risalire anche al VII secolo a.C. Occorre notare che il testo non assume immediatamente toni religiosi. Appare invece originato dalla riflessione dotta di un pubblico colto ed interessato che, illuminato dalle tradizioni religiose, si domanda sul posto dell’uomo nel creato e il perché della coppia umana. La dimensione antropologica si fonde con quella teologica: Dio, l’uomo, la donna ed il creato sono visti in relazione.
Adamo (creato con la polvere del suolo) è al centro della creazione, ma all’apice di tutto c’è Eva, creata con materia vivente tratta da Adamo. È vero che il racconto utilizza immagini simboliche molto forti, ma è importante capire che lo stile letterario non è di carattere mitologico. Lo stile è battente, realistico, e non si rifà ad un tempo fuori dal tempo ma ad un momento storico e geografico preciso - benché “originario” - in cui la creazione ha iniziato a funzionare.
Esso è una severa ed affascinata riflessione di ciò che Dio ha fatto durante la creazione, un Dio presentato in maniera antropomorfa (v. 4b) nel momento in cui compie un’azione precisa, nel momento in cui costruisce, mette mano alle cose, “fa” secondo il senso proprio del verbo usuale ebraico (ʿāśâ). Il verbo che utilizza questo passo della Scrittura riferendosi all’azione primordiale di Dio nei confronti dell’uomo è plasmare (yāṣar, v. 7): Dio usa le mani, come fa il vasaio, per creare l’uomo e collocarlo nel giardino di Eden che lui stesso ha piantato.
Come nota Alonso Schökel, mentre in Gen 1 Dio viene presentato come un “poeta”, crea cioè con la sua parola, e poi dà un nome, separa e ordina l’insieme della creazione. In Gen 2 siamo al cospetto di un Dio “artigiano”, dalla perizia antica e, insieme, un Dio accanto alla realtà materiale e alla sua creatura prediletta, l’uomo. Di certo qui non siamo al cospetto di un Dio della mitologia, che mai si azzarderebbe a sporcarsi le mani con l’umano!
Dio non crea l’uomo solo sotto l’esclusivo profilo bio-fisiologico. Esiste una relazione primigenia, spirituale, profonda tra Dio e la realtà. Colpisce come il racconto di Gn 2,15-25 designi attraverso una serie di passaggi la nascita dell’uomo, non solo nella sua identità biologica e spirituale (v. 2,7), ma anche nella sua dimensione relazionale e sociale, che è poi la vera “nascita” perché un essere quando nasce trova sempre un “mondo” che lo accoglie e lo riconosce come un altro, fosse anche solo per opporgli, drammaticamente, un rifiuto.
Il testo, dopo aver detto che Dio crea ‘ādām da ‘ādāmâ, la polvere del suolo, e con il soffio gli dona un “alito di vita” (Gn 2,7), dice che Dio “collocò” ‘ādām nel giardino di Eden (2,15) del quale ci viene data la descrizione, delineando così il “teatro” nel quale il nuovo vivente può svolgere la sua avventura umana. Qui, per gradi, Adamo sviluppa la conoscenza di sé e si apre veramente alla sua esistenza “nascendo” alla socialità. Il racconto è ritmato da tre interdetti:
- «tu NON mangerai di tutti gli alberi del giardino» (v. 17a);
- «NON è bene che l’uomo sia solo» (v. 18a);
- «l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola» (v. 24).
Nel primo comando l’uomo (in ebraico hā’ādām) è differenziato dalla totalità della creazione. Anche essa ha origine dal suolo (in ebraico hā’ādāmâ), dalla terra, e l’uomo, pur biologicamente diverso dal mondo vegetale e animale, si scopre uguale al creato in quanto scopre che c’è qualcosa di sé comune alle altre realtà viventi, ovvero l’appartenenza al suolo.
Il terzo comando, di carattere sessuale, afferma che l’uomo è diverso dal padre e dalla madre e, diversificandosi da essi, egli è chiamato a costruire una propria vicenda umana ed esistenziale; la storia avanza con generazioni di persone che lasciano i genitori e fanno progredire il cammino umano.
I due comandi estremi sottolineano il comando centrale (v. 18). Esso ci fornisce una chiave interpretativa del testo: «Non è bene che l’uomo sia solo». Perché Adamo non può essere solo?

La Preghiera e l'Incontro con la Parola
Negli Atti degli Apostoli, il dialogo tra Filippo e l’Etiopo invita a cercare quest’invito: «"Capisci quello che stai leggendo?" Quegli rispose: "E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?"» (At 8, 30-31). Come capire la Scrittura se non ci guidano?
Attenzione, questo tipo di lettura, che rileva negli eventi della Prima Alleanza figure di quelli della Nuova, non sopprime la consistenza propria, l’avvenimento o la realtà storica di quello che è realmente accaduto all’epoca dell’Antico Testamento.
Oggi vorrei soffermarmi sulla preghiera che possiamo fare a partire da un brano della Bibbia. Le parole della Sacra Scrittura non sono state scritte per restare imprigionate sul papiro, sulla pergamena o sulla carta, ma per essere accolte da una persona che prega, facendole germogliare nel proprio cuore. La parola di Dio va al cuore.
Il Catechismo afferma: «La lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera - la Bibbia non può essere letta come un romanzo -, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo» (n. 2653). Così ti porta la preghiera, perché è un dialogo con Dio. Quel versetto della Bibbia è stato scritto anche per me, secoli e secoli fa, per portarmi una parola di Dio. È stato scritto per ognuno di noi.
A tutti i credenti capita questa esperienza: un passo della Scrittura, ascoltato già tante volte, un giorno improvvisamente mi parla e illumina una situazione che sto vivendo. Ma bisogna che io, quel giorno, sia lì, all’appuntamento con quella Parola, sia lì, ascoltando la Parola. Tutti i giorni Dio passa e getta un seme nel terreno della nostra vita. Non sappiamo se oggi troverà un suolo arido, dei rovi, oppure una terra buona, che farà crescere quel germoglio (cfr Mc 4,3-9). Dipende da noi, dalla nostra preghiera, dal cuore aperto con cui ci accostiamo alle Scritture perché diventino per noi Parola vivente di Dio.
Dio passa, continuamente, tramite la Scrittura. E riprendo quello che ho detto la settimana scorsa, che diceva Sant’Agostino: “Ho timore del Signore quando passa”. Perché timore? Che io non lo ascolti, che non mi accorga che è il Signore.
Attraverso la preghiera avviene come una nuova incarnazione del Verbo. E siamo noi i “tabernacoli” dove le parole di Dio vogliono essere ospitate e custodite, per poter visitare il mondo. Per questo bisogna accostarsi alla Bibbia senza secondi fini, senza strumentalizzarla. Il credente non cerca nelle Sacre Scritture l’appoggio per la propria visione filosofica o morale, ma perché spera in un incontro; sa che esse, quelle parole, sono state scritte nello Spirito Santo, e che pertanto in quello stesso Spirito vanno accolte, vanno comprese, perché l’incontro si realizzi.
A me dà un po’ di fastidio quando sento cristiani che recitano versetti della Bibbia come i pappagalli. “Oh, sì, il Signore dice…, vuole così…”. Ma tu ti sei incontrato con il Signore, con quel versetto? Non è un problema solo di memoria: è un problema della memoria del cuore, quella che ti apre per l’incontro con il Signore. E quella parola, quel versetto, ti porta all’incontro con il Signore.
Noi, dunque, leggiamo le Scritture perché esse “leggano noi”. Ed è una grazia potersi riconoscere in questo o quel personaggio, in questa o quella situazione. La Bibbia non è scritta per un’umanità generica, ma per noi, per me, per te, per uomini e donne in carne e ossa, uomini e donne che hanno nome e cognome, come me, come te. E la Parola di Dio, impregnata di Spirito Santo, quando è accolta con un cuore aperto, non lascia le cose come prima, mai, cambia qualcosa. E questa è la grazia e la forza della Parola di Dio.
La tradizione cristiana è ricca di esperienze e di riflessioni sulla preghiera con la Sacra Scrittura. In particolare, si è affermato il metodo della “lectio divina”, nato in ambiente monastico, ma ormai praticato anche dai cristiani che frequentano le parrocchie. Si tratta anzitutto di leggere il brano biblico con attenzione, di più, direi con “obbedienza” al testo, per comprendere ciò che significa in sé stesso. Successivamente si entra in dialogo con la Scrittura, così che quelle parole diventino motivo di meditazione e di orazione: sempre rimanendo aderente al testo, comincio a interrogarmi su che cosa “dice a me”. È un passaggio delicato: non bisogna scivolare in interpretazioni soggettivistiche ma inserirsi nel solco vivente della Tradizione, che unisce ciascuno di noi alla Sacra Scrittura. E l’ultimo passo della lectio divina è la contemplazione. Qui le parole e i pensieri lasciano il posto all’amore, come tra innamorati ai quali a volte basta guardarsi in silenzio. Il testo biblico rimane, ma come uno specchio, come un’icona da contemplare. E così si ha il dialogo.
Attraverso la preghiera, la Parola di Dio viene ad abitare in noi e noi abitiamo in essa. La Parola ispira buoni propositi e sostiene l’azione; ci dà forza, ci dà serenità, e anche quando ci mette in crisi ci dà pace. Nelle giornate “storte” e confuse, assicura al cuore un nucleo di fiducia e di amore che lo protegge dagli attacchi del maligno.
Così la Parola di Dio si fa carne - mi permetto di usare questa espressione: si fa carne - in coloro che la accolgono nella preghiera. In qualche testo antico affiora l’intuizione che i cristiani si identificano talmente con la Parola che, se anche bruciassero tutte le Bibbie del mondo, se ne potrebbe ancora salvare il “calco” attraverso l’impronta che ha lasciato nella vita dei santi. È una bella espressione, questa.
La vita cristiana è opera, nello stesso tempo, di obbedienza e di creatività. Un buon cristiano deve essere obbediente, ma deve essere creativo. Obbediente, perché ascolta la Parola di Dio; creativo, perché ha lo Spirito Santo dentro che lo spinge a praticarla, a portarla avanti. Gesù lo dice alla fine di un suo discorso pronunciato in parabole, con questo paragone: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro - il cuore - cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
Le Sacre Scritture sono un tesoro inesauribile. Il Signore ci conceda, a tutti noi, di attingervi sempre più, mediante la preghiera.
il metodo della LECTIO DIVINA
Il Quarto Vangelo e il Compimento delle Scritture
Il presente corso sul Quarto Vangelo (QV) ha l’obiettivo di mostrare alcuni fenomeni di intertestualità propri del QV e di evidenziarne la funzione narrativa e teologica. In particolare, si aiuterà lo studente a comprendere la peculiarità giovannea a riguardo del compimento delle Scritture di Israele in Cristo, logos fatto carne, attraverso modelli tipologici prevalenti.
L’utilità di questo studio è sia teologica che metodologica. Dal punto di vista teologico, infatti, approfondire l’articolazione tipologica del compimento è un contributo che l’esegesi può fornire alla teologia e all’evangelizzazione, ambedue fondate sulla roccia del kerygma apostolico, per il quale «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1Cor 15,3).
Dal punto di vista metodologico, il corso utilizza ampiamente modelli e strumenti propri dell’analisi narrativa, partendo da una definizione «euristica» di tipologia che non comporta un’opzione teologica preventiva, ma offre una serie articolata di domande e operazioni esegetiche, orientate sia a rilevare i fenomeni intertestuali sia ad approfondirne il ruolo e la funzione narrativa. La tipologia viene dunque studiata come fenomeno letterario, nel quadro dei procedimenti intertestuali che riguardano figure bibliche e che comportano una progressione rivelativa evidenziabile tramite lo studio della funzione narrativa del testo precursore nel testo di arrivo. Tale progressione costituisce anche, sul piano retorico, un appello alla fede del lettore.
I racconti che verranno approfonditi esegeticamente sono quattro: Gv 2,1-12; Gv 4,4-42; Gv 6; Gv 19,16b-42. Si avrà poi cura di offrire anche uno sguardo globale al macroracconto per corroborare le conclusioni raggiunte attraverso l’analisi dei singoli testi.
Tipo corso: Il corso si svilupperà attraverso lezioni frontali sul Quarto Vangelo, con l’aggiunta di alcune esercitazioni.
Opere di riferimento citate:
- ARCANGELI D., Tipologia e compimento delle Scritture nel Vangelo di Giovanni. Analisi di alcuni racconti del Quarto Vangelo (Suppl. Riv.
- CULPEPPER R.A., Anatomia del Quarto Vangelo, Glossa, Milano 2016 (orig. Anatomy of the Fourth Gospel, Fortress Press, Philadelphia 1983);
- VIGNOLO R., Personaggi del Quarto Vangelo.