La Shekhinah (leggi: sce-chi-nà), traslitterazione del sostantivo ebraico femminile singolare שכינה, reso talvolta anche come Shechinah, Shekina, Shechina, Schechinah, rappresenta una delle manifestazioni più significative della presenza divina nelle tradizioni ebraiche. Deriva dal verbo ebraico שכן, la cui radice semitica significa letteralmente "stabilirsi", "abitare" o "dimorare". Questo concetto è strettamente legato al termine "Tabernacolo", mishkan, che è un derivato della stessa radice e si riferisce a una "dimora" nella Bibbia, come in Salmi 132:5 ("finché non trovi una sede [mishkanot] per il Signore, una dimora per il Potente di Israele") e Numeri 24:5 ("Come sono belle le tue dimore, Israele").
La Shekhinah nell'Antico Testamento e nella Letteratura Rabbinica
Origini Terminologiche e Sviluppo
È importante notare che il nome Shekhinah non ricorre nella Bibbia ebraica, sebbene vi si trovino il verbo shakan e altri termini dalla radice škn. Il sostantivo non compare neanche nella letteratura pre-rabbinica, come per esempio nei Rotoli del Mar Morto. Solo in seguito, nei targum e nella letteratura rabbinica, appare il termine ebraico shekinah, o l'equivalente aramaico shekinta, diventando poi estremamente comune. Il biblista Martin McNamara ritiene che l'assenza del termine nel testo biblico originale porti alla conclusione che si sia originato solo dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.
Manifestazioni della Presenza Divina
La Shekhinah viene citata in tutta la letteratura rabbinica come manifesta nel Tabernacolo e nel Tempio di Gerusalemme, considerata presente anche negli atti di preghiera pubblica. L'Easton's Bible Dictionary la descrive come un simbolo visivo della presenza di Dio. Già prima dell'ingresso in Canaan, il Signore guidò Israele "in una colonna di nube", simbolo della sua presenza. Dio parlò anche a Mosè tramite la Shekhinah in un rovo ardente. La Gloria del Signore scese a dimorare sul monte Sinai, coperto dalla nube per sei giorni, e al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube.

I profeti fecero molti riferimenti a visioni della presenza di Dio, particolarmente nel contesto del Tabernacolo o del Tempio, con figure come troni o tuniche che riempivano il Santuario, tradizionalmente attribuiti alla presenza della Shekhinah. Isaia scrisse: "Io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il Tempio" (Isaia 6:1). Geremia implorò: "Non disonorare il trono della tua gloria" (Geremia 14:21) e si riferì a "Trono di gloria, eccelso fin dal principio, è il luogo del nostro santuario" (Geremia 17:12).
Nella Mishnah, Rabbi Haninah ben Teradion afferma la presenza della Shekhinah anche in situazioni di impurità, citando Levitico 16:16: "Lo stesso farà per la tenda del convegno che si trova (shoken) fra di loro, in mezzo alle loro impurità." Il Talmud insegna inoltre che "la Shekinah scende sull'uomo non attraverso la tristezza, né nella pigrizia, né in frivolezza, né per parlare, né tra futili chiacchiere, ma solo tramite questioni di gioia in relazione ad un precetto."
Il concetto di tzedakah (giustizia) nella cultura ebraica
Il Tempio di Salomone, l'Arca dell'Alleanza e i Sommi Sacerdoti
La Presenza della Shekhinah nel Santo dei Santi
Dopo l'entrata in Canaan, è probabile che questa nube di gloria si posasse nel Tabernacolo sull'Arca dell'Alleanza, il luogo più santo. L'Arca fu, infatti, la manifestazione della presenza fisica di Dio sulla terra. Dio parlò con Mosè nella tenda del convegno, nel deserto, fra le due statue di cherubini che stavano sul coperchio dell’Arca (Nm. 7:89). Tuttavia, riferimenti particolari alla Shekhinah si hanno soprattutto con la consacrazione del Tempio di Salomone, quando la gloria divina colmò l'intera dimora, cosicché i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio (1 Re 8:10-13; 2 Cronache 5:13,14; 7:1-3). Probabilmente la Shekhinah risiedette nel primo Tempio, nel Santo dei Santi, come simbolo della presenza di Jehovah, fintanto che il Tempio fu in esistenza.

Il Ruolo del Sommo Sacerdote
Una volta che il popolo si stabilì nella Terra Promessa e l'Arca fu spostata stabilmente nel Santo dei Santi all’interno del Tabernacolo, e più tardi del Tempio, l'accesso a questo luogo sacro era consentito solo una volta all'anno, nel giorno dello Yom Kippur (giorno dell’Espiazione). L'unica persona autorizzata ad entrare era il Sommo Sacerdote, in ebraico chiamato Kohen Gadol (כהן גדול = "Gran Sacerdote"), che vi si recava per chiedere perdono per sé e per tutto il popolo di Israele (Lv 16:2).
Quando il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi alla presenza dell'Arca, lo faceva solo sotto la copertura di una nuvola di incenso, forse destinata a mascherare la vista della Shekhinah in tutto il suo splendore (Lv 16:13).
Il concetto di tzedakah (giustizia) nella cultura ebraica
Secondo la Bibbia ebraica, il primo Sommo Sacerdote fu Aronne, fratello di Mosè (XIII secolo a.C.), e la carica era ereditaria. Nel X secolo a.C. Salomone depose il sacerdote legittimo e insediò Zadoq, un discendente di Aronne, iniziando una nuova dinastia. In epoca ellenista (II-I secolo a.C.) la carica smise di essere ereditaria e la nomina fu affidata al regnante di turno. Erode il Grande nominò almeno sei sommi sacerdoti, e in seguito i governatori romani si arrogarono il diritto di nomina. Dalla stessa epoca ellenistica, il Sommo Sacerdote divenne anche il capo del Sinedrio, l'organo legislativo ed esecutivo. Dopo la distruzione del Tempio nell'anno 70 d.C., il servizio sacerdotale cessò e con esso la carica del Sommo Sacerdote, con i sacerdoti che si dispersero da Gerusalemme in varie città.
La Shekhinah nella Mistica Ebraica: Cabala e Chassidismo
La Shekhinah come Sefira di Malkhut e Matronit
L'ebraismo chassidico considera la Cabala, in cui la Shekhinah ha un'importanza speciale, come una Scrittura autorevole e da studiare con attenzione. Nella Cabala, la Shekhinah è la decima e più bassa Sefira - quella di Malkhut o Regno - che è la manifestazione femminile di Dio. La parola Matronit (dal latino Matronita, matrona) viene usata per rappresentare questa considerazione.
Un mito centrale della Cabala narra che Adamo, dopo la sua creazione, contemplò l'essere spirituale di Dio, composto da dieci Sefirot. Tuttavia, Adamo scambiò la Shekhinah per la totalità della Divinità. Poiché Dio aveva dotato Adamo del potere di influenzare la condizione della Divinità nell'Alto, questo errore provocò una scissione tra Dio e la Shekhinah. Questo "peccato spirituale originale" viene ripetuto dall'umanità nel corso della storia, rendendo più dolorosa la separazione tra Dio e la Sua sposa, la Shekhinah.

Quando si formò il Popolo di Israele, la Shekhinah, la Matronit divina di Dio, divenne in modo mistico la Madre di Israele e la personificazione nell'Alto della Comunità di Israele.
Il Tempio e lo Shabbat come unione divina
Fintanto che esisteva il Tempio di Gerusalemme, esso serviva da sacra sala matrimoniale in cui, ogni mezzanotte, Dio il Re e la Sua sposa, la Matronit-Shekhinah, celebravano la loro gioiosa unione coniugale, come descritto da fonti zohariche.
Il tema ricorre anche negli scritti e nelle canzoni del mistico del XVI secolo, Rabbi Yiṣḥāq Luria. Un paragrafo dello Zohar riporta l'usanza di preparare un "comodo seggio con molti cuscini e coperte ricamate, da tutto ciò che si trova in casa, come si preparasse un baldacchino per la sposa", poiché Shabbat è regina e sposa. Per questo motivo, i maestri della Mishnah solevano uscire alla vigilia dello Shabbat per riceverla in strada, dicendo: "Vieni, O sposa, vieni, O sposa!", cantando e rallegrandosi alla tavola in suo onore.
Prospettive su Shekhinah/Sakina in Altre Tradizioni Religiose
Nel Nuovo Testamento e nel Cristianesimo
Poiché la Shekhinah è associata alla luce, i passi degli Apocrifi e del Nuovo Testamento che citano splendore e che nel testo greco vengono resi con δόξα (gloria), si riferiscono alla Shekhinah, non essendoci altro equivalente greco della parola. Pertanto, secondo Luca 2:9, "la gloria del Signore [δόζα Ḳυρίου] risplendette intorno a loro"; si suppone che in Giovanni 1:14 e Apocalisse 21:3 le parole σκηνοῦν e σκηνή (dimorare, tenda) fossero state scelte espressamente per significare la Shekinah.
La Shekhinah nel Nuovo Testamento è comunemente equiparata alla presenza o dimora dello "Spirito del Signore" (generalmente indicato come Spirito Santo, o "Spirito di Cristo") nel credente, facendo paralleli con la presenza di Dio nel Tempio di Salomone. In contrasto con l'Antico Testamento, dove il Santo dei Santi significava la presenza di Dio, dal Nuovo Testamento in poi è lo Spirito Santo che evoca la costante presenza di Dio.
Nella tradizione cristiana, alla Madonna vengono attribuite molte caratteristiche della Shekhinah, in quanto in lei avviene un Tzimtzum, una ritrazione di Dio, diventando quindi dimora. Ella non ricevette lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste come gli apostoli, essendo già ricolmata della sua divina presenza, e viene quindi vista come un tramite della Shekhinah dello Spirito Santo. La più pura manifestazione dello Shekhinah si può forse vedere nella "donna vestita di sole" dell'Apocalisse di Giovanni (Apocalisse 12:1-2), che simboleggia il popolo di Dio, il regno di Dio, o la maestà divina.

La Sakina nell'Islam
Anche nell'Islam esiste un concetto correlato, la Sakina (in arabo السكينة), che l'Imam di Cordova Al-Qurtubi (1214-1273) afferma essere "una presenza di pace" contenuta nell'Arca, secondo il Corano. Al-Qurtubi, nella sua esegesi, afferma che Sakina è uno spirito emanato da Dio che parla, chiarendo le situazioni di disaccordo tra gli Israeliti e causando vittorie nelle guerre. Secondo ʿAlī ibn Abī Ṭālib, "Sakinah è un dolce vento, una brezza, il cui volto è come volto umano".
Secondo le tradizioni sunnite, quando Maometto fu perseguitato alla Mecca e dovette emigrare a Medina, si rifugiò temporaneamente con Abū Bakr nella grotta di Thawr. Fu lì che Dio fece discendere la Sua Sakina su entrambi, proteggendoli dai loro nemici. Secondo il sufismo, a Thawr Abū Bakr ricevette i segreti divini che sarebbero stati trasmessi per formare il percorso Naqshbandiyya. Il nipote di Maometto, al-Husayn ibn Ali, chiamò una delle sue figlie "Sakina", rendendola la prima persona nella storia dell'Islam a portare tale nome.

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