La figura di Monsignor Antonio Bello, noto affettuosamente come "don Tonino", è stata riconosciuta dalla Chiesa per le sue virtù eroiche, indicandolo come Venerabile. La sua vita incarna una profonda ricetta di santità: lo svuotarsi di sé per farsi abitare dall’amore di Dio, un progetto concreto e, al contempo, difficile. Don Tonino si è immerso in questo "fiume di grazia che va controcorrente" fin da bambino, privilegiando il diminutivo del suo nome e autodefinendosi, con arida poesia, «un buono a nulla».
Lui apriva gli occhi e si trovava accanto i poveri, gli abbandonati, il popolo dei dimenticati. Uomini e donne bussavano alla sua porta, prima di parroco, poi di vescovo, con la certezza di trovarla aperta e di avere un cuore disponibile ad ascoltare il loro, dando un nome alle angosce che ne appesantivano la vita. Erano proprio i piccoli, gli “ultimi”, i veri protagonisti della Chiesa del grembiule, un'immagine che ai segni del potere preferisce il potere dei segni.

Le Origini e la Formazione Spirituale
Infanzia e le Ferite della Guerra
Nato ad Alessano, nel "sud del sud" del Salento, il 18 marzo 1935, Tonino Bello venne al mondo da Maria Imperato e Tommaso Bello, maresciallo dei carabinieri. La sua infanzia fu segnata da lutti e difficoltà. Il padre Tommaso morì improvvisamente nel 1942. Poco dopo, la tragedia della Seconda Guerra Mondiale colpì duramente la famiglia: il 9 settembre 1943, il fratello Vittorio perse la vita nell’affondamento della corazzata Roma, e il 3 ottobre 1944, Carmine Giacinto, radiotelegrafista sui Mas, morì improvvisamente come il padre. In poco più di due anni, il destino e la follia della guerra portarono freddo, solitudine e incertezza. Il piccolo Tonino, non avendo ancora dieci anni, si ritrovò fratello maggiore. Da adulto ricorderà: «Mio padre non lo ricordo. So che piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati a scuola dai loro papà.»
Già da bambino, la scomparsa dei suoi fratelli maggiori impresse in lui il tarlo della follia della guerra, che lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni, plasmando la sua profonda convinzione di essere un uomo di pace. Da vescovo, incontrerà Ciccillo, un pescatore di Molfetta, anch'egli a bordo della corazzata Roma, e con lui rivivrà il dolore di quei tragici momenti, quasi a voler donare al fratello una vicinanza e una promessa di pace.
Don Tonino dedicherà parole bellissime alla gente della sua infanzia: «Una gente povera di denaro, ma ricca di sapienza. Dimessa nel comportamento, ma aristocratica nell’anima. Rude nel volto contadino, ma ospitale e generosa. Con le mani sudate di fatica e di terra, ma linda nella casa e nel cuore. Forse anche analfabeta, ma conoscitrice dei linguaggi arcani dello spirito.»
La Vocazione Sacerdotale e gli Anni in Seminario
L'incontro con il maestro e, successivamente, con il parroco don Carlo Palese, aprì nel cuore del giovane Tonino "squarci di stupore" e la via del seminario. Nell'ottobre del 1945, con una valigia piena di sogni, varcò la soglia del seminario di Ugento. Qui si distinse subito per la sua bravura e generosità. Dopo cinque anni, proseguì gli studi nel seminario regionale di Molfetta, eccellendo in tutte le materie, praticando sport (calcio, pallavolo), suonando l'organo e la fisarmonica, e amando il canto. Il suo spirito gioviale lo rendeva amabile a superiori e compagni.
Nell'autunno del 1953, su proposta del suo vescovo Monsignor Ruotolo, si trasferì a Bologna presso il seminario ONARMO (Opera di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai). Questo percorso formativo era alternativo, focalizzato sul pensiero sociale della Chiesa, la storia del movimento sindacale, la frequentazione delle fabbriche e la lettura del Vangelo con gli operai, una "vera rivoluzione formativa". A Bologna, dal Cardinale Lercaro, ricevette gli ordini minori e il suddiaconato, e gli fu proposta di rimanere in quella diocesi. Tuttavia, Tonino scelse di tornare nella sua terra salentina, un legame che lo avrebbe accompagnato per sempre. Degli anni a Bologna dirà: «Un periodo bellissimo. Si vivevano già i segni del periodo preconciliare, e poi c’era la presenza straordinaria del card. Lercaro. Tutto ruotava intorno alla riscoperta della liturgia e dei suoi valori sociali. Di quegli anni ricordo soprattutto il contatto continuo con gli operai, quando il nostro mondo era ancora troppo chiuso, forse diffidente.»
Il 7 luglio 1957, a Montesardo, ricevette il diaconato e l'8 dicembre dello stesso anno, nella sua Alessano, fu ordinato sacerdote da Monsignor Ruotolo, che chiese la dispensa per la sua giovane età. Monsignor Cremonini, padre spirituale del seminario ONARMO, scrisse a sua madre Maria: «Nella festa a noi tanto cara della Immacolata regina del cielo e della terra, sarà conferita una dignità divina e il potere di dispensare alle anime dei fedeli gli ineffabili doni della grazia al suo egregio e amabile figliolo, dotato di speciali doti di mente e di cuore, ornamento del nostro seminario.»
Il Sacerdozio e il Concilio Vaticano II
Professore, Educatore e Vicerettore
Nel 1958, dopo aver conseguito la Licenza alla Facoltà Teologica di Milano, don Tonino si trasferì a Ugento. Nel seminario fu nominato professore di diverse materie, incaricato della disciplina, prefetto, vice rettore e, dal 1974 al 1976, rettore. Questi diciotto anni furono fondamentali, mettendo in luce le sue capacità educative e pastorali, il suo impegno costante e la sua vasta cultura.
Nel 1962, con l'inizio del Concilio Vaticano II, Monsignor Ruotolo lo portò con sé a Roma, considerandolo il suo teologo personale. Don Tonino preparò le tracce degli interventi del vescovo durante le sessioni conciliari e tenne un diario di quella esperienza romana. L'aria di rinnovamento conciliare influenzò profondamente la sua già ricca cultura pastorale, che si sarebbe evidenziata nel suo ministero episcopale. Contribuì attivamente all'applicazione degli insegnamenti del Concilio nella diocesi di Ugento. A soli ventotto anni, fu nominato "monsignore", accettando di buon grado, ma continuando a preferire il titolo di "don Tonino". Durante la sua permanenza a Roma, nel 1965, si laureò in Teologia presso l'Università Lateranense.
Gli anni a Ugento rivelarono un'altra sua passione: lo sport. Don Tonino si impegnava attivamente con i suoi ragazzi, arrivando a ottenere il patentino di arbitro di calcio. Fu anche fondatore di una squadra di pallavolo del seminario, che raggiunse notevoli risultati a livello nazionale.
Parroco a Ugento e Tricase
Nel 1978, lasciò il seminario per assumere l'incarico di amministratore parrocchiale del "Sacro Cuore di Ugento", nominato dal vescovo Monsignor Mincuzzi. Si dedicò a tempo pieno al nuovo compito, ricostituendo il Consiglio parrocchiale, prestando attenzione al canto sacro e alla preparazione delle letture domenicali. La gente lo ricorda mentre girava per le strade, conoscendo tutti per nome, con un sorriso e una parola di incoraggiamento per ciascuno.
Nel 1979, fu eletto parroco della "Natività di Maria" a Tricase. La città accolse con entusiasmo questo "figlio della propria terra". In soli tre anni, dal 1979 al 1982, don Tonino rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico e innovativo, applicando gli insegnamenti del Vaticano II. La sua chiesa si riempiva di persone affascinate dalle sue omelie, talvolta usate per lanciare "sferzate" a politici e amministratori locali. La sua popolarità crebbe, conquistando anche i giovani, in particolare i suoi alunni, ai quali insegnava vivendo l'impegno scolastico non come un lavoro, ma come una missione, un momento di espansione e verifica del suo ministero sacerdotale e pastorale.
L'Episcopato a Molfetta e l'Impegno Profetico
La Chiamata al Vescovado e l'Ingresso
Nel 1980, don Tonino fu convocato a Roma dalla Congregazione dei Vescovi, dove il Cardinale Sebastiano Baggio gli propose la nomina a vescovo di Palmi. Turbato, declinò. Poco dopo, una seconda convocazione gli offrì il vescovado di Tursi, ma ancora una volta rifiutò, tormentato all'idea di lasciare Tricase, la sua parrocchia, la sua gente e sua madre anziana, che sarebbe morta nel 1981. A metà giugno dell'anno successivo, ricevette la terza proposta. Questa volta, seppur indeciso, fu propenso ad accettare, e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, e successivamente anche di Ruvo di Puglia, unita alla diocesi il 30 settembre 1986.
A Molfetta, il 6 settembre, don Tonino incontrò il clero delle tre città e, con tono scherzoso, disse di voler incontrare subito la «fidanzata che la Santa Sede gli aveva trovato per corrispondenza», ovvero la Chiesa di Molfetta. Il 19 settembre fu letto il suo primo messaggio da nuovo vescovo.
La consacrazione episcopale avvenne a Tricase il 30 ottobre, con una folla immensa riunita in piazza Pisanelli. Dopo la consacrazione, don Tonino si recò a Roma per prestare giuramento davanti al Presidente della Repubblica, Sandro Pertini (un rito oggi non più in vigore). Pertini rimase colpito dalla semplicità del vescovo e sbalordito dalla sua croce pettorale di legno. Don Tonino spiegò la sua scelta e, togliendola dal collo, la donò al Presidente. Gli ultimi preparativi per il trasferimento a Molfetta lo angosciavano, poiché gli dispiaceva lasciare Tricase. Il 21 novembre 1982, festa della presentazione di Maria al Tempio, avvenne il suo ingresso nella diocesi di Molfetta. L'omelia di don Tonino in quell'occasione solenne fece subito intendere la sua intenzione di "dirottare" la Chiesa molfettese verso nuove strade.

Il "Fratello Vescovo Povero con i Poveri"
Don Tonino non è mai stato "Monsignor Bello", ma sempre e solo "don Tonino", il «fratello vescovo povero con i poveri». Aveva il pastorale e la croce di legno (di ulivo, simbolo della sua terra), e il suo appartamento episcopale era invaso da senzatetto e migranti stranieri. Girava per le strade del porto e della vecchia Molfetta, sedendosi accanto ai poveri e agli ubriaconi. La sua porta era sempre aperta, anche per la prostituta che bussava alle quattro del mattino affamata e fradicia di pioggia.
Era un uomo di pace, giustizia e salvaguardia del Creato, che definiva la «Trinità terrestre». Tuonava contro chi voleva "militarizzare" la sua terra, la Puglia, con le basi degli F16 negli anni Ottanta.
Don Tonino Bello: dicembre 1992, nell'inferno di Sarajevo
L'Impegno per la Pace e la Giustizia Sociale
Un amore per l’uomo, per ogni uomo, gli diede la forza di gesti estremi come il pellegrinaggio del 1992, quando, già malato di cancro, partì da Ancona per Sarajevo, ostaggio della guerra fratricida. L'ultimo tratto, iniziato a Spalato, lo percorse a piedi. Chi ha il cuore pieno di Dio, infatti, non può chinare la testa davanti alla rabbia e alla vendetta, ma cerca uno spiraglio per il perdono e una lacrima di misericordia. Come Presidente di Pax Christi, nel dicembre 1992, sfidò i cecchini di Sarajevo durante la sanguinosa guerra di Bosnia con l'iniziativa "Beati i costruttori di pace". Insieme a Monsignor Bettazzi, don Albino Bizzotto e un "piccolo popolo di pacifisti", la Marcia dei 500 violò l’assedio della capitale bosniaca, senza sfidare nessuno, ma convincendo i soldati a farli passare, consolando le vittime di entrambe le parti e dispensando aiuti a tutti. Don Tonino non stava "alla testa del corteo", ma "in mezzo a loro".
Il suo impegno lo spinse anche a difendere gli immigrati. Nella sua "Lettera al fratello marocchino", scrisse: «Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro. Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia.»
Come spiega Monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento, la chiave del suo operato è stata "mettere in pratica il Vangelo sine glossa e sine modo, cioè senza aggiunte o menomazioni, ma anche senza confini e senza misura".
La Fede, la Malattia e l'Eredità Spirituale
Dio si Prende Gioco del Tumore: La Presenza Divina nel Dolore
Don Tonino Bello affrontò la sua malattia, un terribile cancro, con una fede incrollabile. Una sua riflessione sul settimanale diocesano "Luce e Vita" del 7 marzo 1993, a poco più di un mese dalla sua morte, parla della Pasqua e del ruolo di Dio nel dolore. «È un invito alla fiducia che parte dal cuore di Dio. Egli alleggerisce sempre le Croci dei suoi figli. Anzi, se ne fa carico totale. Certo il nostro Dio è un Dio che sconcerta. Non allineato con nessuna logica umana. È difficile rispondere. L’unica cosa che si può dire (essenziale, però, e appagante) è che il Signore non ci lascia soli nella prova. No! Il suo non è il divertimento di chi prova gusto a vederci dondolare sull’altalena dei dolori. Egli è triste quando noi siamo tristi. Piange quando piangiamo. Non solo accanto al letto delle malattie fisiche che distruggono inesorabilmente il nostro corpo, ma anche al capezzale dei nostri dolori morali: la fuga di una figlia, l’abbandono della casa nuziale, il pianto dei genitori che vedono il rifiuto dei valori nei figli, l'ombra di un fallimento economico.»
Questa visione profonda del dolore, unita alla sua incrollabile fiducia, può essere riassunta nell'espressione che il "Dio si prende gioco del tumore", non nel senso di derisione, ma di una presenza che non si sottrae, che accoglie e che, attraverso la Sua Pasqua, "rotola i macigni" del sepolcro, trasformando la malattia e ogni sofferenza in cammino verso la guarigione e la luce.
Le Tentazioni delle Tre "P" e la Risposta di Gesù
In una sua riflessione sulla Prima Domenica di Quaresima, don Tonino ha analizzato le tentazioni di Gesù come archetipi di ogni peccato umano, definendole le "tentazioni delle tre P": Profitto, Prodigio, Potere. Queste significano strumentalizzare le cose, Dio e l'uomo.
- Profitto: «Fa’ che le pietre diventino pane.» Ridurre tutto a economia, a ventre. Niente fiori, solo denaro. Niente poesia, solo ricchezza.
- Prodigio: «Gèttati dall'alto: Lui ti salverà.» Distorcere la religione a scopi d'interesse. Un Dio utile, di cui ci si serve, funzionale ai propri progetti.
- Potere: «Ti darò in mano tutti i regni del mondo.» Crescere sulle spalle degli altri, schienare il prossimo, negargli la dignità.
Gesù reagisce con altre tre "P": Parola, Progetto, Protesta.
- Parola: «Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» La Parola orienta i passi e spinge a condividere il pane con l'affamato, ad accogliere i miseri, a vestire chi è nudo.
- Progetto: «Non tentare il Signore Dio tuo.» Non rinunciare a progetti storici precisi che chiedano impegno, fatica, intelligenza. Non pretendere miracoli, ma impegnarsi concretamente per la pace e il pane dei fratelli.
- Protesta: «Vattene, Satana. Sta scritto: "adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto".» Smascherare senza paura i despoti, opporsi al vitello d'oro della produzione di armi, contrastare il peccato delle strutture che opprimono i popoli. Anche la Chiesa deve guardarsi dalle insidie del potere, ricordando che «A te non si addicono i segni del potere. Ma solo il potere dei segni.»
Il Testamento Spirituale e l'Eredità Duratura
Il 18 marzo 1993, meno di un mese prima della sua morte, don Tonino compiva 58 anni, ormai costretto a letto. La sera del suo ultimo compleanno, centinaia di giovani si riunirono nel cortile dell'episcopio per fargli gli auguri, cantando "Freedom" e "Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta". Un video testimonia quel momento. «Avrei voluto farvi salire e abbracciare a uno a uno», disse a quei giovani, «ma non è possibile perché siete tantissimi. Chissà se il Signore mi darà la forza e la salute di mettermi non avanti a voi, come capofila, e neppure dietro di voi, ma in mezzo a voi. Non abbiate mai paura di essere carichi di utopie, di idealità purissime, soprattutto quelle che si rifanno ai grandi temi della pace, della giustizia, della solidarietà.» Un vero e proprio testamento spirituale, che concludeva con un semplice «Vi voglio bene».
Il 20 aprile 1993, don Tonino Bello moriva a Molfetta. La sua scomparsa, avvenuta 20 anni fa, è ancora vivida nella memoria di chi lo ha conosciuto. La causa di beatificazione, avviata nel 2008, si avvia alla conclusione della fase diocesana. Per la gente, però, è già santo. Il suo ricordo è presente ovunque, dagli edifici ecclesiastici agli uffici pubblici, dalle piazze alle vie, con foto, targhe e frasi celebri.
L'eredità di don Tonino è viva attraverso i "ragazzi di don Tonino", da cui è nata la Fondazione don Tonino Bello, presieduta da Giancarlo Piccinni, e l'editrice La Meridiana. Molti di loro hanno continuato a portare avanti il suo messaggio. Monsignor Luigi Martella, attuale vescovo di Molfetta, sottolinea l'importanza di portare avanti questa pesante eredità. Don Gigi Ciardo, suo amico e allievo, ricorda l'insegnamento più importante: «il credente è l’uomo dalle mani aperte, perché non trattiene mai nulla e nessuno; è l’uomo dalle mani protese, perché fa sempre il primo passo; è l’uomo dalle mani giunte, nella preghiera. Ci ha insegnato l’accoglienza: davanti a una persona non si discute, la si accoglie.»
Don Tonino Bello si rivolgeva «A chi non contava niente» suggerendo di liberarsi dalla rassegnazione, di riappropriarsi della città, di mantenerela propria dignità. La sua era una voce di fiducia e di speranza, un invito a guardare con "occhi nuovi" gli altri, a prestare attenzione ai loro bisogni primari: salute, casa, partecipazione, giuste pensioni. I suoi insegnamenti sono quanto mai attuali, specialmente nella difficoltà di comunicazione interpersonale e intergenerazionale e nella conoscenza di sé. Come recita un augurio tratto dal suo libro "Pietre di Scarto": «Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. Ognuno di noi ha il suo macigno. Quella mattina il Risorto ha mostrato alle donne che è possibile il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la prima Pasqua di Cristo.»