La Trasfigurazione del Signore: Rivelazione e Cammino di Fede

Il Vangelo di questa domenica ci invita a riflettere sull'episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, un evento che, come narra l'Evangelista, avvenne sei giorni dopo il primo annuncio di Gesù sulla sua prossima Passione. In quella circostanza, Gesù si era manifestato chiaramente come il Messia sofferente, Colui che era venuto al mondo a morire per gli uomini, per la salvezza dell'umanità. Quella rivelazione non rispondeva alle comuni attese degli ebrei di un Messia glorioso e, di conseguenza, produsse sgomento e scoraggiamento negli Apostoli.

Allo scopo di incoraggiarli, il Maestro divino portò sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni. Lì si trasfigurò davanti a loro: «Il suo volto brillò come il sole - racconta il Vangelo - e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2). Il Signore mostrò ai tre Apostoli lo splendore della sua divinità, un'esperienza così beatificante da indurre Pietro, a nome degli altri, ad esprimere il desiderio di voler rimanere per sempre sul monte a contemplare Dio.

Gesù trasfigurato con Mosè ed Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni sul Monte Tabor

Il Monte Tabor: Simbolo di Distacco e Incontro con Dio

Gesù abbandona la pianura, la città, e sale sul monte Tabor per rimanervi nella solitudine, in preghiera. Il monte, nella Sacra Scrittura (come il monte Sinai, il monte Carmelo), è da sempre il luogo della presenza straordinaria di Dio. La salita al monte Tabor ci rivela la necessità della penitenza, il distacco dalle cose materiali per poter pregare, incontrare e conoscere Dio.

Dobbiamo purtroppo rilevare la difficoltà a pregare da parte di tanti uomini. Questo accade soprattutto perché risulta difficile staccare il cuore da tanti interessi materiali, da tante passioni terrene, da tante occupazioni volute da noi. Ed allora diventa difficile anche entrare in chiesa, trovare un po' di tempo per la preghiera. Pensiamo a quanti perdono la Santa Messa domenicale per gli avvenimenti sportivi (partita di calcio, ad esempio). Per una passione si vendono l'anima al diavolo! Qualsiasi sacrificio per il calcio! Non riescono a staccarsi, il cuore è attaccato agli interessi materiali.

Ma anche se si trova il tempo per andare alla Messa, molto spesso, purtroppo, si riduce solo ad una presenza fisica, come quella dei banchi e dei muri. Questo per togliersi lo scrupolo di non aver perso la Messa. Ma la mente, il cuore, dove stanno, dove vagano?

Ecco il monte Tabor: bisogna staccarsi dal piano, arrampicarsi, fare lo sforzo del distacco per potersi incontrare con Dio e avere i veri frutti della preghiera: l'incontro e la manifestazione di Dio, la conoscenza sempre più profonda di Dio. Fratelli e sorelle, una volta che siamo riusciti a salire e a rimanere sul monte, una volta che ci mettiamo a pregare, una volta che gustiamo la preghiera, può succedere anche a noi ciò che è accaduto per l'Apostolo Pietro: «Signore restiamo sempre qui! È bello stare con te! Non vogliamo più lasciarti!»

Foto di un fedele in preghiera in un luogo appartato e silenzioso

La Preghiera Profonda: Testimonianze e Impegno Personale

Padre Pellegrino Funicelli, che fu anche assistente personale di Padre Pio, ha raccontato di averlo a lungo "spiato" di giorno e di notte, un po' dappertutto, sino alla sua morte: «Ebbene, non l'ho mai sorpreso ad oziare: non soltanto pregava sempre, ma quando credeva di essere solo pregava con una concentrazione tale che sembrava in contatto diretto con la Divinità. In pubblico, invece, per non distinguersi, si uniformava allo stile e al ritmo della comunità».

E quanto ritenesse vitale la preghiera anche per i suoi figli spirituali lo documenta una testimonianza della signorina Clementina Belloni: «In una confessione, Padre Pio mi accusò di aver rubato. Sorpresa, negai. Il Padre continuò: "Hai rubato il tempo a nostro Signore". E infatti il giorno precedente avevo mancato al dovere della preghiera». Con padre Giacomo Piccirillo, che indugiava a fotografarlo da diverse angolazioni, sbottò: «Stai con questo "ma strillo" [riferendosi alla macchina fotografica] in mano da più di un'ora e non hai detto neanche un'Ave Maria!»

A conclusione di questa nostra riflessione domandiamoci: che cosa abbiamo fatto in questi ultimi anni per aumentare la nostra preghiera? Possiamo dire, ad esempio, che rispetto a due anni fa stiamo pregando di più o meglio? Abbiamo fatto qualche sforzo, sacrificio proprio per facilitare il movimento del nostro spirito nell'innalzarsi verso Dio (Santa Messa quotidiana, un Rosario in più, ecc.)? Proponiamoci dunque di pregare di più e meglio, ossia di pregare con sacrificio, pregare rinunciando a tutte le occasioni di distrazione (non riempire la mente unicamente di fatti di cronaca o di notizie sportive o altro che non ci eleva e che ci degrada addirittura, evitare chiacchiere inutili, perdite di tempo, ecc.).

Padre Pio: l'uomo, il frate, il santo. (La vera storia di Padre Pio - 26 settembre 2023)

Guardare Oltre il Visibile: La Trasfigurazione come Rivelazione

L'episodio della Trasfigurazione, su cui facciamo attenzione in questa seconda domenica di Quaresima, ci invita a dare uno sguardo oltre il visibile. Infatti la nostra vita non è solo ciò che vediamo con gli occhi, ma c'è una dimensione più profonda, una luce che Dio vuole mostrarci. Immaginiamo dunque di essere uno dei discepoli: Pietro, Giovanni o Giacomo. Gesù ci chiama a seguirlo in un luogo appartato, su un monte, per pregare. Non sappiamo cosa accadrà, ma siamo disposti a fidarci e a camminare con Lui.

Poi, improvvisamente, qualcosa di straordinario avviene: Gesù cambia aspetto, la sua veste diventa sfolgorante, e accanto a Lui appaiono Mosè ed Elia. È un momento di rivelazione, di luce, di bellezza, ma è anche un momento che interpella i discepoli e ciascuno di noi. Dio vuole mostrarci qualcosa di più grande della nostra comprensione quotidiana, vuole aprire i nostri occhi alla Sua realtà.

Gesù infatti sale sul monte per pregare e proprio mentre prega il suo volto cambia aspetto e la sua veste diventa splendente. Questo ci dice che la preghiera non è solo parlare a Dio, ma è anche il luogo in cui Dio si rivela a noi. Nella preghiera dobbiamo quindi non solo parlare a Dio, ma soprattutto fare silenzio per sentire cosa Lui ha da dirci. Inoltre non dobbiamo dimenticarci che Dio si manifesta nei momenti più inaspettati: in un incontro significativo, in una parola che ci tocca nel profondo, in una bellezza che ci sorprende. Ma noi, come i discepoli, rischiamo di essere addormentati, troppo presi dalle nostre preoccupazioni per accorgercene.

Chiediamoci in quali momenti abbiamo percepito una luce speciale nella nostra vita. Dobbiamo anche domandarci se siamo attenti ai segni della presenza di Dio nella quotidianità oppure se siamo distratti da altre cose. Se diamo spazio alla preghiera e se questa è un semplice dovere o un momento in cui ci mettiamo in ascolto per incontrare Dio.

Il Significato della Luce e della Voce Divina

Pietro durante la trasfigurazione è sorpreso e forse un po' confuso. Per questo dice a Gesù: "Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia" (Lc 9,33). È una reazione spontanea: quando viviamo un momento bello, profondo, intenso, vorremmo fermarlo, trattenerlo. Ma Gesù non risponde alla proposta di Pietro, perché il monte non è il punto di arrivo, ma solo una tappa del cammino. Questo accade anche nella nostra vita: ci sono momenti in cui sentiamo la presenza di Dio in modo forte - in una preghiera, in un ritiro, in un pellegrinaggio - e vorremmo che durasse per sempre. Ma la fede non consiste nel restare in quei momenti, ma nel lasciarsi trasformare da essi per affrontare la vita di ogni giorno con uno sguardo nuovo.

Dopo la visione, una nube avvolge i discepoli e una voce dal cielo dice: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!" (Lc 9,35). Poi, quando la nube si dissolve, Gesù è di nuovo solo, nella sua semplicità quotidiana. Questo passaggio è fondamentale: Dio non chiede ai discepoli di cercare sempre segni straordinari, ma di ascoltare Gesù. La vera fede non è fondata sulle emozioni forti, che a volte ci possono essere, ma principalmente sulla fiducia in Lui, anche quando non ci sono luci particolari o momenti di euforia spirituale. Dobbiamo camminare con Gesù anche quando il cielo si oscura, quando la vita diventa faticosa, quando sembra che Dio sia lontano. La voce del Padre ci ricorda che la strada giusta è quella di ascoltare Gesù e fidarsi di Lui, anche quando non comprendiamo tutto.

Alleniamoci ad ascoltare Gesù: nel Vangelo, nelle persone che incontriamo, nei piccoli segni che Dio ci manda ogni giorno. Facciamo qualche proposito concreto per avere anche noi un tempo quotidiano di preghiera "sul monte": cerchiamo un momento in cui spegnere il cellulare, stare in silenzio e ascoltare Dio.

Illustrazione del Monte Tabor avvolto da una nube luminosa, con la voce di Dio

Comprendere la Trasfigurazione: L'Identità di Cristo

In questa seconda domenica di Quaresima siamo invitati a partecipare alla straordinaria esperienza che vivono Pietro, Giacomo e Giovanni: la Trasfigurazione. L'evangelista Marco, probabilmente, ha raccolto la narrazione di quanto è avvenuto proprio dalle parole di Pietro, e infatti il suo Vangelo è pieno di dettagli rispetto a ciò che accade in cima ad un monte alto, di cui non ci riporta il nome. Mi riesce facile immaginare l'orgoglio con cui i tre discepoli si sono avviati con il Rabbi verso il monte. Tra tutti i Dodici, ha scelto loro tre. Vuole salire sul monte, andare in disparte da tutti, ma si fa accompagnare proprio da loro. Non vi sembra di sentire i commenti tra gli Apostoli? “Ma dov'è che stanno andando? A far cosa?” E mentre si moltiplicano le domande e le curiosità, sussurrate a mezza voce, Pietro, Giacomo e Giovanni seguono il Maestro con l'espressione soddisfatta e quasi trionfante: per questa volta, potranno tenersi Gesù solo per loro, potranno fare qualcosa di diverso dagli altri, qualcosa di speciale!

Anche questo è un particolare da sottolineare: gli Apostoli non sanno bene che cosa sta per succedere, ma Gesù sa che stanno per sperimentare qualcosa di grande, un faccia a faccia con Dio! Per questo è necessaria la calma, l'intimità. Dio non si manifesta se non al cuore, quindi c'è bisogno di silenzio e di tranquillità. Si spostano in alto, dove nessuno li disturberà, dove non arrivano più le voci degli amici e i richiami della folla che ormai da tempo segue il giovane Rabbi. Silenzio, solitudine, calma: questo è il clima che il Maestro e Signore vuole perché il trio possa sperimentare l'incontro con Dio in modo autentico e profondo.

Cosa vuol dire che “si trasfigurò”? Non è un'esperienza che facciamo abitualmente. Potremmo dire che si trasforma, che cambia il suo aspetto. Non così tanto da non riconoscerlo più, ma abbastanza da riuscire a capire che il volto del Maestro che vedono tutti i giorni non è tutto, non è il suo volto completo. Nella Trasfigurazione si manifesta la sua identità di Dio, che ancora non hanno imparato a guardare. Per noi, oggi, è quasi naturale considerare Gesù come Figlio di Dio, ma per i suoi contemporanei questo non era normale proprio per nulla. Anche gli Apostoli comprendevano fino a un certo punto: riuscivano a riconoscerlo come inviato dal Padre, magari come il Cristo, il Messia atteso da secoli, ma non avevano capito che era proprio il Figlio di Dio. Lì, sul monte, Gesù mostra il suo volto completo: il suo viso di uomo e la sua identità di Dio.

Pietro e gli altri quasi non sono in grado di trovare le parole per raccontarlo, per spiegarlo a chi non c'era. Si concentrano su un particolare che potrebbe anche sembrarci secondario: le vesti di Gesù. Cosa indica tutto questo bianco, talmente candido da emanare luce? Questa luce rivela che quel Rabbi che stanno seguendo ormai da tre anni non solo è un Maestro sapiente, ma è anche il Signore Dio. Questa nuova consapevolezza, questa straordinaria verità, è così sconvolgente da abbagliare la mente e il cuore.

C'è tutto il riassunto delle Scritture in queste due figure: Mosè, che ha ricevuto la Legge; ed Elia, il grande profeta salito al cielo su un carro di fuoco. E Gesù è lì, che conversa con loro. Non sappiamo cosa si dicono: forse parlano della Passione, ormai vicina. Forse parlano della Resurrezione che lo attende dopo la terribile esperienza della morte in croce. Non sappiamo neppure se i tre discepoli saliti sul monte riescono a capire di cosa stiano parlando o se siano semplicemente assorbiti da quelle presenze e da quella luce abbagliante. In fondo, per essere sinceri, anche se non sappiamo cosa viene detto in questa conversazione, non è poi così importante. Ciò che conta è questa bella familiarità tra Gesù e i nostri padri nella fede.

«Facciamo tre tende...» in concreto, significa: restiamo qui! Si sta così bene, lontani dalle preoccupazioni, lontani dalla quotidianità... Restiamo qui, ad assaporare un anticipo di Paradiso, quando anche noi potremo conversare amabilmente con i patriarchi, i profeti e tutti i santi... Non fanno in tempo a completare il desiderio che la scena cambia: una nube avvolge il monte, dalla nube luminosa giunge la voce del Padre che invita ad ascoltare il suo Figlio diletto, ultima e definitiva conferma dell'identità di Gesù. L'assaggio di Paradiso è finito, ma gli Apostoli non si sentono abbandonati: c'è Gesù con loro. Tutto il resto è scomparso: la luce, la voce, le vesti bianchissime, Mosè ed Elia... tutto finito. Ma resta l'essenziale: insieme a loro, c'è Gesù. Credo ci sia lo stesso dono anche per noi, in questa seconda domenica di Quaresima. Per noi, che sul monte non siamo saliti, per noi che non sappiamo neppure immaginare come debba essere stata la Trasfigurazione, per noi che la voce del Padre non l'abbiamo mai udita. Però abbiamo la stessa certezza degli Apostoli: non siamo soli. C'è Gesù con noi. Sempre.

Riflessioni Magisteriali e Spirituali sulla Trasfigurazione

Papa Francesco afferma: «Anche noi possiamo essere trasfigurati dall’Amore». È consuetudine ritrovarsi in preghiera vicino alla tomba di san Paolo VI e celebrare la Santa Eucaristia nella luce della Trasfigurazione del Signore. La memoria liturgica di quel Papa è fissata al giorno 29 di maggio, quando egli ricordava la sua ordinazione sacerdotale. Nella lettera che scrisse all’amico carissimo Andrea Trebeschi il 23 maggio 1920 per affidargli la sua ordinazione, G. B. Montini la descriveva come «fondamentale trasformazione della mia vita» (Carteggio I, 1, 402 [lett. 350]).

Papa Paolo VI in un momento di riflessione o preghiera

Il racconto del Vangelo (cf. Lc 9,28-36) ci ha riproposto la scena della Trasfigurazione del Signore. L’evangelista ci ha narrato che «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare»; ci ha riferito che, durante quella sua preghiera, tutti e tre lo avevano lasciato solo, perché erano «oppressi dal sonno»; quando, però, si svegliarono, «videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui». Al riguardo, sant’Agostino domandava: come mai dopo la sua Risurrezione tante persone che pure lo avevano conosciuto non lo riconobbero? Come mai, invece, nella sua Trasfigurazione, i tre discepoli che erano sul Tabor lo riconobbero ugualmente benché il suo volto splendesse come il sole? Questa è la risposta: «siccome stavano con Lui erano sicurissimi che si trattasse di Lui» (Epist. Quia cum illo erant!). Stare con Gesù, amarlo è la condizione per riconoscerLo. Se Gesù non lo amiamo, non giungiamo a conoscerlo. È l’amore che permette di conoscere per davvero e questo non vale soltanto per i dinamismi umani, ma anche riguardo a Dio e al suo Figlio Gesù Cristo. È per questa ragione, forse, che la voce sonante dalla nube ribadisce che Gesù è l’eletto, l’amato del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Dio si conosce percorrendo la strada dell’amore, ha detto una volta Papa Francesco (cf. Omelia in Santa Marta, 8 gennaio 2015).

Domande di questo genere le pose una volta pure Paolo VI nell’udienza del 3 novembre 1976, con queste due semplici domande: Chi è Cristo, in Se stesso? Chi è Cristo per me? Disse: «Ci sentiamo annientati, come gli apostoli sul monte della trasfigurazione, e non oseremmo più rialzare lo sguardo, vogliamo dire inoltrarci in un’esperienza spirituale e morale che si fa religiosa, cioè ci dà “l’estasi e il terrore” d’una Verità vivente a noi del tutto sproporzionata, se non fosse che una sua voce incantevole e vicina ci ridestasse dalla confusione del nostro paralizzante stupore, anzi un suo tocco prodigioso (… li toccò, dice il Vangelo), ci facesse gustare l’ineffabile momento, diventato umanissimo… L’umiltà di Dio fatto uomo ci confonde come la sua grandezza, ma non solo rende possibile il colloquio, ma lo offre, lo impone». Il discorso si conclude con l’espressione del desiderio di vedere Gesù. Vedere Gesù fu, in effetti, l’aspirazione permanente di san Paolo VI ed ora egli gode della visione dell’Agnello.

Un tema suggerito è la scadenza sessantennale dell’inizio del Concilio Vaticano II, voluto da san Giovanni XXIII come incontro della Chiesa col Cristo risorto. Nel suo Radiomessaggio a un mese da quell’inizio (11 settembre 1962), quel Papa disse: «Che è mai un Concilio Ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù risorto, re glorioso ed immortale, radiante per tutta la Chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? E nella luce di questa apparizione che torna a buon proposito il Salmo antico: “Solleva su noi la luce del tuo volto, o Signore!”». Come Papa Giovanni, anche san Paolo VI vide e visse il Concilio quale incontro di amicizia con Cristo. Rivolto ai padri conciliari disse: «con noi è quel Cristo, nel cui nome siamo adunati, e la cui assistenza fiancheggia sempre il nostro cammino nel tempo» (Allocuzione del 14 settembre 1965). Un ottimo teologo ha lasciato scritto qualcosa che intimamente sento di condividere: «Paolo VI, che un giorno sarà senza dubbio proclamato dottore del mistero di Cristo… ha saputo definire il Concilio un atto di contemplazione, capace di suscitare rinnovamento, ricerca di unità, dialogo con il mondo» (M.-J. Le Guillou, Il volto del Risorto).

«La Sposa di Cristo cerchi in lui [Cristo] il suo modello e, mossa dall’ardentissimo amore per lui, si sforzi di scoprire la propria forma, cioè la bellezza che egli vuole che rifulga nella sua Chiesa», disse san Paolo VI nella sua Allocuzione per l’inizio del secondo periodo conciliare, il 29 settembre 1963. Dialogando coi gesuiti dei Paesi Baltici, Francesco diede questa risposta: «Sento che il Signore vuole che il Concilio si faccia strada nella Chiesa. Gli storici dicono che perché un Concilio sia applicato ci vogliono 100 anni. Siamo a metà strada. Dunque, se vuoi aiutarmi, agisci in modo da portare avanti il Concilio nella Chiesa. E aiutami con la tua preghiera. Ho bisogno di tanta preghiera» (ne La Civiltà Cattolica quad. Marcello Card.).

Le persone, anche quelle umanamente più dotate, più adorne di virtù, più stimate e onorate, sono sempre fragili e piccole, e passano presto. Ma oltre la figura e l’azione dei vescovi che successivamente arrivano alla ribalta della storia, noi riconosciamo e adoriamo la figura e l’azione del Signore che ci ha redenti; e «Gesù Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre» (Eb 13,8). Cristo è sempre vivo, sempre eloquente e incisivo col suo messaggio di verità, sempre efficace coi suoi mezzi di grazia; è colui che, tante volte osteggiato e umiliato dalle potenze mondane, alla resa dei conti apparirà vincitore.

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