Lo Sgabello Antico: Storia e Simbolismo dal Faldistorio alla Sella Romana

Il Significato della Posizione Seduta come Simbolo di Autorità

In tutta la tradizione occidentale, la posizione seduta è invariabilmente associata all’autorità. Joseph Rykwert evidenzia come un professore sia in carica quando è salito in cattedra, e la chiesa principale di una diocesi prenda il nome di cattedrale perché è il luogo dove il vescovo ha la sua sede o cattedra. Le disposizioni papali, che devono contenere tutto il peso della sua autorità, vengono emanate ex-cathedra, dal suo trono, e il seggio del primo vescovo di Roma, San Pietro, è venerato al centro della crociera della basilica. Più in generale, dai faraoni dell’Antico Egitto ai capi tribù dei paesi africani, dagli imperatori del Giappone ai Buddha dell’India e della Cina, lo stare seduti su una sedia, su uno sgabello, su un trono, su un fiore di loto o sul corpo arrotolato di un serpente a nove teste, ha sempre significato assumere un ruolo eminente, che neppure la posizione eretta possiede.

Al di là della sua foggia e del suo valore, la sedia pone a contatto con il terreno, incarnando così l’idea del dominio - spirituale o temporale - esercitato su di esso. Inoltre, la sedia, disponendo su un piano rialzato il corpo di colui che la occupa, conferisce a quest’ultimo una ‘sovranità’ - ovvero una superiorità - effettiva, non misurabile cioè in termini di semplice altezza fisica, quanto piuttosto di intrinseca distinzione rispetto a tutte le altre figure che lo circondano, in posizione eretta.

illustrazione di figure storiche (faraoni, vescovi, imperatori) sedute su troni o sgabelli

Il Faldistorio: Lo Sgabello Liturgico Mobile

Origini e Definizione

Derivato dal latino medievale faldistorium, a sua volta modellato sul germanico faldastôl, il termine individua un seggio, realizzato in legno o in metallo, la cui caratteristica principale è di essere mobile e pieghevole. In campo liturgico, il termine indica il seggio mobile usato da un vescovo in tutte quelle situazioni cerimoniali in cui, essendo prevista una sistemazione laterale rispetto all'altare, non è possibile utilizzare la cattedra fissa posta al fondo dell'abside.

Uso Liturgico Episcopale

Il problema dell'uso del faldistorio nasce esclusivamente in relazione alla liturgia romana, perché quella gallicana, fin dal suo formarsi nell'VIII secolo, previde la posizione della cattedra laterale rispetto all'altare. Tuttavia, i seggi non rispondevano necessariamente alla caratteristica di avere una struttura leggera e pieghevole, ma soltanto a quella di essere mobili. Ne sono testimonianza il seggio ligneo conservato ad Anagni (Tesoro del Duomo) o quello in ferro, la c.d. cattedra di San Barbato, presso il Museo Diocesano di Benevento, i quali, pur fungendo da faldistorio vescovile, nelle forme riprendono la tipologia della cattedra.

Dell'uso, sul finire del XII secolo, di una cattedra mobile, definita sedes romana, si ha notizia anche per la cattedrale di Salerno. È plausibile che essa fosse ornata con la serie delle formelle in avorio con storie del Vecchio e del Nuovo Testamento conservate presso il Museo Diocesano. Non si può escludere un uso medievale come faldistorio anche per cattedre eburnee di gran lusso come quella dell'arcivescovo Massimiano (Ravenna, Museo Arcivescovile) o come la stessa cattedra di San Pietro (Roma, Basilica di San Pietro), prima della sacralizzazione che la trasformò in una reliquia apostolica, visto che è storicamente attestato, anteriormente al XIII secolo, il suo uso come seggio nell'ambito della cerimonia della consacrazione papale.

Tipologie del Faldistorio Pieghevole

La vicenda relativa al faldistorio mobile e pieghevole è diversa e più articolata, e di esso possono essere riconosciute tre diverse soluzioni tipologiche.

Il Faldistorio a "X" Semplice

La testimonianza più cospicua di questa prima tipologia, formalmente la più semplice, è fornita dalle sei sedie pieghevoli rinvenute, sul finire del secolo scorso, nella necropoli longobarda di Nocera Umbra. Di queste, cinque si conservano a Roma (Museo dell'Alto Medioevo), mentre la sesta è andata dispersa. Si tratta di seggi in ferro, arricchiti da una decorazione ad agemina d'argento sobriamente lineare, composti da due rettangoli inseriti l'uno nell'altro e legati con due perni al centro dei lati lunghi, in modo da consentirne l'apertura a X. La posizione veniva fissata grazie al sedile, composto da strisce di cuoio avvolte a due aste fatte scorrere all'interno di occhielli, connessi alla parte superiore interna di ogni pezzo.

Risalente, per questi esemplari, agli inizi del VII secolo e a un'area di produzione bizantina, il tipo del seggio appare testimoniato già in uso, tra il V e il VI secolo, in ambito visigoto (dalle sedie pieghevoli provenienti dalla necropoli reale di Ballana in Nubia) e merovingio (come provano l'esemplare conservato ad Annecy e quello di Saint-Germain-en-Laye). L'origine militare di questo faldistorio, modellato sulla sella castrensis romana, è indicata dalla sua presenza nella grande icona marmorea del santo guerriero Demetrio murata sulla facciata della basilica di San Marco a Venezia, che, pur essendo un'opera bizantina del tardo XII secolo, si rifà a prototipi iconografici tardoantichi.

Il fatto che nelle necropoli barbariche il faldistorio sia stato trovato a far parte sia di tombe maschili sia di tombe femminili consente di riconoscerlo come un generico attributo di nobiltà, ma contraddice un suo specifico valore maiestatico. Tuttavia, non si può escludere che, nell'ambiente longobardo dell'Italia meridionale, questo tipo di seggio sobrio e lineare abbia acquisito tale funzione nel corso del tempo, visto che, una volta dato il giusto peso alle distorsioni prospettiche intervenute nella rappresentazione, l'esempio migliore di un suo uso in questo senso compare nella scena dell'omaggio reso a un imperatore contenuta nell'Exultet 1 del Museo Diocesano di Gaeta, realizzato intorno alla metà del X secolo.

disegno o foto di faldistorio a X

Il Faldistorio con Zampe Isolate

Un secondo tipo di faldistorio si distingue per la presenza delle zampe isolate, con la terminazione che ricorda un piede o uno zoccolo. Questa soluzione è presente anche nella cattedra beneventana di San Barbato, alla quale può essere giunta proprio attraverso il confronto con questo genere di seggio. Anche in questo caso, l'introduzione di tale elemento, rispetto all'assoluta semplicità formale del primo tipo, avviene sulla base di suggestioni decorative tratte dal mobilio romano.

L'esempio più antico di tale soluzione è fornito da una sedia pieghevole, in ferro e con decorazione ad agemina, conservata a Londra (British Museum), che dopo essere stata per lungo tempo ritenuta di età neroniana, è stata assegnata al VI secolo e a un ambito di produzione longobardo o merovingio. Nel fissare la propria ragione funzionale, essa utilizza il sistema dei due rettangoli, affinandolo grazie a una più calcolata articolazione degli snodi, tale da favorire, al momento della chiusura, una connessione a incastro delle varie parti. In questo essa prelude al meccanismo della c.d. sella plicatilis di Pavia (Civici Musei), anch'essa in ferro, arricchito con agemina in argento, rame dorato e niello, ma dalle forme compositive assai più ricche e articolate rispetto a quelle delle sedie rinvenute nella necropoli longobarda di Nocera Umbra, un aspetto che è stato determinante per la proposta di datazione al IX-X secolo. La caratteristica più significativa del faldistorio pavese è costituita dallo snodo unico frontale formato dall'incrocio di due bracci a X che si divaricano a forcella in modo da consentire gli innesti delle traverse delle zampe e dei braccioli, arrivando in questo modo a comporre una soluzione meccanicamente semplice e raffinata. Anche nel caso di questo secondo tipo di faldistorio non vi sono elementi sostanziali per pensare che i suoi compiti superassero quelli dell'oggetto di lusso.

Il Faldistorio con Protomi Leonine

Caratteri maiestatici precisi ebbe invece il terzo tipo, la cui caratteristica più spiccata deve essere riconosciuta nella presenza di protomi e zampe leonine alle terminazioni dei bracci. L'esempio più antico superstite è il c.d. trono di Dagoberto conservato a Parigi (Bibliothèque Nationale, Cabinet des Médailles). Si tratta di un faldistorio in bronzo dorato e inciso che, nella condizione attuale, appare il frutto di almeno tre interventi che hanno finito con il trasformarlo in un trono fisso, grazie all'aggiunta di un dossale e di due fiancali.

A quale epoca debbano essere riferite le varie parti è oggetto di discussione: l'attribuzione iniziale del faldistorio al re merovingio Dagoberto risale al Liber de rebus in administratione sua gestis dell'abate Suger, che dice di averlo trovato abbandonato nell'abbazia di Saint-Denis e di averlo fatto restaurare; a questa tesi si contrappone quella che lo vuole di età carolingia. Al di là di questi motivi di incertezza, resta il fatto che, nel suo nucleo più antico, costituito dalla zona inferiore, in virtù del sistema di scorrimento delle traverse all'interno di rotaie, ricavate nello spessore delle zampe, il seggio si proponeva, per forme e meccanica, come un faldistorio radicalmente nuovo e complesso rispetto agli esemplari precedenti, inventato con lo scopo di riprodurre i seggi raffigurati nei dittici consolari tardoantichi.

L'introduzione delle protomi leonine quale fattore maiestatico appare da questo momento una componente determinante nel definire il tipo del faldistorio medievale, indipendentemente dalle forme e dal materiale di cui esso è composto. Attraverso la casistica iconografica è possibile osservare il primitivo affermarsi in questo senso del tipo: intorno alla metà del IX secolo, esso compare nel ritratto dell'imperatore Lotario II nel salterio che da lui prende il nome. Già intorno al 985, la sua presenza nel ritratto dell'arcivescovo di Treviri Egberto, contenuto in un codice a lui dedicato, ne indica l'avvenuta attribuzione a un uomo di chiesa. La tendenza dovette prendere ulteriormente piede nell'ambito della politica rivendicativa, anche sul piano delle insegne, propria alla lotta per le investiture, come sottolinea il fatto che nelle miniature che decorano il codice originale della Vita Mathildis di Donizone (approntato per la contessa nel 1115), il faldistorio con protomi leonine è attribuito solo ai vescovi della casata dei Canossa e all'abate di Cluny.

Non vi è comunque spazio per pensare che esso fosse ormai un'insegna solo rigorosamente ecclesiastica, riservata ai vescovi, agli abati dotati di dignità vescovile e, talvolta, anche alle badesse, visto che, ancora sul finire del XII secolo, compare nel ritratto del conte Ruggero di Andria contenuto nel Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli. In quel periodo la diffusione di questo tipo di faldistorio si dovette comunque intensificare: nei sigilli-ritratto degli arcivescovi di Colonia, il faldistorio a protomi leonine è presente per la prima volta con Filippo di Heinsberg (1167-1191), per restare come dato costante in tutti quelli dei suoi successori.

Pochi sono i faldistori superstiti di questo tipo, come quelli abbaziali, legati ai monasteri austriaci di Admont e di Nonnberg, o quello vescovile conservato a Perugia (Museo Capitolare), tutti comunque risalenti alla prima metà del Duecento e ormai saldamente calati all'interno della tradizione attributiva di tipo vescovile che, in un momento non anteriore al 1317, risulta ancora pienamente attiva nell'impostare i contenuti iconografici della tavola di Simone Martini con la raffigurazione di San Ludovico come vescovo di Tolosa. Di contro, almeno su un piano ideale e a suo modo antichizzante, la possibilità di un utilizzo laico del seggio è ancora testimoniata, entro il 1310, dalla figura di Erode, solennemente disposto all'interno di un tribunal, nella Strage degli innocenti del pulpito di Giovanni Pisano per la cattedrale di Pisa.

In contrapposizione a questa consolidata ma ambigua divulgazione vescovile del tipo a protomi leonine e come ricerca di una nuova dimensione laica del carattere maiestatico espresso dal faldistorio, va visto l'episodio del seggio perduto appartenente a Federico II. Il dato più significativo che si ricava su di esso è la sostituzione delle protomi animali con tabelle, a niello e a smalto, contenenti ritratti di re e di regine, intervallati da due pavoni tempestati di gemme. Sul piano formale la scelta è un esito dei tempi, visto che il contemporaneo faldistorio di Nonnberg ha il corpo ligneo arricchito da una serie di figurette eburnee di santi entro nicchie. A livello contenutistico invece, come già alle origini del faldistorio a protomi leonine, l'idea è ricavata dal repertorio figurativo tardoantico, attestato dai dittici consolari, dove la figura del sedente è spesso affiancata dai ritratti dell'imperatore, dell'imperatrice e del collega nella carica.

foto o rappresentazione del Trono di Dagoberto o di un faldistorio con protomi leonine

Sgabelli e Sedie nell'Antica Roma: Funzione e Design

A Roma lo sgabello fu fondamentale, prima come simbolo e poi come arredamento in ogni casa, dalla più povera alla più ricca. La sedia pieghevole romana è un'antica tradizione dell'esercito legionario. Tali sedie, chiamate "Sella", erano simboli di status e di comando dal tempo degli Etruschi e per tutto il periodo romano. Durante il periodo romano e repubblicano imperiale, la "Sella Curule", insieme con i fasci, erano le insegne dei consoli, pretori, censori ed edili.

illustrazione di sella curule romana

Design e Materiali

Una seggiola romana poteva avere zampi diritti sul davanti e svasati dietro, essere dorata e presentare due teste di leone intagliate. Gli sgabelli potevano essere semplicissimi, tutti in ferro e di uso militare, con un principio lineare che ricorda molto uno stendino per i panni. Un sedile del tardo impero, riservato agli alti ufficiali dell'esercito romano, giunto pressoché intatto, pur essendo un oggetto d'uso e non di arredamento, aveva una sua contenuta bellezza. La seduta era in pelle, un rettangolo di cuoio grasso inchiodato da borchie alle due stanghe laterali.

Alcuni dipinti mostrano tovaglie che rivestono l'altare quasi fino al piedistallo, altri invece raffigurano teli che cadono solo sui lati e non davanti. Un esempio è la tovaglia che Arte Ricami ha confezionato per l'altare della Basilica di San Pietro, misurando circa 8 metri. Il commercio con l'oriente aveva permesso l'uso della seta variamente disegnata e colorata, dai pesanti damaschi alle sete leggere come veli, e ai tulle veri e propri, nonché alle guarnizioni di frange e nappi. La seduta poteva essere imbottita in velluto, i cipollotti poggiavano su pesanti cornici di legno lavorate e intarsiate con inserti in avorio. Il bronzo dorato invase tutto, fino a creare stanze molto decorate e dorate, un po' diverse da quel "gusto con continenza" che amavano tanto i romani.

Un sgabello a tre zampi era considerato più pratico perché, al contrario della sedia, non zoppica mai. Esistevano anche sgabelli simili negli zampi alle corna di buoi rovesciate, una coppia posta ognuna ai due lati del seggio. Il sedile poteva diventare piatto girando su due viti assicurate da testine a volte dorate, a volte incise o del tutto lisce. L'arte romana si coglie in un colpo d'occhio, semplice e magistrale.

In una pittura pompeiana, si può osservare una sedia quasi nascosta da cuscini e stoffe, che venivano appoggiati anche sulle spalliere delle seggiole, sugli sgabelli o sui divani per creare eleganti note di sete luminose o colori variegati. In una pittura simile, il bracciolo della sedia è sostenuto da una figurina scolpita nel legno, che sembrerebbe di foggia egiziana, ma un po' romanizzata. Contrariamente all'uso romano, erano rare le figure umane o di animali nelle sedie egizie, e quelle poche erano rozze e statiche, mentre i motivi decorativi tendevano a essere rigidi e convenzionali. Gli zampi delle sedie egizie erano torniti e uniti tramite un'anima di metallo. I romani, essendo molto razionali, riuscivano a facilitarsi il lavoro costituendo piccole catene di montaggio artigianali, usando la stessa tecnica degli argentieri italiani dal '500 in poi, assemblare vari pezzi torniti o fusi in argento montandoli in modo diverso per variarne i modelli. Così una sola bottega artigiana poteva realizzare una grossa quantità di modelli, sicché l'acquirente non avrebbe trovato la medesima sedia in casa dell'amico, e la diversa tonalità e colore di pittura già faceva la differenza.

illustrazione di sgabelli romani di vario design e materiali

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