Il Caso dei Diavoli della Bassa Modenese: Tra Accuse, Giustizia e Controverse Metodologie

Tra il 1997 e il 1998, le tranquille comunità di Mirandola, Finale Emilia e Massa Finalese, in provincia di Modena, furono sconvolte da una serie di accuse gravissime che portarono all'allontanamento di sedici bambini dalle loro famiglie. Questa vicenda, nota come "i Diavoli della Bassa Modenese", vide oltre venti persone imputate di pedofilia e satanismo, scatenando un calvario giudiziario decennale che ha sollevato profonde questioni etiche e procedurali.

Il Podcast e la Docu-serie "Veleno": La Ricostruzione di una Tragedia

La complessità e la drammaticità del caso hanno ispirato diverse opere di ricostruzione. Nel 2017, il giornalista Pablo Trincia ha realizzato il podcast "Veleno", modellato sul format americano Serial, unendo il true crime alla narrazione in prima persona. Questo podcast ha avuto un enorme successo, mettendo in forte dubbio l'operato degli inquirenti e sollevando interrogativi sul limite tra il diritto di cronaca e il dovere di non nuocere alle persone coinvolte. Un esempio di questa tensione etica è stato l'incontro di Trincia con uno dei bambini allontanati, ormai quasi trentenne, con un registratore, per chiedere di parlare degli abusi subiti.

Successivamente, dal 25 maggio, la vicenda è stata ripercorsa nella docu-serie in cinque episodi diretta da Hugo Berkeley e ideata da Ettore Paternò, disponibile su Prime. Questa serie non è un semplice adattamento, ma una sorta di episodio aggiuntivo che segue la vicenda processuale fino a oggi e connette i puntini tra questo caso e le inchieste di Bibbiano. La serie introduce uno sguardo "terzo", opponendo alla voce degli accusati, predominante nel podcast, un controcanto rappresentato dalla psicologa Valeria Donati e dal comitato "Voci vere", costituito dalle famiglie affidatarie e dagli (ormai ex) bambini allontanati. "Un abuso sessuale realmente vissuto è un qualcosa con il quale si può imparare a convivere. Un abuso immaginario ti lascia nella testa soltanto fantasmi", ha sottolineato una delle voci.

Mappa dell'area della Bassa Modenese coinvolta nel caso, con evidenziate le località di Mirandola, Finale Emilia e Massa Finalese

L'Inizio dell'Inchiesta: Il Ruolo del "Bambino Zero"

La serie documentario podcast "Veleno" di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, pubblicata nel 2017, ha avuto lo scopo di raccontare l'ambiguità e le controversie delle vicende che anni prima avevano sconvolto i paesi di Mirandola e Massa Finalese. Le vicende iniziarono a emergere il 7 luglio 1997. La prima coinvolse Federico Scotta e sua moglie, i cui figli furono prelevati dalla polizia di notte, in seguito a un'accusa di violenza sessuale e pedopornografia da parte del responsabile dei Servizi Sociali di Mirandola e un decreto del Tribunale dei Minori. La stessa notte, la figlia di Francesca, amica di Scotta, fu prelevata per accuse analoghe.

Le accuse furono mosse da un bambino di 8 anni, denominato nella serie "Dario" (poi identificato come Davide Galliera, il "bambino zero"), prelevato dalla sua famiglia e affidato inizialmente al Cenacolo Francescano, una casa di accoglienza, e poi a una famiglia affidataria. Il bambino mostrò i primi segnali di sofferenza e la madre affidataria decise di sottoporlo alle cure della dottoressa Valeria Donati, psicologa dei servizi sociali. Da questo momento, iniziarono le prime dichiarazioni di violenze e abusi sessuali, segnalate alla Magistratura, nei confronti del padre e del fratello di Dario. Successivamente, mediante riconoscimento fotografico, il bambino riconobbe i figli dei coniugi Scotta e la figlia di Francesca, portando all'innalzamento delle prime accuse di pedofilia nei confronti degli adulti coinvolti.

Proprio recentemente, il "bambino zero", Davide Galliera, ha confessato che all'epoca inventò gli abusi perché si sentì costretto dalle pressioni che subiva. Davide iniziò a raccontare accuse contro la propria famiglia, arricchendole di particolari scabrosi che coinvolsero sempre più persone. Il 17 maggio 1997, il padre e il fratello furono arrestati con l'accusa di pedofilia, con racconti di abusi, violenze, filmati pedopornografici e riti satanici nei cimiteri che coinvolgevano anche altri bambini.

L'Iter Giudiziario e i Processi: Dalla Condanna all'Assoluzione

Dalla vicenda sono originati cinque distinti processi penali, con esiti differenti. Le iniziali accuse di abuso rituale satanico nei confronti di minori, da parte di una rete di satanisti che compivano riti nei cimiteri, vennero ritenute non provate e tutti gli imputati vennero assolti da queste specifiche accuse. Tuttavia, per alcuni imputati, sono state confermate quelle relative ad abusi domestici.

Nel 2000, tutti i 15 imputati furono condannati in primo grado. Ma nel 2001, la sentenza d’appello differenziò le posizioni processuali, assolvendo 8 imputati "perché il fatto non sussiste", mentre riformulò la sentenza per altri sette con pene più lievi, ritenendoli colpevoli di abusi domestici ma "senza alcuna impronta rituale". Questa sentenza è stata confermata nel 2002 in Cassazione, smontando la pista satanista e parlando esplicitamente di "falso ricordo collettivo". Alcune delle persone coinvolte sono morte in seguito alla vicenda, altre sono state condannate, mentre altre ancora sono state completamente assolte.

Personaggi Chiave e Loro Vicende

Secondo le accuse iniziali, il leader del gruppo di pedofili satanisti sarebbe stato don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio. Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998, si svolse il primo processo, noto come "Pedofili 1", in cui furono condannati sei imputati, inclusi i genitori di Davide. Nel corso del processo, l'inchiesta si estese a seguito delle rivelazioni fatte dai bambini alle assistenti sociali, con particolari inverosimili e raccapriccianti, un numero crescente di bambini coinvolti e di crimini, inclusi omicidi, decapitazioni e riti orgiastici. Sedici altri bambini furono allontanati dalle proprie famiglie.

Tra le famiglie coinvolte in questa seconda fase, c'era anche quella di Lorena Morselli e Delfino Covezzi. Inizialmente accusati di scarsa vigilanza, furono poi accusati di abusi in seguito ai racconti di una delle loro quattro figlie, all'epoca di 8 anni e con supposti problemi mentali. Questo secondo troncone del processo, chiamato "Pedofili Bis", coinvolse don Giorgio e altri 16 imputati, accusati dai bambini di violenze sia in ambito domestico sia all'interno di riti satanici nei cimiteri, con omicidi di altri bambini. Il processo si concluse nel 2000 con la condanna a 14 anni per Govoni, che nel frattempo era morto di infarto (assolto post mortem), e per gli altri imputati, il 5 giugno 2000 il tribunale comminò pene più dure di quelle richieste dall'accusa per un totale di 157 anni di carcere.

Il processo di appello nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 confermarono le condanne del primo processo, ma solo per gli abusi in ambito domestico e non per quelli che sarebbero stati commessi nei cimiteri. Il processo di appello "Pedofili Bis" nel luglio 2001, confermato poi dalla Cassazione nel 2002, assolse gli imputati.

La Vicenda della "Frasca" e Le Assoluzioni

Un grave errore investigativo riguardò la cosiddetta vicenda della "frasca", una presunta violenza carnale commessa con il ramo di un albero da don Giorgio Govoni (morto di crepacuore per queste accuse), da Enzo Morselli (deceduto anche lui) e da due dei suoi figli. Una dei figli minori di Lorena Morselli e Delfino Covezzi, collocata dall'AUSL presso una famiglia reggiana, aveva raccontato alla psicologa AUSL a Mirandola di essere stata avvicinata dai quattro, "sequestrata", violentata e minacciata di non testimoniare contro di loro al processo in corso a Modena. I giudici di Reggio furono chiamati a giudicare sui riscontri investigativi. All'esito del dibattimento, il Tribunale di Reggio ha assolto gli imputati "perché i fatti non sussistono" (sentenza 240 del 2005). Contro questa sentenza, l'AUSL di Modena propose appello, ma la Corte di Bologna, con sentenza 11024 del 18 aprile 2012, confermò l'assoluzione, condannando l'AUSL al pagamento delle spese processuali, evidenziando che i riscontri esterni non avevano trovato conferma, ma erano stati "anzi disattesi". La sentenza divenne definitiva il 18 luglio 2012.

Veleno - L'enorme conflitto di interessi della psicologa nel caso dei diavoli della bassa modenese

La Connessione con il Caso Bibbiano: "Angeli e Demoni"

Nel 2019, mentre le indagini sui Diavoli della Bassa Modenese proseguivano grazie alle nuove testimonianze degli "ex bambini", emerse una nuova inchiesta della procura di Reggio, denominata "Angeli e Demoni". Questa inchiesta era basata sul caso di Bibbiano, un'indagine su un presunto giro di affidi illegali, in cui i bambini, a causa di manipolazioni e falsi documenti, furono sottratti alle loro famiglie e dati in affido. In questa inchiesta furono indagate ventisette persone, fra cui medici, psicologi e assistenti sociali, la maggior parte facenti parte del centro "Hansel e Gretel", fondato dallo psicologo Claudio Foti. Foti era il primo indagato in questa inchiesta e colui che validò il lavoro dei servizi sociali nel caso dei Diavoli della Bassa Modenese.

Secondo l'inchiesta, i terapeuti avrebbero obbligato i bambini a dichiarare di essere stati abusati, falsificato i loro disegni aggiungendo dettagli di carattere sessuale e utilizzato strumenti per sostenere la manipolazione, come la "macchinetta dei ricordi", che generava impulsi elettrici per suggestionare i bambini e alterare la loro memoria in prossimità dei colloqui giudiziari. Tutte le prove processuali furono ben presto collegate alle testimonianze dei bambini della Bassa Modenese: secondo quanto emerso, una bambina fu obbligata dagli psicologi e dagli assistenti sociali a dire che il padre, travestito da diavolo, la coinvolgeva in orge e la costringeva ad uccidere bambini nei cimiteri. In seguito, la stessa bambina negò i suoi racconti. Una delle prove decisive emersa durante le indagini fu una registrazione, fatta dai Carabinieri, delle conversazioni tra la psicologa e i bambini in un centro di Bibbiano, gestito dal centro "Hansel e Gretel".

Le Controverse Metodologie di Interrogatorio dei Minori

Le vicende dei Diavoli della Bassa Modenese e di Bibbiano hanno messo essenzialmente in discussione le tecniche utilizzate per interrogare i minori. Le indagini hanno rivelato che i colloqui con i minori sono stati condotti utilizzando lo "svelamento progressivo" o self-disclosure. Questa tecnica afferma che i bambini, vittime di abusi, rivelano gradualmente la loro storia grazie alla stimolazione del parlare. Sebbene questa condotta entri in contrasto con il setting analitico tradizionale, dove si richiede neutralità, astinenza e anonimato, il suo utilizzo, secondo alcuni psicoanalisti, può aiutare a "normalizzare" la relazione con il paziente e sfidare le credenze negative. Tuttavia, secondo i terapisti tradizionali, l'auto-divulgazione dovrebbe essere limitata a situazioni molto specifiche, a causa di possibili errori. D'altro canto, i terapisti umanisti ed eclettici sostengono che l'apertura da parte del terapeuta nella relazione con il paziente deve essere libera, in quanto l'anonimato o il distacco da parte del professionista sono impossibili.

Nei casi dei Diavoli della Bassa Modenese e delle vicende di Bibbiano, tutti i protagonisti minori sono stati interrogati secondo la tecnica dello svelamento progressivo, partendo dal presupposto che il minore vittima di abuso riveli gradualmente la sua storia solo se si crea un contesto in cui può parlare il più possibile, gli psicologi coinvolti hanno interrogato i bambini seguendo linee di incitamento ed insistenza. Claudio Foti (2001), coinvolto in entrambi i casi, si definisce contro la tendenza dominante della psicologia forense di valutare il bambino vittima di abuso sessuale senza introspezione ed empatia, tecniche considerate legate a indicatori di caduta di scientificità. L'intervento terapeutico competente ed empatico, secondo Foti, rappresenta lo strumento fondamentale per curare i danni derivanti da violenza, abusi e traumi. Il colloquio, in particolar modo con il minore, è uno degli strumenti più importanti, più difficili e più rischiosi. L'abuso è un evento inaspettato e spesso incomprensibile, che incrina varie capacità dell'adulto e alimenta la percezione di un mondo pieno di pericoli. Quando la vittima è un bambino, egli non è in grado di gestire queste forme di sofferenza, a causa della sua ingenuità e della sua propensione all'attesa di accudimento. La modalità con cui un colloquio è condotto è sicuramente una delle maggiori fonti di errore, che può portare alla nascita di distorsioni ed errori irreversibili, come accaduto ai bambini e alle famiglie considerate.

Schema che illustra la tecnica dello svelamento progressivo e le sue potenziali criticità nei contesti forensi

Critiche al Sistema di Giustizia Minorile e Proposte di Riforma

L'Avvocato Salvatore Di Grazia, esperto di diritto di famiglia e autore del libro "Come ai tempi di Erode. Le prassi anomale della giustizia minorile", ha testimoniato di fronte a una Commissione d'inchiesta, mettendo in luce le difficoltà che un avvocato incontra nell'affrontare questioni riguardanti i minori e la giustizia minorile. Di Grazia ha evidenziato le "anomalie vere e proprie" del sistema, concentrandosi sul rapporto simbiotico tra il giudice minorile e i servizi sociali. Mentre la Polizia giudiziaria è subordinata al Pubblico Ministero, i servizi sociali godono di un'autonomia discrezionale "enorme", esercitata soprattutto nella fase esecutiva e di attuazione. Tale discrezionalità, basata su studi spesso di origine estera, può portare a provvedimenti "non sempre simpatici" e, in casi estremi, all'assunzione di provvedimenti senza aver preventivamente sentito le parti interessate, un'assurdità che può far impiegare anni per dichiarare il non luogo a procedere.

Il dibattito sulla riforma dei Tribunali dei Minori è acceso. L'espressione "supremo interesse del minore" (best interest) rischia, secondo il giurista Dogliotti, di diventare una "vuota tautologia", un mero abbellimento esteriore. Il giudice minorile attuale agisce, secondo Di Grazia, secondo l'ideologia del "giudice inquisitore", un vecchio modello in cui il giudice raccoglie le testimonianze e le elabora in isolamento, relegando il diritto di difesa ai margini. La tendenza attuale, anche da parte dei giudici ordinari, di avvalersi sic et simpliciter delle informazioni e valutazioni dei servizi sociali, che operano nel "massimo dell'isolamento", rappresenta un rischio. Di Grazia ha citato il caso di una maestra che segnalò un'ecchimosi su una bambina, portando all'intervento dei servizi sociali che stesero una relazione con "un sacco di falsità" e l'allontanamento dei bambini, poi tornati a casa dopo cinque anni di lotta. Questo, ha sottolineato l'avvocato, non è un caso isolato, ma "emblematico di un sistema".

Tra le proposte di riforma, si è discusso della possibilità di registrare i colloqui tra servizi sociali e minori. L'ex Procuratore minorile Ugo Pastore ha evidenziato il rischio di "estrema genericità" nelle relazioni dei servizi. La Cassazione ha stabilito che la registrazione di un colloquio in cui si è presenti è perfettamente valida. L'avvocato Di Grazia ha ricordato un caso in cui i servizi, basandosi su relazioni generiche e apparentemente arbitrarie (ad esempio, accuse di ostilità della madre verso il servizio), hanno interrotto gli incontri protetti e sospeso la responsabilità genitoriale di una madre. La registrazione segreta, ma lecita, di un colloquio con l'assistente sociale ha poi mostrato una discrepanza tra quanto dichiarato e le azioni intraprese.

Il sistema dovrebbe garantire l'audizione preventiva degli interessati, anche se il principio che "il minore non può attendere" giustifica l'emissione di provvedimenti urgenti "inaudita altera parte". Tuttavia, ci si interroga sull'effettiva applicazione di sentenze della Corte Costituzionale che prevedono la possibilità di essere ascoltati entro 15 giorni anche in presenza di decreti urgenti. È stata avanzata una proposta di legge che prevedeva l'obbligo per la pubblica autorità di informare il Procuratore della Repubblica, ma mancava un aspetto cruciale: l'obbligo per la Procura di dare una risposta entro un termine perentorio, come avviene per la convalida dell'arresto.

Illustrazione simbolica di un bilancio della giustizia, con i piatti sbilanciati a rappresentare la discrezionalità vs. il diritto di difesa

La Riapertura dei Casi e La Ricerca di Giustizia

A distanza di vent'anni dagli eventi, nuove prove e testimonianze hanno portato a una riapertura dei casi. Il 20 aprile 2019, è stata accolta una prima istanza di revisione del processo per Federico Scotta, condannato a undici anni di carcere nel primo processo "Pedofili 1". L'avvocato Patrizia Micai, in prima linea nella difesa delle famiglie, ha annunciato che la Corte d'Appello di Ancona ha accolto l'istanza. Questa decisione ha riacceso la speranza per tanti genitori e ragazzi che attendono giustizia e la possibilità di riabbracciare i propri figli, convinti di non aver mai subito abusi sessuali. Oltre alle istanze di revisione, sono state presentate anche istanze di risarcimento danni per persone mai condannate o assolte, ma comunque costrette ad anni di gogna giudiziaria ingiustificata.

Nonostante le assoluzioni e le revisioni processuali, va anche sottolineato che alcuni degli ex bambini rivendicano ancora oggi con forza la veridicità delle proprie accuse, in particolare la figlia di Lorena Morselli e Delfino Covezzi e la figlia della famiglia Giacco. Questo sottolinea la persistente complessità e il profondo impatto emotivo e psicologico che queste vicende hanno avuto su tutte le parti coinvolte, lasciando ferite aperte in un'intera comunità.

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