Il 12 agosto 1955, scompare uno dei giganti della letteratura mondiale, Thomas Mann, autore di capolavori come “I Buddenbrook” e “La montagna incantata”. Sebbene non si fosse mai completamente riappacificato con la sua terra natia, la Germania, non desiderava più farvi ritorno. La sua ultima fatica letteraria, “Le confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull”, rimase incompiuta, un'opera che aveva iniziato nel lontano 1910, in un periodo diverso della sua vita e del mondo. Quasi la chiusura di un cerchio, se si considera che l'ultimo viaggio di Mann in Germania lo aveva condotto a Lubecca, la città in cui era cresciuto e dove gli era stato conferito il titolo di Dottore Honoris Causa.

Le Origini e la Formazione di un Artista
Thomas Mann nacque in una ricca famiglia di mercanti. Cresciuto in una bella casa e con un'infanzia felice, ereditò il contrasto caratteriale dei suoi genitori: un padre rigoroso e una madre di origine creola, dalla quale trasse quella sensibilità per la musica e l'arte che coinvolse sia Thomas che il fratello maggiore Heinrich. Mann ha descritto nei suoi romanzi la fine di un'epoca, principalmente la sua.
Le Grandi Opere della Maturità
"I Buddenbrook": Ascesa e Caduta della Borghesia
“I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” è la storia di una famiglia di commercianti e borghesi dell'Ottocento a Lubecca (quindi in parte autobiografica), narrata nell'arco di quattro generazioni. Quest'opera, carica di valori e certezze, sarà superata e distrutta da un'altra famiglia rivale e senza scrupoli. Il romanzo, di enorme successo, è stato visto nel tempo come la premonizione del tramonto della società liberale e conservatrice e dell'ascesa dell'autoritarismo. Le quattro generazioni dei Buddenbrook rispecchiano i cambiamenti sociali, culturali ed economici del tempo. L'opera è in grado di coniugare lo stile narrativo realistico del romanzo sociale ottocentesco con la profondità psicologica e l'introspezione del modernismo, mantenendo attuale il rigido intreccio tra affari e interessi familiari, e quindi il conflitto, ricorrente in ogni generazione, tra ordine borghese e sensibilità artistico-anarchiche resistenti ai vincoli del capitalismo.

"Altezza Reale": Il Contrasto tra Corona e Denaro
Nove anni dopo, in un intermezzo letterario che sembra una pausa non troppo lontana dalla linea intrapresa agli albori del "secolo nuovo", viene pubblicato "Altezza reale". Qui vige il contrasto e il legame tra la sovranità della corona e quella del denaro.
"La Morte a Venezia": Decadenza e Desiderio Inconfessato
Il 1912 è l'anno de "La morte a Venezia", un romanzo breve destinato a suscitare grande scalpore a causa delle pulsioni sessuali contenute in una storia di amore e morte che ancora una volta segna la metafora della decadenza estetica della vecchia Europa e di un contesto sociale preciso. In una città preda al colera, viene descritta l'alta società cosmopolita che alloggia nell'Hotel des Bains. La Prima Guerra Mondiale si stava avvicinando, anche se l'odore del sangue non si percepiva ancora. "La morte a Venezia" è così anche un'ansiosa ricerca di qualcosa, di una bellezza che fu accusata, all'epoca, di scandalosa attrazione per un 'altro' impronunciabile. La bellezza del corpo efebico di Tadzio, contrapposta a quella del corpo anziano vissuto con ripugnanza, dentro lo stereotipo del mito più classicheggiante, è il simbolo di una gioventù svanita, di impulsi omosessuali sconosciuti. Gustav Aschenbach, protagonista del racconto, nel tentativo di gettarsi dietro gli anni in più, giunge addirittura al punto di farsi tingere capelli e baffi e di truccarsi il viso, seguendo Tadzio nella città oppressa da un caldo infernale, fino alla spiaggia del Lido, dove muore osservando il giovane che si dirige al largo del mare. Una trama scandalosa all'epoca e probabilmente anche oggi, eppure raffinata e delicata, che vive sulla lama sottile della morbosità e della poesia.
La morte a Venezia di Thomas Mann
"La Montagna Incantata": Radiografia dell'Occidente
È con "La montagna incantata" (Zauberberg, 1924), straordinario ritratto della civiltà occidentale dei primi decenni del Novecento ambientato in un sanatorio svizzero, il Berghof di Davos, che Mann raggiunge livelli elevatissimi. Nella trama, il giovane Hans Castorp, tipico tedesco nordico e rispettabile borghese, vede il suo carattere evolversi dentro il piccolo mondo del sanatorio, scoprendo la malattia, l'amore, la gioia di vivere e il pessimismo. Tra tali forze contrastanti, egli trova un suo equilibrio esistenziale all'interno di una routine quotidiana che alla fine, paradossalmente, si perde nella partecipazione alla Prima Guerra Mondiale. “La Montagna incantata” esce nel 1924, quando in Europa Benito Mussolini ha già preso il potere e Adolf Hitler ha tentato, fallendo, il Putsch di Monaco. In risposta al ritmo sempre più frenetico della vita moderna, una tendenza evidente ancora oggi, Mann adottò uno stile narrativo radicalmente rallentato: Hans Castorp, esaurito dallo studio, trascorre nel sanatorio Berghof di Davos sette anni quasi come se fossero un giorno, e quest’alterata percezione temporale contagia i lettori.
"Considerazioni di un Impolitico": L'Intellettuale e la Guerra
Il Contesto Storico e la Nascita dell'Opera
Thomas Mann è già un colosso della letteratura, non solo per lo stile, le tematiche e l'enorme produzione che spazia dal racconto breve al romanzo fino al saggio politico, ma anche per lo spessore di intellettuale. Nel 1918 pubblica il libro fatale “Considerazioni di un impolitico” (Betrachtungen eines Unpolitischen), una raccolta di saggi corrosivi e ostili, dalla lucidità d'acciaio. Quest'opera, nata tra il novembre 1915 e il marzo 1918, nella spirale degli anni della guerra mondiale, fu definita dall'autore stesso un'opera "di travaglio e di scandaglio faticoso e schietto di me stesso". Stordito da Nietzsche, Mann mostra in questo testo il tono del lottatore più che dell'alato aristocratico della forma. Ancora nel 1952, pochi anni prima di morire, scriveva: «Non me la sono mai sentita di rompere davvero con le Considerazioni: esse sono un’opera di travaglio e di scandaglio faticoso e schietto di me stesso a cui devo essere grato già perché solo quella tribolazione ha reso possibile La montagna incantata». Questo libro potrà dunque essere letto come un audace autoritratto di Thomas Mann e una guida preziosa per cogliere i «fondamenti spirituali» del suo lavoro di scrittore, rendendo indispensabile la sua lettura per chiunque voglia ricostruire le tensioni, gli antagonismi e gli urti di civiltà che si sono susseguiti durante il Novecento.
Le Tesi Conservatrici e la Critica alla Democrazia
In “Considerazioni di un impolitico”, in polemica contro i pacifisti e la democrazia occidentale moderna, Mann abbraccia tesi neoconservatrici e di forte critica al sistema. Egli afferma che il "mondo germanico" è altro dall'"Occidente romanizzato", contraddistinto da "letterati e avvocati… araldi dell'illuminismo, della ragione, del progresso, della filosofia, contro i signori, contro l'autorità, la tradizione, la storia". Le sue argomentazioni sono implacabili: «Democrazia significa eguaglianza, e dunque odio, odio repubblicano, inestinguibile e geloso di ogni superiorità, di ogni autorità in ogni materia. Chi darà mai a un industriale la poltrona di ministro del Commercio? Diamola invece a un autore di commedie allegre o a un cabarettista, tanto per salvare il principio. Sarà considerato errore chiamare alle alte cariche per l’agricoltura o la cultura persone che non siano avvocati o pezzi grossi in Borsa con pretese scrittorie. E per quanto riguarda i problemi dell’esercito, sarebbe un vero schiafo per la democrazia se in questo campo si intendesse fare un’eccezione. Rivolgersi ai militari per risolvere problemi militari? Mai più, sarebbe il dominio delle sciabole!». Questo libro è considerato la bibbia dei conservatori e dei reazionari, di chi crede al sacro più che al parlamento, al rango prima delle urne, di chi sceglie il mito al giogo della legge. È un libro pericoloso, per la sua logica implacabile. Mann si descrive: «Non creda che io sia uomo da stare tutta la vita a guardar fisso una formula intellettuale… Non sono un sistematico né un dottrinario; non sono schiavo della vergognosa smania di voler avere ragione per forza e mai mi metterò a riposo con una verità che io giudichi vera, per campare di quella tutto il resto della mia vita. Ah, la superba arte del disgusto!, il genio del diniego!, la prevaricazione della nausea!». E ancora: «Nello Stato moderno non c’è nulla di venerabile.» e «Non solo non penso che il destino dell’uomo si esaurisca nell’attività pubblica e sociale, ma addirittura trovo quest’opinione disgustosa e inumana.».
La Rilevanza e l'Accoglienza Contemporanea
“Benedizione del caos: Considerazioni di un impolitico” è approdato sul suolo americano, stampato da New York Review of Books come Reflections of a Nonpolitical Man, curato da Mark Lilla. Nel paese in cui l'estetica è fagocitata dall'etica, in cui il perbenismo moralista cancella, a ritroso, tracce artistiche di ogni sorta, in cui l'idea ha la prevalenza sulla vita brutale, il libro di Thomas Mann sconcerta, è una pistolettata in faccia. Il libro è entrato nel dibattito pubblico stretto da un'infinità di preservativi filosofici. Il "New York Times" gli dedica una pagina, Thomas Mann on the Artist vs. the State, in gran parte eccessiva: Christopher Beha, l'articolista, è impegnato a 'contestualizzare' il libro più che a leggerlo, e a 'proteggere' il lettore, fornendo la morale: “Mann aveva torto quando scrive che l’arte non può esistere in un contesto democratico. La democrazia liberale, al contrario, è la sola a salvaguardare la libertà dell’arte. Non aveva torto quando ci mette in guardia dalla tendenza democratica di arruolare l’arte per i propri fini”. Il libro di Thomas Mann è stato tradotto per la prima volta negli Stati Uniti nel 1983, un contesto politico differente sotto Ronald Reagan. Oggi persino l'editore americano sente il dovere di dire che si tratta di una perverse literary performance. Si teme che presto verranno etichettati i libri "inqualificabili, censurabili, abietti".
Mann definisce l'artista: «Un artista resta fino all’ultimo respiro un avventuriero del sentimento e dello spirito, amante delle deviazioni e degli abissi, aperto a quanto è pericoloso e dannoso. Il suo compito richiede libertà di movimento in qualunque direzione dell’animo e dello spirito, richiede che egli si trovi di casa in mondi diversi e anche perversi, non gli concede né di prendere domicilio in una qualunque verità, né alcuna dignità della virtù». Il politico, al contrario, «non è uno zingaro né un avventuriero, anzi, semmai l’opposto, un pedante, un uomo di principi, un inconcusso, un virtuoso, un uomo che ha l’anima in una botte di ferro e ha detto addio a qualunque vagabondaggio spirituale». L'artista è tale perché «non ha del tutto disimparato a guardare e a sentire le cose nella maniera primitiva del popolo», attingendo al fondo oscuro, tingendosi di fango, avventurandosi dove gli altri indietreggiano. La politica gli è estranea, e dietro l'inganno dello Stato cerca l'uomo, il volto viscerale della carne: per questo, va bandito. Le Considerazioni di un impolitico rimarranno come l’opera dove egli getta luce sulla parte più torbida e ribollente non solo di se stesso, ma dell’intera sua epoca.
L'Esilio e la Lotta Contro il Nazismo
L'esaltazione della Patria (Heimat) e del Popolo (Volk), presente nelle Considerazioni, fu poi ridimensionata da Mann, che si espresse a favore della Repubblica di Weimar. Questa parabola aprì le porte, con il suo fallimento, all'ascesa del Nazionalsocialismo senza colpi di mano, ma con libere elezioni. Due mesi prima, Mann aveva tenuto una celebre conferenza all'Università di Monaco, dal titolo "Dolore e grandezza di Richard Wagner", polemizzando di fatto con i legami tra il Nazismo e l'arte tedesca. Il convegno infastidì i nazionalisti. Mann si trasferì così all'estero, stabilendosi prima a Küsnacht (Zurigo), poi negli USA, a Pacific Palisades (Los Angeles), località che già ospitava numerosi esuli tedeschi. Mann non amò mai il regime hitleriano. Lo rifiutò a tal punto da pubblicare una lettera il 31 gennaio 1936 sul quotidiano 'Neue Zürcher Zeitung', un'irrevocabile presa di posizione contro il nazismo. Questa fu una scelta travagliata, pagata a caro prezzo. «Oggi anche l’America si rende conto che la democrazia non è un bene garantito, che è osteggiata, gravemente minacciata dall’interno e dall’esterno ed è nuovamente un problema. L’America sta percependo che per la democrazia è giunto il momento della riflessione, del ricordo, della riaffermazione e di una riconsiderazione consapevole; in una parola, che è ora di rinnovarsi nel pensiero e nel sentimento», dichiarò Mann nel 1938 durante un tour di conferenze negli Stati Uniti.

Il Ritorno in Patria e la Questione Tedesca
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta del regime, Mann non tornò in Germania, a differenza di altri intellettuali che rientrarono da eroi. La divisione della sua nazione di origine nel 1949 e l'inizio della Guerra Fredda lo resero incerto. Non volle essere strumentalizzato dall'Est o dall'Ovest per scopi politici o di propaganda. Soffrì di questa divisione e delle critiche che gli furono rivolte, non perdonandolo di aver attribuito una colpa collettiva ai tedeschi per quanto accaduto tra il 1933 e il 1945. In Germania, però, Mann ritornò, sia nella parte orientale che in quella occidentale. "Non conosco due stati tedeschi, conosco solo la Germania", avrebbe detto. Una terra unificata, un sogno possibile solo dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989. In un'Europa dove questo scrittore dalla mente vivace e tormentata ha ripreso da tempo il suo posto d'onore.
Il Premio Nobel e la Poetica della "Grazia nella Sofferenza"
Austero, insondabile, di spregiudicata precocità, Thomas Mann è onorato con il Nobel per la letteratura nel 1929, dopo aver pubblicato romanzi indimenticabili come “I Buddenbrook” e “La montagna incantata”, e un racconto perfetto come “La morte a Venezia”. Altri capolavori sarebbero giunti in seguito. Quel giorno, a Stoccolma, disse che il suo santo prediletto era San Sebastiano, “quel giovane al palo, cui strali e frecce premono a ogni lato, e che sorride nella sofferenza”. Di quel simbolo - “grazia nella sofferenza” - Mann ha fatto l'egida estetica, il carisma che spiega la letteratura tedesca di cui egli, con Goethe, è il massimo rappresentante. “La Germania ha, attraverso la sua poesia, mostrato grazia nella sofferenza. Ha conservato l’onore: politicamente, poiché non si è consegnata all’anarchia del dolore, ha conservato il regno; spiritualmente, poiché è riuscita a riunire in uno il principio orientale del dolore e quello occidentale della forma, producendo bellezza nella sofferenza”.
Temi Ricorrenti e Stile Innovativo
I protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi racconti sono spesso artisti, come il bambino musicista nei Buddenbrooks, e i compositori, come Gustav Von Aschenbach, protagonista de La Morte a Venezia. Personaggi sensibili che si distinguono dal mondo borghese. Mann denunciò il declino e la follia prima che trovasse la sua concreta realizzazione. Le dinamiche interne di molti racconti e romanzi di Thomas Mann sono radicate nel motivo dell’afflizione, «l’irruzione di forze distruttive e devastanti in una vita controllata e vincolata da tutte le sue speranze di dignità e di una felicità condizionata», come lui stesso la descrisse nel 1940. Molti di questi personaggi rivelano apertamente ciò che ha turbato l’autore per tutta la vita: la tensione tra il desiderio omosessuale e lo stile di vita borghese scelto come padre di sei figli. La sua opera narrativa presenta concezioni di mascolinità spesso fallimentari, ma anche identità androgine, bisessuali e intersessuali, incarnate ad esempio dall’impostore Felix Krull. Pochi autori moderni si sono concentrati così intensamente su comportamenti e stili di vita artistici.
La magia relazionale della sua prosa deriva anche da un modo molto particolare di intrecciare le citazioni. Un primo esempio chiave è la ripresa quasi letterale dell’articolo Typhus dal Meyers Konversationslexikon per descrivere il tifo, la malattia mortale del giovane Hanno Buddenbrook. Questi e altri elementi citati da fonti del tutto eterogenee si fondono così perfettamente nella narrazione, che il lettore percepisce appena che si tratta di inserimenti. A posteriori, Mann definì questo procedimento “höheres Abschreiben”, una forma più elevata del copiare, tecnica spesso rivisitata nel cosiddetto postmodernismo. Ancora, sotto l'influenza della Guerra mondiale, della rivoluzione del 1918, della Repubblica Bavarese dei Consigli e dei primi anni di crisi della Repubblica di Weimar, i dibattiti de La montagna magica ruotavano già intorno al terrore, alla rivoluzione, all’ordine statale o all’anarchia, al valore del lavoro e ai problemi del progresso, quindi intorno a questioni politiche sempre attuali. Lo testimoniano racconti come Mario e il mago (1930) e La legge (1943), la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (1933-1943) e il romanzo goethiano Carlotta a Weimar (1939), che alludevano inconfondibilmente ai pericoli politici del fascismo.
La morte a Venezia di Thomas Mann
L'Impatto e l'Attualità di Thomas Mann
Negli ultimi anni, la ricerca ha esaminato lo stile di vita pubblico e le tracce della paternità intellettuale collettiva, nonché competitiva, dei Mann: il primo cardine di Thomas fu il difficile rapporto con il fratello maggiore Heinrich, ma negli anni ’20 Klaus ed Erika Mann entrarono tutt’altro che sottovoce nel mondo letterario, e in esilio l’intera famiglia formò una sorta di “think tank” in ambito politico. Nel 1936 Klaus Mann scrisse nel proprio diario: «Che strana famiglia siamo! Un giorno scriveranno libri su di noi, e non solo su alcuni di noi».
Thomas Mann seppe esplorare, utilizzare e riflettere come pochi altri autori della sua generazione sui nuovi media della modernità. All’inizio degli anni ’20 fu realizzato il primo adattamento cinematografico de I Buddenbrook, seguito a breve distanza dalle prime registrazioni radiofoniche di sue opere. La presenza pubblica di Thomas Mann rispecchiava la turbolenta storia dei media della Repubblica di Weimar e la tendenza continuò. Durante l’esilio americano, fu considerato “Hitler’s Most Intimate Enemy”. Oltre alle edizioni curate da S. Fischer Verlag e alle innumerevoli traduzioni, l’opera letteraria di Thomas Mann è presente in formati, adattamenti e media molto eterogenei. La scrittrice polacca Olga Tokarczuk, vincitrice del Nobel per la letteratura, si è ispirata a La montagna magica per il romanzo Empuzjon (2022), mentre Heinz Strunk ha pubblicato nel novembre 2024, a cent’anni esatti dall’originale, il romanzo Zauberberg 2.0.
Harold Bloom, sentinella nella notte della letteratura occidentale, non sbagliava quasi mai, e non ha sbagliato neanche questa volta. Nell’albero cabbalistico in cui struttura i cento geni della letteratura di ogni tempo, Thomas Mann è conficcato in Chokmah, la Saggezza divina. Con un avvertimento: chi, nel mondo avverso, eversivo al niente, dominato dal calcolo e dal digitale, saprà leggere La montagna incantata, Doctor Faustus, o la folgorante quadrilogia “Giuseppe e i suoi fratelli”? «Qualcosa di prezioso sembra essere giunto al capolinea con Thomas Mann». Già: i romanzi-mondo di Mann chiedono tempo, costanza, altezza; una mente che voglia mettersi in gioco e in imbarazzo, che sappia andare al di là del sistema grammaticale binario vigente, vincente, soggetto-verbo-complemento e qualche aggettivo per indorare il nulla. Con caparbia malizia, Bloom ha capito un’altra cosa: l’Accademia, aliena ai romanzi di Mann, troppo complessi, troppo arditi, mette in teca Thomas Mann, “adottato una volta per tutte dai Gay Studies”. Provate a guardare la nota Wikipedia del sommo scrittore tedesco e ridete: in 14 righe è relegata la voce Opera; Omoerotismo, invece, gode di un paragrafo oceanico che si dilunga per 63 righe.
Perché Thomas Mann è considerato ancora oggi uno dei maggiori narratori di lingua tedesca del Novecento? Perché i suoi romanzi e racconti continuano ad essere letti, tradotti, ripresi come fonte d’ispirazione letteraria, adattati per il teatro e portati sul grande schermo in tutto il mondo? Cosa li rende così attuali? Dalla sua finestra si può ancora ammirare un’Europa scomparsa, per accorgersi di quella attuale. Il Thomas Mann Handbuch: Leben - Werk - Wirkung, a cura di Andreas Blödorn e Friedhelm Marx (seconda edizione ampliata), il libro Thomas Mann. Das Leben als Kunstwerk di Hermann Kurzke, il romanzo Der Zauberer di Colm Tóibín (traduzione dall’inglese di Giovanni Bandini, Monaco di Baviera 2021, originale: The Magician. A Novel), che è «Un romanzo che racconta la vita di Thomas Mann e della sua famiglia con maggiore libertà ed empatia di quanto sarebbe possibile in una biografia», Thomas Manns Krieg. Literatur und Politik im amerikanischen Exil di Tobias Boes (traduzione dall’inglese di Norbert Juraschitz e Heide Lutosch, Göttingen 2021, originale: Thomas Mann’s War: Literature, Politics, and the World Republic of Letters), Seelenzauber. Thomas Mann und die Musik di Hans Vaget e la Graphic Novel Thomas Mann 1949. Rückkehr in eine fremde Heimat di Magdalena Adomeit, Friedhelm Marx e Julian Voloy, testimoniano la continua rilevanza e l'approfondimento critico sull'opera di uno degli autori più complessi e influenti del XX secolo.
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