La vita cristiana è una chiamata alla santità, un invito ad essere "alberi buoni" capaci di produrre "frutti buoni". Questi frutti non sono solo un risultato, ma la manifestazione intrinseca di un albero sano, radicati in un rapporto profondo con Gesù.
La Chiamata alla Santità: Essere Alberi Buoni (Luca 6,43-45)
Tutti siamo chiamati alla santità, ad essere alberi buoni che danno frutti buoni, frutti che si vedono e dicono da sé se un albero è un buon albero oppure no. Quali sono questi frutti buoni? Sono i frutti che abbiamo scorto nei vangeli dei giorni scorsi. Sono frutti questi che si danno innanzitutto se e perché rimaniamo nel Signore Gesù, lui che è la vite e noi che siamo i tralci.
Nel rimanere in lui portiamo molto frutto perché impariamo da lui la misericordia verso di noi. Come un figlio fa suoi certi valori semplicemente perché li ha respirati in casa, non perché gli sono stati insegnati. Ognuno di noi ha in sé un tesoro buono e un tesoro cattivo: siamo invitati a prendere a piene mani da quello buono, sapendo che non si esaurirà mai, perché più condividiamo e più moltiplichiamo quello che siamo. Le nostre banche vere sono i poveri.
Ciò significa non lasciarci ammaliare dal lievito dei farisei che è l’ipocrisia ma amare i propri nemici e fare del bene a coloro che ci odiano; benedire coloro che ci maledicono e pregare per coloro che ci maltrattano. Dare a chi chiede senza chiedere in dietro nulla. Invitare a pranzo chi sappiamo non potrà mai ricambiare l’invito. Essere come Lui significa non cercare di fare del bene a coloro che ci fanno del bene, non concedere prestiti a chi siamo sicuri ce li renderà, significa amare i propri nemici, fare del bene senza sperarne nulla.
Il vangelo di oggi ci riporta la parte finale del Discorso della Pianura che è la versione che Luca presenta del Sermone della Montagna del vangelo di Matteo. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta."
Nei versetti 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. È inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22).
Ma, mentre un albero cattivo non può diventare buono, un uomo cattivo può e deve diventare buono. Il vangelo ci chiama a conversione, a passare dalla cattiveria alla bontà. L'essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore, dalla bontà d'animo. Tutto il resto (preghiera, sacramenti, pratiche religiose, ecc.), o serve per diventare buoni d'animo, o non serve a niente. Questa bontà si manifesta attraverso l'amore concreto per il prossimo, un amore che antepone i fatti alle parole, secondo l'insegnamento della prima lettera di Giovanni: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (3,18).

Costruire sulla Roccia: Ascolto e Pratica (Luca 6,46-49)
La parabola della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia conclude nel modo migliore tutto il discorso. La salvezza non consiste solo nel riconoscere Gesù come "il Signore", ma anche nel fare la sua volontà. La fede che si ferma alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita, è una fede diabolica: "Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!... La fede senza le opere è morta"(Gc 2,19.26).
Il cristiano dev'essere ben piantato in Cristo, saldamente radicato e fondato nella fede (cfr Ef 3,17; Col 2,7). Deve aver raggiunto salde e profonde convinzioni e, soprattutto un serio impegno di vita, per non crollare davanti alle contrarietà e alle prove. Molta gente cercava sicurezza e potere religioso in doni straordinari o nelle osservanze. Ma la sicurezza vera non viene dal potere, non viene da nulla di ciò. Viene da Dio. E Dio diventa fonte di sicurezza, quando cerchiamo di fare la sua volontà.
Nel libro dei Salmi, frequentemente troviamo l'espressione: "Dio è la mia roccia, la mia fortezza...... Mio Dio, roccia mia, mio rifugio, mio scudo, la forza che mi salva..." (Sal 18,3). Lui è la difesa e la forza di coloro che credono in lui e che cercano la giustizia (Sal 18,21.24). Le persone che hanno fiducia in questo Dio, diventano a loro volta, una roccia per gli altri.
Così il profeta Isaia invita la gente che stava nell'esilio: "Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito" (Is 51,1-2). Il profeta chiede alla gente di non dimenticare il passato e di ricordare Abramo e Sara che per la loro fede in Dio diventano roccia, inizio del popolo di Dio. Guardando verso questa roccia, la gente doveva trarre coraggio per lottare ed uscire dall'esilio.
E così Matteo esorta le comunità ad avere come fonte di sicurezza questa stessa roccia (Mt 7,24-25) e così essere loro stesse rocce per rafforzare i loro fratelli nella fede. Questo è anche il significato che Gesù dà a Pietro: "Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa" (Mt 16,18).

L'Eucaristia: Fonte e Culmine della Vita Cristiana
Partendo dal contesto conciliare, la Lumen Gentium, in particolare il 2° capitolo della costituzione dogmatica da cui è tratto il brano che è al centro di questa riflessione, per la prima volta pone al centro del panorama generale e dell’idea stessa di Chiesa un nuovo concetto: la Chiesa come “popolo di Dio”. Questo tema, pur essendo già presente prima della Lumen Gentium, si impone fortemente proprio durante il Concilio Vaticano II fino a essere “naturalmente” inserito in questo documento conciliare prima e, da allora, nei ragionamenti relativi alla dimensione ecclesiologica.
È importante evidenziare che, come sottolinea Dario Vitali nel Commentario ai documenti del Vaticano II (EDB 2015), da questo momento si inizia a «trattare ciò che tocca la totalità dei battezzati prima dei ruoli, delle funzioni, degli stati di vita in cui si articola il corpo ecclesiale». Questa premessa pone l’accento sulle basi e sulle fondamenta profonde della visione post-conciliare di una Chiesa basata su un sacramento, quello del battesimo, che non ha la pretesa di mettere tutti sullo stesso piano (non intende svuotare di senso il ruolo e la vocazione del presbitero), ma chiama ogni cristiano a diventare “pietra viva” che edifica la Chiesa stessa con la propria vita.
Per mezzo del battesimo ogni cristiano è, dunque, chiamato a riscoprire il proprio ruolo di “re, sacerdote e profeta” e a dare il giusto valore alla propria chiamata alla santità. Prima di dedicarsi al brano tratto dalla costituzione dogmatica, è necessario soffermarsi sulla struttura generale del paragrafo 11 di Lumen Gentium. Le primissime righe introducono il tema del “sacerdozio comune nei sacramenti” e nel prosieguo vengono presentati i sette sacramenti e ognuno di essi viene illustrato in poche righe. L’Eucaristia è presentata, con le righe citate, dopo il battesimo e la confermazione. Seguono poi la riconciliazione, l’unzione degli infermi, l’ordine sacro; il tutto si conclude con il matrimonio.
LA VERA presenza di Gesù nell' EUCARESTIA
La Partecipazione Eucaristica
Il brano inizia con un termine tanto forte quanto evocativo: “partecipando”. Non si parla semplicemente di “assistere” o di “guardare/vedere”, ma si fa chiaro riferimento alla “partecipazione” all’Eucaristia, cioè al “prendere parte” o “essere parte” di quel sacrificio. Nell’Eucaristia Gesù ci insegna l’importanza, ancor più profonda, del “farsi parte” per tutti; il suo gesto è dono nel quale Lui per primo ci insegna l’importanza del nostro sacrificio quotidiano. In quel “partecipare” si dà sacralità sull’altare a un atteggiamento che il cristiano è chiamato a vivere in ogni ambito della propria vita da protagonista e non da semplice spettatore.
L'Eucaristia come Fonte e Culmine
L’Eucaristia è poi descritta come “fonte e culmine” della vita cristiana. È curioso provare a immaginarsi un fiume la cui origine (fonte) è anche la sua foce (culmine); sembra quasi di descrivere un fiume il cui percorso è, in realtà, un anello che riporta al punto di origine. E non è forse questo il significato profondo dell’Eucaristia per ogni cristiano? Il luogo da cui tutto inizia e in cui tutto ritorna; il luogo della sintesi della fede. E in questo disegno è bello soffermarsi sul significato etimologico della parola: Eucaristia, cioè rendimento di grazie. Stimola pensare che tutto nasce dal rendere grazie e tutto torna alla gratitudine. È grazia!

La Comunità e il Sacrificio Eucaristico
Arriviamo, quindi, alla seconda frase del brano di Lumen Gentium nella quale si inserisce il tema della coralità, del non essere soli, della comunità. Se prima si fa riferimento ai “fedeli” indistintamente, ora si parla di “santa assemblea”. Nello stare assieme, anzi nel “partecipare” assieme al sacrificio eucaristico si manifesta appieno quella Chiesa come popolo di Dio. È questo il messaggio che ci viene anche dal Vangelo.
Pensiamo, in particolare, ai seguenti passaggi del Nuovo Testamento: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22); «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). L’Eucaristia è, dunque, momento da vivere, con Gesù e dopo di Lui, in comunione con i fratelli; in tale comunione il sacrificio si realizza nella sua pienezza, generando nuovamente unità tra quanti sono riuniti.
In questo contesto, la Lumen Gentium, poche righe sotto, propone nell'illustrare il sacramento del matrimonio: «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32)… Da questa missione procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo».
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