Guido Piovene è forse lo scrittore italiano che meglio ha tematizzato la malafede, indagando il significato dello scrivere quando non è data la possibilità di essere liberi, come avvenne durante il fascismo. Le sue opere si addentrano negli infiniti garbugli e nelle contorsioni mentali dell'individuo, descrivendo quella coscienza sporca che si cerca di pulire, il dire senza dire per salvare la faccia e lo sfiorare una verità subendone le conseguenze, per poi ripiegare in una dissoluzione di sé.

L’anatomia della menzogna ne I falsi redentori
Pubblicato nel 1949, I falsi redentori è un libro impeccabile e spietato, capace di delineare la forza annichilente della malafede. Il romanzo esplora un triangolo amoroso ambientato in un paesaggio veneto in cui la tragedia appare ampiamente prevista. I protagonisti - Giulio, Pietro e Maria - si muovono all'interno di dinamiche relazionali corrose: Giulio, l’amante, e Pietro, il marito, amano entrambi Maria. Finiranno con l’ucciderla moralmente, dopo ridicole e teatrali peripezie, gran discorsi a cuore aperto e voltafaccia pieni di buone intenzioni, sempre a fin di bene.
Questa storia anticipa una narrazione sensibile del presente: due uomini che ammazzano una donna, per amore, e una donna che decide di morire quasi come unico atto di vita in una situazione esistenziale bloccata, dove nulla è vero. Non è nemmeno teatro, è solo un esercizio annoiato di un potere inutile.
Il ritorno alla terra e il peso della coscienza
Il protagonista del libro, Giulio, torna nella sua città d'origine, una Vicenza resa con le iniziali V***, spinto da un desiderio di ritrovare i luoghi dell'infanzia e da una paura recondita per la guerra. Tuttavia, il suo ritorno è segnato dalla doppiezza:
- Un orgoglio crudele che impedisce di ammettere la propria debolezza.
- La necessità costante di fingere per mantenere una parvenza di superiorità.
- La scoperta che l'ipocrisia del marito, Pietro, esercita un fascino torbido e irresistibile.

L'evoluzione letteraria e il trasformismo di Piovene
La figura di Guido Piovene, nato a Vicenza nel 1907 e morto a Londra nel 1974, è complessa e controversa. Intellettuale di famiglia nobile, si laureò in filosofia a Milano prima di dedicarsi al giornalismo per testate come il Corriere della Sera. La sua carriera è segnata da ombre pesanti, come la recensione entusiastica scritta nel 1938 per il libello antisemita Contra Judaeos di Telesio Interlandi, evento che gli costò l'amicizia con Eugenio Colorni.
La frattura tra il Piovene "giornalista del regime" e quello del dopoguerra è profonda. Opere come Lettere di una novizia (1941) e I falsi redentori (1949) documentano un'indagine psicologica cupa, dominata dal moralismo religioso e da una società vicentina bigotta. Solo a partire dal 1963, con Le Furie, lo scrittore avvia una vera e propria metanoia, un corpo a corpo con la propria vicenda esistenziale e politica, cercando di liberarsi da una colpa - quella di vivere - che giudicava irredimibile.
| Opera | Anno | Caratteristica principale |
|---|---|---|
| La vedova allegra | 1931 | Esordio, analisi delle psicologie complesse |
| Lettere di una novizia | 1941 | Indagine sui tormenti della società veneta |
| I falsi redentori | 1949 | Analisi spietata della malafede |
| Le Furie | 1963 | Ritorno al romanzo e introspezione esistenziale |
Il lascito di uno scrittore "visionario del reale"
Piovene si definiva un "visionario del reale". La sua opera, spesso letta con condiscendenza o dimenticata a causa delle sue scelte politiche, resta un punto fermo della letteratura nichilista del Novecento. Se la critica spesso lo ha accusato di essere un "trasformista", i suoi sostenitori - da Enzo Bettiza a Guido Ceronetti - hanno visto nella sua parabola un martirio intellettuale, un oscillare tragico tra l'attrazione per le masse e il desiderio di un'identità distinta.
Leggere I falsi redentori oggi significa confrontarsi con la parte più torbida di noi stessi. Come nota l'autore nel libro, chi è in grado di leggere con attenzione smuove interi periodi della vita personale: «Quanto sento mio questo modo di fare! Quanto ho praticato la malafede, e quanta fatica ho fatto per liberarmene, almeno in parte».