Il Trattato di Tolentino, firmato il 19 febbraio 1797, rappresenta un momento cruciale nella storia dello Stato Pontificio e delle relazioni tra la Chiesa e le potenze europee. Questo accordo diplomatico, stipulato tra la Santa Sede e la Repubblica Francese, fu il risultato delle campagne napoleoniche in Italia e segnò l'inizio di un lungo e complesso processo che avrebbe portato alla soppressione del potere temporale dei Papi.

Contesto Storico e Premesse
Le campagne d'Italia del generale Napoleone Bonaparte, iniziate nel 1796, videro l'esercito francese invadere il Nord della Penisola, sconfiggendo il Regno di Sardegna e superando la resistenza austriaca. Dopo aver costretto alla resa la Repubblica di Venezia, nel giugno 1796 Napoleone attaccò anche i ducati di Parma e Modena, nonché le legazioni dello Stato Pontificio di Bologna e Forlì. Il 23 giugno 1796 fu stipulato l'Armistizio di Bologna tra Pio VI e la Repubblica francese, ma questo trattato di pace fu di breve durata.
Le ostilità ripresero dopo soli sette mesi. Il 3 febbraio 1797 l'esercito pontificio fu sconfitto da Napoleone a Faenza, e il 10 febbraio le truppe francesi giunsero ad Ancona. Il 12 febbraio, le truppe francesi entrarono a Macerata. Il panico si impadronì delle autorità pontificie residenti a Macerata, tanto che il governatore della Marca lasciò la città, mentre la municipalità creò un governo provvisorio e inviò delegati a trattare con Bonaparte per evitare il saccheggio del capoluogo.
La Delegazione Pontificia
Avvertito del precipitare degli eventi nelle Marche, il pontefice Pio VI aveva inviato una delegazione plenipotenziaria. Questa era costituita dal cardinale Alessandro Mattei, da monsignor Lorenzo Caleppi, dal duca Luigi Braschi Onesti (nipote del Papa) e dal marchese Camillo Massimi. La loro missione era trattare con Bonaparte con l'obiettivo di scongiurare almeno l'occupazione di Roma e garantire il rispetto della religione cattolica.
La delegazione pontificia, partita da Roma nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, dopo aver sostato a Foligno, raggiunse Tolentino la sera del 16 febbraio, prendendo alloggio nel convento di S. Nicola. La mattina precedente era arrivato nella cittadina il generale francese Victor con una divisione di 15.000 soldati, mentre i generali Bonaparte e Berthier, con tutto lo stato maggiore, giunsero la sera del 16, contemporaneamente alla delegazione pontificia, e trascorsero la notte nel palazzo del conte Parisani.

Le Trattative e la Firma del Trattato
I colloqui iniziarono la mattina seguente, ma fu subito chiara la volontà di Bonaparte di imporre il proprio diktat ai rappresentanti del pontefice. Egli pretendeva da Pio VI non solo il pagamento della cifra di 15.000 scudi allo Stato francese, ma anche l'accettazione della perdita definitiva di quelle province che erano di fatto sotto il suo controllo. Alle proteste dei delegati pontifici, rispose che quei colloqui non costituivano un negoziato, ma l'imposizione delle condizioni di pace del vincitore sui vinti.
Il giorno 18 giunse a Tolentino anche il ministro francese Cacault, che sarebbe stato incaricato da Bonaparte di redigere il trattato. Lo stesso Cacault si recò di notte nel convento di S. Nicola e fece svegliare i delegati semplicemente per comunicare loro che aveva ricevuto il suddetto incarico. La mattina del 19 febbraio, domenica, Bonaparte giunse a un tale punto di rottura con i rappresentanti del Papa da stracciare alcune pagine dell'accordo già redatte.
Nel pomeriggio di domenica 19 febbraio 1797, i ventisei articoli del trattato furono sottoscritti a malincuore dai plenipotenziari papali (card. Alessandro Mattei, mons. Lorenzo Caleppi, duca Luigi Braschi Onesti, marchese Camillo Massimi) e per la Repubblica francese firmarono il generale Napoleone Bonaparte e l'incaricato d'affari della Francia in Italia, il cittadino François Cacault. Napoleone ne diede comunicazione a Pio VI con lettera consegnata dal suo aiutante di campo, mentre il cardinale Mattei ne informò Sua Santità. Pio VI ratificò il trattato il 24 febbraio seguente, ordinando a monsignor Luigi Gaetano Marini di riporne l'originale e una copia nell'Archivio di Castel Sant'Angelo.

Articoli Chiave del Trattato di Tolentino (19 Febbraio 1797)
Il trattato, sottoscritto il 19 febbraio 1797, definì diverse clausole onerose per lo Stato Pontificio:
- Art. 1: Riconoscimento della pace e amicizia tra Sua Eminenza il Cardinal Mattei Mons. [il trattato faceva riferimento ai plenipotenziari] e la Repubblica Francese.
- Art. 2: Definizione dello Stato e dei suoi confini.
- Art. 3: Cessione di Bologna alla Repubblica Francese.
- Art. 4: Apertura dei porti e rade dello Stato ecclesiastico alle navi francesi durante la presente guerra.
- Art. 6: Cessione di ulteriori territori alla Repubblica Francese.
- Art. 7: Le Legazioni di Bologna, Ferrara e della Romagna. Non sarà fatta alcuna innovazione alla Religione cattolica nelle suddette Legazioni.
- Art. 9: Riguardo ai territori ceduti alla Repubblica Francese.
- Art. 10: Riferimento al trattato del Messidoro anno 4, ratificato da Sua Santità il 27 giugno.
- Art. 16: I pagamenti dovuti all'articolo 12 saranno saldati entro l'Aprile prossimo.
- Art. 17: Restituzione delle Terre della Romagna e segnatamente della Terra della Mesola e sue dipendenze, che dovranno essere rimesse agli autorizzati a riceverli.
- Art. 18: Risarcimento per l'attentato contro Basseville e per coloro che hanno sofferto a motivo di questo attentato.
- Art. 19: Liberazione di tutti i detenuti a motivo delle loro opinioni politiche.
- Art. 20: Il trattato avrà effetto una volta ricevuta la ratifica.
- Art. 23: Le relazioni saranno ripristinate nella maniera che esisteva in addietro.
- Art. 25: Il trattato impegna Sua Santità il Papa Pio VI quanto per i suoi Successori.
Conseguenze Immediate e a Lungo Termine
Il Trattato di Tolentino fu l'esito finale dell'occupazione napoleonica delle due regioni già appartenute allo Stato della Chiesa nel febbraio 1797. Esso comportò pesanti perdite territoriali e finanziarie per lo Stato Pontificio.
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La Disapplicazione Francese e le Ulteriori Invasioni
Il trattato fu completamente disatteso dalla Repubblica francese. Dodici mesi dopo la firma del trattato, le truppe di Napoleone, guidate dal generale Louis-Alexandre Berthier, invasero Roma dando inizio all'occupazione francese della città. Pio VI fu esiliato e ai cardinali, spogliati di tutti i loro averi, fu impedito di restare con il pontefice. Già nel 1798, con l'arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi, era stata proclamata a Roma una Repubblica; poi nel 1809 Napoleone I aveva fatto prigioniero il Pontefice Pio VII; infine c'era stata la Repubblica instaurata nel febbraio 1849, dopo la fuga dello stesso Pio IX a Gaeta l'anno prima, che fu presto abbattuta dalle truppe francesi. Questi eventi pesarono notevolmente sul Papa, tanto che si diceva che il trauma delle tre precedenti soppressioni violente del potere temporale della Chiesa fosse ancora vivo nel ricordo.
La Questione Romana e l'Unità d'Italia
Il 20 settembre 1870, dopo aver aperto con i cannoni una breccia a Porta Pia, le truppe italiane entravano a Roma, superando la blanda resistenza delle forze militari al servizio del Papa. Venne così soppresso lo Stato Pontificio, grazie al crollo dell'Impero francese di Napoleone III, protettore del potere temporale della Chiesa, che era appena stato sconfitto nella guerra con la Prussia.
Nel 1861 il primo ministro Camillo di Cavour, poco prima di morire, aveva insistito sul fatto che occorreva superare il potere temporale del Papa, ma non usando la forza. E poi nel 1864, con la «convenzione di settembre», l'Italia si era impegnata con la Francia di Napoleone III a non invadere lo Stato pontificio, ridotto ormai al solo territorio del Lazio. In seguito le tensioni si erano inasprite per via del tentativo garibaldino di prendere Roma fallito nel 1867 con la battaglia di Mentana, da cui le camicie rosse erano uscite sconfitte.
Pio IX aveva respinto tutte le proposte di compromesso avanzate fino all'ultimo dal re Vittorio Emanuele II. I negoziatori inviati dal governo italiano a trattare con la Santa Sede erano sempre tornati a Firenze, capitale di allora, a mani vuote. Non c'erano margini per un negoziato. Pio IX si sentiva molto italiano e all'inizio del suo pontificato aveva guardato in modo benevolo al moto risorgimentale. Ancora nel 1866 (anno della Terza guerra d'Indipendenza, con cui l'Italia ottenne il Veneto), in un colloquio con il futuro premier britannico William Gladstone, ammise il principio dell'unità del Paese, accennando a Trento e Trieste come terre italiane. Ma sul Papa pesava il trauma delle tre precedenti soppressioni violente del potere temporale della Chiesa.

La Legge delle Guarentigie e la Sovranità Papale
Dopo la presa di Roma, lo Stato italiano cercò di regolare i suoi rapporti con la Santa Sede attraverso la «legge delle guarentigie», che doveva assicurare la piena libertà del Papa nell'esercizio del suo magistero. Questa legge era unilaterale dello Stato, che riconosceva la sovranità del Pontefice, ma non era stata negoziata e non poteva essere accolta dal Vaticano. È vero però che il re Vittorio Emanuele III la difese fino all'ultimo. Nel 1919 minacciò di abdicare se il capo del governo di allora, Vittorio Emanuele Orlando, avesse modificato la legge delle guarentigie d'accordo con la Santa Sede. L'Annuario generale del Regno d'Italia, a partire dal 1871, non classificava più Pio IX tra i monarchi stranieri, ma lo collocava in Italia, prima del re, perché giuridicamente lo Stato ne riconosceva la sovranità.
Di questo problema era già consapevole Cavour, che parlava di una doppia sovranità: quella spirituale, che spettava senza dubbio al Papa, e quella temporale, che gli poteva essere sottratta. La Santa Sede però aveva respinto tale distinzione, convinta che una vera sovranità non potesse esercitarsi in mancanza di una base territoriale. Qui era il punto decisivo, che rendeva inaccettabile la legge delle guarentigie. Anche quando ormai in Vaticano nessuno pensava più a restaurare lo Stato della Chiesa, rimaneva irrisolto il nodo della sovranità papale. Era una questione di principio, con riflessi anche di natura dottrinale, se non teologica, per quanto riguarda il versante ecclesiastico, ma importante anche per la monarchia sabauda. Vittorio Emanuele III non voleva saperne di rinunciare a un lembo di sovranità territoriale, benché le autorità dello Stato italiano non fossero mai entrate materialmente in Vaticano.
Il legame del papato con la territorialità non è una questione solo teorica, deriva da uno stato di fatto consolidatosi in oltre un millennio. Le prime tracce di sovranità temporale del Pontefice romano risalgono alla fine della tarda antichità, con il progressivo venire meno del potere imperiale in Occidente. Uno storico britannico anglicano, Owen Chadwick, ha sottolineato come il legame con il territorio esprimesse la volontà dei Papi, tutti italiani, di restare indipendenti, dopo che l'affermazione delle diverse sovranità statali, con il trattato di Westfalia del 1648, aveva minimizzato il ruolo politico della Santa Sede. È vero che le truppe italiane dopo il 1870 non erano mai entrate nel quartiere Borgo e nei palazzi vaticani, ma comunque si erano create situazioni curiose. Ad esempio, dal momento che Pio X per andare nei suoi giardini doveva passare in carrozza sotto gli occhi di una sentinella italiana, un gruppo di cattolici degli Stati Uniti finanziò la costruzione di un tunnel, tuttora esistente, per evitargli l'umiliazione. Insomma, avere un minimo territorio per la Santa Sede era fondamentale: dopo i Patti Lateranensi Pio XI lo paragonò a «quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l'anima».
I Patti Lateranensi e la Nascita dello Stato della Città del Vaticano
Solo nel 1929, sotto il pontificato di Pio XI, si arrivò alla Conciliazione tra Stato e Chiesa con i Patti Lateranensi, firmati da Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, e venne creato lo Stato della Città del Vaticano. I Patti furono recepiti dall'articolo 7 della Costituzione repubblicana, in vigore dal 1948, e uno di essi, il Concordato, è stato rivisto d'intesa tra le parti nel 1984.
Una volta eletto Papa con il nome di Paolo VI, Montini disse anche che in fondo la fine dello Stato pontificio (non del potere temporale, restaurato in dimensioni minuscole con la Conciliazione del 1929) era stata provvidenziale per la Chiesa. D'altronde durante la conferenza di pace di Versailles, dopo la Prima guerra mondiale, quando venne affermato il principio di autodeterminazione dei popoli, fu avanzata l'ipotesi che la Santa Sede organizzasse un plebiscito per dichiarare l'indipendenza dello Stato del Vaticano, come accadde per Danzica e le isole Åland. Ma il Papa di allora, Benedetto XV, la lasciò cadere.

L'Evoluzione del Rapporto tra Stato e Chiesa in Italia
La svolta in quel campo è con Pio X, eletto nel 1903, che vietò ai gesuiti della «Civiltà Cattolica» di continuare a sollevare la questione romana. Già a fine Ottocento del resto era stato permesso ai cattolici di votare nelle elezioni comunali, perché spettava alle amministrazioni municipali decidere se impartire o meno l'istruzione religiosa nelle scuole elementari. In seguito i vescovi benedirono la guerra di Libia, nel 1911, e con il patto Gentiloni i cattolici sostennero le liste governative alle elezioni del 1913.
All'inizio il Vaticano disse soltanto: «Non conviene» (non expedit, in latino) che i cattolici partecipino alle elezioni per il Parlamento italiano. Poi negli anni Ottanta dell'Ottocento si passò a un vero divieto, proprio perché la pronuncia precedente aveva creato incertezza. Ma è una forzatura immaginare un mondo cattolico compatto su una linea astensionista. Bisogna tenere conto che il diritto di voto nei primi anni dello Stato unitario era ristretto a pochi benestanti, che l'affluenza alle urne era minoritaria, che i comportamenti elettorali variavano molto a seconda delle aree geografiche. Alla fin fine il non expedit era soprattutto un fatto simbolico, la cui conseguenza più rilevante era la mancanza di una presenza significativa di eletti cattolici in Parlamento. Poi nel 1913 con il patto Gentiloni, dopo l'introduzione del suffragio universale maschile, cambiò tutto, perché i cattolici furono viceversa invitati a votare candidati liberali moderati sulla base di espliciti impegni (e alcuni credenti furono anche eletti deputati). Inoltre non bisogna confondere le indicazioni di vertice con i comportamenti di base.
Pio X, nato in Veneto sotto l'Impero asburgico, veniva da una famiglia modesta e non, come i suoi predecessori, dalla piccola aristocrazia dello Stato pontificio. E non era preoccupato per l'influenza massonica come lo fu Leone XIII, successore immediato di Pio IX. Insomma era lontano dalle nostalgie temporaliste. Favorì poi il distacco dal non expedit anche la vitalità del mondo cattolico, compresa la componente femminile. E si manifestò un certo dualismo tra Chiesa italiana e Vaticano. I vescovi benedirono la guerra di Libia, vista quasi come un'impresa di espansione della cristianità, ma la Santa Sede nel 1911 restò freddina verso l'avventura coloniale. Un fatto che si ripeté in una situazione ben più difficile di fronte alla Prima guerra mondiale. Oggi leggiamo le parole di Papa Benedetto XV contro l'«inutile strage» come un'espressione profetica, ma allora gli costarono l'isolamento.
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Il Significato di Porta Pia Oggi
Il 20 settembre non è più giorno festivo dal 1929 e oggi appare una ricorrenza fuori moda. Pochi se ne ricordano. Per la maggioranza degli italiani il 20 settembre ormai è solo il nome di alcune vie. Le ferite di Porta Pia sono state sanate con i Patti Lateranensi, in particolare con la convenzione finanziaria che assicurò alla Santa Sede risorse economiche ingenti. Da un altro punto di vista i referendum sul divorzio e sull'aborto sono stati colpi ben più gravi della breccia del 1870 per l'influenza della Chiesa nella società italiana. Oggi poi Papa Francesco guarda soprattutto a continenti come l'Africa e l'America Latina, cosa che a molti non piace.
La scarsa attenzione verso Porta Pia dipende da due fattori. Il primo è che a celebrare il 20 settembre sono sempre stati soprattutto gli anticlericali, un filone politico-culturale di grande importanza, ma da tempo in declino. Il secondo punto è che le questioni connesse a Porta Pia in gran parte si sono esaurite, oppure si sono trasformate. È importante considerare quanto fosse allora il concetto di sovranità, che oggi è chiaramente in crisi e va ripensato. Gli stessi strumenti con cui la Chiesa persegue la propria missione sono molto cambiati, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. Il rango di «religione di Stato», attribuito al cattolicesimo dallo Statuto albertino del 1848 (divenuto lo Statuto del Regno d'Italia nel 1861) e confermato dai Patti Lateranensi, è stato superato dalla Costituzione repubblicana e definitivamente cancellato in seguito alla revisione del Concordato avvenuta nel 1984.
Nei primi tempi dopo la presa di Roma, la ricorrenza del 20 settembre fu motivo di polemica, era celebrata in modo ostentato dalle autorità civili, mentre quelle religiose non nascondevano il loro forte disaccordo. Invece nel centenario tutto era cambiato. Fu Paolo VI nel 1970 a cogliere l'occasione per sciogliere tutti i corpi armati pontifici, eccetto l'«antichissima» guardia svizzera, e il 20 settembre mandò il cardinale vicario di Roma, Angelo Dell'Acqua, alle celebrazioni. Oggi quell'avvenimento così significativo è quasi dimenticato. Ciò riflette una generale cancellazione della storia, dannosa. Nel caso specifico sarebbe opportuno guardare a Porta Pia come momento di accelerazione di un processo di distacco della Chiesa dai vincoli temporali che in fondo lo stesso Pio IX aveva intravisto: per esempio quando nel 1855 destinò un tributo medievale che gli versò, con gli arretrati, il re delle Due Sicilie non allo Stato pontificio, ma per il monumento all'Immacolata in piazza di Spagna. La breccia di Porta Pia fu per il cattolicesimo un momento di purificazione.
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