Il Dossettismo e la figura di Mario Scelba nel contesto politico italiano

Don Ciotti sottolinea l'importanza di contrastare gli estremismi attraverso l'impegno nelle periferie, evidenziando come fenomeni di radicalizzazione nascano spesso da vuoti sociali, culturali ed educativi. Pur accogliendo favorevolmente le misure repressive contro gruppi come 'Forza Nuova', don Ciotti ribadisce che la diffusione di fascismi e razzismi affonda le radici nella paura, nell'inquietudine e nella povertà materiale e culturale, aggravate dall'ansia di visibilità nella società contemporanea. Per contrastare questi fenomeni, è fondamentale promuovere contesti sociali basati sull'inclusione e sulla condivisione equa di diritti e doveri.

Don Ciotti durante un intervento pubblico

Il Dossettismo: un impulso culturale nella storia repubblicana

La storia dell'Italia unita, e in particolare quella legata al mondo cattolico, è costellata di movimenti e gruppi che si sono formati attorno a manifesti di principi o a figure carismatiche. Il dossettismo, inteso come il gruppo e la corrente che si svilupparono attorno al deputato della Democrazia Cristiana Giuseppe Dossetti (1913-1996), rappresenta un'esperienza significativa della storia repubblicana. Approcciare il dossettismo esclusivamente come una corrente politica della DC sarebbe metodologicamente errato, poiché trascurerebbe il suo impulso eminentemente culturale, fondamento dell'azione politica di Dossetti e dei suoi seguaci.

Giuseppe Lazzati (1909-1986), stretto collaboratore di Dossetti, distingueva nettamente i dossettiani dalla sinistra democristiana di Giovanni Gronchi (1887-1978), pur riconoscendo a quest'ultima un certo rilievo storico legato al popolarismo sturziano. Lazzati sottolineava la profonda densità culturale dei dossettiani, un aspetto riconosciuto sia dagli estimatori che dai critici di Dossetti. Questa peculiarità spiega perché fu attorno a Dossetti, e non ad altri esponenti di spicco della DC come Alcide De Gasperi (1881-1954), Amintore Fanfani (1908-1999) o Mario Scelba (1901-1991), che si coagulò un gruppo percepito come un'entità distinta.

L'uscita di scena di Dossetti dalla politica fu vista da molti come una perdita insostituibile e un punto di svolta per le sorti della Repubblica. Si è parlato della grande originalità e dell’inespressa potenzialità del dossettismo, con le dimissioni di Dossetti definite un impoverimento politico e culturale per l'intera Democrazia Cristiana. Per alcuni, il dossettismo, con la scelta del suo leader di abbandonare la politica attiva, è diventato un mito irrisolto della cultura politica italiana.

Il mito di Dossetti e la riflessione storiografica

La figura di Dossetti ha acquisito nel tempo un vero e proprio mito, soprattutto dopo il suo abbandono della scena politica. La riflessione storiografica sul dossettismo, iniziata repentinamente, è stata spesso caratterizzata da una forte empatia. L'analisi dell'azione di Dossetti, considerato uno "sconfitto", è andata di pari passo con quella dei suoi "vincitori" politici ed ecclesiali, come De Gasperi, Fanfani e Montini, i cui successi si sono rivelati, a posteriori, più effimeri. Lazzati stesso riconobbe solo ad Aldo Moro (1916-1978) una capacità di visione politica paragonabile a quella di Dossetti. Per alcuni settori del cattolicesimo italiano, Dossetti divenne l'emblema di un'occasione perduta e di un depauperamento della DC, l'uomo che avrebbe potuto evitare la degenerazione della Repubblica dei partiti, un profeta inascoltato. Si ipotizza che con Dossetti ancora attivo in politica, la storia repubblicana e il destino dell'Occidente sarebbero potuti essere diversi. Persino Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) si interrogò su quale profilo avrebbe potuto avere una Chiesa cattolica che avesse nominato Dossetti arcivescovo di Bologna.

Ritratto di Giuseppe Dossetti

Un'ipotesi suggestiva, seppur romanzata, immagina un'Italia in cui il Fronte democratico popolare vincesse le elezioni del 18 aprile 1948, con Giuseppe Dossetti incaricato di formare il governo. Questo scenario ipotetico vedrebbe Dossetti guidare un esecutivo moderato e riformista, con figure come Nenni, De Gasperi, Togliatti, Longo, La Pira e Parri nei ministeri chiave.

Le origini del Dossettismo: formazione e prime idee politiche

L'osservazione di Paolo Pombeni, secondo cui l'esperienza del dossettismo è comprensibile solo nel suo contesto storico, è metodologicamente condivisibile. Dossetti giunse all'attività politica senza una specifica preparazione, ma con una solida formazione giuridica, in particolare nel diritto canonico, maturata all'Università di Bologna e all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Quest'ultima istituzione, secondo le intenzioni del rettore Agostino Gemelli, mirava a formare i quadri dirigenti di uno Stato cattolicamente ispirato, in contrapposizione all'anticlericalismo liberale e al nascente socialismo e comunismo.

La formazione di Dossetti avvenne in un contesto che sosteneva il regime fascista. Tuttavia, con l'evolversi degli eventi bellici, Dossetti intuì la necessità di una riflessione sullo Stato postfascista e sul ruolo futuro dei cattolici. L'idea centrale del gruppo era che dalla caduta del fascismo non dovesse scaturire una semplice rinascita dello Stato liberale, ritenuto responsabile dell'avvento di Mussolini, bensì una vera democrazia capace di includere le masse popolari nel circuito decisionale e di porre la persona umana al centro della propria finalità.

Le riunioni milanesi del gruppo si distinsero da quelle clandestine di altri partiti, inclusa la neonata Democrazia Cristiana. Dossetti e i suoi interlocutori svilupparono una fondamentale ostilità verso l'idea di un "partito cattolico", ritenendola non necessaria e limitante. Essi privilegiarono un lavoro di carattere culturale rivolto ai cattolici italiani, con l'obiettivo di "alfabetizzarli" politicamente dopo il periodo di esclusione e le compromissioni clerico-fasciste, per dare vita alla "Civitas humana".

Manifesto politico dell'epoca fascista

Anche dopo il crollo del regime fascista nell'estate 1943, l'idea della "Civitas humana" sopravvisse. Dossetti partecipò attivamente alla lotta partigiana nell'Appennino reggiano, approfondendo al contempo lo studio del movimento cattolico e maturando la convinzione delle responsabilità della Chiesa nel radicamento del fascismo. La sua significativa collaborazione con il Partito Comunista nell'ambito del Comitato di Liberazione rafforzò in Dossetti la convinzione della necessità di superare le consuete posizioni polemiche per intraprendere un serio approfondimento dell'ideologia marxista, criticando la superficialità della conoscenza di tale dottrina in Italia.

Anche Giuseppe Lazzati, internato in Germania dopo l'8 settembre, si dedicò a un'intensa opera didattica tra i compagni di prigionia. Il punto di partenza per molti era la convinzione che il profilo dell'Italia libera dovesse essere ridisegnato a partire dal protagonismo delle masse popolari, storicamente escluse dalla guida del paese. Anche Amintore Fanfani, rifugiatosi in Svizzera, mantenne un contatto ideale con le discussioni del gruppo, dando vita alla rivista ciclostilata "Civitas humana".

La nascita della corrente e "Cronache Sociali"

Nel 1945, Dossetti fu cooptato come vicesegretario nella direzione della DC e membro della Consulta Nazionale. Una delle sue prime priorità fu quella di riallacciare i contatti con i partecipanti alle discussioni presso il professor Padovani. La novità più significativa rispetto ai dibattiti clandestini milanesi fu l'accettazione dell'idea di un partito cattolico.

Una volta ricostituito a Roma, il gruppo si concentrò sul settore Studi e Propaganda (Spes) della DC, con l'intento di utilizzarlo come leva per quel lavoro culturale ritenuto irrinunciabile, che trovò una prima espressione nel Dizionario sociale edito nel 1946. Dossetti, consapevole della necessità di una base di consenso più ampia, si impegnò nella costruzione di una rete di contatti che si estese oltre la provincia reggiana. Nonostante l'intensificarsi degli impegni, Dossetti mantenne la determinazione nel lavoro di educazione culturale rivolta ai giovani, sia a Reggio Emilia che a Milano.

Il gruppo attorno a Dossetti, particolarmente apprezzato dalle generazioni più giovani, sviluppò strumenti per rafforzare la propria presenza nazionale. Nel settembre 1946 nacque ufficialmente l'associazione Civitas humana, legata all'esperienza di casa Padovani e radicata a Milano, Torino e Genova. Tra i suoi membri figuravano Augusto Del Noce, Gianni Baget Bozzo, Ermanno Gorrieri, Aldo Moro e il domenicano Enrico di Rovasenda. L'associazione si proponeva di stimolare un'animazione cristiana delle strutture dello Stato e di formulare proposte per una riforma sociale della Democrazia Cristiana.

Copertina della rivista

Parallelamente a Civitas humana, nacquero i Gruppi Servire, con una finalità formativa e culturale rivolta esclusivamente ai giovani, sotto la guida di Giuseppe Lazzati. Nel maggio 1947, nacque anche la rivista "Cronache sociali", legata a Giuseppe Dossetti. Nonostante le enunciazioni programmatiche che ne negavano il carattere di "giornale di partito o di corrente", la rivista divenne uno dei principali strumenti dialettici di quella che si stava configurando come una corrente della DC alternativa alla maggioranza degasperiana. La rivista si proponeva di dedicarsi a "valutazioni sociali e politiche" ampie e radicate nella sostanza dei problemi dell'uomo contemporaneo.

Già nel convegno di Civitas humana del novembre 1946, la corrente dossettiana aveva espresso critiche alla linea ufficiale del partito. Dossetti, in polemica con De Gasperi, aveva lasciato la vicesegreteria e la direzione del partito, imputando alla leadership degasperiana sia il merito che il metodo con cui si affrontava la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica. Dossetti, favorevole all'opzione repubblicana come motore di una spinta riformatrice, non condivise l'agnosticismo istituzionale di De Gasperi e criticò il fatto che tale scelta fosse stata determinata al di fuori delle sedi di discussione previste.

Mario Scelba: un protagonista della politica italiana

Mario Scelba (1901-1991) fu una figura centrale nella storia della Democrazia Cristiana e della Repubblica Italiana. La sua formazione politica ebbe inizio in un ambiente familiare cattolico e nell'associazionismo cattolico, con il sostegno di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano (PPI). Dopo aver completato gli studi in giurisprudenza a Roma, Scelba entrò a far parte del PPI, collaborando strettamente con Sturzo.

Durante la sua carriera, Scelba ricoprì importanti incarichi ministeriali, tra cui quello di Ministro delle Poste e Telecomunicazioni e di Ministro dell'Interno. La sua visione politica fu profondamente influenzata dall'esperienza della crisi dello Stato liberale, della reazione fascista e del "biennio rosso", che lo convinsero della necessità di garantire il controllo dell'ordine pubblico per la difesa delle istituzioni democratiche.

Ritratto di Mario Scelba

Nei primi anni della Repubblica, Scelba affrontò le tensioni internazionali della Guerra Fredda, vigilando sui fronti del comunismo, del neofascismo e del legame tra mafia e banditismo in Sicilia. Le sue azioni includevano la riorganizzazione delle forze di polizia, l'espulsione di ex partigiani sospetti, lo sviluppo della "Celere", l'aumento degli organici delle forze dell'ordine, la sostituzione dei prefetti politici con funzionari di carriera, e la lotta al neofascismo con la legge Scelba contro la ricostituzione del partito fascista.

Il Governo Scelba e l'integrazione europea

All'inizio del 1954, Mario Scelba fu incaricato di formare il governo, mantenendo anche la carica di Ministro dell'Interno. La sua presidenza vide un rilancio del processo di integrazione europea, culminato con i Trattati di Roma del 1957, istitutivi della CEE e dell'EURATOM. Sul piano interno, il governo si impegnò nella riforma della Pubblica Amministrazione.

La coesione della maggioranza governativa venne meno a causa di dinamiche interne alla DC e dell'elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica. Le dimissioni formali del governo Scelba, inizialmente un atto di cortesia, aprirono una crisi che portò alla formazione di nuovi governi. Scelba tornò al governo come Ministro dell'Interno nel terzo gabinetto Fanfani, affrontando le tensioni sociali del 1960 e la ripresa della tensione in Alto Adige.

La critica all'apertura a sinistra e l'eredità politica

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, Scelba si oppose alla strategia di apertura a sinistra, cercando di contrastare la convergenza con il Partito Socialista Italiano. Organizzò la corrente Centrismo popolare per rivendicare l'eredità degasperiana e proporre una DC alternativa ai partiti marxisti e alle destre neofasciste. Sebbene non pregiudizialmente contrario al centro-sinistra, Scelba poneva condizioni, come l'abbandono delle alleanze socialiste con i comunisti nelle amministrazioni locali.

Negli anni Settanta, Scelba rappresentò la figura dell'anziano notabile preoccupato per le sorti del partito. Scrisse ad Arnaldo Forlani, allora segretario della DC, lamentando la stanchezza della classe dirigente e sottolineando la necessità che fosse il partito a integrare le insufficienze degli uomini. Scelba fu un convinto europeista, impegno che mantenne anche con la sua partecipazione al Parlamento europeo dal 1959 fino alle elezioni europee del 1979.

La persecuzione dei sacerdoti nel dopoguerra

Il dopoguerra in Italia fu segnato da un tragico fenomeno di violenza nei confronti del clero. Numerosi sacerdoti furono uccisi, spesso senza un movente apparente se non un feroce odio religioso che li rendeva bersagli privilegiati per gli estremisti. Nonostante il clero avesse, in larga parte, simpatizzato per la Resistenza, offerto sostegno ai partigiani e molti sacerdoti avessero militato attivamente nelle formazioni partigiane, il prete veniva visto come un nemico dell'ordine politico e sociale da abbattere.

Le accuse mosse contro i sacerdoti potevano spaziare da presunte simpatie fasciste a contatti con i tedeschi, fino a prediche anticomuniste. Queste motivazioni, spesso infondate o esagerate, potevano condurre alla condanna a morte.

Casi di violenza contro il clero

  • Don Domenico Gianni, parroco a San Vitale in Reno (Bologna), fu fucilato il 24 aprile 1945, accusato di aver indicato ai tedeschi le persone da catturare durante un rastrellamento. In realtà, fu costretto dalle SS a salire sul veicolo e, a causa di un equivoco, fu ritenuto una spia dai parrocchiani.
  • Don Carlo Terenzani, parroco a Ventosa (Reggio Emilia), ex cappellano della Milizia fascista, fu rapito e fucilato il 29 aprile 1945 dopo essere stato riconosciuto tra la folla durante una festa religiosa.
  • Don Enrico Donati, canonico a San Giovanni in Persiceto (Bologna), fu ucciso il 13 maggio 1945 dopo essere stato attirato fuori dalla canonica con un pretesto. I suoi assassini tentarono di occultare il cadavere in un macero.
  • Don Tiso Galletti, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), fu ucciso davanti alla porta della sua canonica il 18 maggio 1945, probabilmente a causa di prediche "anticomuniste".
  • Don Giuseppe Galassi, parroco di Campanile in Selva (Lugo), fu ucciso il 21 maggio 1945, dopo essere stato chiamato ad assistere a un presunto incidente automobilistico. Il clima di terrore nella zona impedì inizialmente il recupero del suo cadavere.
  • Don Giuseppe Preci, parroco di Montalto di Zocca (Modena), fu ucciso nella notte del 23 maggio 1945. L'omicidio, inizialmente avvolto nel mistero, fu poi ricondotto all'"odio antireligioso" e alla rapina.
  • Don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo di Castelfranco (Modena), fu vittima della banda del "triangolo della morte". Dopo essersi barricato in casa, fu prelevato e il suo corpo non fu mai ritrovato.
  • Don Giovanni Guicciardi, parroco di Mocogno (Modena), fu ucciso nella notte tra il 9 e il 10 giugno 1945 da ex partigiani che intendevano derubarlo.
  • Don Raffaele Bortolini, parroco a Dosso (Bologna), fu ucciso il 20 giugno 1945. Gravava su di lui il falso sospetto di aver fatto la spia per i tedeschi.
  • Don Giuseppe Rasori, parroco di San Martino in Casola (Bologna), fu ucciso il 2 luglio 1945 da due giovani che chiedevano legna e una rivoltella.
  • Don Giuseppe Lenzini, parroco di Crocette di Pavullo (Modena), noto per le sue condanne ai "metodi estremisti", fu ucciso il 21 luglio 1945 dopo essere stato attirato fuori dalla canonica con la scusa di assistere un ammalato.
  • Don Achille Filippi, parroco di Maiola (Bologna), la cui canonica era stata più volte razziata, fu ucciso il 25 luglio 1945.
  • Don Teobaldo Daporto, parroco di Castelfiumanese (Bologna), fu ucciso da un suo contadino con un forcale il 14 settembre 1945, durante una discussione sulla ripartizione del mosto. L'assassino si suicidò in carcere.
  • Don Alfonso Reggiani, parroco di Amola di Piano (Bologna), fu ucciso il 5 dicembre 1945, gravato dal falso sospetto di spionaggio per i tedeschi.
  • Don Francesco Venturelli, parroco di Fossoli di Carpi (Modena), assistente spirituale degli internati nel campo di concentramento, fu ucciso il 14 gennaio 1946. L'accusa di simpatizzare per i fascisti, mossa da un organo dell'ANPI, è considerata da molti la causa scatenante.
  • L'omicidio di don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo di Correggio, avvenuto nel 1946, continua a riservare sorprese e colpi di scena.

l’ASCESA del FASCISMO in Italia

Questi episodi testimoniano un clima di violenza e odio diffuso che colpì indiscriminatamente sacerdoti impegnati nella vita pastorale e sociale, spesso vittime di false accuse o di cieca violenza.

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