Santuario della Madonna del Noce: Storia e Arte

A breve distanza dal Santuario della Visione, un suggestivo viale alberato di noci e di tigli conduce al piccolo Santuario del Noce, voluto dal conte Gregorio Callegari di Camposampiero nel 1432. In questo luogo sorgeva un albero di noce sul quale il conte Tiso aveva costruito una celletta usata dal Santo come piccolo eremo di preghiera e contemplazione. Ampliato in tre momenti successivi, è stato arricchito nella seconda metà del sec. XV da un ciclo di affreschi di Girolamo Tessari, detto Del Santo, che raffigurano i più importanti miracoli operati da s. Antonio. L'abside è dominata da una pala di Bonifacio De Pitati raffigurante il Santo che predica dal noce (1536).

Viale alberato che conduce al Santuario del Noce

Una tradizione gentile narra di due fanciulli che, sperdutisi nella boscaglia, vengono aiutati e soccorsi dalla Vergine Maria che appare loro col Bambino, sopra un albero fruttifero abbastanza comune nella zona: un noce. Il borgo di Inverigo, situato più in alto sulla collina, contava qualche centinaio di abitanti raccolti per la maggior parte attorno alla minuscola parrocchiale. Nel 1570 la parrocchia è visitata dal vescovo di Milano Carlo Borromeo e dal verbale della visita abbiamo notizia dell'esistenza della cappella nel fondo valle. La Vergine col Bambino venerata col titolo «Madonna delle grazie» e anche in termini popolari come «Madonna del pane» è definitivamente ricordata come «Santa Maria alla Noce».

Santuario di Santa Maria della Noce a Inverigo

Il Santuario di Santa Maria della Noce sorge isolato nel luogo in cui si ritiene sia avvenuta, nel 1501, un'apparizione miracolosa. La costruzione del Santuario iniziò già nel 1519, ma la struttura attuale si deve all’interessamento successivo di san Carlo Borromeo e della famiglia Crivelli. Ulteriori interventi si sono susseguiti nel corso dei secoli.

Vista esterna del Santuario di Santa Maria della Noce

Il disegno proposto e approvato da S. Carlo ricalca i canoni architettonici del tempo, in cui si concilia decoro, luminosità e funzionalità liturgica. Il Cardinale Federico Borromeo, nella visita pastorale del 31 agosto del 1606, ha la sorpresa di constatare che i desideri dello zio non sono stati esauditi, specialmente per mancanza di fondi. Un altro fatto determinante può essere riscontrato nel favore che a questo luogo di pietà rivolge la famiglia Crivelli, che dominava sul territorio.

Oggi il Santuario presenta una pianta a croce greca e due cappelle laterali. Davanti al Santuario si trovano due antichi portici del mercato. La piazza, infatti, per secoli ha ospitato il mercato cittadino: commercio di rame prima e del baco da seta dal secondo dopoguerra. Attorno alla chiesa si conservano anche gli ambienti di un seminario e un nucleo di case e negozi, la cui sopravvivenza era legata al collegio.

Architettura e Decorazioni

Molto ricercata è la facciata a capanna, introdotta da un piccolo sagrato delimitato da balaustra. Il prospetto è scandito da due coppie di lesene con capitello ionico ed alto basamento in pietra. Al centro si colloca un grande portale ligneo intagliato protetto da frontone triangolare. Al di sopra una vetrata artistica con cornice barocca e un timpano sommitale.

Addossato all’abside si innalza il campanile, ricavato da un’antica torre d’avvistamento di fine Cinquecento. Sobri ed eleganti gli interni, con grandi porzioni monocromatiche e fasce decorative in stile dorico. Le cappelle laterali, dedicate a san Carlo Borromeo e san Giuseppe, sono arricchite con stucchi barocchi. Nella cappella del Borromeo si trova anche una pala di San Carlo in Gloria attribuita a Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone.

Interno del Santuario con affreschi e stucchi barocchi

Al centro dell’altare maggiore, infine, si colloca la seicentesca statua lignea della Vergine col Bambino. Il Santuario, per un periodo adibito a chiesa parrocchiale, venne ampliato nel 1615. La decorazione del presbiterio venne rinnovata nel 1947 dal pittore Torildo Conconi.

La facciata a capanna della chiesa presenta un portale con sovrastante lunetta nella quale è inserito un altorilievo in cotto eseguito nel 1970 da Giovanna Tavani. L’interno, ad una sola navata, presenta due cappelle laterali ed un abside a pianta quadrata sovrastata da cupola. Nelle cappelle si conservano affreschi e stucchi in parte risalenti al XVII secolo. Il culto lauretano in seguito si perse e il Santuario è ormai conosciuto come dedicato a Santa Maria Bambina.

Dopo gli ampliamenti del 1615 il santuario sostituì la chiesa di San Pos (sospesa già dal 1620 e sconsacrata nel 1631) anche come chiesa cimiteriale. I defunti venivano dunque seppelliti nei sepolcreti scavati prima sotto il portico davanti alla chiesa originaria, poi sotto il pavimento della nuova. Nel 1938 è stata acquistata la statua di Maria Bambina posta sotto l’affresco del 1470, benedetta dal vescovo Mons. Alessandro Macchi che il 14 giugno 1947 ha decretato l’elevazione di S.

Il Miracolo e la Leggenda del Noce

Tutto ha inizio in un giorno imprecisato del 1501, quando - racconta la leggenda - due bambini stanchi e affamati che si sono persi nei boschi mentre erano alla ricerca di legna vengono soccorsi dalla Madonna, che appare sopra un noce e offre loro del pane. Nel 1519, per commemorare tale evento e in segno di ringraziamento verso la Vergine, si comincia a costruire una piccola chiesa in pietra. Si tratta di una cappella di dimensioni modeste, anche perché situata a fondo valle, lontana dall’abitato che invece si trova più in alto, sopra la collina, raccolto attorno alla chiesa parrocchiale.

Affresco raffigurante la Madonna che appare sul noce

Tra le leggende fiorite attorno al Santuario della Madonna della Noce, eretto nella campagna a circa tre chilometri da Villanova Solaro, la più nota parla di un boscaiolo rimasto gravemente ferito all'addome mentre abbatteva un noce con l'ascia. Poiché in quei paraggi non c'era anima viva, sarebbe morto dissanguato se la Vergine, apparsa tra i rami dell'albero subito dopo che l'uomo si era infortunato, non lo avesse salvato grazie ai suoi poteri soprannaturali. Egli la ringraziò del miracolo, facendo erigere dov'era avvenuto un pilone votivo, al posto del quale i monaci di Fruttuaria Canavese costruirono la Chiesetta della Noce.

Il Santuario del Noce a Camposampiero

Il Santuario del Noce è un luogo di culto cattolico che si trova a Camposampiero. L’ultimo intervento all’edificio, ad opera dell’ingegner Augusto Zardo, avvenne negli anni 1901-1902 e vide l’edificazione nella facciata: del protiro, delle piccole guglie, di una torretta con la Statua di Sant'Antonio e la decorazione con archetti pensili. Essendo nota la sua fama, gli abitanti della zona accorrevano numerosi a sentire le sue parole, calpestando e danneggiando le spighe di frumento coltivate nei campi nei pressi dell’albero, ormai prossime alla raccolta. Il contadino che coltivava quei terreni, alla vista del disastro se la prese con il Santo, il quale lo pregò di avere fede e di tornare la mattina seguente. Questo evento viene sovente descritto come prodigio o miracolo del grano calpestato.

La facciata del santuario si presenta semplice, con mattoni a vista, due finestrelle ad arco e due pilastri agli angoli che la innalzano lateralmente. Tessari è una figura minore nel panorama della pittura padovana del XVI secolo. Egli fu partecipe in tutte le imprese decorative più importanti di chiese e oratori di Padova, tra cui, la Basilica di Santa Giustina e l'Abbazia di Praglia. La committenza viene attribuita al nobile Girolamo II di Camposampiero che, oltre agli affreschi, avrebbe commissionato anche la pala della predica dal Noce (posta nell'abside).

Gli Affreschi di Girolamo Tessari

Entrando nella chiesetta del Noce, il visitatore è immediatamente colpito dagli affreschi che ricoprono le campate del santuario, opera di Girolamo Tessari. Girolamo Tessari, detto «dal Santo» perché aveva la sua abitazione presso la Basilica di S. Antonio, nacque in Padova nel 1480 circa, e vi si spense intorno al 1561. Suo maestro fu il padre, Battista, che praticava la pittura. Buon artista, dotato di ottimo mestiere, diligente assimilatore, dipinge «in dialetto padovano». Egli desume atteggiamenti espressivi dal Mantegna, dal giovane Tiziano, da altri «addetti alla pittura» locali. La sua fama si diffuse anche fuori Padova, se fu chiamato ad eseguire affreschi a S. Maria di Castello a Udine. I suoi dipinti più importanti sono conservati a Padova: alla Scoletta del Santo, a S. Maria in Vanzo (Seminario Maggiore), alla Scuola del Carmine. Suo capolavoro, le storie della Vergine nella chiesa di S. Francesco.

Quanto al ciclo che ora stiamo per ammirare, si tratta di un’attribuzione, sorretta da forme ed echi del tessuto espressivo confrontati con creazioni certe del maestro padovano. Non essendoci pervenuti documenti, non conosciamo né chi siano stati i committenti del poema pittorico antoniano, né la data di esecuzione. Si può ipotizzare l’anno 1530 circa, e che l’incarico venisse affidato a Girolamo dalla comunità francescana che aveva la cura dell’oratorio.

Miracoli Raffigurati

L'abside è abbellita dalla grande tela a olio: S. Antonio predica dal noce. Un tempo era sistemata sopra l’altare. L’autore è Bonifacio da Verona. Come artista, si formò e operò nel mondo pittorico tizianesco. Discepolo di Jacopo Palma il Vecchio, fu maestro di Palma il Giovane. Appartenne alla famiglia Pitati, ebbe un’esistenza operosa (c. 1487-1553). A seguito delle ricerche di Massimo Gasparini, l’opera va collocata intorno al 1536, quando era podestà veneziano di Camposampiero il nobiluomo Ermolao Pisani; committente ne sarebbe stato Girolamo II Callegari.

Pala di Bonifacio De Pitati: Sant'Antonio che predica dal noce

Campeggia, al centro del dipinto, un noce dal robusto tronco e dal dilatarsi di grandi rami fogliuti, tre dei quali vediamo mozzati. Siamo in un gioioso paesaggio pedemontano. All’orizzonte, un confortante cielo sereno, su colline, alberi e aree abitate e coltivate (a destra); una città turrita, ma senza accenti minacciosi, accogliente e pacifica (a sinistra). Dall’alto della maestosa pianta, s. Antonio, seduto tra i rami, sta tenendo un sermone: con la mano destra indica il cielo, con la sinistra segna i punti dell’argomentazione. Indossa il saio francescano color cenerino e cinto dalla corda. Ai piedi dell’albero, un bimbo gioca col suo cagnetto cui mostra le ciliegie; un amichetto sta osservando. Gli ascoltatori, alcuni in piedi, la gran parte seduti, con gli occhi fissi sull’oratore, appaiono compresi e avvinti.

Il Miracolo del Cavaliere viene riconosciuto come la rappresentazione del motivo per cui è stato creato l'intero Ciclo degli affreschi. La scena mostra in primo piano due momenti differenti dello stesso cavaliere caduto da cavallo. L'affresco ha come protagonista l'eretico Aleardino, il quale non credeva ai miracoli di Sant'Antonio. Si narra che un giorno arrivò a Padova un cavaliere di nome Aleardino da Salvaterra, che da sempre aveva deriso i fedeli cattolici considerandoli ignoranti o ingenui. Mentre si trovava a tavola, i commensali cominciarono a raccontargli con grande entusiasmo dei tanti miracoli operati da Sant'Antonio, e allora lui, svuotato il suo bicchiere di vetro, disse: “Se colui che voi affermate esser Santo farà restare illeso questo bicchiere di vetro, io crederò che sia vero tutto quello che vi sforzate di farmi credere a proposito di lui”. Dalla torre scagliò con forza per terra il bicchiere che però miracolosamente non si ruppe. Anzi si dice che si ruppero le mattonelle sulle quali il bicchiere era caduto.

La seconda campata si caratterizza per una volta a ombrella decorata da 11 lunette rappresentanti beati, al di sotto delle quali è presente un lungo fregio decorativo in stile rinascimentale, in cui si alternano un motivo vegetale e visi di angioletti, realizzato con la tecnica dell'affresco. Il fregio corre fino alla zona dell'arcata a sesto acuto che dà sull'altare.

  • Un presbitero e francescano italiano appartenente all'ordine dei frati minori osservanti.
  • Il Santo spesso rappresentato con la mano appoggiata al petto indicando il suo sentimento di fede.
  • Il Santo è spesso rappresentato con capelli spettinati, il volto emaciato e la tunica con le maniche strappate a ricordare la penitenza che ha condotto nel deserto. Con mano destra impugna un lungo bastone da viandante sormontato da una piccola croce, mentre con la mano sinistra sostiene un agnello (Agnus Dei), simbolo del sacrificio di Cristo.
  • Il santo è rappresentato con in mano una verga fiorita; infatti, secondo la tradizione, qualcuno si prese gioco di lui scoprendo che Maria era incinta, ma non per opera sua; allora lo sfidò: se davvero era stato un angelo il suo bastone sarebbe fiorito. E così avvenne. La verga rimanda al miracolo della verga fiorita.
  • Raffigurato al centro di un gruppo di protomartiri con un libro in mano, il santo si rivolge allo spettatore, portando l'attenzione di chi guarda alle Sacre Scritture.
  • Fu un sacerdote francescano osservante, predicatore e scrittore spirituale. Per false accuse fu condannato al carcere conventuale.

Nel 1671 il marchese Giovan Battista Crivelli sancisce che ogni venerdì qui dovrà essere celebrata una messa in presenza di 15 persone scelte fra le più povere di Inverigo, a cui al termine della liturgia spetterà una elemosina di 6 soldi. Crivelli lascia una rendita annua di 300 lire, delle quali 50 sono destinate al sacerdote, 234 ai poveri e 16 alla manutenzione del servizio liturgico. Tale rendita proviene dai beni acquistati dall’Ospedale Maggiore di Milano.

In più è ben visibile il Viale dei Cipressi di Inverigo, che lo stesso Crivelli aveva fatto realizzare come voto augurale affinché i nipoti Enea e Flaminio potessero tornare incolumi dai loro viaggi all’estero. Per altro, nel quadro si vede un viale che è diverso da come era stato dipinto in origine. Ciò è dovuto al fatto che nel 1939 la tela venne restaurata dal pittore Vitaliano Rossi.

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