Il Santuario di Santa Maria di Valleradice e il Cardinale Cesare Baronio

La figura del Cardinale Cesare Baronio, membro della Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri e dichiarato Venerabile dal 1745, è intrinsecamente legata al Santuario mariano di Valleradice a Sora. Questo legame si manifesta attraverso la profonda devozione della sua famiglia e gli eventi prodigiosi che hanno segnato la sua vita fin dall'infanzia.

Ritratto del Cardinale Cesare Baronio

La figura di Cesare Baronio: cenni biografici

Cesare Baronio fu un'eminente figura della Chiesa, noto per il suo instancabile lavoro storiografico e la sua profonda spiritualità.

Infanzia e formazione

Cesare Baronio nacque il 30 ottobre 1538 a Sora da Camillo e da Porzia Febonia. Dopo aver compiuto i primi studi nella vicina Veroli, intraprese lo studio del diritto a Napoli, che dal 1557 continuò a Roma alla scuola di Cesare Costa. Nel 1558, presso San Girolamo della Carità, iniziò a narrare la storia della Chiesa per desiderio di San Filippo Neri. Il 20 maggio 1561 si addottorò in utroque iure e il 27 maggio 1564 fu ordinato sacerdote, primo tra i discepoli di Filippo, per la chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini.

Carriera ecclesiastica e opere

Su incarico di Gregorio XIII, Baronio fu protagonista della revisione del Martyrologium Romanum. Dal 1588 fino alla sua morte, pubblicò dodici volumi degli Annales Ecclesiastici, un'opera monumentale che copre la storia della Chiesa dalla nascita di Cristo all’anno 1198. Fu Bibliotecario della Vallicelliana dal 1584 e primo successore di Filippo Neri nel 1593, per designazione dello stesso Padre. Clemente VIII lo nominò Protonotario Apostolico nel 1595 e l’anno successivo lo creò cardinale con il titolo della Basilica dei SS. Nereo ed Achilleo. Dal 1597 Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, visse poveramente in Vaticano, mantenendo la chiave della sua cameretta alla Vallicella, dove nel 1575 era sorta la Congregazione dell’Oratorio e dove volle tornare, presagendo la morte, avvenuta il 30 giugno 1607. Due anni prima, aveva scongiurato per ben due volte la sua elezione al pontificato.

La causa di canonizzazione e la sistemazione delle reliquie

Il titolo di Venerabile fu conferito al Cardinale Cesare Baronio il 12 gennaio 1745 da papa Benedetto XIV. Dal mese di aprile 2008, dopo la ricognizione canonica avvenuta il 20 aprile 2007, le reliquie del Venerabile hanno trovato definitiva sistemazione nella cappella di S. Carlo della Chiesa Nuova, all'interno di una pregevole urna di marmo. Questa urna fu donata nel XVII secolo dalla Congregazione dell’Oratorio di Puebla de los Angeles (Messico) ai Padri della Vallicella. Il quarto centenario della morte di Baronio, celebratosi nel corso del 2007, ha rappresentato un'occasione per molteplici iniziative di studio sulla sua figura e opera, nonché per la ripresa della causa di canonizzazione, sospesa da papa Paolo VI il 23 agosto 1973. Questo rinnovato impulso è stato possibile grazie, in modo particolare, allo zelo di padre Edoardo Aldo Cerrato, Procuratore Generale della Confederazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri.

Il Santuario di Santa Maria di Valleradice: storia e devozione

Il Santuario di Santa Maria di Valleradice a Sora è un luogo di profonda devozione mariana, con una storia che precede l'arrivo della famiglia Baronio.

Origini e importanza

Il santuario mariano di Valleradice a Sora risale a un'epoca anteriore al 1429, anno del più antico documento che ne attesta l’esistenza. Fu edificato dalla pietà di zelanti sorani e affidato dal vescovo Giovanni da Montenero (1420-1432) alla cura dei canonici e al Capitolo della cattedrale. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale distrussero l’affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna con il Bambino incoronato da due angeli, dinanzi al quale avevano pregato per secoli generazioni di fedeli. Il santuario, situato non molto distante dal centro della città, in una ridente periferia residenziale, continua ad essere meta prediletta di coloro che si affidano alla protezione di Maria, particolarmente l’8 settembre, in occasione della ricorrenza della Natività della Beata Vergine.

Foto storica o ricostruzione dell'affresco distrutto del Santuario di Valleradice

La devozione della famiglia Baronio

Il santuario doveva essere molto frequentato anche all’inizio del Cinquecento, periodo in cui Porzia Febonia, di notabile famiglia originaria di Trasacco dei Marsi e divenuta sposa di Camillo Barone, vi si recava in preghiera incinta del futuro cardinale. Questa pratica era in sintonia di fede con la devozione mariana tipica del territorio sorano, testimoniata in quei secoli e nei successivi dalle numerose chiese e cappelle disseminate all’interno e all’esterno della cinta urbana. La zia paterna Marzia testimoniò al suo confessore Pompeo Pateri che ogni volta che Porzia andava alla Chiesa della Santissima Madonna, sentiva la creatura più dell'ordinario. Una volta nato Baronio, sua madre lo offrì alla Santissima Vergine, e fece lo stesso poco dopo.

La guarigione miracolosa di Cesare Baronio

Pompeo Pateri narrò anche l'episodio della guarigione prodigiosa di Cesare: «Dopo nato ma tenero ancora che a pena cominciava a formare qualche parola s’infermò a morte et la pia et devota madre sua come quella che non aveva né ebbe mai altro figlio ricorse alla santissima Vergine et per devotione si risolse di portarlo assieme con la suocera sua et detta Signora Martia alla Madonna di Valleradice lontana da Sora un miglio grosso, dove stettero tre giorni stando il più del tempo a far oratione nella Chiesa di detta Madonna santissima, et sempre col figlio nella culla più morto che vivo et senza parlare: ecco che perseverando la bona madre in oratione sentì una voce che le disse: non morirà il tuo filio; et subito Baronio chiamò la madre con stupore di tutte et doppo rese le debite gratie lo reportarono sano a Casa». In segno di gratitudine per quella guarigione prodigiosa, Porzia, ad ogni ricorrenza della Natività della Madonna, era solita «far panicelle et portarle a S.ta Maria de Valleradice et distribuirle a Preti et altre persone».

Il legame affettivo di Cesare con Valleradice

Il legame affettivo con quel santuario rimase indelebile nel cuore e nella memoria di Cesare. Decenni più tardi, ormai discepolo di Filippo Neri e prete dell’Oratorio nella Chiesa detta Nuova (affidata nel 1575 da papa Gregorio XIII alla nascente Congregazione), scrisse commosso al padre: «[…] sarrà una delle belle Chiese che siano in Roma. Il suo titolo si è Santa Maria della Vallicella, il che mi fa ricordare di Santa Maria nostra di Valleradice, dove io ricevei la vita. Molto sto contento di trovarmi nel servitio della Santissima Madre d’Iddio».

L'amore spirituale e la pietà di Porzia Febonia

Il rapporto tra Cesare Baronio e sua madre Porzia Febonia fu un esempio di profondo amore spirituale e devozione.

Il rapporto epistolare tra madre e figlio

Dall’epistolario domestico di Cesare Baronio emerge un rapporto con la madre destinato a rafforzarsi come vincolo di un amore spirituale, arricchito da ragioni per condividere, con l’esercizio della carità, la vocazione del figlio alla sequela di Cristo, maturata sotto la guida di uomini santi, primo tra i quali Filippo Neri. Il 10 dicembre 1563, circa cinque mesi prima della sua ordinazione sacerdotale, Cesare risponde alla madre definendo la lettera da lei ricevuta non «di tenera Madre, ma di perfetta religiosa». Aggiunge: «ben somiglia una di quelle lettere, qual doveva scrivere santa Monicha a s. Augustino, o altro simile. Sopravvanza tanto l’amor spirituale all’amor carnale di bontà, et excellentia, che evvi infinita distantia fra di loro. L’amor carnale procede dalla carne, è pieno di timore, anzietà, fastidio, disperatione, dolore, inquietudine, e d’ogni calamità. Onde pel contrario, l’amor spirituale, qual deriva dal Spirito Santo, anzi dalla Trinità stessa, è pieno di dolcezza, di pace, di quiete; è stabile, tranquillo, suave, quale inebriando li cuori umani, gli fa gioire d’infinita dolcezza; l’amor carnale, qui comincia con pena, e fenisce in guai. L’amore spirituale qui comincia con gaudio, et in paradiso diventa perfetto».

Questo amore, pieno di dolcezza, pace, quiete, stabile, tranquillo, soave e fonte di infinita dolcezza, che sembra suggerito dal passo paolino della prima ai Corinzi (13, 1-13), troverà compiuta realizzazione nell’adesione all’invito di Cesare alla madre di rallegrarlo con le “orazioni” e col “suo santo vivere”: «siate madre di pupilli et orfani, consolatrice di poveri, quali siano veri vostri figlioli, anzi quelli più che vostri figlioli dovete tenere, ripresentando quelli Jesu Cristo stesso». Questo invito alla virtù di una maternità emula di quella di Maria, che si fa dono concreto all’umanità, soccorritrice delle creature più fragili e bisognose della sua premurosa presenza, rappresenta la dimensione teologica della missione corredentrice nel mistero dell’Incarnazione. Su questa singolarità di Maria Vergine e Madre Cesare Baronio medita e prega nel santuario di Loreto, dove si reca in pellegrinaggio la prima volta dopo la Pasqua del 1568.

Fu ben accolto a Foligno, a Macerata e a Spoleto, nel cui duomo predicò due volte. «Io per grazia di Dio - scrive al padre il 2 maggio, appena rientrato a Roma - dissi la Messa nell’altare santissimo dentro la cappella della Madonna di Loreto, e vi stei dentro dove sta proprio la Madonna solo, quanto tempo volsi, gratie che si concedono a pochi». Subito dopo il ritorno da Loreto, fu per lui motivo di grande gioia ospitare per qualche tempo in S. Giovanni dei Fiorentini sua madre Porzia, che Filippo Neri molto amava per la sua pietà: «La Madre fu santissima Donna et molto amata dal nostro Beato Padre tanto che la fece mangiare una volta in refettorio con li Padri mentre stavano à s. Giovanni delli Fiorentini».

Madre celeste e madre terrena sono associate nella protezione e nella consolazione che dispongono Baronio a non sottrarsi ad alcuno dei suoi uffici e doveri di infaticabile prete dell’Oratorio. L'esempio della pietà e della carità di Porzia contribuì a plasmare lo spirito del figlio, come è possibile cogliere dall’epitaffio che Cesare dettò per il sepolcro della madre, tuttora conservato nella chiesa sorana di S. Bartolomeo Apostolo. In esso Porzia è definita “donna religiosissima”, “madre dei poveri”, «CUI VIVERE CHRISTUS / ET MORI LUCRUM FUIT…». In queste espressioni e nelle citazioni paoline (Efesini, 4, 15-16; Filippesi, 1, 21) sono evocate le virtù della fede, della speranza e della carità, che non avrebbero consistenza alcuna senza il mistero dell’Incarnazione, reso storicamente possibile dall’Ecce ancilla Domini pronunciato da Maria Vergine, creatura prediletta, “tota pulchra”, mediatrice misericordiosa di ogni grazia.

Rappresentazione della Madonna come madre e protettrice

La visione della madre in Paradiso

Cesare era in confessionale il 25 luglio 1580, quando ebbe la visione dell’anima di sua madre che volava in paradiso, compimento della perfezione dell’amore spirituale presagito nel colloquio epistolare del 10 dicembre 1563. Dell’avvenuto transito ebbe conferma dal padre: il 25 luglio, festività di San Giacomo, Porzia obdormivit in Domino “circa l’hora di nona”, alla stessa ora e nello stesso giorno in cui era nata sessantacinque anni prima. Camillo descrisse il trapasso della moglie: «Beata l’anima sua per quello che have dimostrato in la sua infirmata, la grande patientia che have portata: et trapassata da questa vita come un uccellino, non turbarse mai né de iusto et né d’iniusto; siche tengo per certo - scrive Camillo - esser volata la sua anima di diretto in la eterna gloria […]; et sempre col nome de Jesu in bocca, et vedendose mancare, questa fu l’ultima parola che disse: Jesu consummatum est; in manus tua (sic) Domine recomando lo spirito mio, et non disse più niente; et dellì ad un poco di tempo, alzanno li occhi lucenti con faccia alegra verso il cielo tenendoli fissi, lampeggianti, tenendoli roperti (sic) più del solito facendo la sua faccia alegra verso il cielo, né mai mutandose d’altro colore, et stando così sempre per un quarto d’hora et chiudendo tre volte la sua bocca, nell’ultima volta la richiuse et con una umanità da sé reserrando li occhi trapassò di questa vita…». Il giorno della morte fu per Porzia straordinaria coincidenza del dies natalis terreno e del dies natalis che introduce alla vita eterna, quasi sigillo di premiata fedeltà evangelica.

L'influenza di San Filippo Neri e la devozione mariana

Il rapporto tra Cesare Baronio e San Filippo Neri fu fondamentale per la sua crescita spirituale e per la sua devozione mariana.

La guida spirituale di Filippo Neri

Approdato a Roma nell’autunno del 1557, Cesare Baronio cominciò presto a frequentare il cenacolo di coloro che in San Girolamo della Carità si radunavano intorno a Filippo Neri. Questi divenne la sua guida spirituale, plasmandone anima e carattere e orientandone le scelte di vita: «… in quell’anno istesso mi cominciai à confessare dal P. Mes. Filippo Neri in Santo Hieronimo della Charità, et avendo datto (sic) principio all’Oratorio, et fattomi comminciare à raggionare con li altri mi lasciò ragionare un pezzo secondo il mio spirito delle cose dell’Inferno, del disprezzo della morte, et simili cose. illuminato dal Spirito santo volesse che tal fattiga alla Chiesa de Iddio utile si facesse come io ho conosciuto con certa esperientia questa fattiga di stampar li Annali più esser venuta dalle sue orazioni, che dalla mia operatione, che facendomi parlar di questo sempre trent’anni nell’Oratorio, facendomi repeterla spesse volte, finita che fosse, senza, per dir così à vedermene mi trovo aver fatta questa fattiga…».

In quel primo cenacolo maturò il fervore per il rinnovamento interiore della Chiesa: i discepoli di Filippo si radunavano per raccontare storie di santi, le testimonianze dei martiri e ripercorrere la voce dei padri della Chiesa, cercando in questi esempi gli ideali per un recupero della fedeltà allo spirito della Chiesa delle origini. In questo ambiente di pura semplicità evangelica si moltiplicavano le opere di carità, di assistenza ai malati, ai moribondi, ai pellegrini, e di attenzione alla vita sociale e alle espressioni d’arte. L’esperienza del canto liturgico fu affiancata, nelle riunioni dell’Oratorio, alla lauda, un canto paraliturgico che aveva avuto notevole diffusione nei secoli XIII-XV, canto di lode, gioioso o mesto, ispirato alla vita di Gesù o alla dolcezza materna di Maria. La pedagogia filippina era fondata sulla semplicità della vita cristiana, sull'essenziale coerenza tra fede e opere, fortificate dalla preghiera, dalla pratica sacramentale e devozionale: messa, comunione frequente, adorazione del Signore, devozione alla Vergine. Confidenza, tenerezza, affetto erano gli atteggiamenti interiori verso la Madre del Signore, “quasi di sapore infantile”, come semplice era la preghiera che S. Filippo suggeriva: «Vergine Maria, Madre di Dio, prega Gesù per me». Una devozione che si completava con il culto dei santi, le cui reliquie erano una vera fonte di unità con gli ideali della Chiesa delle origini.

Illustrazione di San Filippo Neri che predica ai suoi discepoli

Le guarigioni miracolose per intercessione mariana

In questo fervore di operosa semplicità e nello sviluppo dell’Oratorio, da S. Girolamo a S. Giovanni dei Fiorentini, crebbe il rapporto filiale di Cesare Baronio con Filippo Neri, il quale non risparmiò "bizzarrie pedagogiche" per fortificare lo spirito d’umiltà del giovane sorano, come attestano aneddoti narrati dallo stesso Baronio e ripetuti dai suoi biografi. Prova matura dell’affetto che univa irrevocabilmente Filippo a Cesare è la guarigione due volte impetrata e ottenuta per mediazione della Vergine Maria. L’assedio di Malta da parte dei Turchi paventava in quegli anni un pericolo per l’occidente cristiano. Baronio offriva alla misericordia divina ogni possibile privazione: veglie, digiuni, mortificazioni corporali, che minarono la sua salute fino a farlo cadere gravemente malato dal 14 agosto al 7 settembre del 1571, vigilia della Natività della Vergine. Filippo gli fu vicino con la preghiera e assistette alla prodigiosa guarigione proprio mentre Cesare era in procinto di ricevere l’estrema unzione. Passati alcuni mesi, nel marzo del 1572, sopraggiunse una febbre putrida. Dato per spacciato dai medici, Baronio questa volta riceve l’estrema unzione. Padre Filippo non si rassegnò: «… non cessava […] à pregare Iddio per la mia vita, et tanto instantamente che ottenne da Iddio la mia sanità, del che Iddio me ne mostrò evidentissimo segno in questo modo che stando in extremis mi venne un po' di vigore, segno evidente dell'intervento divino».

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