La Chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello è tra i più antichi e importanti edifici paleocristiani in Italia e uno dei più antichi luoghi di culto cristiano al mondo. Situata in quello che fu il primo nucleo vitale di Casarano, conosciuto come Caesaranum Parvum ('Casarano Piccolo'), la sua edificazione, eretta al confine tra due imperi, fra il V e il VI secolo, sarebbe da collegarsi alle vicende del Concilio di Efeso (431 d.C.) che definì il dogma della Theotokos, ovvero di Maria Madre di Dio. La chiesa è di particolare importanza in quanto risulta essere tra le prime, se non la prima in assoluto, attestazione del culto della Madre di Dio.
A partire dal secolo IX, Casaranello fu progressivamente abbandonato per ragioni di sicurezza, e i suoi abitanti si trasferirono in luoghi più elevati, dove sorse poi il nucleo di 'Casarano grande'.
Architettura e Struttura
L'edificio attuale si presenta con schema basilicale a tre navate e abside poligonale. Il primo nucleo costruttivo, a pianta latina, risale al 450 d.C. Nel corso dei secoli, l'edificio subì diverse modifiche e aggiustamenti. Al XIII secolo risalgono gli affreschi della volta e della navata centrale; nel XIV secolo furono aggiunte le navate laterali più basse. Nello stato attuale, l'edificio si presenta molto rimaneggiato da interventi bassomedievali, epoca in cui la facciata fu mutata e animata dall’aggiunta di un rosone scolpito.

La chiesa presenta un semplice prospetto a capanna con un modesto rosone centrale sormontato e scolpito da un ampio arco di scarico, e, in basso, un semplice portale rettangolare sul quale si apre una lunetta. La costruzione è caratterizzata da un tipico campanile a vela che si innesta sull’ala meridionale del transetto. Sugli estremi del lato nord e sud della facciata sono presenti due statuine in pietra locale, molto corrose, raffiguranti S. Lucia e S. Caterina.
La chiesa ha una superficie di trecento metri quadrati ed è orientata verso est. Sebbene permangano dubbi sull'impianto originario, si ipotizza che il della croce sia stato demolito per dar luogo alle tre navate. In origine il pavimento era costituito da un mosaico, di cui si conserva un piccolo frammento rinvenuto durante i lavori di restauro degli anni '70 ed attualmente esposto nella navata nord della chiesa.
Mosaici e Affreschi: Un Palinsesto Artistico
La Chiesa di Santa Maria della Croce si presenta come un’importante opera palinsesto, conservando al suo interno affreschi che coprono un periodo di tempo che va dal X al XVII secolo. L’elemento di maggiore attrazione del sacro edificio è la decorazione musiva, oggi sopravvissuta solo nell’area presbiteriale, ovvero nella cupola e nella volta absidale. La chiesetta paleocristiana di Santa Maria della Croce è nota soprattutto per i suoi mosaici absidali, i quali, fin dall’inizio dello scorso secolo, hanno attirato l’attenzione di studiosi come Haseloff, Bartoccini, Trinci Cecchelli e Falla Castelfranchi.

I Mosaici del V Secolo
All'interno l'edificio custodisce pregevoli dipinti e mosaici. Alla prima fase di vita della chiesa, risalente al V secolo d.C., come gli stessi mosaici, risale lo splendido mosaico a tessere policrome situato nella volta dell’edificio con un motivo a coda di pavone. Il piccolo edificio sacro ospita un mosaico paleocristiano che è la perla del Salento, grazie ai suoi giochi cromatici e figurali. L’abside e la cupoletta del presbiterio presentavano in origine un unico grande mosaico, parzialmente sopravvissuto, costituito da motivi figurali come animali e piante.
Nella volta compaiono elementi fitomorfi e zoomorfi, molti dei quali sono chiari simboli cristiani come l'uva e il pesce. Da un punto di vista simbolico, nella volta è rappresentato il Paradiso Terrestre, che si contrappone al Paradiso Celeste raffigurato nella cupola dove spicca una grande croce dorata al centro di un cielo stellato. La cupola, che appare deformata e quasi ellissoidale, presenta tessere gialle e bianche, nella zona blu soltanto bianche, scintillanti di porpora, giallo, bianco e verde. La disposizione dei colori e delle stelle in ordini concentrici richiama molto da vicino quella della calotta del mausoleo di Galla Placidia e, in misura minore, quella del battistero di S. Giovanni in fonte. Tali elementi sono circondati da cinque fregi ornamentali, grandi e piccoli, nei quali sono inserite diverse figure.
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Gli Affreschi Bizantini (X-XII Secolo)
La chiesa conobbe una seconda importantissima fase tra X e XI secolo, periodo in cui fu realizzato un ciclo decorativo di affreschi bizantini ancora oggi visibile. In questo lasso di tempo, la Grecia ed il Salento ebbero intensi rapporti di tipo economico, commerciale ma anche culturale, di cui protagonisti furono, tra gli altri, i monaci e gli esponenti del clero italo-greco. Gli affreschi bizantini datano a partire dai primi decenni dopo l’anno Mille fino a raggiungere le soglie dell’età moderna.
Nella prima campagna decorativa, risalente al X secolo e conservata nell'abside, si distinguono gli affreschi raffiguranti San Nicola e San Demetrio. Proprio alcune iscrizioni sono incise sull’affresco eseguito sull’ultimo pilastro di sinistra della navata centrale, dove è campita una Vergine con Bambino. Jacob (1988) chiosa che in quell’epoca probabilmente già la chiesa era intitolata alla Vergine, in quanto un’iscrizione sulla destra ci riferisce della consacrazione della chiesa della Theotokos, alla presenza di un vescovo di Gallipoli. L’affresco è intriso di ieraticità e rappresenta una delle massime espressioni della pittura bizantina, con i caratteri di aspazialità ed atemporalità, con la benedizione del Bambino alla greca.
Sul pilastro frontale, ovvero l’ultimo a destra, è affrescata Santa Barbara, come ricorda l’iscrizione esegetica. Allo stesso ciclo dovrebbe appartenere il dittico absidale sulla sinistra, di recente identificato. Sono santi entrambi accompagnati da iscrizioni votive in greco fatte realizzare dai committenti Giorgio e Demetrio: il santo a sinistra è un vescovo e dovrebbe essere identificato quale san Nicola. Per il santo martire accanto al vescovo dell’abside, i confronti, secondo Falla Castelfranchi (2004) vanno estesi a comprendere la bella figura, acefala, del santo martire raffigurato sulla parete destra della chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce. Potrebbe trattarsi di San Demetrio, constatate le lettere superstiti dell’iscrizione esegetica.
Alla stessa epoca risalirebbero anche le tracce pittoriche affrescate sui primi due pilastri rivolti verso la navata centrale: il santo riprodotto a sinistra dovrebbe essere Michele, ritratto con le sembianze di archistrategos, mentre stringe il labaro e indossa il loros; frontalmente, poche ed evanescenti tracce, forse San Gabriele. A conclusione di questo primo ciclo, non sappiamo se nell’invaso, in aggiunta ad immagini votive, si svolgesse sui muri della navata centrale, un ciclo cristologico, almeno in questo periodo.
Al pieno XII secolo si situa un’ulteriore campagna decorativa che interessò le pareti della navata centrale, ove sono campite alcune immagini cristologiche. Colpisce il fatto che il susseguirsi delle scene superstiti, ovvero quattro scene appartenenti al ciclo della Passione, non rispetti la sequenza da destra verso sinistra, poiché le prime scene sono ubicate sulla parete sinistra della navata centrale, in senso antiorario, proseguendo sulla parete destra. Queste scene includono: La Crocifissione e Il Bacio di Giuda a sinistra, e poi probabilmente Le Pie donne al sepolcro, prima scena, poco leggibile, a destra cui segue una monumentale e scenografica Anastasis, di cui si intravedono a destra Salomone e Davide sotto una specie di tenda e, a sinistra, i progenitori (Falla Castelfranchi 1991). Tra i numerosi affreschi (secc. XI-XIV) si menzionano quelli raffiguranti la Vergine con Bambino, Santa Barbara, figure olosome di santi greci, la Deesis con il Cristo Pantocratore e scene della Passione e morte di Cristo.

Affreschi Tardo-Svevi (XIII Secolo)
In seguito ai recenti restauri, è ben chiaro come al ciclo cristologico bizantino si sia sovrapposto il celebre ciclo tardo svevo, che narra per immagini il martirio delle Sante Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia, particolarmente venerate in quest’epoca. Questi affreschi gotici del XIII secolo ornano la volta a botte della navata centrale. Segnate da una vivace vena espressiva, propria di questi cicli narrativi, esse rientrano appieno, all’esame stilistico, nella temperie artistica tardo-sveva, come precisato da Leone de Castris (1986), che le ha datate intorno agli anni 1250-1260. Il primo fu realizzato intorno al 1250 da un affrescante francese reduce dalla crociata di Federico II di Svevia, il secondo, probabilmente, da un suo discepolo.
Sotto il profilo iconografico, un'immagine della Deesis in questa chiesa rappresenta una summa di varianti: la sostituzione del Battista con un altro santo, giovane e imberbe, forse Giovanni Evangelista, allo stesso Cristo, non in piedi bensì seduto in trono, e ancora l’inserimento di un quarto personaggio, una santa con una croce in mano, la cui presenza concorre a squilibrare l’originario ductus ternario della composizione. Evidentemente si tratta di una santa che godeva di particolare venerazione in questa chiesa.
Opere Successive (XIV-XVI Secolo)
Sulla navata destra, in prossimità dell’apertura che immette alla sacrestia, è posto il pannello pensile della Vergine con Bambino, un tempo sito sull’altare maggiore. Secondo Prandi (1961) apparterrebbe alla serie pugliese di icone bizantineggianti non anteriori al tardo Trecento, ma la presenza di ridipinture rende non agevole la datazione che appare tuttavia probabile. La Vergine dona un fiore al Bambino, ma colpiscono gli occhi della Protagonista, pieni di malinconia e tristezza.
L’affresco di Urbano V copriva un tempo quello di Santa Barbara ed è oggi pensile sulla navata destra. Il pontefice è assiso in trono, come mostra il piviale che, rialzato dai polsi, ricade ai lati e poi risale bruscamente per sovrapporsi alle ginocchia. Del trono non si vede che il baldacchino cuspidato, aperto da un arco decisamente acuto, a lobi intrecciati, di carattere tardo-gotico. Fra l’estradosso dell’arco e i pioventi della cuspide il pittore volle imitare un tessellato di tipo vagamente cosmatesco (Prandi 1961).
Nel ‘500 la chiesa si arricchisce di nuove pitture. Un tempo posto nell’intradosso della prima arcata a destra e oggi ubicato come pannello pensile in controfacciata è l’affresco di San Bernardino da Siena, santo francescano la cui presenza è attestata a Nardò nel 1433.
La chiesa ospita un altro piccolo dittico che oggi si trova sulla navata destra e datato precisamente al 1538. Si tratta dei Santi Eligio e Antonio Abate, raffigurati entrambi con la consueta iconografia, ovvero il primo con gli abiti vescovili e gli attrezzi da fabbro con animali “da ferrare”, mentre il secondo con abiti monacali mentre si appoggia al bastone “a tau”, con in basso un piccolo suino.