La storia del Novecento è stata segnata da figure straordinarie come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, entrambi provenienti da famiglie umili e semplici, che hanno lasciato una traccia profonda nella loro epoca e nel cuore di milioni di uomini. La loro canonizzazione offre un messaggio di straordinaria attualità: Dio continua a fare meraviglie attraverso i suoi santi, agendo nella storia tramite persone la cui grandezza risiede interamente nella fede. Essi ci indicano che l’apertura del cuore al Mistero di Dio e la dedizione ai fratelli è la questione decisiva della vita.
Già dopo la celebrazione del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II, additando il cammino della Chiesa nel Terzo millennio, affermava che «in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità. […] Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale». La santità, in questa visione, è presentata non come un ideale lontano, ma come il contesto entro cui si sviluppa l’ordinarietà della vita, l’orizzonte che ispira i nostri progetti e cammini.

La Santità secondo Angelo Giuseppe Roncalli: non imitazione, ma assimilazione
Per comprendere il pensiero di Papa Giovanni XXIII sulla santità, è fondamentale volgersi al suo diario spirituale, il Giornale dell’anima. In una pagina particolarmente illuminante del 16 gennaio 1903, Roncalli esprime una riflessione che ha plasmato il suo approccio alla vita spirituale e alla santità stessa:
«A forza di toccarlo con mano mi sono convinto di una cosa: come cioè sia falso il concetto che della santità applicata a me stesso io mi sono formato. Nelle mie singole azioni, nelle piccole mancanze subito avvertite, richiamavo alla mente l’immagine di qualche santo cui mi proponevo d’imitare in tutte le cose più minute, come un pittore copia esattamente un quadro di Raffaello. Dicevo sempre, se san Luigi in questo caso farebbe così e così, non farebbe questo o quell’altro, ecc. Avveniva però che io non arrivavo mai a raggiungere quanto mi ero immaginato di poter fare, e m’inquietavo. È un sistema sbagliato.»
Questa profonda intuizione lo porta a riformulare la sua comprensione:
«Delle virtù dei santi io devo prendere la sostanza e non gli accidenti. Io non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni. Non devo essere la riproduzione magra e stecchita di un tipo magari perfettissimo. Dio vuole che, seguendo gli esempi dei santi, ne assorbiamo il succo vitale della virtù, convertendolo nel nostro sangue e adattandolo alle nostre singole attitudini e speciali circostanze. San Luigi, se fosse quello che io sono, si santificherebbe in un modo diverso da quello che ha seguito.»
Come osservato da d. Ezio Bolis, questa indicazione rivela come Roncalli si liberi progressivamente da rigidi schematismi che possono produrre frustrazioni e impedire la crescita spirituale. Egli comprende l'assurdità di una "clonazione" della santità, prendendo coscienza dell'individualità personale e della distanza storica dai santi venerati. Non si tratta di copiare i santi nei singoli particolari, ma di coglierne l'essenza, il «succo vitale».
Questa prospettiva è stata ripresa da Anastasio Ballestrero, che ricordando i suoi incontri con Giovanni XXIII, scrive: «Nel “Giornale dell’anima” è una cosa curiosa vedere come veramente è stato lineare: una vita tessuta sull’unica idea della fedeltà e dell’amore del Signore. I suoi propositi... la sua solita spontaneità. Ancora giovane dice (aveva fatto un sacco di propositi): “Qui mi pare di promettere un po’ troppo, eh!”. Ha battute senza fine... Ma è bello vedere come ha camminato per la sua strada. Dice: essere santo per me non vuol dire fare come ha fatto S.»

Cristo vive in me: il cuore della santità personale
Nel suo Giornale dell’anima, Angelo Giuseppe Roncalli cita per ben quattro volte il testo paolino di Galati 2,20, esprimendo il nucleo della sua spiritualità:
- Il 7 gennaio: «La vita mia è un continuo sacrificio. Non sono io più che vive, è Gesù che vive in me. S. Paolo poteva usarle queste espressioni perché la sua grande anima, il suo cuore generoso ardeva perennemente della carità verso Dio e gli uomini. Io non ho che dei buoni desideri ai quali mal corrispondono i fatti. Signore, dammi grazia che io ti possa mostrare coll’opera che ti voglio veramente bene.»
- Il 9 gennaio: «Il sole cocente lo porto dentro il mio petto sin dalla mattina colla S. Comunione. Non sono più io che vive, è Gesù che vive in me. O Gesù potessi io veramente essere sempre trafelato e sudante di amore nel prestare il mio servizio a voi glorioso mio Capitano.»
- Negli esercizi spirituali dell’aprile dello stesso anno, in preparazione all’ordinazione al suddiaconato: «La dolcezza della mia ordinazione fù così grande da non saperla in qualche modo esprimere. […] Ora io sono veramente un uomo nuovo [Gal 2,20], la risoluzione è decisa… L’unica parola che mi riesce di balbettare è l’espressione di S. Paolo: vivo ego jam non ego, vivit vero in me Christus. No, io non sono più mio, io sono di Gesù. Tante volte l’ho detto, ma oggi lo ripeto con maggior entusiasmo: io sono di Gesù.»
La santità, in questa prospettiva, è la «in-esistenza» (espressione di Romano Guardini) di Cristo nel cristiano. L’unico e medesimo Cristo vive in ogni cristiano il quale, rispondendo all’unica e universale chiamata alla santità, lo riproduce non come una copia, bensì alla maniera di quel poliedro di cui ha scritto Papa Francesco in Evangelii gaudium. Ogni cristiano ripete la luce di Cristo (egli stesso lumen gentium) in forma unica, originale, irripetibile. Come ha sottolineato Giovanni Paolo II in Christifideles laici: «Dio dall’eternità ha pensato a noi e ci ha amato come persone uniche e irripetibili, chiamando ciascuno di noi con il suo proprio nome, come il buon Pastore che “chiama le sue pecore per nome” (Gv 10, 3).»
Approccio pratico alla spiritualità: l'aneddoto di Santa Teresa di Lisieux
L'approccio di Papa Giovanni XXIII alla santità era profondamente concreto e scevro da formalismi eccessivi, come testimoniato dall'aneddoto raccontato dal cardinale Anastasio Ballestrero sul suo rapporto con Santa Teresa di Lisieux. Ballestrero narra:
«Non garbava, a Papa Giovanni, la piccola Teresa. Un giorno durante il Concilio incontro il Vescovo di Lisieux, lo saluto. Avevo visto sull’Osservatore che era stato dal Papa nei giorni precedenti e gli ho detto: “Visto che è stato dal Papa sarà stata una bella udienza”. E lui mi dice: “Non me ne parli”. “Ma perché, il Papa non è stato buono?”. “È stato di una gentilezza unica, ma non capisco, non capisco”. “Cosa non capisce?”. “Io non lo avevo mai incontrato, ma nell’udienza mi presentano come il vescovo di Lisieux, il Papa mi abbraccia e poi mi dice: ‘Ah! Lisieux, Lisieux’. Io, attratto dall’esclamazione, gli dico: ‘Certo, Santità, la Piccola Teresa’... ‘No, no, dice, non c’entra la Piccola Teresa. I ricordi che ho di Lisieux sono altri. A Lisieux ho mangiato il miglior camembert della mia vita e ho bevuto il calvados. Una grappa dell’altro mondo!’»
Più tardi, Papa Giovanni stesso offrì a Ballestrero un'analogia più profonda che rivela il suo pensiero:
«Ero andato a Tachiè, in Siria, nel palazzo vescovile che dà sul porto, vedo arrivare una grossa nave che ad un certo punto si ferma e poi vedo una navicella che si avvicina, la caricano e viene alla riva, va avanti e indietro, fa la spola tra la nave grossa e la nave piccola. Immaginate il comandante di quella nave che viene a far visita all’Arcivescovo e dalla finestra gli dice: perché non viene più avanti quella nave? Vede Eccellenza, la mia nave pesca troppo profondo e nel porto tanto basso non posso venire. Mi fermo dove posso e poi faccio cabotaggio con quella piccola. La grossa barca è Santa Teresa la Madre, la barchetta è la Piccola Teresa!»
Questa metafora illustra la sua predilezione per una santità radicata nella profondità dell'esperienza e della saggezza, piuttosto che in forme percepite come meno sostanziali o "piccole".
Frasi chiave di Giovanni XXIII sulla crescita spirituale
In sintonia con il suo spirito pratico e umile, Giovanni XXIII ha lasciato pensieri che guidano il cammino spirituale:
- «Riconoscere i propri limiti è il punto di partenza per ogni duratura conquista nell'ordine della natura e della grazia.»
Questa frase sintetizza un aspetto fondamentale della sua visione: l'umiltà e la consapevolezza di sé sono la base su cui costruire una vera e duratura crescita verso la santità.