Il Salmo 87: La Preghiera dell'Uomo Gravemente Malato e il suo Profondo Significato

Tra i testi sacri della tradizione biblica, alcuni salmi risuonano con una particolare intensità, esprimendo le vette più profonde della sofferenza umana. Il Salmo 87 (o talvolta numerato come Salmo 88 in altre tradizioni) è riconosciuto come uno dei più toccanti e drammatici canti di lamentazione, un vero e proprio De profundis che articola il grido di un uomo gravemente malato, la cui vita sembra irrimediabilmente affondare nella tomba.

La Natura di un Grido Estremo: Malattia, Solitudine e Silenzio Divino

Definito come "il salmo più cupo del Salterio, la più tenebrosa di tutte le lamentazioni, il più drammatico De profundis, il Cantico dei cantici del pessimismo", questo salmo è una supplica estrema lanciata a Dio in un momento di desolazione totale. Il grido dell'orante si sviluppa principalmente su due temi centrali: il sepolcro e la solitudine più totale.

Lo sheol, gli inferi biblici, domina tutta la lamentazione con la sua lugubre presenza; sembra quasi un canto della morte che si ramifica con la sua mano gelida nelle ossa e nella carne dell’orante. La morte è anticipata da una profonda solitudine: chi è emarginato e solo, anche se vive, è come se fosse un cadavere, un'impressione che ricorda le amare lamentele di Giobbe (19,13 ss).

A questa solitudine umana si aggiunge un silenzio ancora più lacerante: quello di Dio. Se negli inferi le Ombre tacciono e Dio è muto nei loro confronti, l’attuale silenzio di Dio è il segno che egli ha abbandonato quest’uomo, «triste» fin dall’infanzia, «infelice» e «malato». All’orizzonte non c’è neppure una lama di luce, e sola amica ormai è la tenebra eterna infernale.

Uomo malato in preghiera, figura stilizzata che esprime profonda sofferenza e solitudine

La Malattia come "Morte nella Vita"

I salmisti non specificano mai la malattia dal punto di vista clinico o patologico, poiché non disponevano delle risorse diagnostiche della medicina moderna. Si parla di un malessere diffuso, generale, in cui tutte le parti del corpo sono contemporaneamente implicate, senza troppa precisione. Questa genericità produce un effetto primario sul salmista: la malattia che egli vive è sempre una scommessa con la morte.

La malattia del salmista, si potrebbe dire, è “una morte nella vita”. Talvolta, per definirla, l’orante afferma di trovarsi già “tra i morti” (Sal 88,6) o “tra i discesi nella fossa” (Sal 28,1; 30,4). Il malato biblico si trova già con un piede nella fossa; perfino lo She’ol, la dimora dei morti, viene invocata come se fosse già la sua abitazione (Sal 13,4; 94,17). L’effetto principale di questa visione non patologica, non specialistica, della malattia, è dunque psicologico: si tratta sempre di un pericolo mortale.

Il Titolo e la sua Risonanza con la Passione di Cristo

Il titolo di questo salmo offre un nuovo spunto interpretativo: "Per melec, da cantarsi con risposta". La parola "melec", infatti, in ebraico significa "coro". Dunque, l'indicazione "Per il coro, da cantarsi con risposta" suggerisce che il coro debba rispondere armonizzandosi con colui che intona. Questa struttura richiama l'arte musicale, dove c'è un intonatore che inizia il canto e un accompagnatore che risponde.

In una profonda interpretazione teologica, qui si annuncia la passione del Signore. L'apostolo Pietro afferma: «Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio affinché seguiamo le sue orme». Questo è il significato del "rispondere". Similmente, l'apostolo Giovanni dice: «Cristo ha immolato per noi la sua vita; e così anche noi dobbiamo immolarci per i fratelli». Il coro raffigura la concordia, frutto della carità. Chiunque voglia imitare la passione del Signore, fino a dare il suo corpo alle fiamme, se non ha la carità, non risponde in coro e il suo sacrificio non giova a nulla.

Nel cantico della passione, al Cristo che avanza per primo, tien dietro cantando il coro dei martiri, che avanzano verso la "fine", cioè verso la corona celeste. Questo salmo è, infatti, per i figli di Core, ovvero per quanti imitano la passione di Cristo. Cristo fu crocifisso nel luogo del Calvario, che in ebraico si dice "Core". Il salmo è anche dell'intelligenza di Eman israelita, il cui nome significa "fratello di lui". Cristo si è degnato di fare suoi fratelli coloro che intendono il sacramento della sua croce, non se ne vergognano e di essa religiosamente si gloriano, non inorgogliendosi dei propri meriti ma restando grati alla sua grazia. A ciascuno di loro si possono applicare le parole: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è inganno».

Rappresentazione di Cristo in croce con martiri o fedeli che lo seguono

La Preghiera di Lamentazione: Versetti Chiave e Significato

Il Salmo si apre con un grido disperato rivolto a Dio:

  • «Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l’orecchio alla mia supplica.» (Ps 88:2-3)

Il Signore stesso ha pregato nella natura di servo, nella quale ha subìto la passione, sia nella letizia del "giorno" che nelle avversità della "notte". L'ingresso della preghiera al cospetto di Dio significa che Egli l'accetta, e il porgere l'orecchio indica il suo misericordioso esaudimento.

Un'Anima Ricolma di Mali e l'Avvicinarsi all'Inferno

La preghiera prosegue con l'espressione di un'intensa sofferenza interiore:

  • «Perché la mia anima è ricolma di mali e la mia vita si è avvicinata all'inferno.» (Ps 88:4)

Si potrebbe affermare che l'anima di Cristo fu ricolma di mali quando il tormento della passione si riversò sulla sua carne. Non si tratta di vizi, ma di dolori che l'anima condivide con il corpo afflitto. L'anima può essere addolorata anche senza che il corpo soffra, ma il corpo non può soffrire senza che l'anima ne risenta. Un altro profeta dice che Cristo «ha sofferto per noi», e gli Evangelisti riportano le sue parole nel Getsemani: «L'anima mia è triste da morire». Il Signore Gesù prese su di sé queste conseguenze della debolezza umana non per necessità, ma per volontà di misericordia, rappresentando nella sua persona il suo corpo che è la Chiesa. Volle trasfigurare in sé le sue membra affinché, se qualcuno dei suoi fedeli si fosse rattristato e avesse sofferto in mezzo alle tentazioni, non si ritenesse abbandonato dalla grazia di Cristo. Queste sofferenze non dovevano essere reputate peccato, ma conseguenze della fragilità umana. Così, il suo corpo avrebbe imparato a soffrire nel suo stesso Capo.

L'Abbandono e la Libertà tra i Morti

La lamentazione si approfondisce con il senso di un isolamento totale:

  • «Sono annoverato con coloro che discendono nella fossa, sono come un uomo ormai senza forze. Sono divenuto come un uomo senza appoggio, libero in mezzo ai morti.» (Ps 88:5-6)

Questa frase risalta magnificamente la persona del Signore. Chi altro fu mai libero in mezzo ai morti, se non colui che, pur essendo tra i peccatori e in una carne simile a carne peccatrice, è stato l'unico a non commettere peccato? Cristo, dunque, libero in mezzo ai morti, aveva il potere di dare la propria vita e di prenderla di nuovo. Nessuno gliela toglieva, ma egli stesso la dava di sua volontà; anzi, quando voleva, poteva anche risuscitare la sua carne, qual tempio abbattuto dai nemici. Anche se tutti lo abbandonavano, il Padre non lo abbandonava mai.

I nemici considerarono Cristo come "un uomo senza appoggio", credendo che morisse come tutti gli altri, schiacciato dalla necessità. Dicevano: «Ha salvato gli altri; non può salvare se stesso! Se è Figlio di Dio, scenda ora dalla croce, e gli crederemo. Dio lo salvi, se lo vuole!».

  • «Come i feriti che dormono nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo, recisi dalla tua mano.» (Ps 88:6)

Queste parole sottolineano la differenza tra Gesù Cristo e gli altri morti. Anche egli fu coperto di piaghe e deposto nel sepolcro; ma coloro che non sapevano chi egli fosse, lo ritennero simile agli altri morti, per i quali non era ancora venuto il tempo della resurrezione. La Scrittura chiama i morti "dormienti" per indicare che si risveglieranno. Ma questo "ferito che dormiva nel sepolcro" si svegliò al terzo giorno e ascese in cielo alla destra del Padre, dove più non muore, né la morte avrà più potere su di lui.

Nella Fossa Profonda e sotto il Furore Divino

Il salmista descrive la sua condizione di estremo abbandono:

  • «Mi hai gettato nella fossa più profonda, negli abissi tenebrosi e nell'ombra della morte. Pesa su di me il tuo furore e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.» (Ps 88:7-8)

La "fossa profondissima" è l'abisso della miseria, da cui altrove si legge: «Mi hai tratto dalla fossa della miseria». "L'ombra della morte" può essere intesa sia come morte del corpo, sia come morte dell'empietà, dalla quale si è sottratti credendo nella luce e nella vita.

L'espressione «Su di me si è rafforzata la tua indignazione» (o ira/furore) riflette la persuasione di coloro che non seppero riconoscere il Signore della gloria. Costoro erano convinti che l'ira di Dio si fosse scatenata e rafforzata contro colui che essi avevano mandato a morte, e non a una morte qualsiasi, ma a quella sulla croce, ritenuta la più esecrabile. L'Apostolo afferma: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, facendosi per noi maledizione. Sta scritto, infatti, che è maledetto chiunque pende dalla croce» (Gal 3,13). L'umiliazione di Cristo fu obbedienza fino alla morte, e «alla morte sulla croce» (Fil 2,8). Ogni "procella" o "ondata" divina si rovesciò su di lui, rappresentando le minacce e le tribolazioni provenienti dal giudizio di Dio.

Infografica che mostra le diverse fasi della sofferenza e della speranza nel Salmo 87

La Speranza che Emerge dall'Abisso

Nonostante la profondità del lamento, il salmo non è privo di una scintilla di speranza, una ricerca incessante di Dio anche nel buio più fitto:

  • «Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo, si consumano i miei occhi nel patire. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani. Ma io, Signore, a te grido aiuto e al mattino viene incontro a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto? Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte, sfinito sotto il peso dei tuoi terrori. Sopra di me è passata la tua collera, i tuoi spaventi mi hanno annientato, mi circondano come acqua tutto il giorno, tutti insieme mi avvolgono. Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi sono compagne solo le tenebre.» (Ps 88:9-10, 14-18)

Eman, l’Ezraita, il cui nome significa "fratello di lui", riconosce in Dio l’unica possibilità di salvezza e continua ad invocarlo. Questo avviene nonostante si trovi fin dall’infanzia in una situazione di sofferenza fisica, ma forse più psicologica, che lo ha inesorabilmente portato ad una solitudine che sembra senza scampo. La meditazione di questo salmo risuona con l'esperienza di chiunque si trovi ad affrontare situazioni di fatica e dolore, in un tunnel da cui non si vede la luce, dove la vita sembra vinta dalla morte e la speranza è perduta. Ci si sente come dei morti, condannati alle tenebre, abbandonati persino dagli amici più fedeli e, talvolta, si crede che anche il Signore ci abbia abbandonato.

Questo è il silenzio di Gesù deposto nel sepolcro, umanamente sconfitto e annientato. Tuttavia, in questo medesimo silenzio è annunziatore di germi di vita che esploderanno e si manifesteranno a tutti gli uomini nel prodigio della risurrezione di Cristo, primogenito tra molti fratelli.

Il Signore ci accompagna nel tratto faticoso del nostro cammino; non ci abbandona, non ci toglie il dolore, ma non ci lascia soli. Sta a noi chiamarlo tutto il giorno e chiedere che si mostri a noi, o meglio, che Lui possa aprire i nostri occhi e togliere quel velo che ci offusca lo sguardo. La speranza risiede nell'aggrapparsi alla luce della sua presenza, che può manifestarsi in un abbraccio inaspettato o in una domanda d'amore. Sapere che Lui ha bisogno del nostro amore ci fa sentire amati e non più soli, desiderati e voluti, e questo può farci risalire dal regno degli inferi.

SALMO 87(88) - PERCHE' SOFFRIRE - Commento di G. Tomaselli

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