Il compito del traduttore è universalmente riconosciuto come arduo e delicato, talvolta persino ingrato, come ben evidenziato dall'adagio italiano «Traduttore, traditore». Questo proverbio sottolinea la difficoltà di trasporre fedelmente il senso profondo di un testo da una lingua all'altra senza tradirne le sfumature. Tale sfida si amplifica esponenzialmente quando l'oggetto della traduzione sono le Sacre Scritture, un'opera unica per la sua complessità:
- È un libro scritto in lingue diverse, con grammatiche e alfabeti differenti.
- È variegato nei suoi stili letterari.
- È stato elaborato nel corso dei secoli per popoli di tutte le epoche.
- È dotato di un significato sia letterale che allegorico.
- Non contiene alcuna parola in più o in meno.
- I suoi autori, o meglio le sue "penne", sono conosciuti quasi esclusivamente attraverso quest'opera, essendo stati strumenti di un unico Autore divino.
In questo contesto, la comprensione della latinità biblica, in particolare quella dell'antica Volgata Itala, diventa cruciale per apprezzare l'evoluzione linguistica e letteraria che ha permeato la civiltà occidentale. Come osservato in un saggio sulla Volgata detta Itala da Sant'Agostino, la sua latinità variava "da un libro all'altro; più pura, ad esempio, e più elegante nel libro secondo di quello del primo dei Maccabei", segno di un'origine da "una o più interpreti". Questa eterogeneità stilistica e linguistica caratterizzava le molteplici traduzioni latine delle pagine sacre circolanti nel mondo cattolico, conosciute complessivamente come Vetus Latina, spesso contraddittorie, lacunose e povere, tanto che si diceva vi fossero «tante le versioni quanti erano i manoscritti».

L'influenza del linguaggio teologico e morale biblico-cristiano si estende ben oltre gli ambiti ecclesiastici, permeando le parole della vita quotidiana. Termini come ‘cattivo’ spiegano il loro passaggio dal senso antico di ‘prigioniero’ a quello attuale di ‘malvagio’ attraverso formule quali captivus mali o captivus diaboli. Analogamente, le parole della vita quotidiana, passando dal latino al volgare, hanno obbedito a nuovi ideali di umiltà, concretezza e affettività: il cavallo non proviene da equus (termine ricuperato poi in parole di conio colto), ma dal caballus, la bestia da lavoro; e il verbo portare rimpiazza l’indifferenziato ferre. L’uccello non deriva da avis, ma da avicellus, il grazioso poetico augelletto. Umiltà, realismo e affettività sono caratteristiche strettamente legate al cristianesimo delle origini e sono ad un tempo tratti tipici dell'evoluzione delle lingue neolatine.

San Girolamo: Il Traduttore della Vulgata
Formazione e preparazione di un biblista
La soluzione alla frammentazione della Vetus Latina risiedeva in una revisione intrapresa da un'unica figura, e questa figura fu San Girolamo. Nato nel 347 a Stridone, un crocevia di popoli, lingue e culture, Girolamo fu inviato giovane a Roma per studiare. Lì frequentò per quattro anni le lezioni di grammatica, retorica e letteratura del famoso Elio Donato, distinguendosi per la sua capacità intellettuale, la memoria prodigiosa e la dedizione alle lettere romane, che lo portarono a organizzare un'enorme biblioteca personale. Nonostante una giovinezza vissuta nella corruzione di Roma, nel 362, in reazione all'editto di Giuliano l'Apostata, si iscrisse tra i catecumeni e fu battezzato tre anni dopo da Papa Liberio, abbracciando una vita religiosa.
Dopo gli studi, Girolamo intraprese la via del deserto in Oriente. Nella primavera del 375, trascorse due anni in una comunità cenobitica nella Calcide, dove, per sfuggire alle tentazioni, imparò l'ebraico da un ebreo convertito. Successivamente, ordinato presbitero ad Antiochia, si recò al Concilio di Costantinopoli nel 381, dove perfezionò rapidamente il suo greco e le sue già solide basi esegetiche.

La revisione del Nuovo Testamento
Poco dopo il concilio bizantino, Girolamo fu richiamato a Roma, dove affiancò San Damaso come segretario papale, essendo considerato un "cristiano expert" nelle lingue bibliche. Papa Damaso, intuendo la sua speciale vocazione, nel 383 gli commissionò la traduzione del Nuovo Testamento. Nonostante il sostegno del Pontefice, l'opera fu attaccata da più parti per la sua presunta mancanza di rispetto per le antiche edizioni. Girolamo, tuttavia, non temeva le critiche, arrivando a scrivere apertamente contro la vita dissoluta di chierici e monaci romani. Questa audacia, però, gli costò cara: alla morte di San Damaso, la persecuzione scatenata contro di lui lo costrinse a tornare in Oriente nel 385.
La traduzione dell'Antico Testamento e la "Verità Ebraica"
Nel suo nuovo domicilio, San Girolamo proseguì la revisione dei testi biblici latini, concentrandosi ora sull'intero Antico Testamento. Inizialmente, si basò sulla Septuaginta, la versione greca, testo estremamente affidabile e largamente utilizzato dalla Chiesa primitiva. Utilizzando l'Hexapla di Origene, una monumentale opera di critica testuale che confrontava sei versioni dell'Antico Testamento, Girolamo si accorse di divergenze tra la Septuaginta e l'Ebraica.
Mossi da quello che interpretò come un segno divino, decise di compiere un "eroismo": basarsi unicamente sugli "originali" ebraici, abbandonando la Septuaginta come supporto principale. Nonostante la disapprovazione generale, il traduttore portò a termine la sua vocazione:
- Nel 392 terminò il Salterio e i Profeti.
- Entro il 396 completò i libri storici (con l'eccezione dei Giudici, rivisti fino al 400) e quello di Giobbe.
- Nel 400 tradusse i libri sapienziali e il Pentateuco.
- Tra il 404 e il 405 concluse i libri deuterocanonici (Tobia in un giorno, Giuditta in una notte).
Così, nonostante lo scarso riconoscimento umano, Girolamo di Stridone tradusse eccellentemente tutta la Scrittura, un lavoro che le generazioni successive avrebbero giustamente ringraziato. Con la "verità ebraica", egli restituì ai cristiani diverse profezie messianiche non percepibili nella versione greca, eliminò ambiguità e mise a tacere lo scherno degli ebrei. A differenza di molte versioni precedenti, la Vulgata non traduce i passi biblici parola per parola, ma con un talento letterario "degno di un Cicerone", offrendo un testo di piacevole lettura per i romani.
L'Autorità della Vulgata
La Vulgata di San Girolamo divenne la versione su cui la Santa Chiesa consolidò la sua dottrina attraverso i concili. La maggior parte delle versioni vernacolari successive furono elaborate proprio a partire da questo lavoro. L'indiscutibile autorità della Vulgata non deriva solo dalle qualità di erudito, esegeta o linguista di Girolamo, ma soprattutto dal suo essere Santo, e dal fatto che la Chiesa, sempre assistita dallo Spirito Santo, l'abbia assunta come propria. Sebbene le Scritture implichino un mistero persino nella struttura delle parole e la verità del dogma possa dipendere da una sola sillaba, la Vulgata, pur essendo una traduzione, è stata lo strumento attraverso cui la Sposa Mistica di Cristo ha ascoltato la voce di Dio, ha confutato gli eretici e ha istruito i suoi figli per secoli.
L'Incidenza della Bibbia sulla Civiltà Letteraria Italiana
Se la lingua parlata deve molto al lessico biblico-cristiano, ancor più consistenti sono i debiti contratti dalla letteratura, che ha sempre guardato alla Sacra Scrittura come a una fonte inesauribile di sapienza, verità e speranza. Nonostante nell'Europa protestante il ricorso alla Bibbia come fonte ispirativa fosse maggiore, è ormai riconosciuta e approfondita la consapevolezza che l'incidenza della Bibbia e del pensiero cristiano sulla nostra civiltà letteraria non vada negata o sminuita.

Il Medioevo e la rilettura allegorica
Nel Medioevo, mentre gli amanuensi salvavano dall'oblio opere classiche, altri riutilizzavano pergamene con testi "gentili" per trascrivervi testi devozionali, preservandoli per futuri filologi. Per accostarsi alla letteratura classica, il Medioevo (con autori come Isidoro, Fulgenzio, Rabano Mauro) rileggeva i testi intrisi di mitologia e platonismo in chiave cristiana attraverso l'interpretazione allegorica. Gli auctores erano visti come saggi illuminati da Dio che trasmettevano in forme simboliche quella verità che la Rivelazione avrebbe svelato nella sua pienezza. Virgilio fu visto come profeta del Redentore, Seneca come pensatore naturaliter cristiano, e si fantasticava della conversione di Stazio e persino di Ovidio. Si può inoltre affermare che la letteratura cristiana fu osteggiata non solo da regimi neo-pagani o atei (come la Germania nazista e la Russia sovietica), ma anche dagli stessi intellettuali anticlericali, spesso egemoni anche in Italia.
Generi e temi della letteratura cristiana
La letteratura cristiana si articola in opere centrate sui temi specifici del messaggio evangelico e della dottrina della Chiesa (commenti ai testi sacri, opere dottrinali, innografia, vite dei santi, scritti apologetici, meditazioni spirituali e morali, testi di mistica, poesia sacra) e opere di scrittori (credenti o meno) che affrontano i grandi nodi del dolore umano, dell'aspirazione salvifica e della sete di infinito, o si misurano polemicamente con il messaggio evangelico. Non è sempre possibile distinguere nettamente queste due linee, specie in secoli più recenti, ma la vocazione all'edificazione spirituale o alla sensibilizzazione rimane un filo rosso.
Per quanto riguarda la prosa, gli scrittori cristiani hanno piegato generi preesistenti alle nuove esigenze: l'apologetica ha guardato all'oratoria, l'agiografia alle biografie, l'omiletica e la trattatistica si sono nutrite di apologhi e di quegli exempla che rappresentano una preistoria della nascente novellistica. Un apporto innovativo è dato dal genere delle Confessioni, aperto dal capolavoro di Sant'Agostino, che sposta l'obiettivo sull'introspezione morale, un filo portante della letteratura cristiana. La sua eredità è ravvisabile anche nel genere diaristico ed epistolare (come l'epistola Posteritati di Petrarca o il Diario d'un curato di campagna di Bernanos). Spiccata è anche la propensione della cultura cristiana per il teatro.

Molti sono i temi cruciali continuamente rivisitati nel tempo. Nell'età dell'egemonia culturale cristiana, essi vengono riletti con devozione, come tappe di una eterna vicenda di sofferenza e gioia, di caduta e rigenerazione. In quest'ottica, il poeta si affiancava al sacerdote, dando voce al coro dei credenti. Nell'età della secolarizzazione, l'approccio è diventato più problematico e inventivo: il Salvatore torna sulla terra per essere nuovamente crocefisso dalla Chiesa (Dostoevskij), viene contestato attraverso l'esaltazione del figliol prodigo (D'Annunzio), o sottoposto a processo da moderni giudici (Fabbri); c'è chi insegue il Verbo perduto del misterioso Quinto vangelo (Pomilio), e chi vede Gesù con gli occhi di Giuda (Berto). La letteratura sulla Madonna è altrettanto abbondante.
L'evoluzione storica dell'influenza cristiana
Già i poeti di Toscana, eredi della scuola siciliana, hanno reintrodotto lessico e idee cristiane nella poesia amorosa, che dalla Provenza alla Sicilia aveva privilegiato ideologie naturalistiche e affetti extraconiugali. Guinizzelli si giustificava con Dio per aver amato una creatura terrena che pareva un angelo, suscitando la reazione polemica di Bonagiunta Orbicciani che lo invitava a prescindere dalle Sacre Scritture per i versi d'amore. Dante Alighieri porta lo Stilnovo all'oltranza religiosa, facendo del cristianesimo la fibra intima della sua opera, dalla giovanile Vita nova, in cui Beatrice si manifesta come figura Christi, alla Commedia, grandioso poema delle vicende umane interpretate alla luce della fede, capace di superare i capolavori classici con il suo messaggio di cristiana verità. La visione cristiana informa quasi tutta la produzione del tempo, specialmente le opere religiose, come la Storia di fra Michele minorita, le Vite dei Santi Padri di Domenico Cavalca, lo Specchio di vera penitenza di Jacopo Passavanti e le lettere di Santa Caterina da Siena. Alla fede "tetragona" di Dante si contrappone quella più inquieta e soggettivistica del clericus Petrarca.
Con l'Umanesimo, l'influenza cristiana sulla letteratura cambia stile: dal Medioevo aristotelico e tomista si passa a uno spiritualismo neoplatonico (come nella Theologia platonica di Marsilio Ficino). Il tema della Miseria humanae conditionis lascia il posto alla dignitas dell'uomo. Il rapporto letteratura-cristianesimo si misura nel confronto tra l'Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Tasso. Alcuni autori rinascimentali, come Pietro Aretino, mostrano un certo spirito acristiano o anticristiano. Le ragioni della fede animano il teatro di Federico della Valle e il dialettale di Carlo Maria Maggi. Anche nell'Arcadia si riscontra un filone di ispirazione religiosa, dovuto alla fondatrice, la regina Cristina di Svezia, convertitasi al cattolicesimo, e alla presenza di numerosi ecclesiastici. La cultura neoclassica è sostanzialmente laica, con l'eccezione di Monti in alcune fasi, che riprende il biblismo visionario di Alfonso Varano.
Il passaggio dai secoli del razionalismo segna un forte ritorno di spiritualità negli scrittori. Significativa è la conversione di Alessandro Manzoni, che rinnova temi e linguaggio della poesia con gli Inni sacri, fa di Adelchi e del Carmagnola due crocefissi dalla storia e dalla politica, e incentra il suo romanzo-saggio sui valori di un cristianesimo "ampio e complesso". Con la diffusione del fenomeno letterario, nel tempo successivo, troviamo nomi come Niccolò Tommaseo, i cattolico-liberali manzoniani e toscani, le poesie di Giacomo Zanella, i romanzi di Antonio Fogazzaro, e, in forme più implicite, la poesia di Giovanni Pascoli. Nel Novecento, oltre ai poeti e narratori già menzionati in riferimento ai "Volti di Gesù" o ai "Poeti di Dio" (tra cui Fëdor Dostoevskij, Miguel de Unamuno, Georges Bernanos, Elsa Morante, Lev Tolstoj, Paul Claudel, Giovanni Papini, Kahlil Gibran, Nikos Kazantzakis, Boris Pasternak, Michail Bulgakov, Pier Paolo Pasolini, Eugenio Montale, Carlo Betocchi, Mario Luzi), si aggiunge la saggistica militante o erudita (Giuseppe De Luca, Mario Apollonio, Carlo Bo) e la forza letteraria di scritti non letterari di religiosi come Primo Mazzolari o Lorenzo Milani, Giovan Battista Montini o Carlo Maria Martini.
Non si può tacere che la reazione ideologica spesso sposò la causa classicistica, auspicando il recupero di una latinità linguistica e morale pre-cristiana, legata al mito di una Roma virile e pagana (Foscolo, Carducci). Questa consuetudine diverge in parte dalla pratica intertestuale tanto diffusa nella letteratura profana. Eppure, come osservato da Croce, «non possiamo non dirci cristiani», evidenziando l'indelebile impronta della fede sulla cultura italiana.
Riferimenti Bibliografici e Studi di Approfondimento
Per un'analisi più dettagliata dell'argomento, si segnalano i seguenti studi panoramici e antologie:
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- Boitani P., Ri-Scritture, Bologna, Il Mulino, 1997.
- Cappellini K., Geri L. (a cura di), Il mito nel testo. Castelli F., Volti di Gesù nella letteratura moderna, 3 voll., Milano, Paoline, 1987-1995.
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- Delcorno C., Baffetti G. (a cura di), Sotto il cielo delle scritture. Bibbia, retorica e letteratura religiosa, Firenze, Olschki, 2009.
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- HERIBAN, Jozef. Dizionario terminologico-concettuale di scienze bibliche e ausiliari (per HEXAPLA).
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- SAN GIROLAMO. Epistola LVII, n.5. In: Obras Completas.