Sacerdoti, Leviti e Samaritani: Ruoli e Significato nella Parabola del Buon Samaritano

L’espressione "buon samaritano" è entrata nel linguaggio comune per riconoscere un modo di agire caratterizzato da gratuità, dedizione e attenzione verso chi soffre. Questa figura è diventata un paradigma di comportamento, ispirando volontari, associazioni e istituzioni come la Caritas a operare a favore delle persone in difficoltà, senza confini di razza, religione o appartenenza.

Il racconto di Gesù, narrato nella parabola del buon samaritano, descrive un episodio di brigantaggio. Sebbene non sia un'analisi economico-sociale né una riflessione scientifica, la narrazione continua a inquietare e affascinare, suscitando domande sul senso e le modalità delle iniziative ispirate ad essa.

Mappa del percorso da Gerusalemme a Gerico con indicazione delle altitudini

Il Contesto Evangelico: Dialogo con un Dottore della Legge

La parabola è inquadrata nel dialogo tra un dottore della Legge e Gesù, come riportato in Luca 10,25-29.36-37. Il dottore, mosso da intenzioni non sincere, si avvicina a Gesù per metterlo alla prova con la domanda: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù, con lo stile rabbinico di rispondere a una domanda con un'altra, lo provoca sul terreno di sua competenza chiedendo: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».

La Risposta del Dottore e la Provocazione di Gesù

Il dottore della Legge risponde prontamente, accostando l'amore di Dio (Deuteronomio 6,5) all'amore per il prossimo (Levitico 19,18): «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». L'insistenza sulla totalità della dedizione a Dio è impressionante. A fronte di questa risposta, Gesù replica: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». In questo scambio, il dottore della Legge, pur avendo cercato di mettere alla prova Gesù, si ritrova egli stesso sotto esame, con un evidente effetto ironico.

La Domanda Chiave: «E chi è mio prossimo?»

Volendo giustificarsi, il dottore della Legge pone una nuova domanda: «E chi è mio prossimo?». Questa interrogativo spinge Gesù a cambiare strategia. Non potendo sottrarsi a una risposta, ma non volendo offrire una definizione teorica, Gesù racconta una parabola, una storia fittizia che coinvolge l'ascoltatore e lo obbliga a trarre conclusioni logiche.

La Parabola del Buon Samaritano (Luca 10,30-37)

Gesù prosegue il suo racconto: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto».

La strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico era un sentiero tortuoso tra le colline del deserto di Giuda, con una discesa di circa 1.000 metri. Era un luogo pieno di curve e anfratti, favorevole agli agguati dei briganti. L'uomo aggredito non ha identità, è un "uomo qualunque", privo di nome e volto, il che facilita l'identificazione del lettore con la sua condizione universale di vulnerabilità. Spogliato delle vesti, perde anche un segno distintivo di riconoscimento sociale e la sua identità.

Il Sacerdote e il Levita: Indifferenza e Preoccupazioni Rituali

Il racconto prosegue con l'arrivo di tre passanti: «Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre».

Secondo la legge di Mosè, sacerdoti e Leviti erano incaricati di insegnare la legge di Dio e di servire Dio e il prossimo. Erano pienamente consapevoli del comandamento: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». La loro reazione di passare oltre frustra l'attesa del lettore, che si aspetta un soccorso. Le ragioni della loro inazione sono state oggetto di molteplici interpretazioni: il sangue avrebbe potuto renderli impuri (se fossero stati diretti al culto, ma stavano scendendo verso Gerico); lo sconosciuto non sarebbe rientrato nella categoria del "prossimo" secondo una stretta interpretazione di Levitico 19,18; oppure, il timore che l'uomo fosse morto o prossimo alla morte, poiché i sacerdoti non potevano toccare i morti (Levitico 21,1-4). Tuttavia, ogni ragione accampata fatica a tenere di fronte all'urgenza della situazione.

Dipinto raffigurante un sacerdote e un levita che passano oltre il ferito

L'Intervento Inatteso del Samaritano

A questo punto, si verifica un'ulteriore sorpresa. Mentre l'uditore si aspetterebbe un Israelita dopo il sacerdote e il Levita, si presenta invece un samaritano: «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”».

È noto che tra Giudei e Samaritani non corresse buon sangue (Giovanni 4,9). Gesù, pur essendo stato rifiutato da alcuni samaritani (Luca 9,52-53), sceglie proprio un samaritano come eroe della sua parabola, un'azione che enfatizza il superamento delle divisioni e dei pregiudizi.

La reazione del samaritano è caratterizzata da una profonda compassione (il verbo greco utilizza una radice che richiama le viscere, cioè i sentimenti più profondi). In Luca, questo verbo esprime l'intensa emozione di Gesù di fronte alla donna vedova che ha perso il suo unico figlio (Luca 7,13) e lo slancio del padre che vede il figlio prodigo avvicinarsi (Luca 15,20).

I medicamenti utilizzati, olio e vino, erano comuni all'epoca. L'olio era usato per lenire le ferite e il vino per disinfettarle. Alcune interpretazioni simboliche vedono nell'olio e nel vino anche un richiamo all'Espiazione di Cristo, che guarisce le ferite spirituali e salva dalla morte. I due denari lasciati all'albergatore erano sufficienti per almeno due settimane di alloggio in quello che all'epoca era una specie di ospedale.

Illustrazione del Buon Samaritano che cura il ferito e lo porta all'albergo

Sacerdoti, Leviti e Samaritani: Contesto Storico-Religioso

L'Origine dei Samaritani

Il termine "samaritani" appare nelle Scritture dopo la conquista del regno delle dieci tribù di Samaria nel 740 a.E.V. Si riferiva agli abitanti del regno settentrionale prima della conquista, per distinguerli dagli stranieri portati dall'impero assiro. Nonostante la deportazione di parte della popolazione israelita, alcuni israeliti rimasero nel paese. In seguito, "samaritani" designò i discendenti di coloro che erano rimasti e di quelli che vi erano stati portati dagli assiri, indicando spesso una discendenza mista.

Con il tempo, il nome assunse un significato più religioso che etnico o politico, identificando chi apparteneva a una setta religiosa con credenze nettamente diverse dal giudaismo, affermatasi anticamente nelle vicinanze di Sichem e Samaria.

La Religione Samaritana

Lo sviluppo della religione samaritana fu influenzato dagli sforzi di Geroboamo di allontanare le dieci tribù dall'adorazione di Geova a Gerusalemme, sostituendo i sacerdoti leviti con un sacerdozio di origine umana che indusse all'idolatria (1 Re 12:28-33). Dopo la caduta del regno settentrionale, gli immigrati pagani portarono nuove divinità. Anche se appresero qualcosa riguardo a Geova da un sacerdote del sacerdozio di Geroboamo, continuarono ad adorare i loro falsi dèi.

Nel 537 a.E.V., quando un rimanente delle dodici tribù tornò dall'esilio babilonese per ricostruire il tempio di Gerusalemme, i "samaritani" si offrirono di aiutare, ma la loro devozione a Geova si rivelò solo formale. Quando Zorobabele rifiutò la loro offerta, i samaritani si adoperarono per impedire la costruzione del tempio, arrivando a inviare false accuse all'imperatore persiano.

L'erezione del tempio samaritano sul monte Garizim, forse nel IV secolo a.E.V., in competizione con quello di Gerusalemme, sancì la separazione definitiva tra Ebrei e Samaritani. Al tempo di Gesù, la frattura era ancora profonda, nonostante il tempio sul monte Garizim fosse stato distrutto un secolo e mezzo prima (Giovanni 4,9). I samaritani continuavano ad adorare sul monte Garizim (Giovanni 4,20-23), e gli ebrei nutrivano scarso rispetto per loro (Giovanni 8,48). Questa ostilità rese l'illustrazione di Gesù del buon samaritano particolarmente significativa.

Il Pentateuco Samaritano

Fin dall'antichità, le Scritture dei samaritani includevano unicamente i primi cinque libri della Bibbia nella loro recensione, scritti nei loro caratteri e noti come Pentateuco samaritano. Non accettavano il resto delle Scritture Ebraiche, forse con l'eccezione del libro di Giosuè. Il Pentateuco samaritano differisce dal testo masoretico in circa 6.000 casi, la maggior parte di poca importanza. Alcune differenze sono notevoli, come la lezione di Deuteronomio 27:4, dove si legge Garizim invece di Ebal, il luogo in cui le leggi di Mosè dovevano essere scritte. Tuttavia, l'accettazione del Pentateuco diede ai samaritani motivo di credere nella venuta di un profeta più grande di Mosè (Deuteronomio 18:18, 19). Nel I secolo, alcuni samaritani riconobbero Cristo come il Messia, mentre altri lo rigettarono (Luca 17:16-19; Giovanni 4:9-43; Luca 9:52-56). Successivamente, molti abbracciarono il cristianesimo grazie alla predicazione dei primi cristiani.

La sconvolgente differenza tra Ebrei, Giudei ed Israeliti

Interpretazioni della Parabola

La Lettura Esemplare: Il Samaritano Come Modello di Carità

Una prima lettura della parabola si concentra sulla figura del samaritano come esempio di carità straordinaria. Essa evidenzia la differenza tra l'agire compassionevole del samaritano, che si prende cura del ferito, e l'indifferenza del sacerdote e del Levita, che passano oltre. Questa interpretazione, sebbene non scorretta, presenta due rischi: il primo è la costruzione di un modello ideale altissimo ma disincarnato, distante dalle mediazioni necessarie nella società attuale; il secondo è l'autoreferenzialità, che pone se stessi al centro delle relazioni anziché l'altro nella sua sofferenza concreta. Puntando sull'esemplarità, tale interpretazione offre un esempio straordinario ma può lasciare irrisolta la questione su come comportarsi allo stesso modo nella vita quotidiana.

La Lettura Empatica: La Prospettiva della Vittima

Esiste un'altra lettura che si interroga sul punto di vista da cui Gesù ha raccontato la parabola. Non dal punto di vista del samaritano, ma piuttosto da quello del ferito. Tutto avviene secondo i suoi occhi. La parabola non punta all'esemplarità del samaritano, ma cerca di far entrare l'ascoltatore (e il lettore) nella pelle del ferito, nell'esperienza traumatica di quest'uomo senza volto e senza nome. L'uomo aggredito dai briganti, senza identità, diventa un simbolo dell'umanità intera, facilitando l'identificazione del lettore.

Da questa prospettiva, è "ovvio" che il racconto riveli solo ciò che il ferito può sapere. Egli constata unicamente che il sacerdote e il Levita (riconoscibili dal loro abito) non si sono presi cura di lui, senza poterne spiegare i motivi, in quanto vittima. La parabola abbonda di particolari solo nel momento in cui il viandante ne può disporre, come l'olio e il vino sulle ferite, il giumento, la locanda e il denaro.

Quando Gesù interroga il dottore della Legge: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?», la chiave di lettura è chiara. L'identità del prossimo non è definita a partire dal donatore, ma a partire dal beneficiario. È dalla misera situazione di una vittima che si comprende chi è il prossimo, non da una definizione teorica. Questo capovolgimento spinge il lettore a immedesimarsi nella condizione disperata dell'altro.

Spunti di Riflessione

Mentre la prima interpretazione della parabola propone modelli di comportamento e profili ideali, rischiando di costruire un modello altissimo ma disincarnato, la seconda interpretazione spinge a partire dalla situazione concreta, a entrare nelle pieghe complesse dell'esistenza e ad assumere un atteggiamento empatico, conducendo alle periferie esistenziali.

Il prossimo non si definisce "a tavolino", né si può decidere il suo bisogno in anticipo. Entrare nella pelle dell'altro richiede maggiore disponibilità, obbliga a guardare la realtà nella sua cruda complessità, ma solo percorrendo questa strada si conoscono le reali necessità delle persone e si compie un cammino di umanizzazione. L'apprendistato della carità passa attraverso un'immersione nella storia ferita degli uomini e delle donne, senza la cui condivisione non si dà autentica prossimità. Questo cambiamento di prospettiva è necessario per evitare di moltiplicare gli auspici a seguire un modello esemplare, senza fare i conti con la realtà degli uomini così come sono e là dove essi sono, superando le barriere culturali e religiose, come quelle tra sacerdoti, leviti e samaritani.

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